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venerdì 27 febbraio 2009

Tema gratis Filosofia Platone

Platone nacque ad Atene o ad Egina dove il padre avrebbe risieduto nel 428/7. Il suo vero nome forse fu Aristocle, detto Platone per l'ampiezza delle spalle o dello stile.

La sua famiglia era nobile (si tramanda che da parte di madre fosse discendente di Solone e da parte di padre del re Codro) e partecipe della vita della città ed egli fu educato a tutte le discipline (gli si attribuiscono carmi d'ogni genere). Da giovane seguì dapprima l'eracliteo Cratilo, e quando aveva vent'anni Socrate. Se la VII lettera è autentica, da essa apprendiamo che il giovane Platone, ansioso di partecipare alla vita politica della sua città fu scoraggiato una prima volta dalla politica violenta dei trenta tiranni ed una seconda dalla democrazia che aveva processato e mandato a morte Socrate. La morte di Socrate condusse Platone a convincersi che il solo stato giusto sarebbe stato in cui i filosofi fossero stati al potere e che perciò suo compito fosse quello di educare filosofi alla verità e trovare riferimenti politici per rifondare la polis. Dopo essersi rifugiato a Megara Platone tornò ad Atene e poi intraprese vari viaggi: quello in Egitto è probabile, visto il numero di riferimenti alla cultura egizia presente nei dialoghi. A Siracusa, non convinse delle sue idee politiche il tiranno Dionigi il vecchio ma Dione, suo cognato. Per questo fu imprigionato e riscattato ad Egina come schiavo da Anniceri di Cirene. Tornato ad Atene nel 387 fondò, si tramanda con i soldi del riscatto rifiutati dal suo benefattore, l'Accademia, prima scuola filosofica di cui noi abbiamo notizie certe, che diresse per vent'anni, anni in cui scrisse le sue opere più famose. Nel frattempo falliva il progetto di egemonia di Sparta, sperato da Platone e Senofonte. Nel 367 a Dionigi il vecchio successe il figlio, Dionigi il giovane il quale invitò Platone. Ma Dionigi, dilettante presuntuoso, non si convinse della bontà delle idee di Platone; esiliato Dione, Platone rimase ancora a Siracusa, poi riuscì a tornare ad Atene. Platone fu invitato a tornare di nuovo a Siracusa, anche per evitare che qualcosa di più grave potesse accadere a Dione; nonostante la promessa Dione non fu richiamato e Platone riuscì di nuovo a tornare ad Atene grazie all'intervento di Archita da Taranto. Dione morì nel 354 in marcia contro Siracusa. Dalla lettera VI sappiamo comunque che Erasto e Corsico di Scepsi, discepoli di Platone formularono una costituzione richiesta da Atarneo nella Misia. Questa costituzione fu apprezzata e sulla costa eolica alcuni territori vi si sottoposero volontariamente. Ermia donò ai due discepoli la città di Asso e con essi costituì una comunità filosofica, il cui tutore era Platone. Aristotele si recò ad Asso dopo la morte di Platone. Nel 348/7 Platone moriva in Atene mentre ultimava le Leggi, secondo la testimonianza di Aristotele: la copia, lasciata sulla cera, sarebbe stata poi trascritta.
