Astarotte afferma fermamente che nonostante la terra sia rotonda l’acqua è comunque piana in ogni zona del globo,
per effetto di una forza che fa sì che tutto tenda verso il centro della terra: non vi è il pericolo di cadere nel vuoto oltrepassando le Colonne d'Ercole (sfata quindi questa diffusa credenza medievale) quindi esiste vita anche agli antipodi. Gli abitanti dell'altro emisfero (degli antipodi) sono come quelli di questo emisfero: hanno la stessa religione, le stesse piante, gli stessi animali e proprio come gli uomini di questo emisfero hanno un'organizzazione politica. Porta quindi avanti un discorso di non discriminazione degli uomini, sulla tolleranza. Viene anche enunciata una tesi sulla fede: è sufficiente credere in qualsiasi religione per aver salva l'anima nell'aldilà purché si agisca col cuore puro, ovvero in conformità con le regole e le leggi di quella religione. L'atteggiamento di Pulci verso l'ardore di coscienza che spinge l'uomo verso l'ignoto è di consenso in quanto si inserisce sempre nella sua linea di pensiero e di condotta artistica di rovesciamento dei canoni: Pulci non crede nei valori cavallereschi. Nel suo componimento riscontriamo un atteggiamento provocatorio, una volontà di rovesciare i canoni cavallereschi ufficiali e ormai del tutto anacronistici. Astarotte incarna lo spirito giocoso e burlesco tipico della tradizione borghese fiorentina. Sia in Rinaldo che in Astarotte troviamo il desiderio di uscire dal guscio delle assurde credenze medievali, il desiderio di valicare il limite (le Colonne d'Ercole) per avere nuovi orizzonti, atteggiamento tipico dell'homo faber, artifex fortunae suae
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mercoledì 4 marzo 2009
Tema svolto gratis Astarotte
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Etichette: Filosofia
venerdì 27 febbraio 2009
Tema gratis Filosofia Zenone
Zenone rappresenta da un lato il tentativo di applicare concretamente il monismo di Parmenide, e dall'altro la testimonianza dell'assurdità di tale monismo.
Le aporie di Zenone sono delle vere e proprie elucubrazioni mentali, del tutto artifiose e prive di dialettica, come d'altra parte era inevitabile che fosse, avendo egli escluso a priori l'idea di movimento o di divenire (singolare che Aristotele abbia considerato Zenone il fondatore della dialettica! Evidentemente per i greci la dialettica era una specie di sofisma e non lo strumento principe dell'analisi storica). Non a caso Zenone ha anticipato i sofisti, i quali però non rifiutano per principio il non-essere ma ne fanno uno strumento della falsa dialettica, da poter utilizzare come vogliono. Zenone in fondo era un idealista, anche se si serviva del proprio idealismo per dimostrare che tutto è relativo. I sofisti invece partono dal presupposto del relativismo per giungere alla conseguenza che tutto è lecito (incluso mentire, rubare ecc.). Zenone, in fondo, non è che la brutta copia di Parmenide. Egli rappresenta il dogmatismo che si trasforma in estremismo (in politica si potrebbe dire: l'integralismo che si trasforma in fanatismo). La sua stessa tragica fine lo testimonia. I paradossi di Zenone sono in realtà delle assurdità, poiché privi di dialettica: sono una confutazione sofistica ed eclettica dell'evidenza dei fatti. Il primo dice: il mezzo A che dovrebbe raggiungere il punto B, partendo da un punto C, non vi arriva mai, poiché la metà della distanza che separa B da C può essere suddivisa all'infinito in altre metà. Ecco un classico modo di applicare uno schema astratto alla realtà. Zenone non fa che annullare il tempo nello spazio. Il mezzo A non può arrivare al punto C perchè in realtà sembra che non parta mai. E lo spazio suddiviso all'infinito non è che uno spazio uguale a zero. Cioè il mezzo A non parte perché addirittura sembra non esistere, non avendo un luogo da cui partire. Questo ragionamento è una forma di follia mentale, poiché si vuole togliere alla realtà una dimensione fondamentale: il tempo, dalla quale non possiamo assolutamente prescindere. E togliendola, si finisce coll'eliminare anche l'altra dimensione fondamentale: lo spazio, non potendo questa sussistere senza quella. Così pure, Achille -dice Zenone- non raggiungerà mai la tartaruga, poiché ad ogni suo grande passo corrisponderà sempre un piccolo passo dell'animale. Qui non solo si fa un torto al tempo, ma si mettono anche sullo stesso piano (metafisico) due movimenti (fisici) diversi. Cioè a dire, dapprima Zenone estrapola due movimenti diversi da un unico spazio, poi li ricollega arbitrariamente, facendoli per così dire coincidere. Dal che risulta che la tartaruga è più veloce di Achille proprio perché Achille, di fatto, non la vede e non può sapere quando la raggiungerà. Zenone, in pratica, fa dello spazio un contenitore vuoto, in cui crede di poter ricostruire arbitrariamente l'unica esperienza, a suo dire, ammissibile. La questione della freccia che non riesce mai a colpire il bersaglio, in quanto resta immobile ad ogni istante, è analoga. Il concetto di tempo che ha Zenone non è quello di una concatenazione indivisibile e unidirezionale di momenti, ma quello di una somma di momenti che si possono suddividere ad libitum nello spazio. Al punto che la freccia non solo non arriva mai al bersaglio, ma, volendo, potrebbe persino tornare indietro! Queste immagini paradossali del tempo e anche dello spazio potrebbero essere utilizzate nella pittura surrealista o in un film di fantascienza, al fine di evidenziare: 1) che in filosofia si può anche credere nell'assoluta relatività dei fatti e delle opinioni e 2) che tale assoluta relatività porta alla follia. Non è forse paradossale che Zenone abbia trasformato il concetto di essere di Parmenide in un'apologia dell'assoluto non-essere? Senza volerlo Zenone ha fatto coincidere l'essere col nulla (Heidegger lo farà consapevolmente), poiché nulla di quanto egli ha usato per provare l'essere, esiste veramente. Le aporie di Zenone dimostrano, indirettamente, che l'essere non può essere provato, soprattutto se si rinuncia all'idea di movimento. Un essere senza tempo è anche, in ultima istanza, un essere senza spazio, cioè un non-essere assoluto: un non-essere, si badi, non in procinto di diventare qualcosa, ma un non-essere che si rifiuta di essere. Il quarto paradosso, quello relativo ai tre giovani nello stadio, spiega bene il concetto di spazio e di tempo che ha Zenone. A e B corrono in senso inverso e C li sta a guardare. Quando i due atleti s'incrociano all'altezza di C, B ha l'impressione che A corra due volte più veloce di quanto invece appaia a C. Conclusione? Il movimento -dice Zenone- risulta diverso a seconda di chi lo osserva, quindi non esiste (come sostanza o come essere). Per dimostrare l'essere, Zenone è stato costretto a servirsi del fenomeno, di cui però vuol dimostrare l'illusorietà. Il fenomeno - lascia intendere Zenone- non è scientificamente analizzabile, in quanto la percezione che se ne ha, è del tutto relativa all'osservatore. In altre parole, Zenone non si serve dell'essere per dimostrare la fondatezza dei fenomeni, ma si serve dei fenomeni, ricostruiti (come in laboratorio) o interpretati artificiosamente (togliendo loro lo spazio e il tempo oggettivi), per dimostrare che l'inganno dei sensi indirettamente attesta la verità razionale, speculativa, dell'essere (di un essere, beninteso, al di sopra dello spazio e del tempo!). Zenone qui assomiglia a Popper. La storia, per Zenone, non è solo un "processo senza soggetto" (come per Althusser), ma anche un'assenza di processo, in quanto priva di tempo e con uno spazio ridotto a zero dalle sue infinite suddivisioni. L'uomo in un certo senso non può mai morire perché non può mai nascere. ZENONE E I CONCETTI DI SPAZIO E TEMPO Zenone ha preteso di fermare il tempo, addirittura di renderlo reversibile, cioè d'invertire la sua traiettoria, come nei film di fantascienza fanno le macchine del tempo, o nella teoria della relatività l'ipotesi di viaggiare oltre la velocità della luce, per osservare da qualche pianeta il passato della Terra. Ma tutto ciò è impossibile, e anche se fosse possibile sarebbe contrario alla logica naturale delle cose, all'evoluzione naturale della materia. L'uomo è un prodotto dell'evoluzione della natura: fermare il tempo sarebbe come volersi autodistruggere, benché questo desiderio di eternità faccia parte di ogni