Il canto si apre, sulla consapevolezza che la salvezza è nel ritorno a Dio
con una protasi (Dante si propone di raccontare il suo viaggio fino all'Empireo e il suo incontro con Dio) e con un'invocazione ad Apollo, dio della poesia e delle arti, cui il poeta chiede assistenza a causa della difficoltà e dell'altezza dell'argomento. Dante e Beatrice si trovano ancora sulla cima del Purgatorio, e lo sguardo della donna verso il sole induce Dante a fare lo stesso ed ad affrontare il tema dell'ascesa, del volo verso Dio. I personaggi si trovano in primavera, a mezzogiorno, quando si è nella pienezza della luce; egli si sente avvolto da questo fascio di luce come se avesse riconquistato i poteri dell'uomo prima del peccato originale. La luce è il segno del progressivo avvicinarsi a Dio. In questa armonia di luce c'è però una nota stonata: il suo corpo. A questo punto, interviene Beatrice a spiegargli che quel mondo non è regolato da leggi fisiche: l'unica legge è quella religiosa. Ad ogni cosa Dio ha assegnato un fine. Le cose sono come navi in movimento in un immenso oceano, ognuna con il suo carico; ognuna raggiungerà il porto cui è stata avviata, ma il pilota che guida tutto dall'alto è Dio. Il male può deviare gli uomini dal loro fine, poiché questi si lasciano attrarre dai piaceri mondani e si staccano da Dio. Da qui nasce il bisogno di reinsegnare agli uomini il piacere dell'obbedienza alle leggi di Dio. Nel canto è anche presente un'altra tematica, che è quella dell'incontro delle due maggiori esperienze culturali del Medioevo: la mistica e la razionalistica. La mistica è propria degli ordini monastici contemplativi (benedettini, cistercensi, camaldolesi), la razionalistica dei domenicani e di molte filosofie che si rifecero ad Aristotele ed ebbero il maggior esponente in San Tommaso. La prima si concentra sull'inadeguatezza dell'uomo a cogliere l'esperienza religiosa in modo razionale. La seconda, invece, afferma di poter spiegare razionalmente le verità di fede, e ne è un esempio la spiegazione che Beatrice dà del volo del poeta. Nel canto, tuttavia, affiora e si colloca in primo piano il tema dell'ordine universale. Beatrice qui appare come un'autentica maestra che utilizza la sapienza filosofica e teologica, ma con partecipe e commossa attenzione, con grazia, con nobiltà, senza smancerie e senza freddezza. Il canto inizia con l'immagine di Dio («La gloria di colui che tutto move...»), a differenza del primo canto dell'Inferno, che inizia con l'immagine di Dante-attore («Nel mezzo... mi ritrovai...»), e del primo canto del Purgatorio, che si apre con la figura di Dante-autore («Per correre... la navicella del mio ingegno...»). Già dalla prima terzina si deduce che il paradiso è il regno della luce, segno della beatitudine e della spiritualità, ma anche della gloria e della potenza di Dio; Dio è il motore di ogni cosa; l'universo è visto come una piramide formata da infiniti gradini dove si dispongono le creature.
Al verso 39 le tre croci formate dai quattro cerchi (orizzonte, equatore, eclittica, coluro equinoziale, cioè il meridiano che passa per il punto equinoziale) sono le tre virtù teologali (fede, speranza e carità), che assieme alle quattro virtù cardinali (prudenza, fortezza, giustizia, temperanza) sono gli elementi insostituibili della vita cristiana.
Al verso 47 il volgersi di Beatrice verso il sole induce Dante a fare lo stesso. Insistendo sulla fissità dei loro sguardi verso il sole, il poeta vuole sottolineare l'intensità e la fermezza del desiderio di Dio.
Al verso 99 Dante si stupisce di volare poiché ritiene di avere con sé il corpo, ma non sa che non ha lasciato il corpo sul Purgatorio, ma che il corpo è diventato materia imponderabile, così egli non lo avverte.
Al verso 114 Sono evidenti tre concetti di fondo:
# Dio ordina il mondo secondo una legge universale;
# tutte le creature, fin dalla nascita, tendono a raggiungere il loro determinato fine;
# tutte le creature tendono al loro fine secondo modi diversi, come un mare solcato da infinite navi, che si muovono verso il loro porto, tutte guidate da un unico pilota.
Al verso 135 Dante spiega l'origine del male: nonostante tutte le creature tendono a Dio, l'uomo è anche fornito di libero arbitrio; egli può scegliere il bene o il male a seconda che venga fuorviato o no dai beni terreni.
Al verso 142 Il volo di Dante si spiega in quanto egli non è limitato dagli impedimenti del peccato: chi come lui ha compiuto un viaggio di purificazione non può non volare.
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mercoledì 4 marzo 2009
La Divina Commedia Il Paradiso canto 1
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La Divina Commedia Il Paradiso Canto 3
Il poeta incontra per la prima volta da quando è in Paradiso delle anime di beati,
in particolare di coloro che fecero voto di castità e non lo mantennero perché furono sopraffatti dalla violenza altrui. Sono immagini così tenui ed immateriali che sembrano al poeta delle immagini riflesse: queste figure sprigionano tanta luce, che i lineamenti corporei sono molto evanescenti. Nel gruppo Dante riconosce Piccarda Donati, sorella di Corso (collocato nell'Inferno) e Forese (collocato in Purgatorio tra i golosi). In vita essi si erano conosciuti: ella si fece monaca, ma fu costretta dal fratello Corso a sposarsi. Il discorso tra i due verte su due temi: la felicità delle anime e la vicenda di Piccarda. Nel gruppo riconoscono anche un'altra ex suora, Costanza di Altavilla, madre dell'imperatore Federico II, costretta al matrimonio dai politici. Le anime tuttavia esprimono la loro felicità con un canto di grazie alla Vergine; così le anime trascolorano e fluiscono via, come fossero dentro qualcosa di indeterminato. Da questa immagine a Dante viene in mente l'acqua, una massa d'acqua limpida che contiene dentro di sé i pesci, o in cui sprofonda un grave immergendosi in essa. Emerge quindi il tema della purezza, della tranquillità interiore, della pace.
Al verso 21 Dante, trovandosi per la prima volta di fronte a delle anime del paradiso, ritiene che siano riflesse, e perciò istintivamente si volge a cercare le figure reali. Non vedendo nessuno dietro di sé guarda Beatrice, che sorride per il suo equivoco. Dante infatti ancora valuta le cose secondo le leggi terrene, invece le anime che vede sono vere, ed il fatto di avere lineamenti incerti è in relazione alla loro condizione di beatitudine: siccome in vita non hanno saputo o potuto obbedire al voto, si trovano nel primo cielo (o della Luna), che è il cielo da cui partono le influenze di incertezza di volontà e di instabilità.
Al verso 33 Beatrice rassicura Dante del fatto che le anime che andrà di qui in poi per incontrare non saranno mai anime bugiarde, come nell'Inferno.
Al verso 78 Dante chiede a Piccarda se in Paradiso esista una gerarchia di beatitudine e quindi il desiderio di collocarsi più in alto. Piccarda gli risponde dicendo che tale ipotesi è in contrasto con la natura della beatitudine, che si fonda sull'appagamento dei desideri. Ogni beato è soddisfatto del posto che occupa perché gli è stato assegnato in relazione ai suoi meriti e alla sua capacità di beatitudine. In caso contrario, il Paradiso sarebbe simile ad una corte terrena, dove ogni cortigiano è infelice della propria condizione e desidera avvicinarsi sempre di più al signore.
Al verso 84 Piccarda spiega ulteriormente la loro condizione: nessun beato è infelice perché le loro volontà si identificano con quella di Dio, non perché ad essa asservite, ma poiché ad essa liberamente tendono.
Al verso 120 Accanto a Piccarda, si nota la luminosità dell'anima di Costanza d'Altavilla, che anch'essa fu costretta a lasciare il convento per sposarsi con Arrigo VI, secondo imperatore di Svevia, e partorire Federico II. In realtà Costanza non era stata monaca, ma qui Dante recupera la leggenda guelfa secondo cui la donna avrebbe generato l'Anticristo (Federico II). Tuttavia, Dante, a differenza dei guelfi, non la descrive come la madre di un mostro, ma ne fa un esempio della violenza che caratterizza la società duecentesca.
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La Divina Commedia Il Paradiso canto 6
Come i canti sesti dell'Inferno e del Purgatorio,
anche il canto sesto del Paradiso è un canto politico. Dante si trova nel secondo cielo (o di Mercurio), dove sono collocati gli spiriti attivi per il bene, il cui amore per Dio deviò verso fini terreni, e in particolare verso una fama onorevole. Il protagonista di questo canto è Giustiniano, che parla della funzione e della validità dell'Impero come istituzione voluta da Dio per la felicità terrena degli uomini. Se il mondo vive nell'ingiustizia e nel disordine, è necessario il ristabilimento di un'autorità politica (l'Impero) che garantisca l'ordine e la pace con le leggi (Giustiniano fu il promulgatore del codice di leggi su cui si basa il Medioevo). Quindi Giustiniano è il simbolo dell'autorità che interviene con le leggi per conservare la comunità degli uomini. Inoltre, secondo Dante, l'Impero è destinato a finire solo con il giudizio universale, così come la Chiesa: l'impero ha infatti la stessa durata e compiti paralleli alla Chiesa (teoria “dei due soli”). Dante, inoltre, ritiene che non ci sia stata mai frattura tra gli imperi: egli riconduce all'impero romano sia l'impero bizantino sia quello medievale, sia quello di Carlo Magno e quello di Federico II. Dall'accusa alla società, Giustiniano arriva a descrivere la nascita dell'Impero e della Chiesa: per gli uomini c'è un unico fine, che viene affidato da Dio a due diverse autorità, che sono l'Impero e la Chiesa. Il primo, tuttavia, si realizza pienamente solo quando aiuta la Chiesa a fondarsi e le dà Roma come sede.
Al verso 9 Dante spiega come per lui l'unico impero esistente sia quello romano, l'impero bizantino è la continuazione dell'Impero, in quanto si è semplicemente spostata la capitale da Roma a Bisanzio, da occidente a oriente, «contr' al corso del ciel». Persino Giustiniano è considerato il successore di Costantino, Traiano, Augusto e degli altri imperatori. L'impero non è destinato a finire, ma ha la stessa durata della Chiesa, e deve garantire la pace, la giustizia e la libertà. Costantino, spostando la capitale, violò la legge di Dio, disobbedì all'ordine naturale delle cose. Dante afferma che dal trasferimento della capitale alla nomina di Giustiniano che sono passati più di duecento anni; in realtà ne sono passati 197; Dante ha sbagliato a causa dell'errore di calcolo di Brunetto Latini. Il poeta, però gli riconosce anche un grande merito, quello di aver unificato in un solo codice l'insieme di tutte le leggi romane, correggendole ed eliminandone ogni discordanza ed anacronismo.
Al verso 27 c’è un altro errore di Dante: egli afferma che l'attività legislativa di Giustiniano inizia nel 533 a.C., dopo la conversione; in realtà non ci fu una vera e propria conversione perché non aderì mai all'eresia, ed inoltre inizia l'attività legislativa nel 528. Un altro punto è che egli fa dire a Giustiniano «... al mio Belisario...», in segno di affetto, ignorando o non considerando il fatto che talvolta fu anche imprigionato e perseguitato dall'imperatore.
Al verso 57 Dante dice che il fondatore dell'Impero è Cesare, che prese il potere per volontà del popolo di Roma: esso deve garantire la pace, mentre Dio prepara la discesa di Cristo in terra.
Al verso 90, dopo la descrizione delle imprese di Cesare e di Augusto, Giustiniano ricorda l'impero di Tiberio, considerato da Dante il momento più alto della storia dell'Impero, nonostante durante il suo regno fosse avvenuta la morte di Cristo. La vendetta cui Giustiniano accenna è da considerare nel senso della giustizia punitiva: Cristo con il suo sacrificio placò le ire del Padre. Inoltre, all'Impero fu affidato il compito di farsi strumento della giustizia divina, facendo eseguire da Pilato la condanna a morte di Cristo; accettandolo, Dio implicitamente ne riconobbe la legittimità.