I dialoghi
Vi è un grande problema per quanto riguarda le opere di Platone, nonostante ci siano giunte praticamente tutte. Nella settima lettera, scritta in tarda età, afferma che "della mia filosofia non c'è, né vi sarà, alcun mio scritto", come aveva fatto il maestro Socrate. Come conciliare, allora, quest'affermazione con i dialoghi? Negli anni cinquanta si sviluppò una corrente incentrata sulle dottrine orali che Platone avrebbe esposto all'Accademia; di questa dottrina vi sono vari riferimenti nel corpus di opere di Aristotele. I dialoghi, quindi, non esporrebbero l'intero pensiero di Platone, ma rimanderebbero solo ad un corpus di lezioni orali incentrate sul bene. Un'altra lettura giustifica la frase di Platone dicendo che, in fondo, la struttura dei dialoghi imita la forma parlata e il procedimento orale della maieutica socratica. Le opere scritte, che non insegnano verità, ma opinioni, ma il dialogo, seppur trascritto, può farlo. Probabilmente, tutti e nessuno hanno ragione. Comunque, i dialoghi si dividono in tre gruppi, a seconda del periodo dell'autore. I dialoghi della giovinezza ricalcano perlopiù il pensiero di Socrate, portando ad esiti aporetici. A questo gruppo si ascrive anche l'Apologia di Socrate, che non è un dialogo, ma l'autodifesa di Socrate pronunciata al processo. Appartengono a questo gruppo il Protagora, il Gorgia (di critica alla sofistica) e il primo libro della Repubblica. Al periodo della maturità appartengono il Menone (sulla virtù in rapporto con la teoria delle idee), il Fedone (sull'immortalità dell'anima e sulla teoria delle idee), il Simposio (la teoria platonica dell'eros) e gli altri libri della Repubblica. Alla tarda maturità e alla vecchiaia appartengono il Teeteto e il Parmenide (che mostrano i problemi, rispettivamente, della teoria della conoscenza e della teoria delle idee), il Sofista, il Timeo (che espone la cosmologia platonica) e le Leggi.
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Gnoseologia e idee
Il Protagora: l'attacco alla sofistica
La cosa più importante che Platone riprese da Socrate è l'esistenza di una verità oggettiva suprema e uguale per tutti, in contrasto con la filosofia sofistica ateniese del V e IV sec. a.C.. Protagora diceva che "l'uomo è misura di tutte le cose", e quindi che la conoscenza è personale e dovuta alle sensazioni; le qualità sono vere in quanto appaiono tali all'individuo che le percepisce. In questo modo, però, la sensazioni non sono in grado di dire cosa una cosa sia, ma il nostro rapporto con essa. Mi spiego meglio: se tocco una cosa "calda" non posso giudicare oggettivamente che sia calda, ma posso sicuramente dire che è calda in rapporto a me, cioè che è più calda di me. Ma se io mi riscaldo, percepirei quella cosa meno calda di quanto mi è sembrata prima. Anzi, finché non la tocco, poiché non c'è sensazione, quella cosa non è né calda, né fredda. Una feroce critica che muove Platone è questa: nel momento in cui non si tocca un oggetto, non si può sapere se è caldo o freddo, anche se la memoria dice che è caldo. Il ricordo perde quindi validità. Ma poiché sapere vuol dire anche ricordare ciò che si è imparato, il sofista a causa della sua stessa teoria non potrebbe essere sapiente. Un altro fatto che autoconfuta Protagora è che la sua dottrina, proprio secondo la sua dottrina, non è che una delle verità, quella che per lui è più vera. Perché allora dovrebbe essere vera per tutti? Terza confutazione: se la verità è personale, anche la virtù è personale, e non può essere insegnata. E allora, perché i sofisti si facevano pagare fior di quattrini e si proclamavano "maestri di virtù"?
Il Menone: la conoscenza come reminescenza
In un altro dialogo, si racconta di come Socrate abbia portato uno schiavo assolutamente digiuno di geometria a dimostrare un teorema sul quadrato. Nonostante all'inizio sia ostacolato da opinioni comuni, attraverso la maieutica socratica riesce a dimostrarle da solo. Come è possibile, se nessuno gli ha mai insegnato geometria e se la figura stessa poteva trarre in inganno? Platone conclude che il conoscere è ricordare (anamnesi): l'anima (che ora intendiamo come il principio raziocinante dell'uomo) doveva già conoscere l'argomento di cui si stava parlando, e poiché non l'ha imparato in questa vita, deve averlo fatto in un'altra. Platone si richiama così alla credenza orfica della metempsicosi, ma al di là della spiegazione religiosa c'è una lezione più profonda che si può ricavare anche dal Fedone: l'anima ha una predisposizione innata al conoscere, non derivata dai sensi; il sapere latente può essere risvegliato (e non generato, come per Protagora) dall'esperienza.
