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mercoledì 4 marzo 2009

Tema svolto L'uomo e l'ambiente

Viviamo in un'epoca allo stesso tempo affascinante e terribile.

Affascinante perché mai come adesso il futuro del Pianeta Terra è soprattutto nelle nostre mani; ciò che avrà luogo domani dipenderà in buona parte da ciò che la comunità umana farà o non farà oggi. Temibile perché la nostra generazione è la prima, da quando la specie umana è comparsa sulla Terra, ad avere il potere di distruggere in poco tempo tutto quello che ci proviene dal passato, compromettendo irrimediabilmente quello che potrebbe esistere nel futuro del nostro pianeta. L'Homo sapiens ha interagito con il mondo naturale sin da quando apparve sulla faccia della Terra. Con il passare del tempo e con l'evolversi delle proprie capacità culturali ha incredibilmente ampliato le proprie capacità di modificazione degli ambienti naturali. Ma è soltanto da pochissimo tempo, se lo rapportiamo al periodo per il quale si suppone sia apparsa sulla Terra, che la specie umana sta intervenendo rapidamente e profondamente sui cicli dell'intera biosfera, quella fascia costituita da acqua, aria e suolo ove è possibile l'esistenza ed il mantenimento del fenomeno vita. I tempi in cui ciò sta avendo luogo sono veramente brevissimi rispetto a quelli dell'evoluzione geologica e biologica e gli effetti a breve, medio e lungo termine di questo continuo e crescente intervento sono ben lungi dall'essere conosciuti. L'osservazione di quanto avviene in natura ci indica che ogni essere vivente sopravvive finché risulta in grado di interagire adeguatamente con il proprio ambiente. La nostra specie non solo ha perfezionato le sue capacità di adattamento ai diversi ambienti naturali presenti sulla Terra, ma ha modificato gli ambienti stessi in proporzioni superiori a quelle dovute all'intervento di qualsiasi altra specie vivente ed in tempi brevissimi. Oggi non esiste alcun luogo della biosfera dove l'intervento umano non sia giunto in qualche modo, direttamente o indirettamente. Gli autentici sconvolgimenti che abbiamo prodotto e produciamo continuamente non possono che ritorcersi sulle nostre stesse capacità di sopravvivenza in quanto conducono ad una complessiva diminuzione della possibilità del pianeta di far fronte ai nostri bisogni. La reciproca interazione uomo-ambiente sta andando, con ogni probabilità, oltre le capacità di risposta della biosfera. Gli stessi processi ecologici fondamentali che consentono la vita sulla Terra potrebbero essere intaccati irreversibilmente. Con le nostre attività distruggiamo ambienti naturali fondamentali per gli equilibri del nostro pianeta, consolidatisi in milioni di anni di evoluzione: interveniamo con azioni di ogni tipo nei delicati cicli della natura, incrementiamo continuamente le strutture insediative (case, strade, industrie) coprendo porzioni crescenti di prezioso suolo produttivo, facciamo scomparire per sempre numerose specie viventi che con noi dividono il pianeta. Agendo in questo modo provochiamo una costante diminuzione della capacità naturale del globo terrestre di sopportare l'impatto quantitativo e qualitativo della specie umana. I problemi della sovrappopolazione, il progetto tecnologico, l'accumulo dei rifiuti, l'impoverimento delle materie prime e la ricerca di fonti alternative di energia hanno modificato profondamente l'ambiente naturale, tanto da renderlo, per caratteristiche ecologiche, assai diverso da quello primitivo e, cosa più grave, lo hanno trasformato in modo da renderlo sempre meno adatto all'instaurarsi di condizioni di vita ottimali per gli organismi viventi. Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad episodi drammatici quali la catastrofe della centrale nucleare di Cernobyl, gli acquedotti inquinati dall'uso massiccio di diserbanti penetrati poi nelle falde freatiche, l'avvelenamento dei fiumi a causa del riversarsi nelle acque di sostanze tossiche prodotte dalle industrie, le pessime condizioni di vita createsi nei centri urbani delle grandi città. Tutti questi ed altri episodi, di inconfutabile pericolosità, fanno capo ad un' unica responsabilità: il dissennato uso del territorio e delle risorse che continuiamo a perpetrare, incuranti delle chiare avvisaglie di forte pericolo. Soprattutto negli ultimi decenni, grazie a nuove e potenti tecnologie, alla sempre crescente richiesta di beni e all'enorme aumento della popolazione mondiale, l'uomo si è comportato come un vero saccheggiatore. Immensi giacimenti di materie prime, la cui costituzione aveva richiesto tempi geologici, sono starti esauriti nel volgere di pochi anni. E' qui la responsabilità del dissesto idrogeologico in atto da decenni, nel dissennato disboscamento con la conseguente desertificazione e la progressiva riduzione delle aree verdi mondiali, nella diminuzione delle campagne inghiottite dalle periferie delle megalopoli, nell'insensata abitudine di tracciare strade di dubbia utilità in zone di grande valore naturalistico, nella sconsiderata emissione di sostanze inquinanti nell'ambito dell'atmosfera, del suolo e delle acque. Per anni chi si è battuto in difesa dell'ambiente è stato visto come un'utopista, un visionario, un sognatore, o peggio, come un oppositore del progresso umano. Oggi è sempre più evidente a tutti che non può esistere nessun tipo di sviluppo umano, sociale ed economico, ove la base stessa dello sviluppo, e cioè la natura, venga irrazionalmente dilapidata. Questo non significa che il rapporto dell'uomo nei confronti della natura debba essere di semplice contemplazione o di statica conservazione; la conservazione di un bene naturale infatti è tanto più corretta quanto più questo bene è usato; il problema sta nella correttezza di utilizzazione e gestione delle risorse, nel perseguire uno sviluppo sostenibile. Anche se non si può negare di assistere ad un incremento della consapevolezza dell'opinione pubblica circa questi problemi, non si può purtroppo segnalare una parallela e decisa azione concreta in merito da parte di governanti, politici, amministratori, pianificatori e cittadini. Consideriamo quale ruolo potremmo assumere: non quello di distruttori, ma di apportatori di vita, di custodi del mondo. Siamo in grado di trovare soluzioni ed interventi, le nostre capacità in campo genetico, ingegneristico ed ecologico ci permettono di lavorare con sistemi naturali e di trarre beneficio da essi, senza distruggerne l'integrità e le capacità di rinnovamento. Possiamo insomma attingere al reddito della biosfera senza intaccarne il capitale: salvaguardare le specie dall'estinzione, ripristinare la varietà dei paesaggi, rifertilizzare i suoli, riattivare il ciclo verde nelle terre aride, invertire la tendenza del processo d'inquinamento negli oceani e nell'atmosfera, riciclare le scorie in modo utile, imbrigliare l'energia del sole, del vento e dell'acqua, e sfruttare la ricchezza genetica dell'evoluzione in modo da formare organismi che lavorino in società con noi, per ottenere nuovi raccolti, microbi, piante, medicinali e materiali. Ed esattamente come abbiamo per tanto tempo controllato la popolazione di altre specie, potremmo controllare la nostra, mantenendole entro livelli sostenibili. L'educazione ai consumi, il controllo dei bisogni, la messa a punto dei comportamenti che permettono la convivenza tra utilizzazione e conservazione delle risorse costituiscono l'unica via da percorrere nella logica della sopravvivenza. Per attuare ciò è indispensabile un profondo cambiamento della nostra mentalità di uomini delle società industrializzate, che promuova lo sviluppo della creatività, dell'immaginazione, della previsione, dell'anticipazione, favorendo in tal modo la risoluzione dei problemi prima di trovarceli tra i piedi. Conservare la natura vuol dire anche e soprattutto prevedere il futuro, agendo sul presente, e per far ciò è indispensabile utilizzare al meglio la risorsa più promettente per il nostro difficile domani: il nostro cervello.

Tema svolto gratis L'inquinamento

In questi ultimi anni, ascoltando telegiornali, leggendo riviste o parlando con gli amici, si discute su problemi molto gravi: l'inquinamento e il degrado ambientale.