Al verso 93 spiega che da un lato, Cristo doveva soffrire per liberare gli uomini, dall'altro Giustiniano afferma che fu giusto punire gli Ebrei, sotto l'impero di Tito, perché furono gli uccisori di Cristo. In entrambi i casi, però, è stata concretizzata la volontà di Dio, tramite l'aquila.
Al verso 108 Dante polemizza sia contro i ghibellini sia contro i guelfi. Contro i primi, perché essi mascherano dietro il simbolo dell'aquila, nobile e superiore insegna dell'Impero, le loro vendette, e contro i secondi, poiché erano più spavaldi in seguito all'aiuto politico e militare dato ad essi da Carlo II di Napoli. Entrambi devono temere, poiché dietro l'Impero c'è Dio.
Al verso 120, analogamente alla risposta di Piccarda nel canto III, Giustiniano afferma che i beati del cielo di Mercurio si sentono appagati, in quanto il grado di beatitudine è proporzionale ai loro meriti.
Al verso142 viene presentata da Giustiniano l'anima di Romeo di Villanova, un nobile feudatario, calunniato dai cortigiani, esempio di politico devoto, corretto e fedele, che fu respinto ed esiliato solo per aver compiuto il suo dovere. L'episodio di Romeo è un'implicita predizione dell'esilio di Dante.
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La Divina Commedia Il Paradiso canto 33
Dopo la guida di Virgilio, simbolo della razionalità, e di Beatrice,
simbolo della teologia, ora a guidare Dante è san Bernardo di Chiaravalle, che rappresenta il momento mistico, il momento che mette in condizione l'uomo di guardare la divinità. Il canto si apre con la preghiera alla Vergine: Dante si trova ormai nell'Empireo, e la guida di san Bernardo serve per prepararlo all'incontro con Dio, pregando la Vergine, il tramite fondamentale tra l'uomo e Dio e sintesi di ogni virtù. La preghiera si articola in due momenti: lode (o elogio), e invocazione (o supplica). Nella prima, si ha l'elogio alla Vergine, come creatura più alta nella gerarchia umana e religiosa, mentre nella seconda, si ha un'autentica supplica perché ottenga, per il poeta, da Dio la grazia della suprema visione e della liberazione da ogni ricaduta nel peccato. La preghiera prosegue ricordando a Dante il suo compito: esortare gli uomini a vincere le passioni e a seguire l'insegnamento del Vangelo. La Vergine accoglie la preghiera ed a Dante è concesso di vedere Dio. Egli ricorda pochissimo di quel momento, solo un'impressione di infinita dolcezza. Il poeta, comunque, si ricorda di aver visto la Trinità, tre cerchi uguali di tre colori, vide il mistero dell'Incarnazione, la coesistenza della natura divina ed umana.
Al verso 6, in tono solenne, vengono descritte le qualità di Maria: è allo stesso tempo vergine e madre, figlia e madre di colui che le è padre e figlio.
Al verso 18 viene sottolineata l'importanza dell'intercessione della Vergine, perché la sua bontà è pari al suo potere, e tale potere è un potere buono e caritatevole, a tal punto che talvolta precorre la domanda di chi chiede il suo aiuto, intervenendo spontaneamente.
Al verso 27 comincia la parte dell'invocazione, per ottenere al poeta la grazia della visione di Dio.
Al verso 117 dapprima Dante vede Dio come unità, ma poi, intensificandosi la sua vista, avverte Dio come trinità; ma non è Dio che muta, è la vista del poeta che si rafforza e s'addentra sempre di più nella luce divina. La Trinità appare come tre cerchi di tre colori, ma di stessa dimensione. Il primo cerchio, il Figlio, appariva riflesso dal secondo, Dio, come un arcobaleno da un altro, ed il terzo cerchio, lo Spirito Santo, appariva come fuoco che spirava in egual misura dagli altri due.
Al verso 132 Il cerchio che simboleggia Cristo, si distingue dagli altri due, poiché al suo interno è dipinta con lo stesso colore l'immagine umana.
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La Divina Commedia Il Paradiso canto 17
Il canto poggia su due temi fondamentali:
l'esilio e il viaggio, quest'ultimo visto nella prospettiva del compito in cui Dante si è impegnato. Varie volte si sono presentate nella Divina Commedia predizioni dell'esilio del poeta, ed ora Cacciaguida può finalmente dirgli la verità, poiché, come ogni beato, conosce il futuro guardandolo in Dio, però non può rivelarlo poiché, se fosse così, gli uomini non sarebbero liberi, e sarebbe insensata la loro collocazione nell'Inferno o nel Paradiso. Cacciaguida apprende da Dio che Dante andrà presto in esilio, ma la sua sofferenza non sarà senza senso, perché Dante avrà il compito di condurre gli uomini sulla «dritta via», e di rifondare la Chiesa e l'Impero, richiamandoli alle loro funzioni originali.
Al verso 42 Dante accenna appena il tema della prescienza divina: Dio prevede gli eventi, ma non li determina, perché, agendo in tal modo, toglierebbe la libertà all'uomo.
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La Divina Commedia Il Paradiso canto 15
Questo canto è il primo dei tre che hanno come protagonista Cacciaguida, il trisavolo di Dante, morto crociato in Terrasanta.
* Dante si chiede: quale senso abbia avuto il suo impegno sociale e politico insieme col desiderio di dare la pace a Firenze;
* quale significato possa dare all'insuccesso politico, che lo ha spinto all'esilio;
* perché proprio a lui è stato assegnato il privilegio di un viaggio ultraterreno, come fu concesso ad Enea e a san Paolo.
L'anima di Cacciaguida parla in latino, la lingua della liturgia; l'anima si volge a Dio e parla anche in un linguaggio incomprensibile per il poeta, il linguaggio della grazia, misterioso al poeta per la sproporzione tra la limitatezza dell'uomo e l'infinità di Dio. L'incontro con il trisavolo permette al poeta di affrontare il tema della Firenze antica, nella quale Cacciaguida viveva. Era una città giusta e pacifica, un «così riposato, così bello viver di cittadini». Ciò che costituisce il canto è quindi il sentimento che mitizza il passato, tornato a rivivere come un sogno, un modello, un termine di riferimento. L'avvio del canto è costituito dalla solennità liturgica (perciò Cacciaguida parla in latino). Dante viene chiamato dal trisavolo a compiere la sua missione, quella di combattere contro un mondo violento e corrotto; tra la sua missione e quella compiuta da Cacciaguida non ci sono molte differenze, entrambe accettano una vita di sacrificio e di lotta, cosa che caratterizza il titanismo dantesco.
Al verso 27, come una stella cadente, un'anima si stacca dal gruppo di anime beate per farsi incontro a Dante, con lo stesso affetto dell'anima di Anchise, quando riconobbe Enea nei Campi Elisi.
Al verso 63 Cacciaguida prevede la domanda di Dante, che voleva sapere chi fosse, poiché le anime beate possono vedere in Dio, come in uno specchio, il pensiero del poeta, prima ancora che egli lo abbia espresso; tuttavia, l'anima del trisavolo ha bisogno che Dante esprima a parole i propri desideri affinché si adempia meglio l'amore divino.
Al verso 117 la descrizione della Firenze antica assume toni idilliaci, tutto era bello ed armonioso: Dante guarda a quel periodo con nostalgia, a differenza della sua Firenze che sì ha superato Roma nella grandezza dei monumenti, ma che supererà anche nella decadenza.
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La Divina Commedia Il Paradiso
La sede vera e propria dei beati è l'Empireo, un cielo non fisico ma spirituale in quanto è al di là dei cieli naturali (materiali).
# Le anime scendono ad incontrare Dante nei vari cieli per rendere manifesto alla sua percezione umana l'ordinamento morale del Paradiso.
# Ogni anima si presenta nel cielo in base alla sua virtù praticata sulla terra.
# I cieli sono nove sfere concentriche, sono composti di materia cristallina incorruttibile e ruotano intorno alla terra. In ognuno di essi, tranne l'ultimo, c'è un pianeta o una stella.
# Nei primi tre cieli compaiono anime di minore perfezione. Le anime però sono soddisfatte e non desiderano altra posizione; la gratitudine non può avere gradazioni.
# Nel cielo delle stelle fisse Dante subisce un esame teologale da parte degli apostoli.
# L'Empireo è pura luce intellettuale ed è la vera sede dei beati. Questi appaiono disposti sui gradini di un anfiteatro paragonati ad una candida rosa.
# I beati appariranno a Dante con la forma che avranno nel giorno del giudizio. Il centro della candida rosa è dato dal raggio di luce divina che si riflette sulla superficie esterna del primo mobile. Tra la rosa dei beati e Dio fanno la spola gli angeli che distribuiscono la Grazia da gradino a gradino.
# Qui Beatrice ritorna al suo seggio e le subentra il mistico S. Bernardo, il quale rivolge una preghiera alla Vergine che intervenga presso Dio.
# La sostituzione significa che lo slancio mistico deve prendere il posto della teologia per poter "vedere" Dio.
# Dante si fonde con la divinità e coglie i grandi misteri: la Trinità e la doppia natura di Cristo.
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Divina Commedia canto 1 Inferno
A metà della propria vita, dopo essersi smarrito,
Dante si ritrova in una selva oscura, intricata e buia che il solo il pensiero basta a risuscitarne la paura. Non sa precisamente dire come vi sia entrato, sa solo che era talmente assonnato nel momento in cui perse il sentiero (la retta via). Ma dopo che fu giunto ai piedi di un colle, alzando lo sguardo vide che alle sue spalle già spuntava il sole e a quel punto si tranquillizzò un po', dopo aver attraversato la foresta tutta la notte. L'esempio è quello di colui che con il respiro affaticato, si volta a guardare l'acqua ancora pericolosa; così lui si volta a guardare la foresta dalla quale nessuno è mai uscito vivo. Dopo essersi riposato per qualche minuto, iniziò a salire il colle. Ma a un certo punto si presenta davanti a lui una lonza (lince) che non si allontana più, ostacola talmente il suo cammino che più di una volta è costretto a tornare indietro. Era l'alba e il sole sorgeva in congiunzione con le stesse stelle che erano con lui quando Dio mise in moto per la prima volta il firmamento celeste. Venne fuori anche la figura di un leone che sembrava avercela proprio con lui e la presenza dell'animale bastava a far tremare l'aria. Gli si presentò di fronte anche una lupa che nella sua magrezza sembrava stesse escogitando un metodo per mangiarselo e la paura era tale che perse ogni speranza di raggiungere la cima del colle. Il paragone riportato è quello dell'avaro che accumula denaro senza problemi e quando arriva il momento di darli via, piange e si dispera; così Dante si rattrista nel vedersi costretto a retrocedere verso la selva oscura. Mentre camminava vide una figura i cui contorni non erano ben definiti a causa della poca luminosità. Gli gridò di aver pietà con lui sia che fosse uomo o spirito. Egli rispose di non essere un vivente, ma comunque di esserlo stato, i suoi genitori erano di origini lombarde. Nacque ai tempio di Giulio Cesare, dispiacendosi per non essere vissuto a lungo sotto il suo dominio; però visse sotto il buon Augusto ai tempi della nascita di Cristo. Era un poeta e aveva scritto di Enea, di come era giunto in Italia dopo che la sua città (Troia) era stata avvolta dalle fiamme. Gli chiese come mai Dante avesse voglia di tornare in un posto come la selva invece di salire il monte della felicità. Dante riconobbe subito la figura come quella di Virgilio, ispiratore e guida di tantissimi altri poeti; lo cita appunto come proprio autore preferito, l'unico da cui imparò l'arte della tragedia che tanto onore gli aveva tributato.Ha bisogno del grande maestro per salvarsi dalla lupa che lo fa tremare di paura. Virgilio gli risponde che è necessario prendere un'altra direzione per salvarsi dalla bestia che sbarra la strada e ne impedisce il passaggi; è talmente crudele che appena ha finito di mangiare ha più fame di prima. Molti esseri umani somigliano a quest'animale e aumenteranno nel tempo finché non giungerà il veltro che annienterà la lupa e non si ciberà di ricchezza, ma di sapienza. Il veltro combatterà la lupa finché non l'avrà ricacciata nell'inferno dal quale è venuta per corrompere gli uomini. Virgilio consiglia a Dante di seguirlo portandolo via da questo luogo, nell'inferno dove potrà udire le grida dei dannati che invocano la seconda morte (dell'anima); nel purgatorio vedrà coloro che sono contenti perché prima o poi godranno della beatitudine del paradiso, al quale se Dante vorrà salire avrà bisogno di una guida più degna di lui; poiché l'imperatore celeste non lo vuole nel suo regno in quanto estraneo alla sua legge. Dante chiede quindi al grande maestro di accompagnarlo per i regni ultraterreni affinché possa vedere la gente di cui parla.