I gradi della conoscenza
Nella Repubblica Platone enuncia i diversi livelli della conoscenza, operando una fondamentale distinzione tra doxa, cioè opinione, e epistème, cioè scienza, la conoscenza della verità. La sofistica non poteva portare oltre il primo. Secondo una famosa immagine marinaresca, la "prima navigazione" con la vela non riesce a condurre alla meta; solo l'inizio della "seconda navigazione", quella con la fatica dei dialecticorum remis si può arrivare alla meta, alla scienza. Vi sono due livelli di doxa: l'eikasia, o immaginazione, e la pistis, o credenza. Attraverso l'allegoria della caverna, Platone spiega cosa significhino questi stati. Immaginiamo un uomo sempre vissuto incatenato in una caverna in cui l'unica fonte di luce è un fuoco. Quest'uomo non si può voltare, e può vedere solo le ombre lungo le pareti. Poiché nella sua vita non ha visto che ombre, è sicuro che siano cose reali. Questo stadio è l'eikasia, quello più lontano dalla vera conoscenza: scambiare la rappresentazione di una cosa per la cosa stessa, ad esempio credere che una statua sia l'uomo che essa rappresenta. Ad un certo punto, l'uomo si libera e riesce a vedere, i veri oggetti che lanciavano le ombre. Questo stadio è la pisitV, in cui si conoscono gli oggetti della realtà, ma solo in rapporto ai sensi, come nel sapere sofistico. Anche l'episthmh si divide in due livelli: il pensiero discorsivo, o dianoia, e lo stadio ultimo della scienza, l'intellezione o noesis. L'uomo finalmente può uscire dalla caverna, e vedere le cose reali; ma il sole, simbolo della verità, lo acceca, e può scorgere le cose molto a fatica. Questa è la fase della dianoia, in cui da una cosa particolare si giunge per astrazione alla verità, come in un problema di geometria si parte dalla figura, che non è però che una rappresentazione particolare di un caso più generale, che viene sfruttato come ausilio. Quando gli occhi dell'uomo si sono abituati alla luce, può vedere le cose in sé, non mediate più da niente. Questa è la noesis, in cui si possono considerare le categorie generali senza partire da un caso particolare. Queste sono le idee. Platone, ferrato in geometria, enunciò che
doxa : episteme = eikasia : pistis = dianoia : noesis
Le idee
E ora, che cosa sono le idee, la base fondamentale del pensiero platonico? Quando noi vediamo un cavallo, il cervello ricerca automaticamente nella memoria e riconosce il cavallo come un qualcosa che ha già visto e dice: "è un cavallo". Ma noi riconosciamo un cavallo come tale anche se non abbiamo mai visto quel cavallo in particolare. Che cosa c'è allora nel nostro cervello? C'è un qualcosa che ha tutte e sole le caratteristiche generali di tutti i cavalli, la "cavallinità", il "cavallo in sé", l'idea (eidos) di cavallo. Più precisamente, è la forma o l'aspetto distintivo delle cose (nel nostro caso del cavallo) che ne costituisce l'essenza o il modello essere e immutabile (tutti i cavalli si devono rispecchiare nell'idea di cavallo, perché attraverso di essa noi diremmo "quello è un cavallo"). E l'importante è che può essere colto solo attraverso l'intellezione, allo stesso modo di come da tre tracciati su un foglio di carta si risale a un triangolo generico. Antistene derideva Platone: "Io non ho mai visto una cavallinità", e il secondo replicava: "Non hai gli occhi per vederla", che era un velato modo per offenderne le capacità intellettive.
Le idee e la definizione socratica
Già Socrate aveva dato una spinta verso la teoria delle idee attraverso il problema della definizione. Ma mentre in Socrate la definizione è un atto puramente verbale il più possibile universale, al quale si giunge dopo un accordo razionale (omologhia) tra i dialoganti. E poi, chiedere "ti estì" la virtù è strumentale a conoscerla e quindi a metterla in pratica, secondo l'intellettualismo etico. In Platone l'idea è universale di per sé, ed è fine a se stessa: non si parla dell'idea della cavallinità per studiare il cavallo.