Il termine inquinamento indica l'introduzione nell'ambiente di sostanze in grado di provocare pericoli effettivi o potenziali per la salute dell'uomo oppure di minacciare l'esistenza di animali e piante. Se ci chiedessero che cosa è l'ambiente, la nostra prima risposta sarebbe "il verde che ci circonda", "la natura"; ma in realtà è un insieme di diversi fattori (esseri viventi, caratteristiche climatiche, interventi umani...) che permettono la vita; in esso anche un piccolo cambiamento può riportare conseguenze gravi; anche l'uomo in questo sistema svolge una funzione importante, spesso opera interventi locali che rovinano in modo irreparabile gli ecosistemi.
In questi ultimi due secoli nei paesi ricchi e sviluppati, il "progresso" ha influito pesantemente sull'ambiente, procurando conseguenze anche drammatiche per la stessa sopravvivenza dell'uomo; si è, infatti, passati ad un mondo costituito più di cemento che di "verde" e soprattutto a stili di vita caratterizzati da esigenze, sia individuali sia comuni, sempre più elevate. Nel dopoguerra, in seguito ad un aumento demografico e al boom economico, c'è stata un'espansione delle città che si sono riempite di palazzi sempre più alti e addossati gli uni agli altri, a discapito degli spazi verdi che si sono ridotti spesso a semplici aiuole. Negli ultimi anni, fortunatamente, ci si è accorti che gli spazi verdi sono indispensabili sia per un fattore estetico ma soprattutto per un benessere comune.
Il progresso scientifico e soprattutto tecnologico ha posto alla portata di tutti elettrodomestici di vario tipo, senza i quali non riusciremmo a vivere; noi giovani per esempio riteniamo quasi indispensabili computer, televisione, video giochi, impianti stereo, cellulari ecc.; e nessuna casalinga penso riuscirebbe a fare a meno di lavatrice, frigorifero, forno, frullatori e così via. Tutti questi strumenti però richiedono un dispendio di energia elevatissimo e come sappiamo la corrente elettrica si ricava da risorse naturali di vario tipo, impiegate nelle centrali. Spesso i genitori ci riprendono per l'eccessivo consumo di energia, per esempio perché lasciamo accese troppe luci, o facciamo funzionare contemporaneamente più strumenti, adesso capisco che, oltre a un discorso puramente economico, altrettanto importante è quello energetico e quindi ambientale. La nostra è diventata anche una società "dell'usa e getta", infatti, si utilizzano sempre di più materiali cartacei o di plastica che indubbiamente sono più pratici e igienici ma d'altra parte aumentano il volume dei rifiuti che già comunque si producono. Oggi l'opinione pubblica si mostra più sensibile al problema ambientale e collabora con le iniziative prese dalle varie amministrazioni per migliorare la situazione; per esempio il nostro Comune è stato uno dei primi ad attuare la raccolta differenziata dei rifiuti e da un sondaggio pare che, dopo un primo momento di difficoltà, la popolazione abbia aderito e collaborato attivamente.
Anche i governi hanno cominciato occuparsi del problema inquinamento, nel 1972 i rappresentanti di 113 Paesi si sono riuniti a Stoccolma per la prima conferenza delle nazioni unite sull'ambiente per esaminare le conseguenze che sarebbero derivate da un incontrollato inquinamento ambientale. Questa conferenza è stata importante perché ha messo a confronto la situazione degli Stati più industrializzati con quella degli Stati poveri. Si è arrivati alla conclusione che una crescita economica tanto rapida, basata sullo sfruttamento delle risorse naturali non rinnovabili, per esempio minerali e petrolio, può portare in tempi brevi al loro rapido esaurimento e che lo sfruttamento delle risorse apparentemente rinnovabili, come il suolo coltivato, se non si tiene conto delle capacità e dei tempi di rigenerazione, può condurre a una diminuzione della fertilità del terreno favorendo un aumento dei deserti. Successivamente nel 1987 fu affermato che lo sviluppo tecnologico e economico è concepibile con la salvaguardia dell'ambiente e fu introdotto il concetto di sviluppo sostenibile, incentrato sulla possibilità di produrre un miglioramento che possa soddisfare i bisogni delle attuali generazioni senza togliere a quelle future i mezzi per soddisfare i loro.
In pratica in Italia, oltre alla raccolta differenziata, sono state istituite alcune domeniche senza automobili, durante le quali il cittadino può circolare a piedi o in bicicletta oppure con mezzi pubblici, spesso gratuiti. Purtroppo il fatto che non tutte le città aderiscano a questa iniziativa, vanifica l'utilità della stessa, perché non esistono barriere fisiche all'inquinamento tra località adiacenti e inoltre la scarsa frequenza annulla il risultato. D'altra parte non penso che la gente accetterebbe di passare tutte le domeniche a piedi. In ultima analisi questo è un problema molto grave che coinvolge tutto il mondo e non è facilmente risolvibile, è comunque positivo che ci si sia accorti che le risorse non sono inesauribili e quindi bisogna trovare una soluzione a livello mondiale.

lunedì 23 febbraio 2009

Tema gratis Effetto Serra

Il rapido sviluppo industriale iniziato nel xix secolo è stato caratterizzato da un continuo aumento del consumo di combustibili fossili ,con la conseguente aggiunta all'atmosfera di grandi quantità di CO2 un tipico prodotto della combustione.



Considerando l'atmosfera nel suo insieme , nessuno dei gas che la costituisce assorbe in misura significativa le radiazioni aventi una lunghezza d'onda compresa tra i 0.4 e i 0.7 µm ,quelle cioè che corrispondono alla banda del visibile, che comprende una buona parte delle radiazioni solari incidente. Ciò spiega perché la maggior parte delle radiazioni visibili raggiunge la superficie terrestre e perché si dice che l'atmosfera è trasparente alle radiazioni solari. Pertanto l'energia solare diretta è assai poco efficace ai fini di un riscaldamento dell'atmosfera terrestre ; il grosso dell'energia che questa riceve è una conseguenza dell'irraggiamento ad opera della superficie terrestre, che restituisce l'energia della radiazione solare da essa assorbita .Tale processo, come vedremo ,è della massima importanza per la dinamica del tempo atmosferico.
Circa il 50% dell'energia solare che investe l'atmosfera raggiunge direttamente o indirettamente (cioè per diffusione) la superficie terrestre e ne viene assorbito .La maggior parte dell'energia assorbita viene nuovamente irradiata verso il cielo. Ma, poiché la Terra ha una temperatura superficiale molto inferiore a quella della superficie del Sole ,la radiazione terrestre è costituita, da onde elettromagnetiche di lunghezza d'onda maggiore di quella della radiazione solare. Il grosso della radiazione terrestre presenta lunghezze d'onda che vanno da 1 a 30 µm, che cadono quindi, all'interno della banda dell'infrarosso .E d'altra parte l'atmosfera ha globalmente buone capacità di assorbimento nei confronti di queste radiazioni.
Particolarmente efficaci secondo questo aspetto sono il vapore acqueo e l'anidride carbonica. Pertanto, poiché come abbiamo visto, l'atmosfera è piuttosto trasparente nei confronti della radiazione solare (a onde corte) e maggiormente assorbente nei confronti della radiazione terrestre (a onde lunghe), essa viene riscaldata dal basso verso l'alto piuttosto che viceversa .Ciò spiega la graduale diminuzione della temperatura con la quota che si osserva nella troposfera: quanto più è lontana dal «radiatore», tanto più fredda risulta l'aria. Nell'assorbire la radiazione terrestre i gas dell'atmosfera si riscaldano ,ma prima o poi finiscono per irradiare a loro volta l'energia così assorbita.
Di conseguenza , la superficie terrestre viene continuamente rifornita di calore , oltre che dal sole, anche dall'atmosfera ;senza l'assorbimento e il conseguente irraggiamento da parte dei gas dell'atmosfera , la Terra non sarebbe un pianeta abitabile.

Parte della CO2 via via immessa nell'atmosfera si scioglie nelle acque degli oceani e parte viene utilizzata dalle piante, ma circa il 40-50 % rimane nell'atmosfera. Con l'aumento di anidride carbonica l'effetto serra sarà ancora più consistente e più facilmente rilevabile. Nell'ipotesi di un raddoppio del contenuto di CO2 i modelli più realistici prevedono un aumento globale della temperatura alla superficie terrestre, compreso tra 3 e 5 C, e un riscaldamento della parte inferiore dell'atmosfera non uguale dovunque: la variazione termica nelle regioni polari potrà essere due o tre volte superiore alla media globale.
Ciò sarebbe dovuto, almeno in parte, alla notevole stabilità della troposfera polare, che ostacola il mescolamento verticale dell'aria e limita, perciò, la quantità di calore che dalla superficie può trasferirsi verso l'alto. Un ulteriore contributo al maggior incremento della temperatura nelle regioni polari dovrebbe venire anche dalla prevista riduzione dell'estensione di superficie marina ghiacciata, come verrà meglio precisato tra breve. L'atmosfera è un sistema fisico interattivo assai complesso; nell'analizzarne il comportamento, si devono prendere in considerazione molte possibili conseguenze dell'alterazione anche di uno solo degli elementi del sistema. Queste varie possibilità, dette meccanismi di risposta climatici, non solo complicano i tentativi di costruire dei modelli climatici, ma accrescono anche l'incertezza delle previsioni in questo campo. Tra i meccanismi di risposta climatici, il più ovvio e importante è quello basato sul fatto che una temperatura superficiale maggiore intensifica l'evaporazione, il che fa aumentare la quantità di vapore acqueo nell'atmosfera. Ricordiamo che anche il vapore acqueo assorbe efficacemente la radiazione terrestre, per cui, con più vapore acqueo nell'aria, l'effetto di aumento della temperatura dovuto alla presenza di una maggior quantità di anidride carbonica viene ad essere ulteriormente accentuato. L'aumento di temperatura alle latitudini elevate dovrebbe essere maggiore del valore medio globale. Tale conclusione è basata, in parte sull'ipotesi che la superficie marina coperta dai ghiacci (il pack) si riduca con l'aumentare della temperatura: di conseguenza, dato che il ghiaccio riflette indietro una percentuale di radiazione incidente molto maggiore di quella riflessa dall'acqua, con la fusione del pack, una superficie altamente riflettente verrebbe sostituita da una superficie relativamente scura.
Come risultato, rispetto a oggi, nelle aree polari la superficie terrestre assorbirebbe una maggiore quantità di energia solare, che, riemessa verso l'atmosfera, finirebbe per accrescere l'incremento di
temperatura provocato dall'aumento di CO2 nell'atmosfera.