essere umano (lo attestano i prodotti estetici di bellezza, la mummificazione, gli esperimenti scientifici sull'ibernazione e molte altre cose). Creando l'essere umano, il tempo non si è fermato, ma ha continuato ad andare avanti, per l'esistenza stessa dell'uomo. In fondo, l'invecchiamento è una forma di progresso. Gli individui che non "invecchiano" mai, hanno poca "storia", poca esperienza alle loro spalle, poca maturità. Se per taluni individui sembra che il tempo si sia fermato, ciò viene considerato un vantaggio per il loro aspetto fisico, ma il giudizio è superficiale. In realtà la bellezza di un individuo non solo non diminuisce ma addirittura aumenta all'aumentare della sua maturità. Diventa una bellezza carica di umanità. E' proprio questa forma di processo irreversibile che obbliga l'uomo alla responsabilità personale, cioè a porsi le domande sulla sua identità come singolo e come soggetto appartenente a un contesto sociale. Lo spazio e il tempo sono le due coordinate storiche che ci garantiscono la possibilità di vivere un'esistenza dinamica, in movimento. Spazio e tempo sono entrambi essenziali, poiché se uno ha la caratteristica peculiare della tridimensionalità, l'altro ha la caratteristica d'essere unidirezionale. Il mutamento delle cose è dunque una ricchezza, nonché un avvenimento da acquisire con fatica: grazie ad esso le capacità dell'essere umano vengono continuamente messe alla prova. Spazio e tempo ripropongono situazioni sempre nuove, in virtù delle quali l'uomo deve rimisurare la propria intelligenza e volontà. Che il tempo abbia una propria oggettività è dimostrato anche dal fatto che le anticipazioni teoriche degli intellettuali non riescono mai a realizzarsi finché le condizioni non sono mature. All'evoluzione del tempo non è sufficiente conformarsi in maniera individuale. Non ci si sente "da soli" padroni del tempo: occorre un processo collettivo. Il tempo spinge gli uomini in avanti, inesorabilmente, ma non tutti riescono ad avere consapevolezza di questa necessità. Pochi riescono a rassegnarsi all'idea di aver fatto "il loro tempo". Altrettanto pochi capiscono il significato dell'espressione "essere conforme ai tempi". Il tempo d'altra parte non è un'evidenza oggettiva il cui significato s'impone da sé. E' solo una condizione formale affinché la vita, l'esistenza degli uomini possa avere un "senso". Chi preferisce "fermare" il tempo per salvaguardare i propri interessi, si lascia condannare dalla storia. Sono gli idealisti che negano l'oggettività allo spazio e al tempo. Ad es. per Berkeley il tempo non è che una successione di idee nella nostra coscienza; per Kant, spazio e tempo sono una forma d'intuizione... Si può qui notare che Zenone non aveva intenzione di negare l'oggettività dello spazio, ma solo quella del tempo (o del movimento). Così facendo però, egli non si accorse che i due elementi sono inscindibili, per cui al variare dell'uno varia anche l'altro (come ha dimostrato Einstein). Variare in che senso? Spazio e tempo non sono forse oggettivi? Sono oggettivi, ma non sono assoluti. Per un monaco del Monte Athos il tempo, ad es., ha senza dubbio un valore diverso che per un agente di borsa: per uno il tempo scorre molto lento (e quasi non se ne accorge), per l'altro invece scorre molto veloce (e ne avverte assai il ritmo). La diversità non sta tanto nel tempo, che in sé è oggettivo e per entrambi scorre uguale, quanto piuttosto nello spazio, all'interno del quale si può vivere e percepire il tempo in modi addirittura opposti. Questo naturalmente non significa che lo spazio dipenda da una percezione soggettiva. Lo spazio, in realtà, è un luogo dove tutte le cose acquistano un valore a seconda del soggetto che le valorizza, ma il soggetto non può dare un valore alle cose a prescindere dallo spazio in cui vive o in cui quelle cose sono collocate (né a prescindere dal tempo). Una liturgia solenne o un'icona antica hanno per il monaco dell'Athos un valore eccezionale, mentre per l'agente di borsa ciò che conta sono le cedole, i riporti e i dividendi. Di un'icona egli saprebbe vedere solo il lato venale. Le stesse cose messe in posti diversi avrebbero sicuramente valori diversi. E' dunque solo l'uomo che dà valore alle cose? No, perché se trasferissimo l'agente di borsa in un monastero, le sue azioni e i suoi titoli non avrebbero qui alcun valore, anche se lui cercasse in tutti i modi di dimostrare il contrario (a meno che l'agente non riesca a convincere tutti i monaci che è meglio giocare in borsa piuttosto che pregare). Sono dunque le coordinate di spazio e tempo che permettono all'uomo di dare il giusto valore alle cose. Queste coordinate sono estremamente mobili, anche se entro dei limiti invalicabili, aldilà dei quali non esiste né l'essere umano e forse neppure la materia. Chi "specula" sullo spazio o sul tempo, in maniera assolutamente arbitraria, rischia continuamente l'autodistruzione. Occorre che l'uomo rispetti le proprietà fondamentali dello spazio e del tempo, che, ad es., non possono essere ristrette o ridimensionate all'infinito, cioè ridotte a un punto o addirittura a uno zero (come appunto pretende di fare Zenone); né possono essere scollegate tra loro e svilupparsi in maniera del tutto autonoma (si pensi agli "elisir di lunga vita"); né lo spazio né il tempo possono essere intrinsecamente sezionati, divisi, senza che ciò abbia delle conseguenze sull'uomo e sull'ambiente (si pensi a quanto è accaduto a Hiroshima e a Nagasaki). La caratteristica fondamentale dello spazio è -come si è detto- la tridimensionalità. Ciò significa che in una qualunque esperienza umana bisogna valorizzare i rapporti verticali, orizzontali e globali (o di profondità). Quest'ultimi, in particolare, danno la misura delle proporzioni, dell'equilibrio degli altri due rapporti. Ogni esperienza umana potrebbe essere, in tal senso, raffigurata da un grafico: l'individuo non è che un punto di congiunzione delle tre dimensioni. Nello spazio e dello spazio non si può fare quello che si vuole -come credeva Pitagora, che, al pari di Newton, considerava spazio e tempo del tutto indipendenti dalla materia. Questa è una forma d'ingenuità. Un cieco, nella propria casa, si muove agevolmente; messo in un'altra casa identica alla sua, dopo esserne stato informato, si muoverà con molta incertezza, almeno in un primo momento. Perché? Perché lo spazio e il tempo non sono assolutamente indipendenti dal soggetto. Il quale non può concepirsi che come facente parte di un determinato spazio e tempo. Il semplice fatto di spostare il cieco in un ambiente che pur ha caratteristiche identiche al suo, è già fonte di angoscia. Lo sarebbe anche se si tenesse il cieco all'oscuro dello spostamento. La copia infatti non è mai identica all'originale. Questa è un'altra caratteristica tipica del coesistere delle due dimensioni essenziali della materia. Si può anzi dire, sotto questo aspetto, che l'angoscia per il cieco non sarebbe superiore se l'ambiente fosse completamente diverso. Lo sarebbe se il soggetto non avvertisse il nuovo spazio e il nuovo tempo come parte intima della propria esistenza. Ma questa familiarizzazione è solo questione di tempo. L'angoscia dell'astronauta non dipende tanto dalla mancanza di gravità o dall'assenza dello spazio e del tempo consueti, terrestri, ma anche dalla difficoltà a gestire con padronanza le circostanze "extra- terrestri", le condizioni cosmiche in cui vive. A ciò può sicuramente aiutarlo il fatto di partecipare personalmente non solo al progetto spaziale ma addirittura alla costruzione dei mezzi e degli strumenti che dovrà usare nella sua missione. Tutto il resto: fotografie dei parenti, musica, libri, alimentazione tradizionale, svago..., ha un'importanza relativa. Le coordinate spazio-tempo, nell'astronauta o nel geotecnico che vive periodicamente nelle profondità della terra, raggiungono probabilmente il limite massimo consentito. Che lo spazio e il tempo influenzino in modo decisivo la materia è dimostrato anche dal fatto che nelle donne si ha perdita del ciclo mestruale. La donna, molto più dell'uomo, è sensibilissima alla mutazione irregolare dello spazio e del tempo. I viaggi nello spazio e i test di resistenza nelle viscere della terra dovrebbero servire, fra l'altro, a verificare i limiti umani aldilà dei quali l'essere umano non può andare, senza subire conseguenze letali per il suo organismo.