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Idee e essere
"Sopraceleste sito"
Abbiamo parlato fino ad ora dell'aspetto gnoseologico delle idee, ovvero del loro rapporto con la conoscenza. Ma che rapporto hanno con le cose del mondo che vediamo? Esistono davvero o sono solo un'invenzione della mente, oppure dell'anima? Se riprendiamo l'allegoria della caverna di prima, immaginiamo che la caverna sia il corpo e l'uomo l'anima, il pensiero dell'uomo in tutta la sua complessità. Quando esce dalla caverna, riesce ad ammirare le cose in sé. Allo stesso modo l'anima, attraverso uno slancio razionale, può elevarsi a capire le cose in sé, le idee. Ho saltato un punto: poiché l'idea di cavallo, intesa come modello di tutti i cavalli, è universale, possiamo ribaltare il discorso e dire che ogni cavallo diventa una "copia" imperfetta dell'idea di cavallo, della "cavallinità". Tornando all'allegoria, le copie imperfette sono rappresentate dalle ombre, e l'anima può quindi giungere a guardare i modelli delle ombre, ovvero le idee. Questo "posto" in cui soggiornano anima e idee è chiamato da Platone iperuranio, cioè "al di sopra del cielo". E ogni idea, che si trova nella perfetta immobilità atemporale del mondo iperuranio, esiste. È un ente in senso parmenideo. Qui nasce la metafisica occidentale: le cose che esistono realmente non sono quelle che vediamo, ma sono delle forme astratte, che non possiamo capire ma che possiamo ragionare. L'aletheia si sposta da questo mondo al "sopraceleste sito", l'iperuranio, che nel Fedro è descritto come il luogo in cui "dimora quell'essenza incolore, informe ed intangibile, contemplabile solo dall'intelletto, pilota dell'anima, quell'essenza che è scaturigine della vera scienza".
Idee con i piedi per terra?
Che rapporto c'è allora tra il mondo delle idee e quello reale? Aristotele parla di un incolmabile chorismòs, una spaccatura tra i due. La differenza fondamentale è che le idee, essendo enti parmenidei, hanno tutte le caratteristiche dell'essere, fra cui quella dell'unità. L'idea di cavallo è una, i cavalli al contrario sono molti. Il mondo sensibile è infatti caratterizzato dalla molteplicità, dal divenire cosmico eracliteo. Le cose del mondo reale non possono essere enti, poiché mutano in continuazione. Per trovare la loro causa prima dobbiamo risalire quindi alle idee. Quindi, in qualche modo, il mondo sensibile imita quello ideale. Oltre a questo dualismo mondo sensibile - mondo delle idee, bisogna postulare una simmetria dei due mondi: la realtà sensibile è infatti una copia che rispecchia, seppur imperfettamente, una realtà ideale. Eppure questo mondo non è tanto imperfetto: se non avessi mai visto una cosa "bella", non avrei motivo di sospettare che esista un'idea di bellezza. Ma d'altro canto, non posso aver visto una cosa "bella in sé", o vivrei nel mondo ideale. È l'anima che si eleva da un aspetto perfettibile (una qualsiasi cosa bella) alla perfezione (l'idea pura di bellezza).
Il Parmenide e i problemi delle idee
Ma come fa il mondo sensibile ad imitare il mondo delle idee? Nei dialoghi dell'età matura Platone sostiene la teoria della partecipazione (o metessi) di ogni oggetto all'idea. Ma in uno dei primi dialoghi della tarda maturità, il Parmenide, dove il protagonista non è Socrate ma il filosofo eleate, Platone mostra le contraddizioni di questa teoria: se le cose particolari partecipano a tutta l'idea, allora quest'ultima non è unitaria, ma è divisibile. D'altronde, se partecipano solo a una parte dell'idea, l'idea è composta da parti e quindi divisibile. In una fase più matura, nella Repubblica, Platone oppone alla teoria della partecipazione la teoria dell'imitazione o mimesis: gli oggetti sono copie delle idee, e quindi le idee sono i modelli fondamentali. Ma sempre nel Parmenide questa teoria è messa in crisi con l'argomento del terzo uomo: prendiamo due oggetti bianchi. Entrambi sono "copie" dell'idea di bianchezza. Allora ci deve essere un'altra idea di somiglianza tra l'idea di bianchezza e gli oggetti bianchi. Ma allora ce ne deve essere una di somiglianza tra l'idea di... e così via. Aristotele riprenderà quest'argomento per criticare la teoria delle idee. Nonostante queste falle