Esistono, però, anche effetti che tendono a neutralizzare il cambiamento iniziale, in quanto operano in senso opposto ad esso. Un aumento globale della temperatura avrebbe come probabile risultato un parallelo aumento della copertura di nubi, dovuto al maggior contenuto di vapore acqueo nell'atmosfera.
La maggior parte delle nubi riflette molto bene la radiazione solare: allo stesso tempo, le nubi assorbono e reirradiano altrettanto bene la radiazione terrestre.
Il risultato complessivo di un aumento della copertura nuvolosa sarebbe perciò una diminuzione della temperatura dell'aria. Tuttavia, anche se l'aumento della copertura nuvolosa opera in senso contrario, in base agli attuali modelli climatici un raddoppio della quantità di anidride carbonica nell'atmosfera si tradurrebbe alla fine in un aumento globale di temperatura.
Il problema di un riscaldamento globale provocato da un aumento di CO2 nell'atmosfera è stato ed è uno degli aspetti più studiati e discussi relativi ai cambiamenti climatici. Sebbene non si sia riusciti ancora a elaborare un modello che tenga conto dell'intera gamma di possibili effetti e meccanismi di risposta, è convinzione comune, nell'ambito della comunità scientifica, che un aumento di CO2 nell'atmosfera porti, alla fine, a un pianeta più caldo, con una diversa distribuzione dei regimi climatici.
Questo tipo di cambiamenti climatici avrebbero un grosso impatto sulla distribuzione mondiale delle risorse acquifere e sulla produttività delle aree a sviluppo agricolo che dipendono dai fiumi per l'irrigazione. I cambiamenti nella temperatura pro¬vocano anche effetti sugli ecosistemi naturali e sugli insediamenti umani. La popolazione impiegata in agricoltura che subisca tali effetti può essere costretta a cercare nuovi insediamenti ,mentre i residenti lungo le regioni co¬stiere possono trovarsi a dover fare fronte a grandi difficoltà. Sembra in¬fatti che il livello del mare debba innalzarsi per più di un metro nei prossimi 50 100 anni, a causa dello scioglimento dei ghiacciai e dell'espansione termica degli oceani . Come conseguenza si avrebbero un'erosione accelerata delle linee di costa e vaste inondazioni che distruggerebbero spiagge, zone umide e insediamenti costieri.

Ci sono ancora molte incertezze nella determinazione dei danni di un au¬mento dell'anidride carbonica e degli altri gas nell'atmosfera del pianeta Terra , ma gli effetti finali avranno conseguenze importanti in termini economici, sociali e politici, anche se i cambiamenti ambientali che ne deriveranno saranno impercettibili, nel breve tempo, alle popolazioni.

Tema gratis Deforestazione

Prima che l'uomo "scoprisse" l'agricoltura, gran parte della Terra era ricoperta di foreste e di praterie, dove gli ecosistemi avevano il loro equilibrio naturale. La "scoperta" dell'agricoltura diede inizio all'abbattimento delle foreste per dare luogo alle colture. Il legno abbattuto servì per costruire abitazioni, piccole barche e per accendere il fuoco