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Tema gratis Umanesimo e Rinascimento
Questo periodo storico e filosofico che inizia nel '400 per proseguire nel '500, si apre con il tramontare definitivo delle istituzioni universalistiche del Papato e dell'Impero
Sul piano sociale ed economico, vi è il fenomeno della civiltà urbana e l'affermazione di un economia aperta in contrapposizione con quella chiusa del Medioevo. Tale economia è incarnata da una borghesia attiva e industriosa, impegnata nei traffici e tesa al guadagno. Culturalmente, la Chiesa perde il predominio nell'organizzazione e nella direzione, che passa ai laici, ovvero alla stessa borghesia sopra citata.
Il Rinascimento viene inteso come ritorno al principio, ovvero un ritorno ai classici. L'uomo nel Rinascimento: il nucleo dell'antropologia rinascimentale risiede nell'affermazione "homo faber ipsius fortunae", seconda la quale la prerogativa specifica dell'uomo risiede nel forgiare se medesimo e il proprio destino nel mondo. Ma tutto sommato, i rinascimentali, pur concependo l'uomo come il forgiatore di sé stesso tramite la virtù, appaiono tutti consapevoli del fatto che gli individui sono condizionati da una serie di forze reali, casuali e soprannaturali, che se non annullano la libertà, quantomeno la circoscrivono. L'uomo e Dio, questa è la posizione filosofica dei rinascimentali nei confronti della religione, che quindi si differenziano da un umanesimo ateo (il mondo senza Dio) e dalla religiosità ascetica medievale (Dio senza il mondo). Per cui, ecco come l'uomo viene inteso microcosmo, copula dell'universo e per questo sintesi vivente del Tutto e centro del mondo, cioè la creatura in cui si concentrano le varie caratteristiche degli enti del mondo. Per i rinascimentali, l'uomo non è un ospite di passaggio, ma un essere profondamente radicato sulla terra, destinato in primo luogo a giocarsi la propria sorte nel mondo. Da ciò l'elogio di ciò che è utile e della vita attiva nei confronti di quella speculativa. Il naturalismo rinascimentale: - l'uomo non è un ospite provvisorio della natura, ma un essere naturale lui stesso; - la natura non è un ombra sbiadita di un mondo ideale, ma una realtà piena, costituita da un insieme di forze vitali, di cui l'uomo è partecipe; - l'uomo, come essere naturale, ha sia l'interesse, sia la capacità di studiare la natura. Divario tra Medioevo e Rinascimento: tratto saliente della civiltà medievale era stato l'universalismo, poiché in esso unitaria era la lingua, unitario l'Impero, unitaria la Chiesa e la visione del mondo. Di conseguenza aveva realizzato lo scibile intorno alla teologia, concependo le varie discipline come ancillae theolagiae (= ancelle della teologia) e realizzando un'enciclopedia del sapere di tipo piramidale, con la teologia in cima.
Il Rinascimento, invece, rifiuta tale enciclopedia. Si ha infatti una laicizzazione del sapere, in virtù della quale le varie attività e discipline umane cominciano a rivendicare ognuna la propria libertà operativa. Questo processo di laicizzazione ed autonomizzazione del sapere affonda le sue radici nella mentalità di intellettuali che non essendo ecclesiastici sono maggiormente portati a riconoscere le varie autonomie.
Un altro dibattito si sviluppa nell'affrontare le relazioni che sussistono tra questi periodi. Da una parte vi è la teoria della frattura, sostenuta da Burckhardt: secondo lui vi è una serie di opposizioni nette tra religiosità-irreligiosità, spiritualismo-sensitismo, astrattezza-realismo, dogmatismo-scetticismo che giustificano la tesi di un Medioevo trascendentista, teocentrico e universalista, al contrario di un Rinascimento immanentista, antropocentrico ed individualista. Dall'altra parte vi è la teoria della continuità, sostenuta da Burdach. Alla fine si è finito per sostenere una specie di via di mezzo tra le due tesi con la cosiddetta originalità della continuità.
Rinascimento e Platonismo: in questo periodo si ha una vera e propria riscoperta di Platone, che prende corpo nel cosiddetto platonismo rinascimentale. I motivi per cui si amò tale autore furono molteplici; probabilmente perché lo si considerò come il filosofo più vicino allo spirito religioso del Cristianesimo e come il più consono ad esprimere il rapporto tra Dio e il mondo.
Uno dei massimi esponenti di tale movimento fu… Niccolò Cusano: il punto di partenza della sua filosofia è una precisa determinazione della conoscenza. La possibilità della conoscenza risiede nella proporzione tra l'ignoto e il noto. Si può giudicare ciò che non si conosce solo in relazione con ciò che si conosce; ma questo è possibile solo se ciò che non si conosce possiede una certa proporzionalità con ciò che si conosce. Da qui, Cusano giunge ad enunciare la teoria della dotta ignoranza, basata sul principio socratico del sapere di non sapere.
La concezione di Dio: la dotta ignoranza è l'unico atteggiamento possibile di fronte a Dio. Egli è infatti il massimo grado dell'essere, è ciò di cui niente può essere maggiore. Dio è l'infinito, e tra l'infinito e il finito non vi è proporzione. L'uomo può avvicinarsi alla verità per gradi successivi della conoscenza; ma siccome questi gradi saranno sempre finiti e la verità infinita, essa sfuggirà alla comprensione. Tra la conoscenza e la verità vi è lo stesso rapporto che intercorre tra i poligoni inscritti e circoscritti e la circonferenza: moltiplicando i lati di tali poligoni, essi si avvicineranno alla circonferenza, ma non si identificheranno mai con essa. La verità sarà sempre al di là della conoscenza. Ma se Dio e quindi la verità è al di là della ragione, egli si troverà oltre il principio di non contraddizione e in uno stato di opposizione degli opposti. Noi che viviamo nel relativo e nel finito, possiamo distinguere e contrapporre le cose. Ma nell'assoluto e nell'infinito non può avvenire perché il concetto di massimo assoluto coincide con quello di minimo assoluto.
Con questa teoria, Cusano vuole quindi ribadire che la vita divina si svolge al di là dei limiti e delle contrapposizioni del mondo finito, e quindi al di là dei parametri umani di giudizio. Dopo aver separato Dio dal mondo ponendolo in un piano superiore, il filosofo spiega i rapporti tra l'Assoluto e la realtà ricorrendo ai concetti di complicatio, implicatio e contractio: Il mondo è un Dio contratto, cioè un Dio che si è determinato in un molteplice di cose singole. Dio è in sé stesso unità assoluta; l'universo è Dio che si è differenziato e moltiplicato nelle cose. In Dio tutte le cose esistono nella loro complicazione perché in lui tutte si uniscono e fanno uno; ma Dio è pure explicatio, il dispiegarsi dell'unità nelle cose diverse e molteplici, tramite la creazione. In Dio dunque coincidono gli opposti: la complicazione e l'esplicazione, il creare e il creato. Dio è anche inteso come possibilità di tutto ciò che c'è.
Riguardo la conoscenza che l'uomo ha di Dio, essa non è unica bensì molteplice. In particolare il volto di Dio non è determinato né secondo il tempo né secondo lo spazio; è la forma assoluta, il volto di tutti i volti. L'uomo non può guardare Dio se non attraverso la sua soggettività. Perciò egli non può né deve uscire dalla sua soggettività per conoscere Dio: deve anzi rafforzarla e approfondirla. La fisica: Cusano nega in primo luogo che una parte del mondo possegga una perfezione assoluta. Per lui non sussiste la divisione tra sostanza celeste e sostanza composta: tutte le parti del mondo hanno lo stesso valore: ma nessuna raggiunge la perfezione che è propria solamente di Dio. Il mondo non ha un centro e una circonferenza, ma ha centro dappertutto e la circonferenza in nessun luogo, giacchè circonferenza e centro sono Dio stesso, che è dappertutto e in nessun luogo. Il mondo è privo di confini e di limiti e non essendovi centro, la terra non è al centro di esso: è una nobile stella che ha luce e calore come le altre stelle.
Umanesimo e Aristotelismo: altra corrente molto importante che ripropone la ripresa di un altro filosofo dell'età antica è proprio l'aristotelismo che si sviluppò a Padova. L'aristotelismo rinascimentale si spaccò in due tronconi: - gli averroisti, che sostenevano l'esistenza di un unico intelletto separato e immortale mentre concepivano l'individuo concreto come mortale; - gli alessandristi, che consideravano l'individuo non solo mortale, ma negavano anche l'esistenza di un intelletto separato e immortale, giudicando che niente esiste o sopravvive al corpo, essendo l'anima una funzione dell'organismo, legato ad esso. Ma più che sulle differenze, i critici si sono fermati sulle varie affinità di queste due correnti. Entrambe infatti presentano una medesima mentalità naturalistico-razionalistica, portata a vedere nella natura il campo privilegiato della filosofia e nella ragione l'unico metodo della ricerca. Entrambe inoltre si occupavano della gnoseologia e del problema dell'anima. Ma uno dei tratti più importanti di unione fra averroisti ed alessandristi è la radicale separazione fra il campo della fede e quello della ragione e la congiunta teoria della doppia verità.