Significato allegorico
Dante inizia il suo viaggio la notte del giovedì santo del 7 aprile 1300 e a metà della sua vita (all'epoca l'età media era circa di settant'anni), egli cade nel peccato (la selva oscura) e come lui anche il mondo corrotto dell'attuale chiesa. Dopo avervi trascorso la notte giunse nei pressi di un colle che viene considerato come la salvezza, illuminato dai raggi del pianeta (sole) e quindi da Dio. Dante per definire il Sole utilizza il termine "pianeta" in quanto secondo la concezione tolemaica dell'universo, la Terra era vista come al centro del medesimo e il sole vi girava attorno e precisamente nella quarta orbita. La visone di Dio tranquillizza il Poeta e offre lui una speranza di salvezza dopo esser caduto nel peccato; ma la strada per il perdono gli viene sbarrata dalla figura di tre fiere: una lonza, un leone e una lupa. Prima di tutto bisogna dire che rappresentano tutte dei peccati capitali che l'autore punisce nell'inferno. La lonza viene vista come il peccato di lussuria e quindi di incontinenza, è associata alla città di Firenze; il leone è la violenza e la lupa le cupidigia e i desideri sfrenati. La figura dell'animale viene associata a Roma, sede dello Stato della Chiesa e quindi del papa; Bonifacio VIII (messo all'inferno da Dante fra i simoniaci) infatti era attento solo a ideali mondani e non alla salvezza delle anime. Anche l'inferno stesso è diviso in incontinenti (dal 1° al 5° cerchio), violenti (7° cerchio) e fraudolenti (8° e 9° cerchio). questa visione dell'aldilà è di tipo aristotelico, anche se ai tempi del filosofo greco non potevano esistere gli eretici, che infatti occupano il 6° cerchio. A questo punto vengono menzionate delle stelle che sono state indicate come la costellazione dell'Ariete, che secondo la concezione dell'epoca, erano in congiunzione con il sole quando Dio creò il mondo. A questo punto sopraggiunge un personaggio basilare per tutto il racconto: Virgilio. Dante lo riconosce come maestro e usa la sua figura per associarla alla sapienza e quindi il lume della ragione capace di salvare l'uomo dal peccato e ricondurlo sulla retta via. La legenda del veltro parla appunto di questo lupo capace di combattere un suo simile; il significato allegorico è quindi evidente: la lupa è il corrotto Stato della Chiesa, mentre il veltro può apparire come un papa che combatte la mondanità nell'ambiente ecclesiastico.
Altre notizie
Di particolare attenzione è la misteriosa profezia del veltro, dove la lupa-cupidigia rappresenta la corruzione del genere umano e il veltro (ovvero cane da caccia) rappresenta probabilmente un papa che farà morire con dolore la bestia. Questa viene considerata la prima profezia della Divina Commedia. Esistono altre interpretazioni riguardo a chi possa rappresentare il veltro; esistono varie correnti di pensiero al proposito: le principali sono quella che si trattasse dell'ordine francescano, dello Spirito Santo e di Cristo. Altro particolare degno di nota è la ripetitività del numero 3 (o dei suoi multipli) nel corso dell'intero racconto e anche nella Vita Nova (infatti Dante ritrova Beatrice dopo nove anni). nella Commedia abbiamo tre regni divisi ognuno in trentatrè canti (tranne l'inferno che ne possiede uno in più per l'introduzione) suddiviso a sua volta tre strofe di tre versi o terzine; tre sono le fiere, tre sono le fauci di Cerbero guardiano del terzo cerchio e tre le facce di Lucifero che è incastrato alla fine dell'imbuto infernale. Ovviamente tutto ciò è da ricollegarsi alla Trinità e quindi all'idea di tre come numero perfetto. Dante stesso era uno studioso di questa antica arte di assegnare un significato ai numeri.
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Parafrasi Inferno canto 3 Divina Commedia
"Attraverso di me si va nella città del dolore eterno, fra i dannati.
La giustizia mosse il mio divino creatore; mi creò il divino potere del padre, la sapienza del figlio e l'amore dello Spirito Santo. Prima di me non furono create cose se non eterne e io duro in eterno. Lasciate ogni speranza, voi che entrate". Queste parole erano scritte sopra una porta e io dissi: "Maestro, per me il loro significato è terrificante". E lui mi disse intuitivamente: "Qui è necessario abbandonare ogni paura, bisogna che ogni viltà sia annullata, qui vedrai le anime tristi dei dannati che hanno ormai perso Dio". E dopo che mi ebbe preso per mano con volto sorridente, per cui mi rincuorai, mi portò nel mondo difficilmente accessibile dell'inferno. Qui risuonarono sospiri, pianti e forti grida nell'aria buia senza stelle e per un primo momento a questa vista mi misi a piangere. Diverse parlate, sospiri, gemiti e battiti di mani generavano un gran rumore, come quello del vento quando soffia vorticosamente sulla spiaggia. Io per un primo momento ebbi la mente confusa e dissi: "Maestro che cosa è quello che io sento? E chi è quella gente che soffre?". Egli a me: "Questa è la misera condizione di coloro che in vita vissero senza infamia e senza lode. Convivono con gli angeli che in passato non furono fedeli ne a Dio e nemmeno al demonio, ma pensarono a se stessi. Il paradiso non li vuole per non essere deturpato, neanche l'inferno in quanto gli altri peccatori avrebbero motivo di sentirsi orgogliosi". E io risposi: "Maestro, cos'è che li fa lamentare così forte?". Mi ribbatté: "Ti risponderò molto brevemente. Questi non hanno la speranza di una nuova morte e la loro condizione è talmente infima che sono invidiosi di qualsiasi altra punizione. Il mondo non li vuole ricordare; la misericordia e la giustizia divina li sdegnano: non farci troppo caso, ma guarda e vai avanti". E io mi voltai e vidi una bandiera bianca che correva tanto velocemente che non fosse in grado di fermarsi; al suo seguito, una fila di dannati e alla loro vista fui incapace di credere che la morte ne avesse falciati tanti. Dopo che ebbi riconosciuto qualcuno, vidi l'anima di colui che per viltà fece il grande rifiuto. Subito capii e fui certo che questo fosse il luogo dei peccatori nemici di Dio e dei suoi stessi nemici. Questi sciagurati, che non furono mai veramente vivi erano nudi e punti da mosconi e vespe. Queste bestie gli rigavano il volto e il sangue che ne fuoriusciva era mischiato alle lacrime e raccolto da fastidiosi vermi ai loro piedi. Andando avanti vidi della gente sulla riva di un grande fiume; per cui chiesi: " Maestro, dimmi come mai queste persone sono così ansiose di passare il fiume come io riesco a distinguere nella luce fioca". Ed egli a me: "Lo capirai quando saremo giunti sulla riva dell'Acheronte. Avendo paura che le mie parole lo potessero offendere, evitai di parlare fino all'arrivo al fiume. Ed ecco venire verso di noi su di una barca un vecchio con i capelli bianchi gridando: "Guai a voi anime maligne! Non sperate mai di rivedere il cielo: io vengo per condurvi sull'altra riva nelle tenebre eterne, nel caldo e nel gelo. e tu che sei vivo (rivolgendosi a Dante) vattene da costoro che sono morti". Ma poi che vide che io mi mossi disse: "Per passare nell'aldilà non è questa la strada che prenderai". E Virgilio a lui: "Caronte non ti arrabbiare, si vuole arrivare nel paradiso, dove si ottiene quel che si cerca e non chiedere altro". Il traghettatore dagli occhi fiammeggianti da quel momento in poi non disse più nulla. Ma quell'anime che erano disperate nude cambiarono colore e batterono identi, gesto che fece capire le crude parole. Bestemmiavano Dio e i loro parenti, il genere umano, il seme dei loro avi e dei loro genitori. poi si radunarono tutte quante insieme, piangendo forte sulla riva dei malvagi che attende tutti gli uomini che non temono Dio. Il demonio Caronte con occhi di brace, con un cenno le raccolse tutte; colpì con il remo chiunque si avvicinasse. Come in autunno cadono le foglie una dopo l'altra, finché il ramo vede a terra le sue stesse parti, in maniera molto simile i cattivi discendenti di Adamo si levano da quella riva ad uno ad uno con i cenni di Caronte, come un uccello si muove al suo richiamo. Così se ne vanno sull'onda scura e prima che fossero approdate sulla riva opposta del fiume, dall'altro lato si formò nuovamente un gruppetto di dannati. "Figlio mio", disse il mio maestro cortesemente, "Quelli che muoiono nel peccato giungono qui da ogni parte del mondo e sono pronti ad attraversare il fiume, perché la giustizia divina li sprona, così che la paura di essere puniti si trasforma in desiderio. Da qui non passa mai anima buona; però se Caronte si lamenta di te, ormai sai che cosa significano le sue parole". Dopo che il maestro ebbe finito di parlare, la terra tremò in maniera così forte che la fronte ancora mi bagna di sudore. La terra lacrimosa sprigionò un vento, che emanando una luce rossa, che mi fece perdere del tutto i sensi e caddi come se preso da un terribile sonno.
Spiegazione
Il canto terzo è ambientato nell'antinferno. I personaggi che caratterizzano questo luogo, oltre ai protagonisti sono: Caronte e "colui che per viltade fece il grande rifiuto". All'inizio si trovano difronte ad una porta che arreca delle parole dal significato tetro e difficile da capire. Dante dice: "Maestro. il senso lor m'è duro". L'ambiente descritto è tetro e buio, si distinguono solamente le voci dei dannati che soffrono le pene alle quali sono stati destinati. In particolare troviamo gli ignari. Sono coloro che in vita non hanno mai partecipato a nulla, non si sono mai schierati ne a favore del bene, ne a favore del male. Sono di conseguenza mischiati a quegli angeli, che all'epoca della rivolta di lucifero non si sono schierati ne con Dio, ne con il maligno. La loro pena (per la legge del contrappasso) consiste nel correre dietro ad un'insegna, intesa come una bandiera bianca: siccome in vita non si sono mai interessati a nulla, adesso sono costretti a seguire una bandiera senza potersi mai fermare. In oltre vespe e mosconi rigano il loro volto facendo fuoriuscire del sangue che mischiato alle lacrime viene raccolto ai loro piedi da vermi. Non sono voluti ne dal paradiso per non essere meno bello, ma neanche dall' inferno, perché altrimenti sarebbe un motivo di vanto per gli altri peccatori. Inutile aggiungere che costoro non sono affatto ben considerati da Dante che li giudica dei meschini; questo ovviamente è dovuto al suo interesse politico per Firenze, al quale partecipa in maniera attiva. Ma in mezzo alla folla riconosce "l'ombra di colui che per viltade fece il grande rifiuto". Esitono due correnti di pensiero su chi potesse essere costui. La prima parla di Celestino V che con la sua abdicazione favorì la elezione di Bonifacio VIII, acerrimo nemico di Dante, il quale lo pone nella terza bolgia dell' ottavo cerchio fra i simoniaci (coloro che vendono cose sacre). Altri lo identificano come Ponzio Pilato che lavandosene le mani e ponendo la decisone nelle mani del sinedrio non si schierò da nessuna parte. In ultima ipotesi possiamo ricordare quella che vede lo identificato come Esaù che rinunciò alla primogenitura per un piatto di lenticchie. Dopo gli ignavi, si dirigono verso le rive dell'Acheronte (uno dei due fiumi infernali) e vedono un gruppetto di persone ammassati sulla riva. Ad un certo punto giunge Caronte il traghettatore che li conduce sulla riva opposta "ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo". Il demonio vede che Dante non è un morto e lo esorta ad allontanarsi, ma poiché vede che non si muove effettua una profezia sul suo futuro dicendogli che la sua strada per l'aldilà non passerà per l'inferno. Infatti tutti i personaggi infernali sono capaci di vedere nel futuro, ma man mano che gli eventi si avvicinano nel tempo diventano sempre più oscuri. "Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare"; con queste parole Virgilio risponde alle lamentele di Caronte sulla presenza di un vivo all' inferno. Il senso di questa frase è che il viaggio di Dante ha uno scopo divino. Dopo questa risposta il traghettatore non proferisce più parola e per far salire le anime dannate sulla sua imbarcazione le picchia con il remo. Il canto viene chiuso con il paragone di un uccello che risponde al suo richiamo con le anime che si ammassano sull'imbarcazione a un semplice cenno di Caronte.