A quell'epoca l'uomo avvertiva la natura come un pericolo mortale. Le foreste costituivano un ostacolo alle comunicazioni. Già in epoca romana le foreste mediterranee erano state in gran parte distrutte. Erano scomparsi, almeno in gran parte, i boschi di pini marittimi in Italia e le foreste di cedro con cui i Fenici avevano costruito le loro navi.
In estese regioni il terreno divenne arido e fu sottoposto senza alcuna difesa all'opera distruttiva del vento e della pioggia. La Mesopotamia, ricchissima di boschi e giardini un tempo, è oggi praticamente una plaga desertica.
Oggi, nella dimensione culturale che l'ecologia ha creato e che sembra essere la nuova fondamentale verità dell'uomo che si è avviato all'inizio del Millennio, si lancia un nuovo allarme: l'uomo sta distruggendo le ultime foreste esistenti sul pianeta. Grandi foreste ricoprono ancora estese regioni dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina. Ormai da diversi decenni queste ultime zone verdi vengono distrutte. E i motivi sono vari. Vi è il problema dell'urbanizzazione ma vi è anche un altro problema che stranamente le nazioni industrializzate fingono di ignorare. I Paesi sottosviluppati, oppressi da enormi debiti, vedono nel legname una risorsa fondamentale per far fronte a tale problema.
Nel Villaggio Globale ci si è accorti improvvisamente della Foresta Amazzonica. L'Amazzonia è un'immensa regione, in gran parte del Brasile. Fino agli anni cinquanta l'Amazzonia restò relativamente immune all'avanzare del progresso. Poi il presidente Kubitscek decise la fondazione di Brasilia, quasi al centro della foresta. Si iniziò con la costruzione di una strada snodantesi per la foresta. Appena furono costruiti gli edifici del Parlamento, il palazzo del governo, quello del presidente della Repubblica, l'edificio della Corte suprema e l'aeroporto internazionale, la capitale fu trasferita a Rio de Janeiro come capitale federale. Successivamente si diede inizio alla costruzione dei quartieri residenziali. I gruppi primitivi che abitavano nella foresta furono assillati da una folla di antropologi. Se ne tentò la civilizzazione e fu un disastro.
E contemporaneamente si cominciò a distruggere la foresta per creare colture, aree di allevamento e le risorse minerarie venero sfruttate al massimo. Ambientalisti di ogni genere proposero e propongono le più svariate soluzioni. Il governo brasiliano promette prudenza, ma la distruzione continua. Di questo passo le aree boschive saranno ridotte al minimo.
Il problema non è affatto semplice da risolvere. La deforestazione e l'Effetto Serra ci porteranno ad un collasso globale senza precedenti. Il problema, infatti, sarà aperto fino a quando ci saranno governi che ne trarranno interessi economici.
Abbiamo visto, quindi, quale grande importanza abbiano le piante che, tutte insieme, prendono il nome di "regno vegetale". Esse esplicano una funzione importante nel mondo. Infatti, rendono salubre l'aria che respiriamo, arricchendola di umidità e di ossigeno, e ad essa sottraggono l'anidride carbonica. Attraverso queste loro attività, le piante svolgono un'azione regolatrice del clima. Le piante forniscono sostanze nutritive necessarie sia nell'uomo (verdura, frutta…) che agli animali (erba, frutti). Né dobbiamo trascurare l'impiego delle piante nella produzione del legno e della cellulosa. Ricordiamo poi l'utilizzo delle piante tessili e di quelle medicinali. Ammirando un albero possiamo riconoscere le radici, le foglie e il fusto.
La radice generalmente si trova sotto terra. Essa è ben infissa nel terreno consentendo alla pianta di protendersi verso l'alto e di resistere alle avverse condizioni atmosferiche e ha la funzione di assorbire l'acqua dal terreno.
Il fusto è quella parte della pianta al di sopra del terreno, tra le foglie e la radice. Il termine fusto dobbiamo estenderlo anche ai rami. Il fusto ha la funzione di sostegno e di trasporto in quanto rende possibile il trasferimento di acqua dalle radici alle foglie. Nel fusto ha luogo una circolazione: l'acqua sale, insieme con i sali minerali (linfa grezza) dalle radici alle foglie mentre le sostanze elaborate nella fotosintesi (linfa elaborata) discendono dalle foglie ai vari organi della pianta.
Guardando un albero ciò che ci appare più evidente sono le foglie, sottili lamine di colore verde. Ogni lamina è di colore verde intenso nella pagina superiore perché nella superficie verso l'alto vi è concentrata una maggiore quantità di clorofilla dovuta ad un'esposizione maggiore alla luce del sole, mentre è di colore più pallido in quella inferiore, più in ombra. Nella foglia avviene il processo chiamato fotosintesi clorofilliana in cui si formano gli zuccheri, alimento primario per le piante.
Come abbiamo detto prima, molti Paesi sottosviluppati ricavano ingenti capitali con la vendita del legname abbattuto nelle foreste. La maggior parte del legname abbattuto viene portato nelle segherie per essere lavorato.
L'operazione primaria per ottenere il legname è l'abbattimento delle piante. L'albero, tagliato alla base, viene privato dei rami e parzialmente della corteccia. Il trasporto avviene con mezzi diversi: se il bosco si trova in montagna i tronchi vengono portati a valle con delle teleferiche. Nel caso in cui il bosco sia in pianura, il trasporto può avvenire anche per fluitazione oppure con autocarri. Quando i tronchi arrivano in segheria vengono scortecciati definitivamente, poi lavati e tagliati in pezzi commerciali e quindi sottoposti a stagionatura, naturale o artificiale. La stagionatura naturale consiste nell'accatastare le tavole in un luogo asciutto e coperto. Questo processo richiede diversi mesi di tempo, ma consente di evitare inconvenienti e deformazioni. La stagionatura artificiale consiste nel far essiccare le tavole in speciali forni a circolazione forzata di aria calda. Dura solo poche settimane ma può provocare successive deformazione del legno per il ritiro delle fibre.
La lavorazione del legno comporta diversi procedimenti. Si può comunque riassumere in tre fasi: la prima è quella in cui il tronco viene scortecciato e squadrato; la seconda prevede una ulteriore lavorazione per ottenere semilavorati; infine nella terza fase i semilavorati vengono sottoposti a lavorazione per ottenere prodotti finiti.
Si fa molto uso anche dei derivati del legno. Il compensato si ottiene incollando fra loro un numero dispari di fogli di legno, in modo che i vari strati abbiano le fibre perpendicolari fra loro e questo conferisce ai pannelli un notevole aumento della resistenza.
I paniforti si ottengono da listelli a sezione quadrata o rettangolare incollati l'uno accanto all'altro e racchiusi tra due piallacci. Sono molto usati per la costruzione di mobili. Il tamburato si ottiene con un'intelaiatura in massello ricoperta da due strati di compensato. Si usa per la costruzione di porte. I pannelli truciolati si ottengono con gli scarti delle operazioni primarie. Si usano per la realizzazione di mobili e pannelli. Gli strumenti per la lavorazione del legno sono rimasti gli stessi degli artigiani del passato. Oggi abbiamo migliorato soltanto alcuni materiali costitutivi. E' possibile distinguere tra gli utensili per tagliare, quelli per forare e quelli per levigare. Gli utensili per tagliare comprendono, in genere, vari tipi di seghe. Gli attrezzi per forare sono i trapani a mano ma per legni particolarmente duri si ricorre al trapano elettrico. Gli strumenti per lisciare sono le pialle.
Le grandi falegnamerie usano spesso macchine combinate, che riuniscono più lavorazioni. Esistono, comunque, macchine singole che eseguono le operazioni già menzionate. Anche nelle falegnamerie artigianali, inevitabilmente, si sta andando verso l'organizzazione di un sistema di lavoro integrato, basato su macchine a controllo numerico. Questi sistemi assicurano alta tecnologia e precisione.
Come ben sappiamo il legno è largamente usato anche nell'arte. Questo uso, infatti, ha origini remotissime, come è dimostrato dalle palafitte di epoca neolitica. I maggiori sviluppi dell'architettura lignea si sono avuti nei Paesi nordici, più ricchi di legname. Le applicazioni del legno all'architettura sono complesse e variate, estendendosi dal semplice uso sussidiario per costruzioni in altri materiali (ponteggi, armatura) alla realizzazione di strutture interamente lignee, in cui l'intelaiatura in legno ha la funzione portante. L'aspetto più notevole delle strutture interamente lignee è costituito dai diversi tipi di copertura: dal semplice solaio (Egitto, Paesi a clima caldo) alla carena di nave (architettura islamica e romanica) o ai grandi soffitti piani riccamente decorati (Rinascimento e Barocco).
Naturalmente gli aspetti più originali e complessi dell'uso del legno si rintracciano nelle costruzioni ideate e interamente costruite in tale materiale, come ponti, archi di trionfo, opere militari di difesa.
L'uso del legno è antichissimo anche per ciò che riguarda la scultura. Questa, eseguita attraverso la tecnica dell'intaglio, scavando ciò nel materiale per mezzo dello scalpello, è infatti presente nella cultura occidentale fin dall'antichità classica. Si può affermare che i Greci e i Romani usavano il legno per immagini sacre. Lo sviluppo massimo della statuaria lignea si ebbe con l'arte romanica e poi con quella gotica, specialmente nelle regioni tedesche. Più della pietra il legno permetteva infatti giochi sottili di linee e di piani propri di tali sculture figurative. La cultura romanica, che faceva largo uso del legno per le statue, venne eseguita da quelle umanistica e rinascimentale. In quelle correnti idealiste l'uso del legno venne quasi completamente abbandonato per fare un maggiore uso del marmo. Nel Seicento venne nuovamente impiegato per i presepi napoletani e per gli altari spagnoli. Nel Settecento, infine, il legno venne usato diffusamente per statue di santi e angeli.
Uno dei Paesi maggiori esportatore di legname è il Brasile, il cui territorio "ospita" la Foresta Amazzonica. Il Brasile si trova in America Meridionale e confina con quasi tutti gli Stati del subcontinente. Il suo territorio è montuoso al centro e sulle coste orientali, mentre è pianeggiante a nord dove appunto è situata l'Amazzonia. La parte montuosa è costituita dagli altopiani del Mato Grosso, del Brasile e del Caatigas Sertão. La massima altitudine è raggiunta dal Pico da Bandeira che ha un'altezza di 2890 m. I fiumi hanno una grande portata d'acqua e sono il Rio delle Amazzoni, lo Xingu, il Tocantins, l'Araguaia e il Topajos. Il clima è arido sugli altopiani mentre è umido e di conseguenza piovoso a nord. Le coste in genere sono alte e rocciose a sud mentre a nord sono pianeggianti e un po' più articolate. La capitale è Brasilia ma questa città non è la più importante. La forma di governo è la repubblica federale presidenziale, formata da 26 stati, ciascuno retto da un'assemblea elettiva e da un Distretto Federale. Capo dello Stato e del Governo è il Presidente della Repubblica, eletto ogni 5 anni a suffragio universale, egli esercita il potere esecutivo. Le religioni professate sono la cattolica e la protestante. La lingua ufficiale è il portoghese anche se gli Amerindi preferiscono parlare idiomi propri. Dotato di un enorme potenziale di risorse umane e naturali, il Brasile è di gran lunga il più importante Paese dell'America Latina. Finito il periodo di sfruttamento da parte dei coloni portoghesi, il Paese ha rafforzato la propria economia, da un lato diversificando e consolidando le produzioni agricole, dall'altro avviando un poderoso processo di industrializzazione. Ma a parte questo impegno dei Brasiliani, il Paese continua a presentare un assetto economico fondamentalmente subordinato al capitale straniero; ciò dà la misura della fragilità del sistema produttivo brasiliano, dovendosi tener conto che esso, date le ristrettezze del mercato interno, lavora essenzialmente per l'estero. Anzi proprio la ponderosa spinta all'industrializzazione, iniziata nella seconda metà degli anni '60 e che avrebbe potuto portare il Brasile ad acquistare un'autentica autonomia sulla scena mondiale economica, è sta indotta da investimenti esteri che qui hanno trovato, oltre naturalmente alle ingenti materie prime, manodopera abbondante e a basso costo.
L'agricoltura occupa il 26% della popolazione attiva e, pur disponendo di un'ampia superficie coltivabile, sfrutta solo il 9% dell'area disponibile. Inoltre la maggior parte dei territori è occupata da colture commerciali, mentre relativamente limitata è la superficie destinata a quelle alimentari, la cui produzione non basta alle necessità di una popolazione tanto numerosa. La situazione è anche il frutto di un sistema agrario di vecchia importazione, in cui la grande proprietà ancora dominante non viene sfruttata. Vi sono però anche grandi aziende agricole moderne in cui si coltivano caffè, canna da zucchero e cotone. Tra le colture predominanti ci sono anche la manioca, lo zucchero, le patate, i fagioli, il mais e il riso. Nettamente più importanti sono le colture da piantagione, per molte delle quali il Paese si colloca ai primissimi posti.
Il Brasile possiede un patrimonio bovino di 131 milioni di capi risultato in forte espansione e tra i più cospicui del mondo, mentre in minor peso ci sono anche ovini e caprini a cui si aggiunge il patrimonio equino. Notevole importanza presenta la pesca, che dà complessivamente 848.000 tonnellate di pescato.
Il Brasile si avvia a diventare una potenza mondiale: in particolare per il ferro è già il secondo produttore al mondo e i depositi amazzonici di Serras Carajas, che si affiancano a quelli di più antico sfruttamento del Minas Gerais, sono ritenuti i vasti del mondo. Molto cospicui sono anche i giacimenti di manganese, nichel, uranio, oro, diamanti e pietre preziose. Sono quindi presenti anche industrie estrattive, controllate però da società straniere. Non sono molto consistenti le fonti energetiche tranne per quelle idroelettriche alimentate dagli enormi corsi d'acqua presenti.
La maggior parte dei problemi dell'America Latina sono la conseguenza di quasi trecento anni di colonizzazione spagnola e portoghese.
Nel 1492 Cristoforo Colombo scoprì l'America, il Nuovo Mondo. Verso il 1500 i conquistadores spagnoli e portoghesi arrivarono in America Meridionale con l'intento di sfruttare al massimo le enormi ricchezze che quegli immensi territori offrivano loro. Con la colonizzazione ebbe inizio la tratta degli schiavi neri provenienti dall'Africa. Essi venivano catturati o comprati dai capi tribù in cambio di qualche cianfrusaglia inutile. Gli schiavi lavoravano nelle piantagioni e nelle miniere dei conquistadores e sostituivano le civiltà precolombiane già decimate a causa del durissimo lavoro e per le malattie portate dagli Europei di cui non disponevano di difese interne. I coloni, poi, non si preoccuparono di sviluppare l'economia locale, ma si limitarono solo s sfruttare quelle ricchezze ottenute con la forza, portando i prodotti finiti in Europa. Ciò garantiva loro un alto guadagno. Altro problema che essi non si posero fu quello dei confini tracciati a tavolino, senza tener conto delle diverse popolazioni che venivano così a trovarsi a vivere insieme.
I primi moti sudamericani ebbero inizio nel 1810.La spinta per questi moti partì inizialmente da coloro i quali avevano strappato il potere politico dalle mani dei funzionari inviati dalla madrepatria. Di fronte al successo delle prime ribellioni, Ferdinando VII di Spagna inviò consistenti rinforzi militari e procedette alla più crudele repressione. A difesa degli insorti, si schierarono tanto l'Inghilterra, per motivi di interessi economici, quanto gli Stati Uniti, secondo il principio sostenuto dal presidente James Monroe e cioè che gli Europei non dovevano intromettersi nelle questioni americane come gli Americani non si intromettevano in quelle europee.
Il 9 luglio 1816 avvenne la Dichiarazione d'Indipendenza delle Provincie Unite della Plata (Argentina). Il Cile divenne libero nel 1818 e lo seguirono negli anni successi il Messico, il Brasile e il Perù.
Anche in Italia ci furono dei moti rivoluzionari. Le idee di libertà si sentivano anche nelle opere degli artisti e dei musicisti. Proprio fra questi ultimi un musicista che si distinse per le sue idee liberali fu Giuseppe Verdi.
Infatti il nome di Verdi ci riporta al pensiero del Risorgimento italiano perché visse nei luoghi delle società segrete, intente in una lunga battaglia per conquistare l'unità d'Italia. Grazie alle sue opere teatrali, Verdi contribuì a infievolire l'animo dei combattenti. Quando andò in scena alla Scala di Milano i Lombardi alla prima crociata, il pubblico si emozionò molto sentendo cantare quelle parole di libertà e i soldati austriaci che vigilavano il teatro erano un po' preoccupati.
Anche il suo cognome era una specie di messaggio in codice: infatti aveva il significato di Vittorio Emanuele Re Di Italia: V.E.R.D.I. Trovare su un muro il suo cognome indicava che lì si stava svolgendo una riunione delle società segrete; i soldati austriaci non potevano insospettirsi perché Verdi era il musicista più famoso d'Europa e trovarono normale leggere il suo nome sui muri.
Giuseppe Verdi nacque a Roncole di Busseto, in provincia di Parma. Figlio di povera gente, potè studiare grazie all'aiuto economico di un commerciante del luogo, Antonio Barezzi, sposandone in seguito la figlia Margherita. Egli aveva sempre creduto nelle straordinarie qualità possedute dal ragazzo.
Gli inizi della sua carriera furono duri. Tra l'altro, nel momento più critico, perdette nel giro di pochi mesi due figli e la moglie. Tuttavia, incoraggiato dal suocero e dalla cantante Giuseppina Streponi, divenuta poi la fedele compagna di tutta la sua vita, il suo genio non tardò ad imporsi.
Insieme a Wagner è il più grande compositore operista dell'Ottocento, e allo stesso tempo figura di rilievo, quasi un simbolo, negli anni del Risorgimento italiano. Le sue opere principali. Le sue opere principali sono: "Nabucco", "I Lombardi alla prima crociata", "Rigoletto", "Il trovatore", "La traviata", "L'Aida", "Othello", "Falstaff".
Morì a Milano nel 1901.
Durante la sua vita fu grande amico di Camillo Benso di Cavour e Alessandro Manzoni. Il primo gli propose di candidarsi come deputato: Verdi accettò anche se disse sempre di esservi stato costretto e dimettendosi non molto dopo la sua elezione, avvenuta in seguito ad un ballottaggio.
Di Alessandro Manzoni, Verdi fu grande ammiratore, non nascondendo la sua ammirazione per colui che riteneva il più grande scrittore di tutti i tempi.