Questa teoria si basa sul fatto che una tesi può essere nello stesso tempo vera in filosofia e falsa in teologia per cui un individuo pur ritenendo vere alcune cose come filosofo, come teologo è tenuto a negarle. Successivamente fu data una più sottile interpretazione di tale teoria volendo significare che un idea può essere più probabile secondo la ragione, nonostante l'opposto debba essere accettato per fede. In ogni caso tale tesi della doppia verità rappresentò per molti studiosi una possibilità di difendersi dagli Inquisitori e professare con una certa libertà le nuove dottrine.
Uno dei maggiori filosofi di tali correnti e fondatore della scuola degli alessandristi fu… Pietro Pomponazzi: l'intento fondamentale di questo filosofo è quello di mostrare che il mondo ha un ordine razionale necessario. Nell'opera Gli incantesimi, egli non nega l'esistenza di fatti eccezionali o miracolosi. Ci sono incantesimi, magie, stregonerie ecc.
Ma tali fatti non sono contrari alla natura e fuori dall'ordine del mondo; si dicono miracoli solo perché accadono raramente e a lunghi intervalli. In realtà sono fatti naturali, che si spiegano in base all'ordine necessario della natura e con l'azione degli astri. Dio non agisce direttamente sulle cose naturali, ma sono i corpi celesti che fungono da tramite dell'azione di Dio sul mondo. Nell'opera massima di Pomponazzi Sull'immortalità dell'anima, egli include nell'ordine naturale del mondo anche l'attività spirituale dell'uomo. L'anima umana non può esistere né operare senza corpo: - l'anima sensitiva ha bisogno del corpo sia come soggetto, perché ha bisogno di organi corporei, sia come oggetto perché può percepire soltanto cose corporee; - l'anima intellettiva non ha bisogno del corpo come soggetto perché non ha organi corporei, ma ha bisogno del corpo come oggetto, perché può conoscere le cose corporee dalle quali è mossa ad intendere; - l'intelligenza angelica non ha bisogno del corpo né come soggetto né come oggetto. Ma l'anima umana non è e non può diventare intelligenza angelica. E se l'anima umana è inseparabile dal corpo, la sua immortalità diventa dubbia e impossibile a dimostrarsi. Ma dopo tutto ciò si annulla la vita morale dell'uomo? No, perché essa è garantita dalla condizione naturale dell'anima stessa. Nell'opera "Il destino, la libertà e la predestinazione", Pomponazzi affronta il problema della conciliazione tra libertà umana e prescienza(prerogativa di Dio di conoscere il futuro). Egli, pur ritenendo innegabile la libertà umana e conciliabile con la prescienza, la ritiene inconciliabile con l'onnipotenza divina L'opinione con la quale Pomponazzi andava d'accordo era quella degli Stoici, che ammisero il fato, cioè la necessità dell'ordine cosmico stabilito da Dio.
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Tema gratis Umanesimo
Il termine umanesimo deriva dalla parola latina "humanitas", ovvero formazione spirituale dell'uomo basata sulle humanae litterae (grammatica, retorica, storia, poesia, filosofia).
Tra la fine del Trecento e l'inizio del Quattrocento avviene, nelle fiorenti città italiane, una rigogliosa rifioritura degli studi "umanistici" che recupera e ripropone la cultura classica, apprezzandone i valori e dando vita ad una nuova immagine dell'uomo. Gli umanisti cercano nell'antichità classica la luce dell'autentica civiltà capace di rigenerare il presente. Si tratta di una ricerca della renovatio spirituale che attraverso il "ritorno" agli antichi e alle origini della cultura europea dà vita ad una nuova ed originale civiltà. Il termine Rinascimento indica questa nuova cultura che dall'Italia si diffonde in tutt'Europa.
La riscoperta della cultura classica
Tra il XIV e il XV secolo gli umanisti si dedicano a un'intensa attività di ricerca, trascrizione e pubblicazione dei codici antichi (vengono rimessi in circolazione i "classici incatenati" del Medioevo). È un immenso patrimonio culturale che torna disponibile ma anche una profonda trasformazione dello spirito e della metodologia con cui ci si rivolge al mondo classico. La vera cifra della filosofia rinascimentale è rappresentata dal platonismo. Il platonismo rinascimentale si caratterizza per una migliore conoscenza dei testi di Platone, rispetto al Medioevo.
L'umanesimo europeo
Tra Quattrocento e Cinquecento l'umanesimo celebra la dignitas hominis, rivendicando l'autonomia e la capacità creatrice dell'uomo. Il cosiddetto umanesimo civile italiano (Pomponazzi, Cusano, Ficino, Pico, Leon Battista Alberti, Coluccio Salutati, Lorenzo Valla) per primo rivaluta la vita attiva e la naturalità dell'uomo. La riflessione filosofica tende a rifiutare sia la forma sistematica, sia gli argomenti caratteristici della speculazione metafisica tradizionale. Al genere del trattato viene preferito quello del dialogo (sul modello di Platone) e i temi affrontati dalla ricerca filosofica sono di carattere prevalentemente etico e politico. Il rifiuto della metafisica è una critica verso ogni forma di vita e di sapere contemplativo, in quanto inutili e separati dagli interessi della vita cittadina in cui l'uomo è destinato a vivere e operare.
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Tema gratis Filosofia Tomismo
Con il termine "Tomismo" si intende l’insieme sistematico delle dottrine filosofiche e teologiche di Tommaso d’Aquino e dei suoi seguaci.
. Tommaso, nato a Roccastrada nel 1221, e morto a Fossanova nel 1274, studiò filosofia prima a Napoli e poi a Parigi; resse per alcuni anni lo studio teologico pontificio di Roma e scrisse anche diversi testi di commento a famose opere di autori classici. Il pensiero filosofico di Tommaso è una sintesi dell’Aristotelismo e del Cristianesimo e si basa su questi punti principali:
• Rapporto ragione-fede (concordismo)
Tommaso, senza nulla togliere alla parola divina, valorizza il diritto, che poi è secondo lui anche un dovere, della riflessione razionale, finalizzata a comprendere i principi, anche complessi, della realtà e della religione. Ne deriva che la ragione non è in contrasto con la rivelazione cristiana, ma coesiste con essa.
• Distinzione tra enti reali e enti logici
Gli enti reali possono essere sostanze o accidenti e possiedono sempre un’essenza; gli enti logici, invece, sono quelli caratterizzati dalla copula è e possono anche non essere realmente esistenti.
• Dottrina delle sostanza
Tommaso distingue le sostanze semplici da quelle composte. Le prime sono quelle spirituali, mentre le seconde sono quelle materiali; un’altra distinzione è tra sostanze prime e sostanze seconde.
• Solo in Dio l'essenza coincide con l'essere
L’esistenza di Dio può essere affermata razionalmente. Nel fare ciò il filosofo deve basarsi su 5 "prove" che assicurino l’assoluta necessità di un ente superiore, che è poi Dio.
• La conoscenza avviene grazie al principio dell "analogia dell'essere"
Questo significa che l’uomo può arrivare ad intuire cose immateriali semplicemente basandosi sull’esperienza acquisita su cose materiali analoghe.
• Immortalità dell'anima
Questa è una tesi basata sulla religiosità.
• Esistenza di una felicità e di una virtù "naturale"
Questi due aspetti non sono in contrapposizione con quelli ultraterreni, la virtù è rappresentata principalmente dalla giustizia.
• Rapporto Stato-Chiesa
Secondo Tommaso la Chiesa è superiore in quanto spiritualmente preminente, ma lo Stato deve avere ugualmente una sua, seppur limitata, autonomia.
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Tema gratis Filosofia Stoicismo
La scuola stoica (così chiamata perché la prima sede fu un portico dipinto (Stoa pecile) di Atene ebbe rapporti stretti con il cinismo e per comodità la distinguiamo in tre fasi: antica (fino alla metà del II a.C.), media (fino al I a.C.), tarda (fino al II d.C.).