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Divina Commedia canto 2 inferno
È il tramonto. L'animo di Dante, che si era riaperto alla speranza,
è nuovamente vinto dal dubbio. La visione dell'aldilà era stata concessa, prima della morte solo ad Enea e a San Paolo; ma il primo era stato eletto da Dio a fondatore di Roma, fulcro dell'impero e futura sede del pontificato; l'altro a stabilire con la sua predicazione la fede in Cristo, senza la quale non è dato salvarsi. Perché mai un tale dono di grazia dovrebbe ripetersi a beneficio di un uomo qualsiasi, senza particolari meriti e senza un visibile fine provvidenziale? Per vincere la viltà che offusca lo spirito di Dante e minaccia di distoglierlo dall'onorata impresa, Virgilio gli risponde che la sua salvezza sta a cuore a tre donne beate: la Vergine, Santa Lucia e Beatrice. Quest' ultima non ha esitato a scendere nel limbo per esortare Virgilio ad accorrere in aiuto del suo amico disperato ed impotente. A queste parole la virtù di Dante si rianima, come un fiore che il sole illumina all'alba; e con spirito ardito e franco si avvia, dietro la sua guida, per il cammino alto e silvestro.
Commento
Le esitazioni e le obiezioni di Dante e la risposta eloquente di Virgilio servono ad illustrare il carattere profondo che il poeta attribuisce al suo messaggio; devono chiarire al lettore che il viaggio nell'aldilà di Dante è voluto dal cielo, che la sua missione, proprio come quella di Enea e San Paolo, si giustifica per un fine che va molto al di là della sua persona e che investe il destino dell'umanità intera.
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Parafrasi del canto 34 Divina Commedia Inferno
"Avanzano i vessilli del re dell'Inferno verso di noi;
perciò guarda davanti a te", disse la mia guida, "se tu riesci a distinguerlo". Come quando si diffonde una fitta nebbia, o quando sul nostro emisfero scende la notte, si vede da lontano un mulino che il vento aziona, mi sembrò allora di vedere una tale costruzione; poi per il vento mi riparai dietro la mia guida, perché lì non c'era altro riparo. Io già mi trovavo, e con paura lo scrivo nei miei versi, là dove i dannati erano ricoperti del tutto dal ghiaccio, e trasparivano come una pagliuzza nel vetro. Alcuni stanno distesi, altri stanno dritti, alcuni in piedi ed altri a testa in giù; altri, piegati come un arco, piegano il volto verso i piedi. Dopo che noi ci inoltrammo tanto che al mio maestro piacque di mostrarmi la creatura che ebbe il bell'aspetto, Virgilio mi si tolse davanti e mi invitò a fermarmi, dicendo: "Ecco Dite, ed ecco il luogo dove bisogna che tu ti armi di coraggio". Come io allora mi sentii gelare e come mi venne la parola, non chiedermelo, o lettore, perché io non lo narro, dal momento che ogni parola sarebbe insufficiente. Io non morii, ma non rimasi neppure vivo; immagina ormai da solo, se hai un poco d'ingegno, come io divenni, privo della vita e della morte. Il sovrano del regno del dolore usciva fuor della distesa di ghiaccio dalla metà del petto in su; c'è più proporzione tra me ed un gigante che tra i giganti e le sue braccia; vedi ormai quanto deve essere grande il corpo intero perché sia proporzionato a simili braccia. Se egli fu così bello come egli ora è brutto, e tuttavia si ribellò al suo creatore, è giusto che da lui provenga ogni male. Oh, come mi sembrò cosa stupefacente quando io vidi tre facce nella sua testa! Una era davanti, e questa era di color rosso; le altre due facce si aggiungevano a questa sopra la parte mediana di ciascuna spalla, si congiungevano dove alcuni pennuti hanno la testa; e quella di destra appariva di un colore tra il bianco e il giallo; la sinistra, a guardarla era tale, quale delle genti che vengono dalle terre da cui il Nilo scende a valle. Sotto ciascuna faccia uscivano due grandi ali, proporzionate ad un uccello così grande: io non vidi mai vele di imbarcazioni marine di tale grandezza. Le ali non avevano penne, ma quella delle ali di pipistrello era la loro forma; e Lucifero le agitava, in modo tale che tre venti si originavano da lui: per questo l'intero Cocito era trasformato in ghiaccio. Piangeva con sei occhi, e sui tre menti gocciolavano le lacrime e una bava sanguigna. In ogni bocca Lucifero stritolava con i denti un peccatore, come una maciulla, così che contemporaneamente ne martoriava tre. Per quel dannato che era maciullato nella bocca anteriore i morsi erano poca cosa rispetto ai graffi, tanto che a volte la schiena restava impuramente priva della pelle. "Quell'anima lassù che subisce una pena più dura" disse il mio maestro, "è Giuda Iscariota, che tiene il capo dentro e fuori di essa agita le gambe. Delle altre due anime che hanno la testa di sotto, quella che pende dalla brutta faccia di color nero è Bruto, vedi come si agita e non si lamenta!; l'altro è Cassio che sembra così robusto. Ma la notte sta di nuovo scendendo, ed ormai è tempo di andar via, poiché abbiamo visitato tutto l'Inferno". Come Virgilio volle, mi avvinsi al suo collo; ed egli scelse l'opportunità del tempo e del luogo, e quando le ali furono abbastanza aperte, si aggrappò ai fianchi pelosi; poi si calò giù di ciuffo in ciuffo tra il folto pelo e il burrone ghiacciato. Quando noi giungemmo nel punto in cui la coscia si incurva, proprio in corrispondenza della parte più grossa dell'anca, la mia guida con fatica ed affanno, girò la testa dove Lucifero teneva i piedi, e si appoggiò al pelo come uno che sale, in modo che io credevo di tornare di nuovo all'Inferno. "Tieniti stretto, perché per siffatte scale" disse il maestro, ansando come un uomo stanco, "è necessario allontanarsi da un luogo così malvagio". Poi uscì fuori attraverso il foro di una roccia e mi pose a sedere sull'orlo; poi diresse verso di me il suo passo con cautela. Io alzai gli occhi e credetti di vedere Lucifero come io lo avevo lasciato, e lo vidi che teneva le gambe in su; se io allora mi turbai, lo immagini la gente ignorante, che non capisce quale è il punto che io avevo oltrepassato. "Alzati in piedi" mi disse il maestro: "la via è lunga e il cammino è difficile, e già il sole ritorna a metà tra la prima e la terza ora". Non era un salone di un palazzo là dove eravamo, ma un sotterraneo naturale che aveva il suolo accidentato e scarsezza di luce. "Prima che io mi stacchi dall'abisso infernale, o maestro mio" io dissi dopo che mi fui alzato, "parlami un poco per togliermi un dubbio: dov'è il ghiaccio? E come mai Lucifero vi è conficcato così capovolto? E come mai, in così breve tempo, il sole ha compiuto il suo percorso dalla sera al mattino?". Ed egli a me: "Tu credi che ancora ti trovi nell'altra parte del centro, dove io mi aggrappai al pelo di Lucifero, il malvagio verme, che trafora il mondo. Tu sei stato dall'altra parte per tutto il tempo che io scesi verso il basso; quando io mi capovolsi, tu oltrepassasti il punto verso il quale gravitano da ogni parte i corpi pesanti. E ora tu sei giunto sotto l'emisfero che è opposto a quello che la terra emersa ricopre, e sotto il cui meridiano ucciso fu l'uomo che nasse e che visse senza peccato; tu hai i piedi sulla piccola superficie l'altra faccia della quale costituisce la Giudecca. Qui è mattina, quando là è sera; e questi, che ci ha fatto da scala con il suo pelo, è conficcato così ancora come era prima. Da questo emisfero precipitò dal cielo; e la terra che prima emergeva si sporse in questo emisfero, per paura di lui si ritrasse sotto il mare, ed emerse nel nostro emisfero; e forse per evitare lui lasciò qui un luogo vuoto quella terra che appare in questo emisfero e si sollevò verso l'alto". Laggiù vi è un luogo lontano da Belzebù tanto quanto si distende questo sotterraneo, che non è noto per mezzo della vista, ma per il rumore di un ruscelletto che scende qui attraverso il foro di una roccia, che esso ha scavato, con il suo andamento tortuoso e in lieve pendenza. La mia guida ed io attraverso quella via nascosta ci avviammo per ritornare nel mondo illuminato; e senza preoccuparci di un poco di riposo, salimmo su, egli primo ed io dietro, finché io vidi alcune cose belle che mostra il cielo, attraverso un foro rotondo. E attraverso questo foro uscimmo a riveder le stelle.
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Parafrasi del canto 26 Divina Commedia Inferno
Il corno più grande della fiamma cominciò a muoversi mentre mormorava come le voci disturbate dal vento;
la cima della fiammella muovendosi a destra e a sinistra come se fosse una lingua che parlasse, parlò e disse: «Quando me ne andai da Circe, che mi aveva trattenuto più di un anno a Gaeta, prima che Enea la chiamasse così, né la dolcezza suscitata dall’amore verso mio figlio, né l’amore pietoso verso la vecchiaia di mio padre, né l’amore dovuto che doveva far felice Penelope, poterono vincere dentro di me l’ardore che ebbi di scoprire il mondo, i vizi e le virtù degli uomini; ma mi misi per mare aperto soltanto con una barca e con quella piccola compagnia dalla quale non fui abbandonato. Vidi le spiagge a destra ed a sinistra fino alla Spagna, fino al Marocco, la Sardegna e le altre isole, bagnate dallo stesso mare. Io e i compagni eravamo vecchi quando arrivammo allo stretto di Gibilterra, dove Ercole segnò i suoi confini così che l’uomo non li oltrepassasse; a destra avevo lasciata Siviglia ed a sinistra Ceuta. “O fratelli”, dissi, “che per centomila pericoli siete giunti all’occidente, in questo poco tempo che ci rimane, non negate il sapere, dietro al luogo dove tramonta il sole, dove non c’è anima viva. Prestate bene attenzione alla vostra origine, al motivo per cui siete nati: non siete nati per vivere come animali, ma per seguire valore e conoscenza”. Feci i miei compagni desiderosi, con questa piccola preghiera, al cammino, a mala pena poi li avrei ritenuti; e girata la poppa verso oriente, facemmo dei remi le ali per il folle volo, sempre dirigendoci verso l’Equatore. La notte mostrava tutte le stelle del polo antartico; il polo artico era ormai molto basso. Passati cinque mesi, da che eravamo entrati nello stretto, apparve una montagna, scura per la distanza, e mi sembrava tanto alta come non ne avevo mai viste. Passarono cinque mesi, da quando avevamo oltrepassato lo stretto, quando apparve una montagna, scura per la lontananza, che mi pareva alta più di ogni altra che avessi visto fin ora. Noi ci rallegrammo, e subito l’allegria si tramutò in tristezza, poiché dalla montagna nacque un vento impetuoso, e percosse il primo lato della barca. Lo fece girare tre volte, come in un vortice, con le acque tutt’intorno; la quarta volta la poppa si alzò verso l’alto e la prua andò giù, come piacque a Dio, finché il mare si chiuse sopra di noi. »
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Tema svolto gratis La Divina Commedia e tutti i canti
Questo monumentale capolavoro dantesco, massima espressione di tutta la letteratura italiana,
è un unico viaggio allegorico che il poeta compie attraverso i mondi ultraterreni al fine di ritrovare la propria fede e pace interiore perdute in una vita pericolosamente votata ai vizi e alla decadenza morale. L'opera è divisa in tre cantiche, "Inferno", "Purgatorio" e "Paradiso", ciascuna delle quali si compone di trentatre canti; un canto proemiale porta il numero totale dei canti a cento, ma è il numero perfetto e mistico per eccellenza, il tre, ad essere il fondamento di tutta l'opera.