sabato 7 febbraio 2009

Tema gratis Energia pulita

È noto come le riserve mondiali di pe¬trolio e di gas naturale non siano inesauribili e come lo sfruttamento di queste fonti di energia costituisca un grave fattore d'inqui¬namento ambientale. Sulla base di tali con¬siderazioni, in questo ventunesimo secolo il reperimento di fonti alternative d'energia diventa centrale nella prospettiva di uno svi¬luppo economico compatibile con gli equili¬bri ambientali.
A detta di scienziati ed opinionisti, sarà l'acqua il petrolio del domani. Infatti lo stesso Carlo Rubbia, premio Nobel per la fi¬sica, ha sottolineato come l'acqua sarà una fonte inesauribile di energia in un futuro non lontano.


Nonostante i Paesi più industrializzati del mondo si siano impegnati ad attuare quanto previsto dal Protocollo di Kyoto, che impone di ridurre le emissioni di gas-serra nell' atmosfera, l'inquinamento ambientale non accenna a diminuire. Soprattutto la quantità di anidride carbonica presente nel¬l'atmosfera, causa principale del cosiddetto "effetto-serra", resta a livelli preoccupanti.
La questione ambientale è strettamente connessa a quella degli approvvigionamenti energetici, indispensabili alla sopravviven¬za dell'economia industrializzata. Ma la so¬pravvivenza della vita stessa sulla Terra di¬pende, a sua volta, dall'utilizzo di fonti energetiche alternative o rinnovabili, come l'energia idroelettrica (ricavabile dalla forza meccanica di una massa d'acqua che fa gira¬re un generatore di corrente), l'energia geo¬termica (ricavabile dal vapore che emerge in superficie nelle zone vulcaniche), l'energia solare (dal calore dei raggi del sole) e l'ener¬gia eolica (quella del vento). Tuttavia i costi per sfruttare queste fonti di energia sono an¬cora molto elevati.
L'Enea, l'Ente nazionale per l'energia alternativa, ha proposto di recente alcune so¬luzioni al problema dell'approvvigionamen¬to energetico: la combustione pulita del car¬bone, mediante la separazione di idrogeno ed anidride carbonica da effettuare mettendo a contatto carbone e acqua ad una temperatura elevata, nonché l'utilizzo di una forma di energia ricavata dalla concentrazione della luce solare per mezzo di un impianto di spec¬chi parabolici. Anche in questo caso esistono però degli inconvenienti: trasformare il car¬bone da fossile in combustibile ridurrebbe enormemente gli effetti nocivi sull'ambiente, ma le emissioni di anidride carbonica nell'at¬mosfera aumenterebbero; dal sole si può ri¬cavare, con un semplice processo termo-chi¬mico, l'energia pulita, ma la variabilità delle condizioni climatiche costituisce un proble¬ma non irrilevante.
Nelle forme di energia alternativa ap¬pena indicate il ruolo dell'idrogeno è fonda¬mentale ed è proprio su quest'ultimo che l'Enea sta concentrando i suoi sforzi nella sua sfida per l'energia del futuro. Scienziati e ricercatori hanno approntato un piano per sfruttare tutte le potenzialità del gas più dif¬fuso in natura: si tratta della cosiddetta "cel¬la a idrogeno", una cella a combustibile ba¬sata sull'azione elettrochimica che permette di utilizzare l'idrogeno dell'acqua. In prati¬ca, il principio è simile a quello di una batte¬ria, con la differenza che la cella a combu¬stibile non si limita a conservare energia elettrica, ma la genera.
Queste le fasi del processo: l'idrogeno viene inserito nella cella dal polo negativo e libera protoni ed elettroni, mentre dal polo positivo entra l'ossigeno; il polo positivo at¬trae gli elettroni che vengono convogliati in un circuito esterno e si produce così l'ener¬gia elettrica; i protoni invece si uniscono al¬l'ossigeno, formando acqua; poi, quando l'acqua viene espulsa, l'ossigeno torna a riempire la cella, rinnovando il processo.
Si prevede che l'Italia potrebbe essere presto all'avanguardia nella produzione di energia all'idrogeno, un'energia assoluta¬mente "pulita" e praticamente inesauribile in natura. Certo, estrarre l'idrogeno è attual¬mente ancora molto costoso, ma le nuove tec¬nologie in futuro renderanno possibile questa incredibile rivoluzione. Enormi i vantaggi che ne deriverebbero: pensiamo soltanto alla possibilità di costruire e commercializzare autoveicoli a idrogeno, con conseguente ab¬battimento del tasso d'inquinamento e straor¬dinaria ripresa della produzione automobili¬stica oggi in crisi. L'auto a idrogeno, ancora molto costosa, è ormai quasi una realtà, ben più di un prototipo: basti pensare che la Ge¬neraI Motors, l'azienda americana leader nel settore automobilistico, si è impegnata a do¬tare, quanto prima, l'esercito USA di alcune migliaia di questi particolari veicoli.