Zenone di Cizio (in Cipro), nato nel 336-5 e morto forse suicida nel 264-3, dopo essere stato commerciante, in seguito alla lettura dei Memorabili di Senofonte e dell'Apologia di Platone, si interessò alla filosofia che coltivò ad Atene come discepolo del cinico Cratete ed in seguito del megarico Stilpone e dell'accademico Polemone. Nel 300 fondò la sua scuola. Condusse vita semplice, rifiutando l'invito di Antigono Gonata alla corte macedone. Abbiamo frammenti delle sue opere: Logica, Sulle passioni, Sul conveniente, Repubblica, Sulla natura dell'uomo, Sulla vita secondo natura. Egli unì l'insegnamento cinico ad un sistema filosofico generale.
La crisi della scuola fu dovuta alle critiche dell'accademico Arcesilao, ma anche a discepoli di Zenone, Aristone di Chio, che preferì tornare al cinismo ed alle sole questioni morali, Erillo di Cartagine. Ma Cleante di Asso (304-3, 223-22), caposcuola dalla morte di Zenone, autore dell'Inno a Zeus, uomo di pochi bisogni e volontà ferrea, morto volontariamente, riportò al centro le tematiche logico-scientifiche.
Crisippo di Soli (Tarso in Cilicia), nato tra il 281-277 e morto tra il 208-204, considerato il secondo fondatore della scuola, scrisse 705 libri, quasi tutti perduti, con riconosciuta abilità dialettica: suoi discepoli Zenone di Tarso, Diogene di Seleucia, il babilonese (nell'ambasciata a Roma nel 155) ed Antipatro di Tarso con cui finì la fase antica della scuola.
La filosofia stoica antica, che esponiamo qui in maniera unitaria sia perchè le opere sono quasi tutte perdute, sia perchè ritenuta abbastanza uniforme, mira a delineare il sapiente ideale, felice. Per ottenere ciò si ritiene necessaria la scienza. Per Zenone la scienza è virtù, e le divisioni delle scienze sono divisioni delle virtù: la virtù. Tale posizione è documentata anche in Erillo, per cui il sommo bene ed il fine ultimo è il conoscere; contrariamente invece Aristone, per il quale la logica è inutile e superiore all'uomo la fisica.
Perciò l'insegnamento stoico è tripartito nella logica (che comprende psicologia e gnoseologia e il cui studio conferisce la virtù razionale), fisica (che comprende metafisica e teologia che conferisce la virtù naturale), etica (che comprende la politica e che conferisce la virtù morale).
La logica, così nominata per la prima volta da Zenone (per Aristotele essa era l'analitica) ha per oggetto i lògoi, discorsi (nella loro valenza esterna) e pensieri (nella loro valenza interna); come scienza dei discorsi la logica é retorica, come scienza dei pensieri è dialettica. La dialettica è dottrina dei segni (grammatica) o dei significati (logica formale).
La logica non è pertanto strumento ma parte della filosofia, le ossa ed i nervi, come l'etica la carne e la fisica l'anima (guscio, bianco etuorlo d'uovo o siepe, frutti e terra di un giardino).
Gli oggetti imprimono nella nostra anima la sensazione (àisthesis) e la rappresentazione (phantasìa) ma è necessario l'assenso del soggetto per la conoscenza, assenso che se precipitoso produce l'errore (vedere il remo nell'acqua e ritenerlo spezzato).
Si deve credere solo alle rappresentazioni comprensive o catalettiche (phantasìai kataleptikài)così evidenti da non poter essere ingannevoli: con un'immagine efficace attribuita a Zenone, punto di partenza è la mano aperta-sensazione, curvando le dita rappresentiamo l'assenso, chiudendo il pugno la comprensione, stringendo il pugno con l'altra mano la scienza.
L'impressione prodotta sull'anima può venire da stati interni (malvagità, virtù) come da stati esterni (oggetti). L'impressione dopo la scomparsa produce il ricordo, che connesso ad altri ricordi di stessa specie costituisce l'esperienza. Dalle anticipazioni (prolépsis) o nozioni comuni (koinài énnoiai), che provengono dall'esperienza, si giunge ai concetti universali, che sono prodotti dell'istruzione e del ragionamento e non esistono nella realtà.
I concetti più generali, categorie sono quattro: il substrato, la qualità, il modo d'essere, il modo relativo. La categoria che viene dopo determina e racchiude la precedente.
Il concetto più esteso è quello di essere, il più determinato quello di specie.
Tra la cosa reale e il nome con cui significhiamo qualcosa (semàinon) sta il significato (semainòmenon); esso è un concetto, incorporeo diversamente dagli altri due ed è ciò che riferisce il nome alla cosa: perciò tra linguaggio e realtà non vi è un rapporto immediato ma mediato, e questa è una novità per il pensiero. La logica stoica è logica della proposizione che connette soggetto e predicato, di cui solo è possibile dire se sia vera o falsa e non è logica dei termini.
La dialettica é la scienza dei ragionamenti che connettono proposizioni semplici con implicazioni espresse dalla formula "se allora" (es. se è giorno allora c'è luce, ma è giorno quindi c'è luce). Questa logica ammette implicazioni valide ma non vere (se piove mi bagno è valida anche se c'è il sole) ed infatti prescinde dalla verità.
Alla base della logica stoica è l'implicazione, connessione di proposizioni le cui forme semplici sono di per sé evidenti: il ragionamento ipotetico (se è giorno allora c'è luce, ma è giorno quindi c'è luce) ed il disgiuntivo (o è giorno o notte; ma è giorno quindi non è notte).
Dei sillogismi ipotetici solo uno è dimostrativo che differentemente da quello vero ha una conclusione che la premessa svela (se questa donna ha latte nel seno allora ha partorito; ha latte nel seno quindi ha partorito).
Il segno (seméion) spiega il passaggio dal noto all'ignoto (àdelon) . Il segno rammemorativo ci ricorda la presenza simultanea della causa (il fumo visibile è segno del fuoco che non vediamo); il segno indicativo indica invece qualcosa di non simultaneo, di non evidente (se questa donna ha latte nel seno allora ha partorito; ha latte nel seno quindi ha partorito): Per la scienza quest'ultimo segno è il più importante.
La fisica è materialistica: corporea è la materia (sostanza delle cose, passiva) e la forma (qualità delle cose, attiva), negando ogni dualismo tra realtà fisica e metafisica. Gli incorporei ( il lektòn, il vuoto ed il tempo) non hanno né forma né materia. Oltre a sostanza e qualità esistono negli esseri, come abbiamo visto nello studio della logica, i modi e le relazioni, non reali in sé, e le dieci categorie aristoteliche vengono ricondotte a queste quattro presenze.
Il principio attivo è potenza (dynamis) e ragione (lògos), principio ordinatore immanente, perciò la realtà fisica è basata sul destino (heimarmène) e sulla provvidenza (prònoia), necessaria e finalistica. La materia è principio passivo.
Il lògos, come per Eraclito, è identificato col fuoco distruttore ma soprattutto vivificatore.
Dei quattro elementi (acqua, terra, aria, fuoco) solo il fuoco è eterno, gli altri hanno origine e destinazione in esso. Crisippo parla di fuoco celeste, diverso da quello sensibile ed identificabile con l'etere sebbene non lo si ritenga un quinto elemento.
L'universo è sferico, finito, continuo; il vuoto è all'esterno in quanto non occupa un corpo.
L'universo è soggetto a formazioni e distruzioni periodiche in un ciclo eterno in cui ogni avvenimento si ripete. Esistono difatti semi eterni (lògoi spermatikòòi) che producono ogni cosa e periodico è il fuoco logos che in una conflagrazione (ekpyrosis) distrugge ogni cosa e che presiede al suo riformarsi (pyr technikòs). Dal raffreddamento del fuoco ha origine l'aria e poi l'acqua, dalla condensazione di questa la terra che per la forza centripeta si pone al centro in equilibrio; attorno ruotano sfere degli elementi e le stelle.
L'unica ragione del mondo (da cui deriva l'anima umana), rende razionali tutte le cose, sottomesse al fato ed unite in un ordine cosmico necessario. Perciò si ritengono esistenti influssi astrali e si crede nella divinazione e nell'interpretazione dei sogni.
Questa anima del mondo (pnéuma) è principio divino. Dio è unico e ordina le cose. Egli ha un rapporto intimo con gli uomini e il politeismo tradizionale va inteso come personificazione delle potenze cosmiche, fatto che giustifica anche la molteplicità di culti.
L'anima dell'uomo appunto deriva dall'anima del mondo ed è fuoco vivificante ma materiale, perciò perituro. L'anima perisce anche se non contemporaneamente al corpo. Essa è divisa in otto parti: la principale è l'egemonica, che produce rappresentazioni ed assenso, è la ragione ed ha sede nel cuore o intorno ad esso. Le altre sette parti, subordinate, sono i cinque sensi, la parola e la forza generativa.