L'inferno, a forma di cono rovesciato, è uno scuro imbuto al fondo del quale è conficcato l'angelo del Male, il ribelle Lucifero, posto così nel luogo più lontano da Dio di tutto l'universo. Dante e la sua guida spirituale Virgilio lo discendono completamente, incontrando via via dannati colpevoli di delitti sempre più gravi. I personaggi danteschi sono personaggi storici e mitologici, ma anche contemporanei del poeta, protagonisti delle lotte intestine che dilaniavano tutti i comuni italiani e toscani in particolare. Lo sdegno del poeta colpisce tutti questi protagonisti dei mali italiani, e si appunta in modo particolare contro la corruzione del clero e del papato, più propensi ad occuparsi dei beni temporali che alla salute spirituale della cristianità. Le vicende personali di Dante, costretto all'esilio dopo anni di lotte tra le fazioni dei guelfi Neri e Bianchi di Firenze, offrono la chiave di lettura con la quale comprendere l'opera.
Dopo la discesa agli inferi Dante risale nell'emisfero australe, dove sorge la montagna del Purgatorio; qui coloro che in vita si macchiarono di colpe minori si purificano attendendo il momento in cui potranno salire al cospetto del Creatore e prendere posto tra i beati. L'atmosfera di questa seconda cantica è molto più serena e calma, e la salita del monte si svolge senza intoppi; lo stesso Dante man mano che passa da una cornice a quella superiore vede mondarsi la propria anima dal peso dei peccati compiuti. Al termine si arriva nel Paradiso terrestre, dove la narrazione del viaggio lascia il posto ad allegorie mistiche sul ruolo dei due massimi poteri del tempo, il papato e l'impero, e sulla confusione dei loro rispettivi ruoli che purtroppo si è verificata nell'Europa del tardo Medioevo. Qui Virgilio, fedele compagno simboleggiante la ragione, lascia Dante alla guida di Beatrice: occorre infatti la Fede per salire al Paradiso e presentarsi al cospetto di Dio. La Beatrice che qui Dante ritrova non è più la donna sensuale delle canzoni amorose del giovane poeta: ora è una figura celestiale, spiritualizzata dalla Fede, che si pone come modello di vita religiosa e di splendore mistico, priva di caratteristiche terrene e completamente appagata dall'abbandono a Dio.
Nel Paradiso Dante e Beatrice risalgono i cieli dei pianeti e delle stelle fisse, dove si presentano loro i beati che in diversa misura godono della contemplazione del Creatore; qui Dante incontra tra gli altri tutti i maggiori esponenti del pensiero cristiano, che si uniscono a lui nella deplorazione per la rovina dell'edificio che essi avevano costruito così mirabilmente; al termine dell'ascesa Dante giunge nell'Empireo, dove il mistico per eccellenza, San Bernardo, lo conduce alla visione di Cristo, della Vergine e dei Santi. La visione di Dio non può più essere un processo sensitivo, data l'insufficienza della condizione umana: solo un fugace atto intuitivo, permesso dalla Grazia divina, può far sì che Dante "veda" il Creatore di tutte le cose; ma il mistero divino e quello dell'Incarnazione di Cristo rimangono impossibili da penetrare e ancor più da riferire.
Ancora due cenni sullo stile adoperato dal poeta: esso si adegua alla materia trattata, per cui nell'Inferno la lingua è "bassa" e volgare, gli episodi spesso buffoneschi, mentre nel Paradiso il discorso si fa ricco di concetti filosofici e difficili spiegazioni dottrinali, il che rende di solito la prima cantica molto più popolare della terza presso il pubblico.
Inferno
Canto I
Dante si smarrisce nell' oscura selva dei suoi errori e peccati. Quando spera di poter salire sulla cima di un colle e rivedere la luce del sole, il cammino gli è sbarrato da tre fiere, simboleggianti lussuria, superbia ed avarizia, ed è costretto a retrocedere. Gli appare Virgilio, il suo modello di poeta, che lo invita a seguire un'altra strada: occorre attraversare il regno degli inferi, e poi il Purgatorio. Poi Dante potrà ascendere al Paradiso, dove Virgilio, non essendo stato battezzato, dovrà lasciarlo ad un' altra guida. Analisi.
Canto II
Virgilio rassicura Dante, e gli racconta di essere stato inviato sulla terra da Beatrice, che lo ha pregato di soccorrere il suo amico in grave pericolo. Beatrice a sua volta era stata mandata dalla Vergine (la Grazia preveniente) e da Lucia (la Grazia illuminante). Virgilio e Dante si addentrano nella selva.
Canto III
I due poeti arrivano alla porta dell'inferno, dove una scritta invita ad abbandonare ogni speranza a chi sta per entrare. Nel vestibolo stanno gli ignavi, tra cui papa Celestino V, e gli angeli rimasti neutrali quando Lucifero si ribellò. Sulla riva dell'Acheronte, Caronte, che traghetta le anime dei dannati, non vuole fare passare un vivo, ma Virgilio gli intima di non andare oltre la volontà del cielo. Subito dopo si avverte una scossa di terremoto e Dante sviene. Analisi
Canto IV
Dante si risveglia nel Limbo, dove stanno i non battezzati privi di colpe. Virgilio lo conduce ad un castello luminoso, al cui interno lo salutano Orazio, Ovidio e Lucano. In un prato verde all'interno delle mura sono radunati gli "spiriti magni", tra cui Enea, Ettore, Cesare, Aristotele, Platone e Cicerone. I poeti si allontanano dal Limbo nell'oscurità.
Canto V
All' entrata del secondo cerchio Minosse assegna ai peccatori il luogo in cui sconteranno la loro pena. Al suo interno gli spiriti dei lussuriosi sono trascinati da una tempesta incessante. Paolo e Francesca, amanti infelici uccisi dal marito di lei, raccontano a Dante la loro storia; questi si commuove e sviene nuovamente. Analisi
Canto VI
Il terzo cerchio, custodito dal cane tricipite Cerbero, è quello dei golosi. Essi stanno sdraiati nel fango sotto un pioggia di neve, grandine e acqua sporca; uno di loro, Ciacco, predice a Dante la vittoria dei Neri fiorentini sui Bianchi.
Canto VII
Il quarto cerchio, custodito dal demone Pluto, il dio greco della ricchezza, è quello degli avari e dei prodighi, condannati a spingere col petto pesanti macigni. Dante e Virgilio giungono poi alla palude dello Stige, in cui sono immersi iracondi ed accidiosi. I primi si percuotono e mordono a vicenda, i secondi giacciono sotto la superficie.
Canto VIII
Flegiàs traghetta i poeti attraverso lo Stige; Dante apostrofa violentemente l'odioso fiorentino Filippo Argenti. I due poeti sbarcano di fronte alla città infernale di Dite, ma i diavoli che la abitano sbarrano le porte impedendo loro di entrare.
Canto IX
Sulle torri delle città appaiono le Erinni, che chiamano Medusa affinché tramuti Dante in pietra. Interviene però un messo celeste, che apre le porte di Dite e fa entrare i poeti. All'interno delle mura, gli eretici giacciono in sepolcri infuocati posti in una pianura sconfinata.
Canto X
Uno dei dannati, Farinata degli Uberti, riconosce Dante e lo chiama a sé; egli avverte il poeta che il suo ritorno a Firenze sarà molto travagliato. Da un altro sepolcro Cavalcante de' Cavalcanti chiede a Dante notizie del figlio Guido. Poi i due poeti riprendono il cammino.
Canto XI
Davanti ai due poeti si apre un abisso puzzolente. Virgilio spiega a Dante la struttura del basso inferno: esso è formato da tre cerchi, in cui si puniscono rispettivamente i violenti, i fraudolenti e gli incontinenti. Questi ultimi sono coloro che stanno fuori dalla città di Dite, data la minore gravità del loro peccato; i due viaggiatori si trovano ora invece dove sono punite le altre due categorie.
Canto XII
Siamo nel primo girone del settimo cerchio, custodito dai Centauri. Qui i violenti contro il prossimo giacciono nel Flegetonte, un fiume di sangue bollente. Il centauro Nesso mostra a Dante alcuni dei dannati, tra cui Alessandro Magno, Guido di Monfort, Attila e Pirro.
Canto XIII
Nel secondo girone, custodito dalle Arpie, stanno i violenti contro se stessi, ovvero i suicidi, tramutati in piante, e gli scialacquatori, inseguiti e morsi da cagne affamate. Dante strappa un ramoscello da una pianta, che comincia a parlare: è Pier delle Vigne, che prega Dante di riabilitare la sua memoria.
Canto XIV
Nel terzo girone, in un deserto infuocato, i violenti contro Dio nella persona, ovvero i bestemmiatori, sono sdraiati a terra sotto una pioggia di fuoco; tra essi c'è il gigante Capaneo. Dante e Virgilio arrivano alla sorgente del Flegetonte, e qui il secondo spiega al primo l'origine dei fiumi infernali.
Canto XV
Sopraggiunge una schiera di violenti contro Dio nella natura, cioè di sodomiti. Tra di loro c'è l'antico maestro di Dante, Brunetto Latini, che raccomanda a Dante la propria opera letteraria, il "Tesoro", e gli preannuncia le sue future sofferenze.
Canto XVI
Dante è riconosciuto da tre fiorentini, che gli chiedono se sono vere le brutte notizie su Firenze apprese da un dannato appena arrivato all'inferno, Guglielmo Borsiere; Dante risponde con un'aspra invettiva contro la corruzione della propria città. Proseguendo nel viaggio, i due poeti arrivano all'abisso in cui precipita il Flegetonte, e vedono salire da esso un orribile mostro: Gerione, simbolo della frode.
Canto XVII
Gerione custodisce il terzo girone, quello dei violenti nell'arte, cioè usurai, seduttori e adulatori. I primi siedono al limite del deserto, presso l'abisso, con al collo delle borse recanti lo stemma della loro famiglia. Dante e Virgilio salgono in groppa a Gerione che li porta al fondo dell'abisso.
Canto XVIII
Si giunge all'ottavo cerchio, "Malebolge": è un pozzo diviso in dieci bolge concentriche. Nella prima ci sono i ruffiani, tra cui Giasone; nella seconda gli adulatori, tra cui Alessio Interminelli e la cortigiana Taide.
Canto XIX
Nella terza bolgia i simoniaci sono conficcati a testa in giù nella pietra; lingue di fuoco bruciano loro le piante dei piedi. Dante ne interroga uno, papa Niccolò III; questi scambia il poeta per Bonifacio VIII, che dovrebbe prendere il suo posto nella buca spingendolo più in basso, ed inveisce contro di lui. Dante pronuncia un discorso contro i papi simoniaci.
Canto XX
Nella quarta bolgia gli indovini camminano piangendo con il viso ritorto all'indietro dalla parte del dorso; tra essi Anfiarao e Tiresia.
Canto XXI
Nella quinta bolgia i diavoli Malebranche tormentano i barattieri immersi nella pece bollente. Virgilio chiede di parlare con un diavolo; si fa avanti Malacoda, al quale Virgilio spiega il motivo del viaggio di Dante. Malacoda gli fornisce una scorta di dieci diavoli.
Canto XXII
Il barattiere Ciampolo di Navarra rivolge la parola a Dante; i diavoli tentano di uncinarlo, ma egli fugge tuffandosi nella pece. Due diavoli, Alichino e Calcabrina, si azzuffano rinfacciandosi la mancata preda e cadono nella pece. Dante e Virgilio approfittano del trambusto per fuggire.
Canto XXIII
Con i diavoli alle calcagna, Virgilio prende Dante in braccio e si cala nella sesta bolgia, dove gli ipocriti camminano sotto pesanti cappe di piombo dorato. Crocifisso a terra c'è Caifa.
Canto XXIV
Nella settima bolgia i ladri sono continuamente assaliti da torme di serpenti; tra essi Vanni Fucci, che con rabbia predice a Dante la sconfitta dei Bianchi e l'esilio futuro.
Canto XXV
Vanni Fucci rivolge a Dio un gesto osceno; immediatamente un serpente lo immobilizza e sopraggiunge il centauro Caco. I due poeti assistono a numerose trasformazioni di ladri in serpenti e di serpenti in ladri.