Tema gratis Inquinamento

Il termine inquinamento indica l'introduzione nell'ambiente di sostanze in grado di provocare pericoli effettivi o potenziali per la salute dell'uomo oppure di minacciare l'esistenza di animali e piante. Se ci chiedessero che cosa è l'ambiente, la nostra prima risposta sarebbe "il verde che ci circonda", "la natura"; ma in realtà è un insieme di diversi fattori (esseri viventi, caratteristiche climatiche, interventi umani...) che permettono la vita; in esso anche un piccolo cambiamento può causare conseguenze gravi. Anche l'uomo in questo sistema svolge una funzione importante, ma spesso opera interventi locali che rovinano in modo irreparabile gli ecosistemi.

In questi ultimi due secoli nei paesi ricchi e sviluppati, il "progresso" ha influito pesantemente sull'ambiente, procurando conseguenze anche drammatiche per la stessa sopravvivenza dell'uomo; si è, infatti, passati ad un mondo costituito più di cemento che di "verde" e soprattutto a stili di vita caratterizzati da esigenze, sia individuali sia comuni, sempre più elevate. Nel dopoguerra, in seguito ad un aumento demografico e al boom economico, c'è stata un'espansione delle città che si sono riempite di palazzi sempre più alti e addossati gli uni agli altri, a discapito degli spazi verdi che si sono ridotti spesso a semplici aiuole. Negli ultimi anni, fortunatamente, ci si è accorti che gli spazi verdi sono indispensabili sia per un fattore estetico ma soprattutto per un benessere comune.
Il progresso scientifico e soprattutto tecnologico ha permesso a tutti di utilizzare elettrodomestici di vario tipo, senza i quali, ormai, non riusciremmo a vivere; noi giovani per esempio riteniamo quasi indispensabili computer, televisione, video giochi, impianti stereo, cellulari ecc.; e nessuna casalinga riuscirebbe a fare a meno di lavatrice, frigorifero, forno, frullatori e così via. Tutti questi strumenti però richiedono un dispendio di energia elevatissimo e come sappiamo la corrente elettrica si ricava da risorse naturali di vario tipo, impiegate nelle centrali. Spesso i genitori ci riprendono per l'eccessivo consumo di energia, per esempio perché lasciamo accese troppe luci, o facciamo funzionare contemporaneamente più strumenti. Adesso capisco che, oltre a un discorso puramente economico, altrettanto importante è quello energetico e quindi ambientale. La nostra è diventata anche una società "dell'usa e getta". Infatti, si utilizzano sempre di più materiali cartacei o di plastica che indubbiamente sono più pratici e igienici ma d'altra parte aumentano il volume dei rifiuti che già comunque si producono. Oggi l'opinione pubblica si mostra più sensibile al problema ambientale e collabora con le iniziative prese dalle varie amministrazioni per migliorare la situazione; per esempio il nostro Comune è stato uno dei primi ad attuare la raccolta differenziata dei rifiuti e da un sondaggio pare che, dopo un primo momento di difficoltà, la popolazione abbia aderito e collaborato attivamente.
Anche i governi hanno cominciato ad occuparsi del problema inquinamento: nel 1972 i rappresentanti di 113 Paesi si sono riuniti a Stoccolma per la prima conferenza delle nazioni unite sull'ambiente per esaminare le conseguenze che sarebbero derivate da un incontrollato inquinamento ambientale. Questa conferenza è stata importante perché ha messo a confronto la situazione degli Stati più industrializzati con quella degli Stati poveri. Si è arrivati alla conclusione che una crescita economica tanto rapida, basata sullo sfruttamento delle risorse naturali non rinnovabili, per esempio carbone e petrolio, può portare in tempi brevi al loro rapido esaurimento e che lo sfruttamento delle risorse apparentemente rinnovabili, come il suolo coltivato, se non si tiene conto delle capacità e dei tempi di rigenerazione, può condurre a una diminuzione della fertilità del terreno favorendo un aumento dei deserti. Questa conferenza ebbe una ripercussione importante sulla vita di tutti i giorni, causando, insieme alla crisi petrolifera quasi contemporanea, una maggiore attenzione all’utilizzo limitato dei mezzi di trasporto (la cosiddetta austerity) e alla ricerca di energie alternative. Successivamente nel 1987 fu affermato che lo sviluppo tecnologico e economico è concepibile con la salvaguardia dell'ambiente e fu introdotto il concetto di sviluppo sostenibile, incentrato sulla possibilità di produrre un miglioramento che possa soddisfare i bisogni delle attuali generazioni senza togliere a quelle future i mezzi per soddisfare i loro. Infine nel 1992 la conferenza di Rio ha decretato la protezione delle foreste ed alcuni impegni di politica ambientale mondiale.
Cosa si fa in pratica, in Italia, per realizzare questi importanti obiettivi? Uno strumento importante, come già detto, è quello del riciclaggio dei rifiuti, che fa sì che una parte dei nostri rifiuti possa essere riutilizzata (carta plastica, vetro, concime) e non automaticamente distrutta. Oltre alla raccolta differenziata, sono state istituite alcune domeniche senza automobili, durante le quali il cittadino può circolare a piedi o in bicicletta oppure con mezzi pubblici, spesso gratuiti. Purtroppo il fatto che non tutte le città aderiscano a questa iniziativa, vanifica l'utilità della stessa, perché non esistono barriere fisiche all'inquinamento tra località adiacenti e inoltre la scarsa frequenza annulla il risultato. Noi non ce ne rendiamo conto, ma anche il riscaldamento in inverno e i condizionatori in estate sono fattori inquinanti, e vale la pena almeno di privilegiare fonti di energia con un minore impatto ambientale (metano, invece di nafta e legna) ed operare per evitare gli sprechi. Il problema sembra di difficile soluzione, ma la consapevolezza che le risorse del nostro pianeta non sono illimitate, e che, anche nel nostro piccolo, possiamo fare qualcosa per inquinare di meno, è già un passo avanti notevole.

Tema gratis Inquinamento

Ancora oggi l’umanità è ben lontana dal raggiungere il suo obiettivo principale: “una economia mondiale ambientalmente sostenibile con un uso razionale ed equo delle risorse”. Purtroppo l’ economia è la sola realtà che conta in questa nostra società dei consumi ed è alla base del degrado ecologico in cui viviamo oggi. Essa è anche la ragione prima che spinge gli uomini a viaggiare da un angolo all’altro della terra, per riempire le loro tasche, e che ha portato gli stessi Capi di Stato a riunirsi più volte per cercare di risolvere questo scottante problema. I loro imperativi, ufficialmente, sono “integrare le strategie ambientali e le politiche economiche; considerare l’interdipendenza tra il benessere dei popoli e quello del mondo biologico; limitare i consumi; conservare le biodiversità; frenare l’aumento demografico. Resta ancora irrisolto l’interrogativo più interessante: quando queste belle frasi verranno messe in pratica?