Crisippo distingue le cause perfette (necessarie, su cui non possiamo influire) dalle prossime (che possono subire la nostra influenza) affermando così con riferimento a queste ultime la libertà dell'uomo (del resto abbiamo visto come sia possibile dare o meno assenso alle sensazioni). Il fato è così determinato dalle capacità individuali e non viceversa.
L'esistenza del male conferma e non nega la provvidenza divina, giacchè senza di esso non ci sarebbe neppure il bene.
La morale stoica richiede perciò di accettare volontariamente la provvidenza che tutto governa: ribellarsi è da stolto, giacchè non serve a nulla. Anzi, come un cane tirato da un carro, l'uomo si sentirà libero solo se seguirà spontaneamente il carro, altrimenti dovrà fare lo stesso strozzandosi.
Il vivere secondo natura è l'unica virtù, di cui le altre sono solo aspetti particolari (la saggezza domina i compiti, la temperanza gli impulsi, la fortezza gli ostacoli, la giustizia la distribuzione): o si è virtuosi o si è stolti (la pazzia infatti è il contrario della ragione), non esistono gradazioni; non si può avere una virtù sola. La virtù si raggiunge, non si nasce virtuosi (su questo punto però alcuni ritenevano che si potesse anche perdere la virtù); essa, essendo felicità ed utilità, è fine a se stessa.
Ciò che è difforme dalla natura è male, ciò che è conforme è bene, il resto indifferente (adiàphoron). Indifferenti infatti al bene ed alla virtù sono la ricchezza, la salute, il piacere sebbene preferibili alla povertà, alla malattia, alla fatica.
L'azione retta è l'azione conforme alla ragione e sorretta dalla volontà; diversa è l'azione conveniente la quale, seppur conforme alla ragione, è suggerita dall'affetto, dall'impulso (proteggere i genitori, gli amici). La saggezza proviene solo dal seguire le prime azioni.
Le passioni (pàthe) ostacolano infatti una vita secondo ragione poiché vi sono impulsi (hormé) oltre misura che causano irrazionali ed innaturali movimenti dell'anima ed essi sono dovuti all'assenso dato ad una falsa rappresentazione, assenso che si impone con violenza e forza. Le passioni sono tutte negative ed il fine della vita è l'apatìa, liberazione dalle passioni.
Il saggio stoico perciò è raffigurato libero e felice anche nelle difficoltà, padrone di sé e superiore agli eventi anche nel suicidio.
Tuttavia non tutti possono diventare saggi e vi sono circostanze che, anche se indifferenti rispetto al bene ed al male, sono da preferire.in quanto convenienti e doverose (kathékonta) nella vita familiare e politica. L'etica stoica è perciò improntata al dovere.
Al saggio è lecita ogni cosa, giacchè capace di farla bene. Zenone tracciando una città ideale infatti delineò una comunità di sapienti senza governanti, proprietà, famiglia, culti, in cui anche l'antropofagia e l'incesto fossero ammessi. Respinte le tesi estremistiche, rimase comunque l'idea che i saggi siano una comunità oltrei confini statali (cosmopolitismo) e che il lògos universale sia la norma delle legislazioni. Sono perciò gli stoici propensi alle monarchie ellenistiche ed alla figura del saggio educatore.
Il diritto si identifica con la ragione universale, quindi non è un prodotto convenzionale: non esiste una distinzione naturale tra liberi e schiavi, tutti gli uomini sono ugualmente liberi e casomai è schiavo lo stolto poiché la saggezza è fonte di libertà.
Lo stoicismo ebbe buona fortuna sia negli ambienti dirigenziali che come insegnamento per i poveri ed emarginati.
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Tema gratis Filosofia Spinoza
Baruch Spinoza nasce ad Amsterdam il 24 novembre 1632 da famiglia ebraica di origine portoghese.
Il padre fa parte del comitato direttivo della comunità ebraico-portoghese, detta Talmud Torah, "ossia lo studio della legge", e il giovane Baruch segue la scuola della comunità. Spinoza viene istruito nella conoscenza approfondita dei testi sacri e della lingua ebraica. Giovane dalle enormi capacità all’inizio fu criticato e condannato poiché metteva in discussione la tradizione ebraica. Scomunicato è costretto ad abbandonare l’attività commerciale che svolge con il fratello e a dedicarsi alla politura di lenti per telescopio e microscopio. Andò a vivere in una piccola città dove poteva studiare liberamente i suoi libri, rinunciando a qualsiasi cosa del mondo (compresa una cattedra universitaria). Scrive le sue opere maggiori in latino: "Breve trattato su Dio, l’uomo e la sua felicità", il "Trattato teologico-politico" che fu pubblicato anonimo nel 1670. Spinoza passa gli ultimi anni della sua vita all’Aia. Ammalatosi di tisi non cambia le sue abitudini. Muore il 21 febbraio 1677. I suoi manoscritti vengono affidati all’amico Jan Rieuwertsz che ne cura la pubblicazione nel corso dello stesso anno. La biblioteca di Spinoza fu messa all’asta per pagare i suoi funerali. Lucas e Coleus descrivono la vita di Spinoza come morigerata.
Il trattato teologico-politico
Durante la sua breve vita Spinoza pubblicò anonimo il "Trattato teologico-politico". Analizzando il titolo appare evidente di che cosa si occupa il trattato: la politica e la teologia. Nel Trattato si parla delle Sacre Scritture e della loro interpretazione. Si tratta di un testo importante per la moderna esegesi (spiegazione critica di un testo) scritturale poiché Spinoza analizza la Bibbia come un filologo analizza un qualsiasi testo in suo possesso: sarà necessario conoscere la lingua in cui il testo è composto; l’epoca della composizione e lo scopo dell’autore, oltre ai vari significati da dare alle parole nel contesto delle frasi. L’accertamento filologico del significato della Scrittura si oppone a due indirizzi: quello ortodosso (che si appella all’ illuminazione dello Spirito Santo e alla tradizione dei concili) e quello eterodosso (che sostiene il diritto della ragione a interpretare le Scritture). Per Spinoza il senso della scrittura non coincide con la verità speculativa, ma serve solo a indurre all’obbedienza. Nel Trattato Spinoza afferma anche che è illegittimo porre limiti alla libera circolazione delle idee in nome della salvaguardia di una "verità rivelata" e neanche lo stato può opporsi a ciò.
Unicità della sostanza
La dottrina dell’unicità della sostanza viene espressa nell’Etica, che come dice il titolo stesso è un’opera sulla morale. Spinoza si presenta come il continuatore e il perfezionatore dell’opera di Cartesio. Da lui Spinoza ricava le definizioni di sostanza, attributo, modo. La sostanza è "ciò che è in sé ed è concepito per sé"; l’attributo è "ciò che l’intelletto percepisce di una sostanza come costituente la sua essenza"; il modo è "l’affezione di una sostanza, ossia ciò che è in altro, per mezzo del quale anche è concepito". Spinoza differisce da Cartesio in quanto pone Dio come sostanza e non la materia che è un derivato di Dio che ritiene causa sui e da qui la definizione principale di tutto il sistema spinoziano "Deus sive natura" (= Dio, cioè la natura). Ma poiché la sostanza è Dio e Dio ha attributi infiniti, di conseguenza anche la sostanza avrà infiniti attributi. Da qui proviene la forma panenteismo: tutto è in Dio, "cuius essentia involvit existentia".
Dio e il mondo
Per sottolineare la divisione fra Dio e il mondo, Spinoza riprende la teoria della natura naturans e della natura naturata. La prima indica la causa attraverso la quale l’intero universo esiste ed è conservato, e la seconda indica gli insiemi degli effetti che da quella causa scaturiscono. Ma Dio essendo la causa di tutte le cose non è caratterizzato dall’intelletto o dalla volontà, ma solo dalla potenza.
Il Dio di Spinoza e il Dio biblico
Il Dio di Spinoza non ha nulla a che fare con il Dio biblico, infatti è immanente e non trascendente, è caratterizzato dalla potenza e non dalla volontà e dall’intelletto. Viene attaccata anche la creatio ex nihilo e da tutto ciò i contemporanei di Spinoza arrivarono a definire ateo il filosofo. Queste conseguenze del sistema spinoziano furono definite dal filosofo stesso "conseguenze scandalose" e da qui il sigillo di Spinoza "Caute".