Canto XXVI
Dante pronuncia una nuova invettiva contro Firenze, poi lui e Virgilio passano nell'ottava bolgia, dei consiglieri fraudolenti; essi vagano senza riposo avvolti da una fiamma. In una fiamma biforcuta sono avvolti due dannati, Ulisse e Diomede; il primo racconta la storia del suo ultimo viaggio e della sua morte.
Canto XXVII
Dante incontra l'anima di Guido da Montefeltro, che un diavolo disputò con successo a S. Francesco.
Canto XXVIII
Nella nona bolgia stanno i seminatori di discordia, mutilati dalla spada di un diavolo. Tra essi ci sono Maometto e Bertrando del Bornio, che cammina tenendo in mano la sua testa mozzata.
Canto XXIX
Dopo l'incontro con Geri del Bello, un parente di Dante, i due poeti passano nella decima bolgia, quella dei falsari; tra essi gli alchimisti sopportano scabbia e lebbra.
Canto XXX
La rabbia colpisce invece i falsatori della persona, tra cui Gianni Schicchi e Mirra. Seguono poi i falsari di moneta colpiti dall'idropisia: tra essi Mastro Adamo. Infine i falsatori di parola, che sopportano la febbre: Dante scorge in mezzo a loro l'anima del greco Sinone.
Canto XXXI
Custodi del nono cerchio sono i Giganti, incatenati ed immersi fino alla vita nel pozzo infernale. Anteo però è slegato e può prendere in mano i viaggiatori e depositarli sul fondo, costituito dal lago ghiacciato di Cocito.
Canto XXXII
Cocito è diviso in zone: nella Caina i traditori dei parenti stanno immersi nel ghiaccio fino al capo, tenuto abbassato; nella Antenora i traditori della patria hanno invece il capo rivolto in alto: tra essi Bocca degli Abati e Gano di Maganza. Dante vede un dannato che rode la testa di un altro, e chiede a Bocca il nome di entrambi.
Canto XXXIII
Il dannato che rode la testa all'altro è il conte Ugolino della Gherardesca, la sua vittima l'arcivescovo Ruggeri. Dante e Virgilio passano poi nella zona detta Tolomea, dove i traditori degli amici tengono il capo talmente all'insù che le lacrime gli si congelano sugli occhi: tra essi frate Alberigo e Branca Doria.
Canto XXXIV
L'ultima zona di Cocito è la Giudecca, dove i traditori dei benefattori sono completamente immersi nel ghiaccio. Ora Dante e Virgilio sono di fronte a Lucifero, infisso nel ghiaccio dalla vita in giù. Esso ha tre teste, e ciascuna delle tre sue bocche dilania un peccatore: la prima Giuda, la seconda Bruto, la terza Cassio. I due poeti si aggrappano al corpo di Lucifero e lo ridiscendono, passando nell'emisfero terrestre meridionale. Attraverso uno stretto budello riescono a ritornare in superficie in corrispondenza degli antipodi. Analisi
Purgatorio
Canto I
Dante e Virgilio si trovano sulla spiaggia di fronte al monte del Purgatorio. All'improvviso giunge il custode dell'ingresso, Catone l'Uticense, che li apostrofa credendoli due dannati. Saputa da Virgilio la verità ordina a Dante di cingersi i fianchi di un giunco e lavarsi gli occhi offuscati dalla vista dell'Inferno.
Canto II
Mentre sorge l'alba giunge una navicella guidata da un angelo; da essa scendono le anime destinate al Purgatorio. Tra di esse c'è quella di Casella, un amico di Dante.
Canto III
Ai piedi del monte i due poeti trovano la schiera degli scomunicati, che devono rimanere in attesa per un periodo lungo trenta volte quello della loro scomunica; tra essi c'è Manfredi, che racconta come morì a Benevento.
Canto IV
Virgilio spiega a Dante, stupito di vedere il Sole a sinistra invece che a destra, la posizione geografica del Purgatorio, agli antipodi rispetto a Gerusalemme. I due incontrano poi coloro che si pentirono solo in punto di morte, i quali devono stare nell'Antipurgatorio un tempo pari a quello della loro vita. Tra essi c'è il fiorentino Belacqua.
Canto V
Continuando a salire, Dante e Virgilio incontrano i negligenti morti violentemente. Questi notano che il corpo di Dante proietta l'ombra, e quindi è vivo; lo pregano perciò di dire loro se riconosce qualcuno per il quale fare pregare i vivi. Pur non conoscendone nessuno, Dante promette di esaudire i loro desideri; si fanno avanti Jacopo del Cassero, Buonconte da Montefeltro e Pia de' Tolomei.
Canto VI
Virgilio nota in disparte l'anima di Sordello, poeta mantovano come lui, e lo abbraccia. A quella vista Dante amaramente ricorda come gli Italiani siano invece in continua lotta fra loro, con i Fiorentini in prima fila.
Canto VII
Sordello porta i due poeti in una valletta fiorita, dove i principi negligenti attendono di entrare nel Purgatorio.
Canto VIII
Al calar della sera le anime si dedicano alla preghiera. Dante riconosce l'amico giudice Nino Visconti, che si lamenta di essere stato dimenticato dalla moglie. Si avvicina Corrado Malaspina, della cui famiglia Dante tesse l'elogio.
Canto IX
Dante si addormenta e sogna di volare in groppa ad un'aquila fino alla sfera del fuoco, dove entrambi bruciano. Al risveglio Virgilio lo conduce alla porta del Purgatorio, dove un angelo incide con la spada sulla sua fronte sette P (simboleggianti i sette peccati capitali da cui Dante dovrà purificarsi durante il viaggio).
Canto X
Varcata la porta, i due poeti salgono su un cornicione del monte la cui parete sul lato interno è colma di bassorilievi in marmo bianco riproducenti esempi di umiltà. Qui i superbi camminano curvi sotto il peso di enormi macigni, studiando gli esempi dei bassorilievi.
Canto XI
I superbi recitano il Padre Nostro; tra essi Dante riconosce Omberto Aldobrandeschi e Oderisi da Gubbio.
Canto XII
Più avanti, i bassorilievi mostrano esempi di superbia punita: Lucifero, i Giganti, Saul, Ciro, Troia ed altri ancora. L'Angelo dell'Umiltà cancella la prima P dalla fronte di Dante. I due poeti arrivano ad una scala piuttosto stretta.
Canto XIII
Siamo nella seconda cornice, dove spiriti volanti e invisibili gridano esempi di carità e invidia punita agli invidiosi che, seduti col cilicio e le palpebre cucite da fil di ferro, cantano litanie dei Santi; tra essi la senese Sapia.
Canto XIV
Guido del Duca chiede a Dante la sua provenienza, e Dante risponde con una perifrasi. Rinieri de' Calboli chiede perché il poeta non abbia dato una risposta diretta, ma risponde Guido sostenendo che è giusto che la Val d'Arno non si nomini più e lanciandosi in un'aspra invettiva contro la Toscana e la Romagna.
Canto XV
L'Angelo della Misericordia cancella la seconda P, e i due poeti salgono alla terza cornice, dove si sottopongono esempi di mansuetudine agli iracondi.
Canto XVI
Gli iracondi camminano recitando l'Agnus dei avvolti in una nuvola di fumo. Uno di essi, Marco Lombardo, spiega a Dante la teoria del libero arbitrio e le cause della corruzione della terra, portando l'esempio della Lombardia.
Canto XVII
Dopo aver assistito ad esempi di ira punita, Dante e Virgilio giungono all'uscita della terza cornice, dove l'Angelo della Pace cancella la terza P. Virgilio spiega a Dante come sia ordinato il Purgatorio.
Canto XVIII
Nella quarta cornice gli accidiosi si spronano vicendevolmente alla corsa continua, gridandosi esempi di sollecitudine. L'abate di San Zeno spiega ai poeti come salire alla cornice successiva. Dante, dopo aver sentito gli esempi di accidia punita, cade nel sonno.
Canto XIX
Dante sogna una brutta donna, che al suo sguardo diventa sempre più bella; ma interviene Virgilio che ne strappa le vesti rivelando il suo ventre fetido. Dante si sveglia di soprassalto e racconta il sogno a Virgilio; questi lo spiega identificando nella donna il troppo amore per i beni terreni, colpa che viene punita nelle cornici superiori. Si arriva così alla quinta cornice, dove avari e prodighi giacciono proni, legati mani e piedi; tra essi papa Adriano V.
Canto XX
Ugo Capeto grida esempi di povertà e generosità; vedendo i due poeti, maledice i suoi discendenti, accennando alla discesa in Italia di Carlo d'Angiò e a Filippo il Bello che ruberà il tesoro dei Templari. Improvvisa arriva una scossa di terremoto e gli angeli cominciano a cantare.
Canto XXI
Il poeta Stazio spiega a Dante e Virgilio che il terremoto avviene ogni volta che un'anima ormai purificata si sente pronta per salire al cielo; questo è quanto accade ora a lui, dopo un'espiazione pluricentenaria.
Canto XXII
I tre poeti arrivano all'uscita, dove l'Angelo della Giustizia cancella la quinta P. Stazio racconta del suo peccato (la prodigalità eccessiva) e della sua conversione al Cristianesimo provocata dalla lettura di Virgilio. Chiede poi notizie degli altri grandi poeti pagani. Si giunge alla sesta cornice, dove voci gridano esempi di temperanza ai golosi.
Canto XXIII
I golosi soffrono fame e sete sotto alberi carichi di frutti e presso chiare sorgenti, cantando preghiere. Tra essi Forese Donati, amico di Dante.
Canto XXIV
Forese indica a Dante l'anima di Bonagiunta da Lucca, col quale il poeta intavola una discussione sul "dolce stil novo". Bonagiunta mostra di aver capito che la sua poesia, oltre a quella di Jacopo da Lentini e di Guittone d'Arezzo, non può rientrare in quel genere non essendo ispirata dal vero amore. Forese predice la morte violenta del fratello Corso. In lontananza si scorge un albero da frutta verso il quale tendono le braccia numerose anime; una voce grida esempi di golosità punita, ricordando che quell'albero discende da quello del bene e del male. L'Angelo dell'Astinenza cancella la sesta P dalla fronte di Dante.
Canto XXV
Stazio spiega come si genera l'uomo e come si formano le ombre dopo la morte corporea. Nella settima cornice i lussuriosi avvolti da fiamme cantano, ascoltano esempi di castità e si danno baci fraterni.
Canto XXVI
Dante trova tra i lussuriosi Guido Guinizelli, per il quale mostra grande ammirazione; ma questi si schermisce, dicendo che assieme a lui c'è un poeta ben più grande, Arnaldo Daniello, che canta piangendo i propri eccessi di un tempo.
Canto XXVII
Un angelo invita i poeti ad attraversare un parete di fiamme; Virgilio vince la paura di Dante dicendogli che oltre quelle fiamme troverà Beatrice. davanti alla scala per il paradiso Terrestre, l'Angelo della Castità cancella l'ultima P dalla fronte di Dante. Cala la notte, e Dante sogna Lia che raccoglie dei fiori. All' alba Virgilio dichiara Dante guarito dai suoi mali.
Canto XXVIII
Nell'Eden i poeti incontrano Matelda che raccoglie fiori; essa spiega come nell'Eden vi siano acqua e vento; la prima viene da una sorgente divina e forma il Lete, che cancella le colpe, e l'Eunoè, che predispone al bene; il secondo è originato dal movimento del Primo Mobile.
Canto XXIX
I quattro risalgono le sponde del Lete. Viene verso di loro una meravigliosa processione: nella scia di sette candelabri dorati avanzano ventiquattro vegliardi, seguiti da quattro strani animali; tra essi un grifone tira il carro trionfale, affiancato a destra da tre donne e a sinistra da quattro. Infine seguono due vecchi, quattro personaggi di aspetto dimesso, e un vecchio che cammina dormendo.
Canto XXX
I 24 vegliardi cantano mentre la processione si arresta davanti a Dante e ai suoi compagni. Appare Beatrice, che racconta ai presenti la storia del traviamento di Dante; questi si volta verso Virgilio, ma la sua guida è scomparsa.