della teoria delle idee, Platone continua a ritenerla valida e necessaria per continuare a filosofare. Nel Sofista, nel Politico e nel Flebo riformula la sua teoria. Si inizia con il cosiddetto "parricidio" di Parmenide: dato che ammettere la totalità e l'unità dell'essere porta a contraddizioni, è necessario ammettere che il contrario dell'essere non sia necessariamente il non essere. Facciamo un esempio: l'uomo è un bipede; il cavallo è un quadrupede. Quindi, in un certo senso, il contrario di "uomo" è "cavallo". Allora, se l'uomo è, il cavallo, che è il suo contrario, non è. Ma io vedo entrambi... Allora, Platone crea cinque "generi sommi", cinque mega-idee che partecipano alla formazione di tutte le altre: "essere", "identico", "diverso", "quiete" e "moto". In ogni idea "sono presenti" queste cinque generi sommi. Per esempio, prendiamo l'idea di uomo. Intanto l'uomo è. Poi l'uomo è identico a se stesso, ma è diverso da qualunque cosa che non sia un uomo. E può essere sia in quiete, sia in movimento. E ad ogni idea partecipano questi cinque generi. Attraverso la dialettica si può precisare sempre di più il soggetto dell'idea, senza però arrivare al particolare. Faccio un esempio: prendiamo l'operaio Giorgio. Partiamo dall'idea di essere, distinguendolo dal non essere. Definiamolo adesso attraverso il suo contrario e formiamo una catena. Non è non-vivente, quindi è vivente; non è una pianta, quindi è un animale; non è acquatico, quindi è terrestre; non è quadrupede, quindi è bipede; non è irrazionale, quindi è un uomo; non è nobile, quindi... Eccetera. Ma in questo modo, restringendo sempre di più il campo d'azione, per Platone non si arriva comunque a definire l'idea del particolare. Non esiste nessun "idea di Giorgio, operaio dell'Italgas ecc.".

La struttura dell'iperuranio
Anche nel mondo iperuranio è presente una gerarchia. Al di sopra di tutto, tra i principi protologici (quelli "primi primi primi") dell'universo, vi è il principio dell'ordine, chiamato "uno", e il principio del disordine, la "diade". L'uno è il principio del mondo ideale, perfettamente immobile e ordinato; la diade è il principio del caos, della materia informe che tende ad annichilirsi sparendo nell'infinitamente grande e nell'infinitamente piccolo. Subito dopo questi principi vi è l'idea di bene, il sole del mito della caverna (ricordiamo che la filosofia platonica, tramite la teoria dell'intellettualismo etico, è strumentale alla teoria politica, che esporremo dopo). Poco sotto troviamo i cinque generi sommi, che partecipano alla formazione di tutte le altre idee. Dopo l'idea di filosofia, seguita a ruota da matematica, geometria, e le altre arti non condannate da Platone. Dopo le idee geometriche (retta, punto, numero) e dopo, finalmente, tutte le altre idee.
Il Timeo e il Demiurgo
Nel Timeo Platone sferra un feroce attacco alle filosofie naturaliste presocratiche: la physis non è fatta a se, ma è opera di una theìa tèchne, la tecnica di un dio. C'è comunque una premessa: mentre i discorsi sul mondo iperuranio si basano totalmente sui logoi e sono quindi reali, sulla nascita del mondo sensibile non si può che fare un discorso probabile, sul quale non si può avere la certezza matematica. Platone immagina che il mondo sensibile prima di essere ordinato era costituito da chora, materia informe, in quello che oggi chiameremmo "il massimo stadio di entropia", il cui principio era la diade. Il demiurgo (artigiano) di Platone sulla base del mondo delle idee, plasma questa materia informe introducendo una struttura ordinata (uno), creando così una materia allo stesso tempo ordinata e disordinata, che entra cioè nel processo del divenire. In questo modo le cose, imperfette perché costituite anche dalla diade e pertanto soggette al divenire, sono "copie" delle idee perfette, che esistevano prima del demiurgo e al di fuori del demiurgo. Non solo: il mondo sensibile plasmato dal demiurgo ha un aspetto democriteo. Ogni corpo è costituito da una miriade di minuscole particelle di aria, acqua, fuoco o terra, ognuno dei quali ha la forma di un particolare poliedro regolare (il fuoco è un tetraedro, la terra un cubo, l'acqua un dodecaedro e l'aria, la più perfetta, un icosaedro).