Critica al finalismo e libera necessità
Dato che Spinoza aveva tolto alla sostanza la volontà e l’ intelletto derivava il fatto che la causa sui "è il fondamento e la causa di ogni cosa, ma non vuole nulla" cioè non vuole nessun telos o finalismo agendo solo per necessità. Spinoza creava quindi la libera necessità ovvero una via di mezzo fra la libertà e la schiavitù, infatti il comportamento umano deriva da due cause: la libertà (causa interna all’uomo) e la necessità (causa esterna all’ uomo). La libertà però non consiste nel libero arbitrio, cioè nella capacità di scelta dell’uomo fra il bene e il male, ma nell’adesione al bene, cioè a Dio. "Humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere" (= le azioni umane non vanno derise, compiante o detestate, ma capite.)
Teoria della conoscenza
Esistono due modi per capire l’esistenza di qualcosa: la teoria dell’immaginazione e la teoria dell’intelletto. Con la teoria dell’immaginazione viene espresso il concetto che se un uomo pensa a qualcosa, la immagina, la cosa immaginata esiste; mentre nella teoria dell’intelletto l’uomo per raggiungere la conoscenza di un oggetto deve avere un’esperienza diretta di questo e non solo la sua immagine nella mente.
I cinque principi dell'etica di Spinoza
L’Etica di Spinoza si può dividere in cinque parti fondamentali:
• Su Dio;
• Sulla Mente;
• Sugli Affetti;
• Sulla Schiavitù;
• Sulla Potenza della Mente, cioè la via perardua, ma non impossibile. La natura umana è schiava delle passioni, perciò l’uomo libero è colui che con la forza della sua mente riesce a controllare le sue passioni.
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Tema gratis Filosofia Sofisti
Ancora oggi il termine sofista ha un'accezione negativa. In origine sofisti erano genericamente considerati coloro che avessero una qualche competenza, anche tecnica.
Col tempo iniziò ad indicare i pensatori che giravano per la Grecia, spesso come ambasciatori delle proprie città, presentandosi come maestri di virtù (aretè), virtù apprendibile come una tecnica qualunque e facendosi pagare per esporre i propri ornati e sofisticati discorsi. Per questo già Socrate, Platone ed Aristotele usano in termine spregiativo questo termine: uomini che sostengono tesi false dietro pagamento, che corrompono i giovani con le loro idee,uomini che credono di sapere ma che non guardano il contenuto ma solo la forma del discorso.
Atene in questo periodo è l'Ellade dell'Ellade. Dopo la sconfitta dei Persiani (479) e con l'ascesa al potere di Pericle, conosce un periodo di splendore terminato con la morte di Pericle nel 429 durante le guerre del Peloponneso. Una politica imperialistica con una potenza militare e navale notevole, traffici commerciali e creazione di banche, l'impulso dato alle grandi opere architettoniche ci fanno capire il progresso raggiunto. Sul piano politico la democrazia si arricchisce dell'assemblea, del consiglio (bulè), del tribunale popolare (eliéa) in cui si discute pubblicamente (parrhesìa è il termine che indica la libertà di parola) e si vota per alzata mano; per mezzo di sorteggi, elezioni e rotazioni chiunque poteva accedere agli uffici più alti. In questo contesto diventa essenziale imparare a parlar bene.
I sofisti si presentano come gli uomini capaci di fornire ai figli degli arricchiti commercianti ed imprenditori dietro pagamento la formazione (paidéia) del futuro ceto dirigente attraverso un insegnamento in tutti i campi, soprattutto quelli riservati agli aristocratici. Perciò essi diventano popolari ma osteggiati.
Confluiscono in Atene diverse culture ed entra in discussione il proprio bagaglio culturale: si affronta il problema di cosa sia naturale e di cosa sia convenzionale, dipendente dalla cultura.
La poesia reinterpreta il mito (i tragediografi Eschilo, Sofocle, Euripide, i poeti lirici) ed affronta il problema religioso, la commedia (Aristofane in primis) schernisce la nuova democrazia e la nuova cultura. I nuovi storiografi esaminano i problemi dell'uomo, le cause dei fatti, le diverse civiltà: Erodoto tramanda usi, costumi, notizie sui popoli e sui luoghi; Tucidide cerca di comprendere la crisi di Atene e le sue possibili vie d'uscita.
Si sviluppano moltissime discipline tecniche. Tra queste la medicina.
Ippocrate di Cos, la cui akmè è fissata nella seconda metà del V a.C., fu medico molto prolifico nella scrittura: i suoi testi sono tramandati come Corpus Hippocraticum, sessanta scritti, di cui ovviamente solo una parte appartiene realmente alla scuola ed una porzione ancora più piccola a Ippocrate stesso.
Negli scritti mostra un impegno costante nella sperimentazione e nella dissacrazione di malattie ritenute divine (l'esempio più eclatante è l'epilessia, ritenuto morbo sacro). Contro la medicina sacerdotale degli aristocratici o magica dei contadini, egli ricerca le cause delle malattie nell'ambiente naturale e socio-politico, riscuotendo notevoli successi e mostrando una fiducia costante nella sperimentazione e nel ragionamento. Egli rimprovera alla scuola medica di Crotone il ricorso ad un'unica causa nella spiegazione dei fenomeni (critica alla confusione tra scienza e filosofia) e alla scuola di Cnido non imparare nulla dai singoli casi (descrizione e non intervento). Essenziale risulta la sensazione del corpo: la salute ed il temperamento si basano sull'equilibrio del sangue (dal cuore), del flegma (dal cervello), della bile gialla (dal fegato), della bile nera (dalla milza).
Il carattere più pratico che teorico di questa disciplina culturalmente si inserisce nel ricorso sempre crescente alle tecniche: la tecnica obbedisce alle leggi di natura e solo i filospartani ritengono di doversi liberari dagli affari quotidiani per dedicarsi alla speculazione ed alla guida dello stato, sostiene l'autore anonimo del trattato La medicina antica.
I sofisti mostrano disinteresse per le cose fisiche e si interessano invece delle cose umane. Proprio la funzione pedagogica li portava a preferire gli insegnamenti della poesia greca, nata con funzione educativa (essi sono tra i primi esegeti delle opere dei poeti, Protagora nel dialogo di Platone espone la sua idea di virtù commentando Simonide), piuttosto che non il pensiero dei filosofi ionici. D'altro canto si potrebbe dire che i sofisti hanno influenzato il mondo filosofico senza volerlo: non era la speculazione il loro interesse. Difatti nel Gorgia di Platone Callicle sostiene che la filosofia vada studiata solo per l'educazione in gioventù perché in età adulta impedisce di interessarsi agli affari e alla natura umana.
L'assenza di ipotesi naturalistiche permette il recupero concettuale delle opinioni e dei fenomeni: quindi nel pensiero dei sofisti riscontriamo impostazioni individualistiche e relativistiche, la critica pungente e la capacità persuasiva rivolta a tutti i campi del sapere. Sono definiti per quesi motivi illuministi o fondatori dell'umanesimo.
Protagora
Protagora di Abdera, nato tra il 484 ed il 481 a.C., fu spesso ad Atene. Scrisse molto e su molti argomenti. Tra le sue opere degne di menzione sono I discorsi demolitori o La Verità, Sugli dei, Le Antilogie, contrapposizioni di argomenti su temi etico-politici, Sulle scienze esatte, in cui criticava la pretesa di matematica e geometria di dare conoscenze diverse dalle sensibili.
Protagora non vuole insegnare tutto ma ciò che è più importante, la virtù o scienza politica e il ben parlare.
Di tutte le cose è misura l'uomo, di quelle che sono per ciò che sono e di quelle che non sono per ciò che non sono (essere e non-essere richiama criticamente Parmenide). Questa è una posizione certamente soggettivistica e relativistica. E' vero ciò che ad ognuno sembri tale. L'uomo si serve delle cose, perciò lui ne è il fondamento. Ciò implica anche che essendo vero ciò che appare la verità è l'apparire; perciò è il movimento, proprio dell'apparire, il principio primo dell'essere e della conoscenza.
Tutte le opinioni ovviamente sono ugualmente vere, quella del malato per cui il miele è amaro e quella del sano per cui è dolce. Ciò è vero anche sul piano politico ed etico.
Questa impossibilità di definire una verità valida per tutti è all'origine del suo agnosticismo religioso, che gli valse l'accusa di empietà ed il pubblico rogo delle sue opere: quanto agli dei, non sono in grado di sapere né che esistono né che non esistono, né di che aspetto sono: molte cose infatti impediscono di saperlo, l'oscurità delle cose e la brevità della vita umana (citato da Diogene Laerzio).