Canto XXXI
Beatrice rimprovera Dante e poi gli ingiunge di guardarla; folgorato da tanta bellezza il poeta sviene. Matelda lo fa rinvenire immergendolo nel Lete e lo riporta al cospetto di Beatrice.
Canto XXXII
La processione torna indietro fino all'albero di Adamo ed Eva, a cui il Grifone lega il timone del carro. Dante si addormenta al suono di un dolce canto. Matelda lo risveglia e gli mostra la processione che sta tornando in cielo. Beatrice siede sotto l'albero in compagnia delle sette donne che portano i sette candelabri. Improvvisamente un'aquila piomba addosso al carro, la terra si fende sotto di esso e un drago emerge dall'abisso squarciandone il fondo. Sul carro spuntano sette teste, una prostituta e un gigante che la frusta, scioglie il carro e lo porta via.
Canto XXXIII
I presenti si incamminano, e Beatrice profetizza la venuta di un messo divino che ucciderà la prostituta e il gigante; invita Dante a riferire agli uomini ciò che ha visto. Dante e Stazio bevono l'acqua dall' Eunoè e si sentono pronti per salire al Paradiso.
Paradiso
Canto I
Dante vede Beatrice fissare il Sole; egli fa altrettanto, ma poi comincia a fissare gli occhi di Beatrice, che diventano sempre più scintillanti, mentre le sue orecchie sentono l'armonia delle sfere celesti. Dante e Beatrice stanno ascendendo attraverso la sfera del fuoco verso il Paradiso, come di necessità fanno tutti i corpi purificati.
Canto II
Arrivati in prossimità della Luna, Dante chiede a Beatrice di spiegargli la presenza delle macchie lunari.
Canto III
Le anime del cielo della Luna, mosso dagli angeli, appaiono evanescenti. Tra esse Piccarda Donati, sorella di Forese, che spiega che qui stanno i beati che vennero meno ai loro voti. Ella fu rapita a forza dal convento, e sorte analoga fu anche quella dell'imperatrice Costanza.
Canto IV
Dante si chiede: a) Perché aver subito violenza può diminuire la beatitudine futura, come fosse una colpa? b) E' vero ciò che dice Platone, che le anime tornano alle stelle? Beatrice spiega che in realtà tutti i beati stanno nell'Empireo, ma si mostrano a Dante nei diversi cieli perché egli possa distinguere tra i vari gradi di beatitudine, e che gli spiriti di questo cielo non resistettero completamente alla violenza.
Canto V
Beatrice mostra a Dante la santità del voto, poi salgono al cielo di Mercurio, mosso dagli Arcangeli, dove gli spiriti attivi stanno avvolti dalla luce; uno di essi si rivolge al poeta.
Canto VI
Lo spirito è quello di Giustiniano, che comincia a narrare la storia dell'aquila romana fino al suo regno, affermando che essa vendicò Cristo con la distruzione di Gerusalemme compiuta da Tito. Spiega poi che in quel cielo stanno gli spiriti che in vita ricercarono la gloria; tra essi Romeo di Villanova.
Canto VII
Riguardo all'affermazione di Giustiniano sulla vendetta di Cristo, Beatrice spiega che la morte del Figlio di Dio fu giusta per quanto riguardava la natura umana di Cristo, ma blasfema riguardo quella divina. Dio scelse il sacrificio del figlio per redimere l'uomo come mezzo implicante sia la misericordia che la giustizia.
Canto VIII
Dante e Beatrice salgono al cielo di Venere, mosso dai Principati. Qui stanno gli spiriti amanti del bene, tra cui Carlo Martello.
Canto IX
Carlo Martello predice a Dante mali futuri per gli Angioini; poi la poetessa Cunizza da Romano profetizza la rovina delle città venete che si ribellano all'Impero. Il trovatore Folchetto di Marsiglia indica a Dante l'anima di Raab, e poi si lancia in un'invettiva contro il clero.
Canto X
Si sale al cielo del Sole, mosso dalle Potestà; qui gli spiriti sapienti sfolgorano disposti in tre corone concentriche; tra essi Tommaso d'Aquino.
Canto XI
San Tommaso elogia San Francesco riassumendone la vita e lamenta la decadenza dell'ordine domenicano a cui egli apparteneva.
Canto XII
Interviene il francescano San Bonaventura, che elogia San Domenico riassumendone la vita e deplora la decadenza del suo ordine che male interpreta la propria regola.
Canto XIII
San Tommaso scioglie un dubbio di Dante riguardante la sapienza di Salomone.
Canto XIV
Beatrice chiede ai presenti di risolvere un nuovo dubbio di Dante riguardante lo stato dei corpi dopo la risurrezione; risponde Salomone, dicendo che allora i corpi saranno più perfetti e più splendenti, e i sensi si adegueranno a tale condizione. Dante e Beatrice salgono al cielo di Marte, mosso dalle Virtù, dove gli spiriti militanti formano una croce luminosa nel cui mezzo splende Cristo.
Canto XV
I beati tacciono per far parlare Dante; dal gruppo esce l'anima del suo antenato Cacciaguida, che accenna alla sua vita passata e loda i costumi dell'antica Firenze.
Canto XVI
Dante rivolge a Cacciaguida numerose domande sulla sua famiglia e sulle condizioni della città all'epoca in cui egli era vivo.
Canto XVII
Dante interroga Cacciaguida sul proprio futuro, e questi gli predice l'esilio e il successivo rifugio presso il magnanimo Cangrande della Scala; incita poi Dante a raccontare ciò che ha appreso nel suo viaggio, anche se potrà riuscire sgradito a qualcuno.
Canto XVIII
Cacciaguida mostra otto grandi spiriti, poi Dante e Beatrice salgono al cielo di Giove, mosso dalle Dominazioni, in cui gli spiriti giusti volteggiano nell'aere formando le parole di una sentenza biblica e l'immagine di un'aquila. Dante riflette sulla giustizia terrena e pronuncia un'invettiva contro la curia di Roma che mercanteggia la fede.
Canto XIX
L'aquila perla dell'imperscrutabilità del pensiero e delle intenzioni divine, affermando che nel giorno del Giudizio molti che non conobbero la fede saranno posti più vicino al Creatore di molti che nominalmente si professano Cristiani.
Canto XX
L'aquila indica a Dante i beati che compongono il suo occhio.
Canto XXI
Dante e Beatrice salgono al cielo di Saturno, mosso dai Troni, qui gli spiriti contemplanti vanno e vengono per una scala dorata diretta verso l'alto. Essi non cantano come dovrebbero per non annichilire Dante con la completa bellezza del Paradiso: lo spiega Pier Damiani, che poi passa a deplorare il lusso dei prelati.
Canto XXII
San Benedetto racconta la sua vita e la storia dell'ordine benedettino, biasimandone l'attuale decadenza. Dante e Beatrice salgono la scala, che porta al cielo delle stelle fisse, mosso dai Cherubini. Dante arriva nella costellazione dei Gemelli, sotto la quale è nato; sotto di sé vede piccolissimi tutti i cieli e i pianeti.
Canto XXIII
Nel mezzo del cielo sfavilla un sole da cui emerge la figura di Cristo; Dante non può sopportarne la vista e torna a guardare i beati, mentre Beatrice risplende di bellezza; tra essi vede Maria su cui cala l'arcangelo Gabriele. La Vergine ascende con loro nell'Empireo.
Canto XXIV
Beatrice invita i beati a dare a Dante un po' della loro saggezza; San Pietro interroga il poeta sulla fede, e questi risponde con sicurezza e proprietà su tutti gli argomenti. San Pietro gli impartisce la benedizione.
Canto XXV
San Jacopo di Galizia interroga Dante sulla Speranza, e il poeta si mostra sicuro anche su questo secondo argomento. Arriva anche San Giovanni, che dichiara essere falsa la leggenda che il suo corpo si trovi già in Paradiso.
Canto XXVI
San Giovanni interroga Dante sulla Carità, e anche stavolta il poeta si mostra preparato. I beati intonano una lode al Signore, mentre Dante si avvicina ad Adamo e gli pone alcune domande sulla sua esistenza.
Canto XXVII
San Pietro pronuncia un'invettiva contro i papa corrotti, in particolare Giovanni XXII e Clemente V; poi i beati tornano all'Empireo, mentre Dante e Beatrice salgono al Primo Mobile, mosso dai Serafini. Beatrice spiega a Dante il movimento del creato e biasima l'umanità corrotta.
Canto XXVIII
Negli occhi di Beatrice si riflette un punto di luce (Dio) attorniato da nove cerchi infuocati (gli ordini angelici); tra essi i più vicini a Dio sono più veloci e virtuosi. Beatrice descrive la gerarchia dei cori degli angeli.
Canto XXIX
Dio creò gli angeli per manifestare la sua bontà; quelli che si ribellarono con Lucifero caddero sulla Terra mentre quelli rimasti fedeli divennero incapaci di compiere peccato; il loro numero è infinito e bruciano di amore divino con diversa intensità, a seconda di come hanno ricevuto la luce divina. Beatrice poi deplora i cattivi predicatori.
Canto XXX
Dante e Beatrice arrivano nell'Empireo, dove un fiume di luce scorre tra rive fiorite prendendo forma di cerchio; da esso escono faville di luce che si trasformano in beati ed angeli, che si dispongono in una rosa circolare di mille gradini. Beatrice guida Dante al centro della rosa.
Canto XXXI
Beatrice torna al suo posto nella rosa, e al suo posto di fianco a Dante appare San Bernardo, che gli indica Maria circondata da angeli e beati a cui infonde letizia.
Canto XXXII
San Bernardo indica a Dante Eva, Rachele, Beatrice, Sara, Rebecca, Giuditta e Ruth, che stanno ai piedi di Maria; alla sua sinistra coloro che credettero in Cristo venturo, alla destra quelli che credettero in Cristo venuto; di fronte a Maria numerosi santi e l'Arcangelo Gabriele. Infine attorno a Maria si vedono anche Adamo, San Pietro e San Giovanni, Mosè, Sant'Anna e Santa Lucia.
Canto XXXIII
San Bernardo elogia Maria e le chiede di intercedere affinchè Dante possa godere della visione di Dio. Maria acconsente e leva in alto lo sguardo; allora Bernardo invita Dante a guardare il Creatore e la Trinità, in forma di triplice cerchio; il secondo cerchio sembra racchiudere un'effigie umana e Dante si sforza di comprendere quell'affascinante mistero (l'Incarnazione), ma la sua debole mente non può farcela da sola; solo il sopraggiungere di un'intuizione diretta ed istantanea infusagli dalla Grazia divina gli fa intravedere per un attimo la verità.
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DANTE (Durante) ALIGHIERI (tra il 14 maggio e il 13 giugno 1265-13 settembre 1321).Da famiglia della piccola nobiltà,
, che lo fa studiare con Brunetto Latini, grande studioso di Retorica. Nella giovinezza conosce Cavalcanti. Dopo il 1290 (morte di Bice) un periodo di traviamento, cui segue l’impegno politico e la ripresa degli studi teologici e filosofici (Boezio e Cicerone).Nel suo complesso la sua formazione è stata ricca ma irregolare, spesso autodidatta. Alla base della ideologia:Dio-la civiltà antica in chiave cristiana-autonomia comunale dal papa>modello universalistico-indipendenza di Filosofia e teologia>unione di fde e ragione (si nota nella Comedìa)-superiorità e valorizzazione del volgare.
Aderisce al partito dei guelfi bianchi (che esprimevano gli interessi del popolo grasso).Nel 1300 è priore.Nel 1302 è mandato in esilio dai guelfi Neri, saliti al potere.In esilio modifica la sua convinzione municipalistica precedente e d elabora un ideale universalistico di alto respiro.Si trasferisce in varie città venete (Treviso), in Lunigiana, nel Casentino, a Lucca, si schiera politicamente con Arrigo XII e gli chiede di unificare la penisola, e questo aggrava la sua posizione., poi va a Ravenna sotto Guido Novello da Polenta e a Verona, presso gli Scaligeri. Nel 1315 ottiene l’Amnistia, ma la rifiuta.