Le idee e l'uomo
L'anima
Ad ogni essere umano associamo automaticamente il concetto di "vivo". Platone chiama la "parte" dell'uomo associata all'idea di vita anima (psiche, originariamente "soffio vitale"), riprendendo le teorie pitagoriche e orfiche. Il discorso sull'anima era accennato nella Repubblica nell'allegoria della caverna: l'anima del filosofo, dopo essersi liberata dai legami del corpo, riesce a giungere attraverso la seconda navigazione nel mondo delle idee. Nel Fedro Platone adduce tre prove dell'immortalità dell'anima, già postulata nel Menone:
1. Se l'anima partecipa all'idea di vita, in essa non può essere contemporaneamente presente l'idea di morte. Pertanto, non può morire. Ma se noi vediamo morire un corpo, soggetto alle leggi del divenire, quella povera anima da qualche parte dovrà pure andare. Ecco spiegata anche la teoria della metempsicosi.
2. L'anima è l'unica parte del corpo che può, attraverso i logoi, giungere al mondo iperuranio. Dunque anch'essa ha la stessa consistenza ontologica delle idee. Dato che l'idea, ente parmenideo, è immortale, anche l'anima dovrà essere tale.
3. Ogni cosa viene dal proprio opposto, come già aveva detto Eraclito. Perciò, come dalla vita viene la morte, anche dalla morte dovrà tornare la vita. Poiché nella Grecia classica non si parlava ancora di resurrezione dei corpi, l'unica parte che poteva sopravvivere era l'anima.
Nella Repubblica, Platone supera il semplice dualismo tra anima e corpo e suddivide l'anima stessa in tre parti: razionale, concupiscibile e volitiva, e spiega questa tripartizione attraverso la metafora dell'auriga:
• La parte razionale è la parte che distingue l'uomo dagli altri animali; è la sede dei ragionamenti, e alberga nella testa. Corrisponde al cavallo bianco del cocchio, il migliore dei due, che guida verso il mondo delle idee.
• La parte concupiscibile è o irascibile è la parte istintiva, che si lascia trasportare dalle passioni, e ha sede nel ventre. Corrisponde al cavallo nero, il più capriccioso, che trascina l'intera anima nel mondo sensibile.
• La parte volitiva è la parte più nobile, che in definitiva decide quale delle altre due parti assecondare. Corrisponde all'auriga, che decide quale direzione seguire.
Sempre nella Repubblica, Platone espone il mito di Er, in cui un uomo muore e descrive il mondo iperuranio. L'anima resta nel mondo iperuranio a contatto con le idee per circa mille anni, durante i quali è a contatto e conosce il mondo delle idee. Dopo questi mille anni, la parte concupiscibile ha il sopravvento su quella razionale, e pertanto l'anima si reincarna in un corpo nel mondo sensibile. Lì rimarrà per dieci cicli vitali, ossia circa altri mille anni, prima di ritornare nel mondo iperuranio. A seconda di quanto è stata in contatto con le idee nell'iperuranio, l'uomo in cui si è reincarnata sarà più o meno interessato alla ricerca della verità. Quest'ultima cosa è da ricollegare al processo dell'anamnesi descritto nel Menone.
Il Simposio e l'eros
L'amore platonico, l'eros, è l'intermediario tra il mondo sensibile e quello intelligibile; è l'amore per la conoscenza che spinge l'anima verso l'iperuranio. Platone esprime la filosofia dell'eros nel Simposio. In esso, i convitati di una cena importante (tra i quali l'immancabile Socrate) discutono dell'amore. Ogni invitato enuncia una caratteristica, e Socrate alla fine le riunisce insieme. Dopo la distinzione tra Afrodite Pandemia (l'amore volgare) e Afrodite Urania (l'amore che poi verrà definito platonico), si giunge alla definizione, attraverso il mito degli androgini, che l'amore è insufficienza. Socrate descrive l'amore come non un dio, ma un demone, figlio di Penia (la povertà, la mancanza) e Poros (l'espediente). Da degno figlio della madre, Eros non possiede nulla, ma comunque aspira a possedere: in particolare non è bello, ma aspira alla bellezza; e non è sapiente, poiché solo gli dei posseggono la sophìa, ma aspira a raggiungerla: è un filosofo.