Orami a pochissimi giorni dall’alba del 2000 il mondo sembra guardare al nuovo millennio con un unico sentimento: ottimismo responsabile. In alcune zone dei paesi Occidentali molti parametri ambientali stanno decisamente migliorando: il tasso di inquinamento tende a stabilizzarsi, e talvolta a diminuire, e le foreste a recuperare terreno. I problemi ecologici più gravi si stanno spostando verso il Sud del mondo, dove i parametri ambientali dei paesi in via di sviluppo, dove risiede l’80% della popolazione globale e dove, nei prossimi decenni, nascerà la maggioranza dei bambini, vanno sempre più a peggiorare.
Si prospetta, così, lo scenario di un mondo composto di una serie infinita di “tasselli” con situazioni ambientali diverse, come un disastroso mosaico.
L’aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera, mantenendo i ritmi attuali, tra tre anni sarà superiore al 15% ed il mondo dovrà affrontare il cambiamento climatico dovuto al riscaldamento del pianeta, che causerà alluvioni, siccità e incendi, come già accade in Sud Asia.
Questo cambiamento del clima, per altro già in atto, non è causato solo dall’aumento dell’emissione di anidride carbonica e di gas di scarico, generati anche dai combustibili fossili, nell’atmosfera: esso è aggravato dalla deforestazione in atto nell’America tropicale. Le grandi industrie “rubano” alberi secolari per trasformarli in infissi e parquet di lusso per i paesi sviluppati, noncuranti del fatto che la foresta tagliata non ricresce più perché si altera il suo equilibrio e si distrugge l’intero ecosistema che vi gravita intorno, animali e uomini compresi.
Ogni anno distruggiamo migliaia di specie viventi, animali e vegetali, preziosissimi per tutti gli esseri che vivono sull’intero pianeta terra. Negli ultimi anni sono aumentate le aree protette, ma anche le specie in via di estinzione; per proteggere la biodiversità bisogna ridurre la crescita demografica e l’estrema povertà del Sud del mondo e l’eccesso di consumi del Nord.
Il problema dell’aumento demografico planetario è sul tavolo delle priorità da molti anni, ma solo da poco tempo ci si è resi pienamente conto del legame imprescindibile tra la crescita della popolazione ed il degrado sociale ed ambientale. Come fare? Forse riducendo le disparità sociali ed economiche, soddisfacendo i bisogni primari dei paesi sottosviluppati: educare, dare forza, formazione e potere alle donne; assicurare assistenza sanitaria ed opportunità economiche; sfamare e portare cultura e tecnologie moderne; non brutali programmi di contraccezione e sterilizzazione forzata (come in Cina), ma progetti di ampio respiro. In una parola: “dare”, e non soltanto “prendere”. E quando anche dall’Africa arriveranno dati confortanti sulla scolarizzazione, sull’assistenza, sullo sviluppo, specie per chi oggi vive in condizione di estrema debolezza, come le donne e i bambini, potremo dire di essere sulla strada giusta per risolvere questo problema.
Se ci riusciremo potremo lavorare anche sull’altro, quello dell’emigrazione dal Sud del mondo verso i paesi sviluppati. L’emigrazione è causata, però, anche da guerre e calamità naturali, oltre che dalla fame e dall’insicurezza socio-economica: ma se risolveremo il problema del sottosviluppo gli altri si risolveranno di conseguenza. Non dobbiamo trascurare il fatto, però, che anche la distruzione radicale degli ambienti sta spingendo e spingerà masse di uomini, popolazioni intere, a fuggire dai propri luoghi d’origine per riversarsi nei paesi “civilizzati” alla ricerca della stabilità economica o della speranza di un futuro.
Ma anche in questi paesi il futuro non è certo “roseo”: pesticidi, irrigazioni forzate, piogge acide, monocolture, immissioni di gas velenosi nell’atmosfera, cementificazione, ecc., stanno accelerando il processo di sterilizzazione del suolo. Il petrolio, poi, altamente inquinante, sta esaurendo le sue scorte e l’economia si avvia a periodi di crisi.
Non dimentichiamo poi le “nuove malattie” del 2000, l’AIDS, Ebola e chissà quanti altri agenti patogeni, scaturiti dalla foresta pluviale, che rapidamente si stanno diffondendo in tutta la popolazione mondiale. E’ alquanto indicativo il fatto che questi virus si siano generati nelle zone più ecologicamente disastrate e sovrappopolate del nostro pianeta, l’Africa centrale e tropicale; in un certo senso si potrebbe dire che la terra stia creando una risposta immunitaria al virus della razza umana. Come se volesse reagire ad un parassita, al cemento che la invade distruggendo la flora, al cancro della densità abitativa delle città, ai veleni che si diffondono nell’aria e al suo interno, la terra combatte una strenua battaglia contro la malattia chiamata “uomo”.
L’unica soluzione è “fare pace con l’ambiente, fare pace con l’uomo”, anche se tutta la storia del genere umano ci mostra quanto sia sempre stato difficile per l’uomo vivere in armonia con il proprio ambiente e con i propri “vicini”.
La sfida del futuro sarà anche l’energia pulita: riusciranno i nostri figli, su cui ricade, purtroppo, questa triste eredità, a dare più spazio al sole, al vento, all’acqua, alla geotermia? Il futuro dell’umanità si giocherà tutto nel trovare l’energia per accendere una lampadina che illumini il mondo sulla via della guarigione.

Tema gratis Difesa dell'ambiente

Tra le esigenze più sentite dall'uomo contemporaneo c'è quella di vivere in un ambiente salubre ed esteticamente piacevole.
Si tratta di soddisfare i bisogni di sopravvivenza e di conservazione, ma anche di placare il proprio desiderio spirituale di bellezza.
La rivoluzione industriale, se da un lato ha migliorato il tenore di vita di strati sociali altrimenti esclusi dalla fruizione di tutta una serie di beni e servizi, ha dall'altro creato degli squilibri nell'ecosistema globale. E il liberismo sfrenato, da molti auspicato in economia come catalizzatore di sicuro progresso, minaccia di produrre danni ancora più terribili.


Le metropoli, troppo densamente abitate, sono già oggi invivibili; i centri urbani del mondo sviluppato sono soffocati da un traffico ingovernato e folle, dallo smog che impedisce di respirare, dalle esalazioni industriali che a volte minacciano da vicino i cittadini; le acque, spesso usate senza razionalità e rispetto cominciano già a scarseggiare, quando non sono avvelenate da ogni sorta di veleno prodotto dalle lavorazioni industriali e dai consumi domestici o inquinate da microrganismi patogeni, il cui sviluppo è dovuto ad uno sviluppo produttivo non armonioso.
Il disastro ecologico determinato dal cambiamento radicale della produzione e dell'economia, ha determinato come reazione, un movimento di idee critico verso la civiltà industriale. Il filone principale di questa ideologia antindustriale è rappresentato dal marxismo e da tutte le sue ramificazioni ideologiche novecentesche. Il movimento ecologista, che oggi raccoglie in qualche modo l'eredità di questo pensiero critico radicale, ha rinunciato beneficamente a molti massimalismi e fondamentalismi ideologici (e ad altri sarebbe bene rinunciasse) e si è andato invero stemperando in un un movimento variegato, dalle molte anime, ma con un obiettivo comune: garantire all'uomo la vita nell'ecosfera, la più armoniosa e salubre possibile.
Qualsiasi intervento parziale, settoriale, locale sull'ambiente ha, secondo me, scarse probabilità di successo.
Sempre più va profilandosi la necessità di intervenire sul modo di produrre, nell'impedire quelle lavorazioni che, come sottoprodotti generano veleni pericolosi per l'uomo, nel cercare delle fonti di energia il più pulite possibile.
Non si tratta di predicare un'austerità ideologica fine a se stessa; tutti, credo, vogliamo continuare a godere degli agi e delle comodità che il mondo contemporaneo ci offre copiosamente. Si tratta, però, di modulare meglio, in maniera più concertata e razionale, lo sviluppo.
Il ruolo di regolatore deve essere ripreso dallo Stato o da quegli organismi sovranazionali che ne hanno l'autorità. E' necessario che le istituzioni riacquisiscano il loro ruolo, cui troppo frettolosamente avevano abdicato, di arbitri del mercato e della vita economica, con troppa euforia e superficialità lasciati nelle mani della pur necessaria iniziativa, intelligenza e lungimiranza dei singoli.
Lo Stato, o chi per lui, deve fissare delle regole da rispettare e stabilire con chiarezza cosa è lecito e cosa è illecito.
La cosiddetta "mano invisibile", benefica regolatrice di ogni cosa, è ormai un'utopia a cui credono in pochi.
Sull'uomo contemporaneo urgono e incombono, inoltre, le gravi responsabilità nei confronti delle generazioni future.
Superare il narcisismo egotista del massimo piacere e divertimento da realizzare nel presente immediato significa dirigere il nostro pensiero al benessere dei nostri figli e nipoti, consegnare loro, in una ipotetica e ideale staffetta, un pianeta vivibile.
Non solo; significa tutelare il patrimonio urbanistico, architettonico e artistico delle nostre città, così piene di storie e di cultura.
Soddisfare il nostro senso estetico e permettere che le testimonianze più alte delle civiltà che ci hanno preceduto siano accessibile anche alle generazioni future.
Per ottenere questi importanti obiettivi, c'è bisogno si diffonda in maniera sempre più capillare, e massimamente in coloro che amministrano e governano, una sensibilità e una cultura che anziché alla quantità, siano orientate alla qualità.

Tema gratis Effetto Serra

L'effetto di maggior impatto ambienta¬le che l'industrializzazione abbia prodotto èsenza dubbio il cosiddetto "effetto-serra", cioè la concentrazione negli strati bassi del¬l'atmosfera di gas tossici, in particolare ani¬dride carbonica, che hanno creato una sorta di gigantesca serra che impedisce al calore irradiato dal sole sul nostro pianeta di di¬sperdersi. L'effetto-serra ed il conseguente progressivo surriscaldamento della superfi¬cie della Terra possono determinare effetti devastanti sull'equilibrio ambientale: muta¬zione dei cicli stagionali, innalzamento del livello del mare, crescente desertificazione della superficie terrestre, pericolosa contra¬zione della biodiversità.