LA VITA NUOVA (1283-1291)Amore giovanile di Dante per Beatrice (Bice Portinari). Prosimetro. Sistema allegorico di lettura. Influenze Siciliane, provenzali (vida e razò) e dell’Agiografia medioevale, con le Confessioni di S.Agostino.. Rispetto ai precedenti non è in primo paino l’effetto dell’amore, ma la rapp. e la loda la donna amata. Pubblico borghese che deve conoscere l’amore e essere a conoscenza del dibattito filosofico.
DE VULGARI ELOQUENTIA (1303-1304).Definizione di un volgare illustre.LIBRO1-Dimostra il valore del volgare Illustre:analizza 14 volgari ma nessuno ha le caratteristiche del volgare perfetto usato dai grandi scrittori.LIBRO2: Solo i poeti più elevati possono usarlo, secondo lo schema della canzone e dell’endecasillabo-settenario. Tutti i volgari possono identificarsi col volgare più illustre, se si libera dai limiti “provinciali”.
IL CONVIVIO (1304): Enciclopedia incompiuta del sapere medioevale, rielaborata e di parte. Doveva comprendere 15 trattati, dedicati al commento di 14 canzoni. TRATTATO1: introduzione e Difesa del volgare.TRATTATO2-3:esaltazione della Filosofia TRATTATO4:discussione sulla nobiltà-proposta Della monarchia universale.
LE RIME (1283-1307): Raccolta di poesie sparse;ricerca sperimentale e centralità dell’amore.RIME STILNOVISTICHE- Amore unico tema:Beatrice ed altre donne.LE RIME PETROSE: Amore per una donna sensuale e crudele, influenzate dai provenzali (Arnaut Daniel) LE RIME DELL’ESILIO- Simile a Guittone, dominato da temi civili, in chiave etica.
LA MONARCHIA (1310-1313): espressione idee politiche dell’autore.LIBRO1 Sostiene la necessità della monarchia Universale che libererebbe gli uomini dalla cupidigia. LIBRO2 Considerazioni sull’avvento di Cristo avvenuto nel periodo Romano.LIBRO3 Rapporti Chiesa-Impero;confuta entrambe le tesi:il Papa non deve avere potere temporale, entrambe le istituzioni sono divine dunque non sottomesse l’una all’altra.
LE EPISTOLAE ( 1310-1313) XI – esortazione dopo la morte di clemente a scegliere un Papa italiano. XXI – rifiuto
Sdegnoso dell’amnistia concessa dai Neri XIII – Dedica del purgatorio a Cangrande della Scala.
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Dante nacque a Firenze nel 1265 da una famiglia della piccola nobiltà di parte guelfa.
Poté quindi ricevere una raffinata educazione in gioventù; nonostante le non felici condizioni economiche della propria famiglia. Nell'età giovanile ricevette l'educazione, come ci dice lui stesso nel XV dell'inferno, da Latini. In lui inoltre accanto agli interessi dottrinali si manifesto anche la vocazione per la poesia. Le sue esperienze giovanili si compiono tutte intorno alla figura di una donna, Beatrice, che sarà poi il cardine di tutte le sue opere successive. Beatrice nel 1290 muore; Dante passa un breve periodo di smarrimento che lo porterà ad uscire dallo stilnovismo. Per trovare conforto dopo la morte di Beatrice si dedica anche alla filosofia, allo stesso tempo approfondisce la sua cultura poetica leggendo i poeti latini, soprattutto Virgilio (che considera il suo "maestro" e il suo "autore"), riscopre i grandi poeti provenzali e per finire si accosta alla poesia burlesca e realistica.
Nel 1295 Dante entrò a far parte dell'ordine dei medici e speziali; questo gli aprì la possibilità di fare politica, come ci viene dimostrato dal fatto che negli anni successivi ricoprì varie cariche fino a diventare uno dei priori (suprema magistratura cittadina). Proprio in questo periodo si manifesta il conflitto fra bianchi e neri, conflitto interno alla categoria dei guelfi, e prendono forma le oscure manovre del papa per dominare la Toscana. Dante si adoperò per sventare i maneggi del papa e ristabilire l'ordine fra i cittadini, ma per le sue idee venne considerato più vicino ai bianchi (che reclamavano l'autonomia di Firenze), alla vittoria della parte nera fu quindi: prima esiliato, con l'accusa di baratteria, e successivamente, non essendosi presentato in propria difesa, era a Roma come ambasciatore in questo periodo, venne condannato al rogo.
Incominciò così l'esperienza dell'esilio, che dopo aver portato Dante a cercare di rientrare a Firenze con la forza, lo fece pellegrinare per le regioni dell'Italia. Dante visse come uomo di corte presso i signori magnanimi (che di solito ospitavano questi intellettuali per servirsene e per ricavarne lustro).
È proprio in questa condizione che Dante ripudiava (vivere per la generosità altrui), ch'egli mori nel 1321 a Ravenna.
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Modelli danteschi
* Bibbia: Dante s'ispira alla Bibbia perché il suo poema,
* come la Bibbia, nasconde un significato che va al di là di quello letterale e che è detto significato allegorico (verità nascosta sotto bella menzogna). Sarebbe poi possibile anche ritrovare altri due significati nell'opera maggiore di Dante: il significato morale (che i lettori devono sforzarsi di trovare) e quello anagogico (significato profondamente spirituale).
* Eneide: Dante sceglie Virgilio, autore dell'Eneide, come guida. Dante si ispira all'opera dell'autore mantovano poiché come in questa opera il protagonista, Enea, scendeva agli Inferi per udire dall'ombra del padre il destino glorioso della città che egli si appresta a fondare, anche Dante, uomo vivo, scende nei regni dell'oltretomba, anche se per un motivo totalmente diverso.
Lo stile
Lo stile del poema di Dante è appunto, come dice il titolo, la commedia, opera contraddistinta dallo stile basso e umile, che differisce dalla tragedia poiché quest'ultima ha uno stile alto e sublime e dall'elegia, che ha uno stile medio e comune. Un ulteriore elemento che diversifica commedia e tragedia è la materia dell'opera: nella commedia la vicenda narrata inizia da situazioni difficili, ma finisce bene, mentre nella tragedia la materia all'inizio è meravigliosa e placida, ma alla fine paurosa. Dante utilizza comunque nella sua commedia anche lo stile tragico ed elegiaco rifacendosi alla dichiarazione di poetica di Orazio, che autorizzava la commistione degli stili.
Visione anagogica
Dante nella commedia non rappresenta solo sé stesso, ma è la figura esemplare del cristiano in cerca della salvezza. Dante presuppone che il lettore della commedia abbia una concezione religiosa della realtà.
Il viaggio
il viaggio di dante inizia, probabilmente, la sera del 25 marzo 1300 e l'attraversamento dell'inferno dura 3 giorni. Dante segue il percorso morale e spirituale che va dal peccato al pentimento alla salvezza (passando allegoricamente per inferno, purgatorio e paradiso). La commedia comincia nel momento in cui la coscienza di Dante cerca di tornare sulla retta via.
L'Inferno è la cantica concepita con maggior rigore geometrico (architetture). Il Purgatorio è formato da paesaggi. Nel Paradiso mancano uniformità e gradualità tipici dei paesaggi: è contraddistinto da una varietà di scenari brusca e contrastante.
Analisi dei primi dieci canti dell'Inferno
Breve riassunto dei canti
1. Premesse e ragioni terrene del viaggio
2. Ragioni sovrannaturali che rendono possibile il viaggio, presentazione di Beatrice
3. Attraversamento porta infernale incontro con ignavi arrivo all'Acheronte e tragitto sul fiume da parte di Caronte svenimento di Dante
4. arrivo al limbo e incontro con spiriti magni
5. Cerchio 2: incontro con minosse visione delle anime dei lussuriosi colloquio con Francesca da Rimini
6. Cerchio 3 - descrizione dei golosi e del demone Cerbero incontro con Ciacco digressione di Virgilio sulla condizione dei dannati dopo il giudizio universale
7. Cerchio 4 - descrizione degli avari e prodighi e loro pena cerchio 5 - descrizione degli iracondi, prepotenti e accidiosi
8. Attraversamento dello Stige e arrivo alle porte della città di Dite (basso inferno) arrivo dei diavoli decisi a fermare Dante (prima vogliono far passare solamente Virgilio, poi sbattono la porta in faccia anche a lui). Dante è spaventato e avvilito. Significato allegorico: chi come Dante ripercorre la via della penitenza e della salvezza, incontra vari ostacoli: tentazioni (diavoli), ricordo e rimorso della vita passata (erinni), la disperazione che impietrisce (medusa). per superare questi ostacoli la forza della ragione (Virgilio) è indispensabile ma non è sufficiente: è necessario l'aiuto della grazia divina.
9. Dante e Virgilio riescono a entrare nella città di Dite grazie all'aiuto di un messo celeste. Cerchio 6: descrizione degli eretici e loro pena
10. Stesso cerchi: incontro e colloquio con Farinata e Cavalcante (suocero e padre di Guido Cavalcanti)
Descrizione delle pene dei dannati
Contrappasso = corrispondenza, per contrapposizione o analogia, delle pene dei vari peccatori con le colpe commesse.
* Ignavi (contr. per contrapposizione) sono costretti a correre dietro ad un vessillo senza senso (loro che non avevano avuto veri ideali), piangendo e sanguinando per le punture di mosconi e vespe. Le lacrime e il sangue si raccolgono ai loro piedi e di ciò si cibano vermi schifosi.
* Anime del limbo nessuna condanna per contrappasso, l'unica punizione è il non poter giungere alla contemplazione di Dio.
* Lussuriosi (contr. per analogia) come in vita i lussuriosi furono trascinati dalla bufera del desiderio e della passione, ora vengono travolti da una bufera nell'Inferno.
* Golosi (contr. per contrapposizione) le anime dei golosi sono punite da una pioggia mista di acqua sporca, grandine e neve che le prostra nel fango riducendole a bestie. Cerbero li graffia e li squarta con i suoi artigli. I golosi avevano vissuto in mezzo a cibi raffinati e ora devono stare nel fango puzzolente.
* Avari e prodighi (contr. per analogia) divisi in due schiere, spingono pesanti massi in direzioni opposte fino a che si scontrano: dopo essersi insultati a vicenda, fanno dietro-front e ripartono, fino al nuovo scontro dalla parte opposta del cerchio. Questa pena mette in risalto l'inutile sforzo di chi si occupa eccessivamente delle ricchezze terrene, per sperperarle o per accumularle. Inoltre, gli avari e i prodighi, come furono ciechi e senza discernimento, sono ora irriconoscibili e stravolti nelle loro sembianze.
* Iracondi, prepotenti e accidiosi (contr. per analogia) gli iracondi e i prepotenti si percuotono e mordono a vicenda, come fecero da vivi con gli altri uomini. sotto il fango dello Stige stanno gli accidiosi, che non si opposero al male e chiusero nel proprio egoismo pigro le loro angosce, senza essere capaci della giusta ira e del giusto sdegno.
* Eretici (contr. per contrapposizione) giacciono in tombe infuocate senza coperchio, più o meno calde a seconda della loro colpa: questo sta a significare come già da vivi essi siano sepolti nel proprio peccato, quasi già praticamente morti. Le tombe verranno sigillate dopo il giudizio finale.
Personaggi incontrati
* Dante: uomo peccatore, si è smarrito in una selva buia (peccato), ha perso la strada giusta e intende salire su un colle (salvezza) per ritrovare la luce, ma viene bloccato da tre fiere. Virgilio, guida di Dante (ragione) arriva a salvare Dante e gli prospetta un viaggio necessario ai fini della sua redenzione spirituale. Durante il poema sarà possibile osservare vari stati d'animo di Dante.
* Virgilio: guida di Dante attraverso i regni dell'oltretomba, rappresenta la ragione, ed è stato inviato dalla Grazia Divina al fine di condurre il protagonista nel viaggio di purificazione.
* Beatrice: viene presentata nel canto 2 e rappresenta la Grazia Divina Operante. Beatrice fu il primo amore di Dante e di lei si parlò già nella Vita Nuova; il suo nome significa "portatrice di beatitudine" e sarà proprio lei a condurre Dante nel Paradiso, poiché l'entrata è preclusa a Virgilio.
* Caronte: traghetta delle anime dei dannati da una sponda all'altra dell'Acheronte ed è un demone infernale.
* Paolo e Francesca
* Cerbero
* Ciacco
* Farinata
* Cavalcante
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Baiox
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