Esistono vari gradi di amore:
1. Il più basso è l'amore fisico, ovvero il desiderio di possedere il corpo bello per generare un altro corpo bello;
2. Dall'amore per un particolare corpo bello viene l'amore per i corpi belli e quindi per la corporeità bella;
3. Gli amanti per una particolare arte: gli amanti della giustizia, della scienza, della pittura...
4. La forma suprema di amore è l'amore del bene, che conduce alla contemplazione dell'idea suprema di Bene, dalla quale discendono le altre virtù.
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La città ideale
La Repubblica
Lo scopo di tutto il pensiero platonico è l'educazione dell'uomo. Teoria delle idee, dell'anima e dell'uomo sono le premesse teoriche su cui Platone edifica la sua filosofia politica. Il legame tra teoria delle idee e politica emerge nella Repubblica, nella quale è rappresentata l'"idea di stato giusto" secondo il filosofo, ovvero una totale utopia politica. Secondo Platone, la necessità di dare risposta ai bisogni di ciascun uomo richiede la cooperazione di tutti i cittadini: ogni cittadino deve contribuire al benessere collettivo, ricevendo in cambio ciò che gli manca. E poiché ogni uomo ottiene i migliori risultati nelle attività in cui è dotato, è giusto che ogni cittadino faccia qualsiasi cosa di utile alla società secondo la propria indole.
Anima e società
La società riproduce la stessa tripartizione dell'anima (Platone dice addirittura di considerare la città "un uomo scritto in grande"). Alla parte concupiscibile e irrazionale corrisponde la classe dei lavoratori comuni, che spesso si lasciano trasportare dalle passioni. Alla parte volitiva corrisponde la classe guerriera, mentre alla parte razionale è associata la classe al governo. Devono cioè governare coloro che, attraverso un lungo e difficile tirocinio, sono riusciti a far prevalere la parte razionale sulla concupiscibile: i filosofi. La dialettica, infatti, porta attraverso la teoria delle idee alla conoscenza del bene, e quindi, secondo la teoria dell'intellettualismo etico, i filosofi sono coloro che più s'intendono di giustizia ideale, e di conseguenza i più adatti, loro malgrado, a governare la città.
Comunismo o dittatura?
Tutto è stato detto sull'utopia politica platonica. Spesso in questo secolo è stata considerata simile al comunismo, dato che ogni cittadino trattiene solo quello di cui ha bisogno e mette a servizio della comunità tutto il resto, ma è stata anche accostata alle dittature, poiché questa teoria politica sarebbe dovuta essere imposta all'interno della città. Forse le cose non sono così semplici.
Comunque, non bisogna pensare né che la classe lavorativa era subordinata alle altre, né che queste tre classi erano chiuse. Come la classe lavorativa non aveva diritti politici, la classe governativa non aveva diritto alla proprietà privata, ed erano costretti a vivere condividendo beni e affetti nell'interesse generale. E poi l'educazione dei fanciulli era affidata allo stato, che li sottraeva alle famiglie in tenera età. Ignorando quale fosse la loro vera famiglia, essi imparavano a considerare l'intera città la loro famiglia. Ognuno di loro veniva poi indirizzato secondo la propria indole in una delle tre classi. Non vi erano distinzioni di sesso; l'educazione consisteva in studi di musica e ginnastica, mentre per i futuri governanti anche matematica, astronomia e filosofia. Poesia imitativa e tragedia erano bandite, in quanto diseducative. Anche le istituzioni familiari (matrimonio e procreazione) erano controllati dallo stato. Infine, il suo territorio non dev'essere né troppo esteso né troppo piccolo, per non causare guerre con i confinanti. E anche il patrimonio personale, possibile causa di ingiustizie, era controllato dallo stato.


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