La biodiversità, cioè la complessa dif¬ferenziazione delle specie e, alI 'interno di ogni specie, degli individui, costituisce il segreto della vita. È essa che consente una più ampia selezione degli individui e quindi la sopravvivenza delle stesse specie, ed è la vera ricchezza del nostro Pianeta, poiché rende possibile quella varietà che permette ad ogni specie di meglio reagire alle variabi¬li esterne, garantendo così un equilibrio al¬trimenti difficilmente sostenibile.
L'inquinamento ambientale e i gravi fenomeni della deforestazione e della deser¬tificazione rischiano di condannare al¬ l'estinzione tante specie animali e vegetali, queste ultime messe in pericolo anche dalle modificazioni genetiche che favoriscono la produzione su larga scala di poche varietà di colture, più facilmente commerciabili.
Da sempre le piante e gli animali hanno dovuto adattarsi ai mutamenti climatici, ma da quando queste alterazioni sono diventate più rapide e frequenti a causa dell'aumento dell'immissione di gas-serra nell'atmosfera, tante specie animali, di mammiferi come di uccelli, di insetti come di pesci, sono state costrette a cambiare anticipatamente il loro habitat, cioè a spostarsi in luoghi più conso¬ni alla loro sopravvivenza.
Il WWF, l'associazione mondiale per la difesa della natura, ha lanciato l'allarme: centinaia di specie, dai gamberi d'acqua dolce a numerose varietà di farfalle e d'in¬setti, dalle meduse ai ricci di mare, rischiano di scomparire nei prossimi anni. In pericolo sono anche molte specie di mammiferi e di uccelli. La salvaguardia della vita sul Piane¬ta, dell' attuale flora e dell' attuale fauna, di¬pende dall'efficacia delle politiche ecologi¬che dei Paesi più industrializzati, che sono i maggiori responsabili dell 'inquinamento ambientale.
In primo luogo, occorre investire su fonti energetiche alternative al carbone, al petrolio, ai gas naturali e anche al nucleare, su fonti che siano rinnovabili e pulite. Le speranze sono riposte nell'energia ricavabi¬le dall'idrogeno, un elemento inesauribile in natura. Oggi il costo di produzione di questo tipo di energia è molto alto, ma ricerche e sperimentazioni sono a buon punto.
In secondo luogo, bisogna evitare che l'uomo continui, con indifferenza e in modo indiscriminato, a piegare il territorio alle proprie esigenze, ad esempio distruggendo le foreste per fare posto alle aree coltivabili, ai pascoli e all'attività mineraria, costruen¬do dighe, deviando e canalizzando fiumi, edificando comunque e dovunque.
Infine, ma non ultimo per importanza, è necessario ridurre drasticamente le emis¬sioni di gas-serra secondo quanto previsto dal "protocollo" di Kyoto, sottoscritto du¬rante la Conferenza sul clima, tenutasi nella città giapponese nel 1997, dai rappresentan¬ti dei governi di numerosi Paesi e finalmen¬te entrato in vigore nel febbraio 2005 dopo la ratifica della maggior parte degli Stati fir¬matari, che s'impegnano a ridurre progressi¬vamente, entro il 2012, la quantità di sostan¬ze inquinanti immesse nell' atmosfera.
L'Unione Europea ha ribadito la volon¬tà di onorare l'impegno, dando prova di un inatteso spirito unitario nell'affrontare la questione ambientale, a differenza degli Stati Uniti, che si ostinano a non voler ratifi¬care il Protocollo e la cui politica economi¬ca continua a privilegiare gli interessi di parte rispetto a quelli generali.
Solo attraverso un programma sovra¬nazionale d'interventi, finalizzato a "dema¬terializzare" il processo produttivo, cioè uti¬lizzando una minore quantità di materiali ed energia nella produzione dei beni, ed a con¬ciliare la tecnologia con l'ecologia, è possi¬bile realizzare lo sviluppo sostenibile, cioèil miglioramento delle condizioni di vita complessive dell 'umanità nel rispetto degli equilibri ambientali che, come si sa, non co¬noscono confini nazionali.

Tema gratis Catastrofi naturali

Quando si parla di ambiente e di tutela degli equilibri naturali non si fa mai vuota retorica, ma si pone l'attenzione su un pro¬blema di estrema importanza; quando si par¬la dei rischi che possono conseguire a un uso del territorio che non tenga conto del¬l'impatto ambientale, non si fa dell'inutile allarmismo.

E infatti, dopo le catastrofi na¬turali, ci si chiede sempre: sarebbe stato possibile evitare quello che è successo? Si è colpevoli di vittime e danni? Purtroppo gli interrogativi del dopo servono a ben poco se, passata l'emergenza, si ritorna a devasta¬re il territorio, senza ricavare alcuna lezione dall'esperienza subita.
Bisogna convincersi che le catastrofi naturali, come terremoti, alluvioni, frane, maremoti, onde anomale, se sono inevitabi¬li, tuttavia i loro effetti dannosi possono dal¬l'uomo essere contenuti con una saggia ope¬ra di prevenzione e con un uso del territorio razionale e rispettoso degli equilibri am¬bientali.
Anche gli effetti terribili e devastanti dello tsunami, l'onda anomala che il 26 di¬cembre del 2004 aggredì le coste di alcuni Paesi rivieraschi dell'Oceano Indiano per decine di migliaia di chilometri, pur nella sua inevitabilità, in quanto conseguenza di un maremoto di straordinaria violenza avrebbe potuto provocare danni di gran lun¬ga inferiori se soltanto gli uomini fossero stati più accorti.
Lo tsunami, parola giapponese che si¬gnifica "onda del porto", è frequente lungo molte coste dell'Oceano Indiano e del¬l'Oceano Pacifico e, in misura molto piùcontenuta, anche lungo alcune coste del nostro Mar Mediterraneo. Si tratta di onde anomale che possono spostare masse d'ac¬qua anche notevoli in conseguenza di un' alta marea, di un maremoto e perfino del passaggio al largo di una nave di gran¬di dimensioni. Quello che il 26 dicembre del 2004 si abbatté lungo gran parte del¬l'arco costiero dell' Oceano Indiano era uno tsunami alto più di dieci metri, attiva¬to da un violentissimo terremoto, del nono grado della scala Richter, con epicentro nell' oceano, ad alcune centinaia di chilo¬metri allargo dell'isola di Sumatra.
La massa d'acqua che si spostò in conseguenza del sussulto sismico raggiun¬se le coste di Sumatra dopo circa un'ora e via via, dopo alcune ore; quelle della TIlai¬landia, della Birmania, dello Sri Lanka e, infine, quelle della Somalia dall' altro Iato dell' oceano, in Africa.
Con i sofisticati sistemi tecnologici di cui disponiamo, di avvistamento e trasmis¬sione dei dati attraverso le reti satellitari, sa¬rebbe stato possibile avvertire per tempo le popolazioni interessate dall' evento catastro¬fico, in modo da farle allontanare dalle co¬ste, cioè dai luoghi maggiormente a rischio. Invece questo non è stato fatto, per l'assen¬za di un sistema di protezione civile capace d'intervenire in tempo reale in occasioni del genere e la responsabilità è sia dei governi locali, che non provvedono ad attivare un si¬stema di protezione civile, sia del mancato coordinamento nello scambio di informa¬zioni a livello internazionale tra i governi di tutto il mondo.
Ma la colpa dell'uomo non si limita al¬l'assenza di una rete protettiva capace di al¬lertare in caso di emergenza le popolazioni: ancora più a monte c'è da constatare come in tanti dei Paesi devastati dallo tsunami sia da anni in atto una 'POlitica di sviluppo del¬l'industria turistica che non tiene in alcun conto i rischi di impatto ambientale. Infatti si sono costruiti alberghi, residences, resorts e strutture di accoglienza, magari dotate di ogni comfort e tali da attirare l'interesse del¬la facoltosa clientela occidentale, talvolta fi¬nanche sul mare. In questo modo sono state distrutte foreste e palmizi che costituivano una naturale barriera lungo le coste.
Basta rifletterci: se la montagna d'ac¬qua che si è abbattuta su tanti villaggi turi¬stici e altri insediàmenti urbani, penetrando frn nelle strade, nelle case, nelle halls degli alberghi, spazzando via uomini e cose, si fosse infranta contro scogli e palmizi, molto probabilmente i danni, in vittime e in cose, sarebbero stati minori.
E invece i mass media hanno portato in ogni angolo del mondo le terribili immagini di devastazione e di morte, con centinaia di migliaia di vittime e interi villaggi, turistici ma anche di pescatori e di povera gente, cancellati dalla furia delle acque.
Non è stato possibile nemmeno redige¬re un calcolo certo delle persone che hanno perso la vita in quel tragico mattino dello tsunami, ma non si è lontani dal vero se si afferma che le vittime siano state intorno alle trecentomila, di cui oltre la metà nella sola isola di Sumatra, appartenente all'Indo¬nesia.
Alcune migliaia di vittime sono turisti occidentali, anche italiani, che, andati in luoghi che la carta patinata dei depliants tu¬ristici descriveva come di sogno, vi hanno invece trovato la morte. Le immagini crude¬li di quel tenibile mattino sono ancora da¬vanti ai nostri occhi, pur dopo tanto tempo. E ancora oggi le cronache giornalistiche ci parlano della difficoltà di un ritorno alla vita normale da parte di sopravvissuti che hanno perso tutto in quel tragico mattino: affetti, averi, speranza del futuro. Eppure quelle popolazioni così provate devono ritornare a nutrire speranza nel futuro e ricostruire i loro villaggi e la loro economia, ma puntan¬do ad uno sviluppo, anche nel turismo, che sia compatibile con le caratteristiche del ter¬ritorio.
Spesso dal male si può sviluppare il bene: dalla tragedia dello tsunami si è origi¬nata una gigantesca gara di solidarietà in tutto il mondo che non solo è stata la prova di una generosità diffusa, in tutti i Paesi e in tutte le classesociali, ma che è anche la mi¬glior prova che la speranza di costruire un futuro migliore regge ancora.