Se però le opinioni sono tutte vere non tutte sono ugualmente utili: essere malati è più conveniente che essere malati perciò le opinioni del medico sono preferibili. Perciò come il medico con la sua scienza trasforma il malato in sano, il sofista con la sua scienza fa apparire buono e utile, al singolo come alla comunità, ciò che prima non sembrava tale.
Il progresso è fondato difatti per Protagora sull'acquisizione delle tecniche (rappresentate dal fuoco rubato da Prometeo agli dei e donato agli uomini)e sul possesso della virtù politica (che Zeus ha distribuito a tutti per l'insufficienza delle tecniche). La virtù politica, tramandata di generazione in generazione, deve essere educata e conservata. Il fine educativo di Protagora, come quello dei sofisti, non è quello di migliorare la politica ma di preparare i giovani ad affrontarla come essa è.
La tecnica oratoria affascina, rendendo più difficile la critica, e fa apparire il proprio discorso più persuasivo dell'altrui (rendere più forte il discorso più debole è segno di quest'abilità).
Gorgia
Gorgia di Leontini, in Sicilia, vissuto tra il 484 ed il 376 a.C., nel 427 ad Atene chiese aiuto contro i Siracusani. In quell'occasione molti uomini famosi lo ammirarono.
Egli ribadisce ed approfondisce il tema della capacità persuasiva, psicagogica dell'oratoria. E' necessario scegliere però il momento opportuno in cui rivolgere il discorso opportuno alla persona opportuna. Ciò è capace di compiere opere divine.
In maniera simile la poesia produce inganno, facendo credere reali fatti e cose irreali: ma è saggio chi si lascia ingannare poiché così può provare emozioni e subire il fascino della dolce malattia più piacevole della salute.
In tal senso i suoi encomi di Elena e di Palamede, considerati traditori nell'epica greca, mostrano come il discorso, come il destino, l'amore, la volontà degli dei, la violenza, conduca dove non si vuole e faccia smarrire la colpa, la responsabilità, la volontà di far male.
Del suo Della Natura o Del non essere abbiamo solo delle parafrasi (pseudo Aristotele e Sesto Empirico): egli sostiene 1) che nulla esiste, 2) che anche se qualcosa esistesse non sarebbe conoscibile e 3) che anche se fosse conoscibile non sarebbe comunicabile.
1) Il non essere non c'è perché altrimenti sarebbe essere e ci troveremmo di fronte ad una contraddizione. L'essere non può essere eterno perché se così fosse dovrebbe essere infinito e l'infinito non sarebbe in nessun luogo e quindi non sarebbe affatto; non può essere generato perché verrebbe dal non essere quando dal non essere nulla nasce o dall'essere ed in tal caso non ci sarebbe generazione; non può essere generato ed eterno perché è una contraddizione.
2) Anche se l'essere ci fosse non può essere pensato; ciò che viene pensato non esiste (altrimenti esisterebbero tutte le assurdità inventate dagli uomini) e quindi ciò che esiste non è pensato. Perciò se qualcosa esiste non è conoscibile.
3) Noi con la parola non comunichiamo l'essere poiché la parola non è l'essere, comunichiamo solo parole. L'essere quindi è incomunicabile.
Sofisma, espressione estrema di scetticismo o espressione di una conversione dal naturalismo alla retorica, quest'espressione mostra la critica alle teorie parmenidee dell'essere. Di fatto si è ipotizzato un iter che avrebbe condotto Gorgia da posizioni naturalistiche (la tradizione lo vuole discepolo di Empedocle) a tesi eleatiche fino alla crisi di quest'idea, con una successiva fase finale retorica.
I sofisti minori
Prodico di Ceo, vissuto tra la seconda metà del V sec. e gli inizi del IV, autre di 23 opere delle quali abbiamo pochi frammenti, scrisse le Hòrai (Stagioni), in cui probabilmente v'era la favola di Eracle al bivio (riportata da Senofonte): Ercole tra la Virtù e la Dissolutezza che gli si presentano ed enumerano i loro pregi invitando Eracle a seguire una delle due, sceglie la virtù.
Nella sua opera Prodico sostiene che nulla si possa raggiungere senza fatica e che le virtù sono imposte da comano divino per raggiungere i beni della vita.
Prodico spiega la religione sulla base della divinizzazione delle cose utili all'uomo e degli scopritori (Demetra è il pane, Dioniso il vino). Il culto inoltre nascerebbe dal desiderio di ingraziarsi le forze naturali utili al benessere umano.
Sua è inoltre la dottrina della sinonimica, analisi semantica dei sinonimi per determinare il significato preciso e corretto, ridicolizzata da Platone ma probabilmente non dissimile dal quesito definitorio di Socrate e dagli studi di Democrito sulla natura convenzionale del linguaggio.
Di Antifonte di Atene abbiamo diversi frammenti. Esperto in varie discipline, sosteneva che l'ideale morale e sociale fosse la concordia con sé e con gli altri, fondata sulla temperanza (la virtù di vincere il male).
Egli affronta il contrasto tra la natura (fùsis) e la convenzione, la legge (nòmos): la prima è costante, la seconda è accidentale, (se si seppellisse un letto e per assurdo il legno germogliasse nascerebbe un legno e non un letto). Se uno vìola la norma naturale non può evitare il male conseguente, diversamente dalla legge. La legge poi è contraddittoria: non stabilisce di fare il bene agli amici e il male ai nemici e di restituire il torto ricevuto bensì prescrive di fare del male senza aver ricevuto alcun torto (l'esempio della testimonianza). Più precisamente, la giustizia vuole il solo adempimento formale, non la convinzione del destinatario della norma. La vera norma perciò è quella di natura che prescrive l'utile ed il piacevole. Sulla base di questa superiorità della natura sulla legge Antifonte proclama l'eguaglianza di Greci e Barbari.
Ippia di Elide, contemporaneo di Prodico, è il protagonista di due dialoghi di Platone (l'Ippia Maggiore e l'Ippia minore). Sosteneva di saper rispondere meglio di chiunque altro a qualsiasi domanda ed era noto per la sua multiscienza. Banditore del cosmopolitismo (per natura il simile è parente del simile, mentre la legge, tiranna degli uomini, commette molte violenze contro natura), si vantava di ciò che vestiva, essendo frutto delle sue abilità e insegnava la mnemotecnica (arte del ricordare). Anche per lui la legge, mutevole e scritta è tiranna e vìola la natura degli uomini, non scritta, uguale nel tempo e nello spazio.
Opera anonima di questo periodo è Discorsi duplici, composizione con tesi opposte su svariati argomenti (bene-male, giusto-ingiusto, bello-brutto).
Crizia, aristocratico morto nella lotta contro i democratici, poeta tragico ed elegiaco, scrisse le Costituzioni, confrontando Atene con le altre città e stabilendo la superiorità di Sparta, sua città. E' importante la sua professione di ateismo e la sua concezione della legge come instrumentum regni: le leggi non bastavano ad eliminare il male perciò si inventò il timore degli dei.
Tra il V ed il IV sec. viene situata la seonda generazione dei sofisti, il cui tema dominante è il rapporto tra natura e legge. Alcidamante professa l'eguaglianza tra uomini liberi e schiavi; la tendenza generale ad affermare la superiorità della natura conduce a teorizzare il diritto del più forte: è ciò che sostengono gli Ateniesi verso i ribelli dell'isola di Melo (ci riporta Tucidide), Callicle nella sua forma di immoralismo individuale e dottrina del superuomo, Trasimaco di Calcedone nello stabilire l'identità giustizia e utilità del più forte. Posizioni contrarie in due opere anonime, l'Anonimo di Giamblico e Anonimo sulle leggi.
Altro aspetto della seconda generazione è l'eristica, tecnica del confutare e argomentare nelle contese verbali. Licofrone propone l'abolizione del verbo essere, Eutidemo e Dionisodoro arrivano a sostenere che sia impossibile contraddire (dire che non è ciò di cui si è affermato che è) e dire il falso (perché dire il falso significa dire ciò che non è).
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Tema gratis Filosofia Sofisti
La sofistica, a causa della tradizione tramandata dalla scuola di Socrate e di Platone, è sempre stata considerata come la “pecora nera” della filosofia, una riduzione del discorso filosofico ad un discorso eristico.
Solo recentemente è stata riscoperta come scuola filosofica che, mentre il logos era stato fino a quel momento logos physikos, spostò l’attenzione sull’uomo. “L’uomo è misura di tutte le cose” come diceva Protagora. La sofistica ha anche gettato le basi per la ricerca della verità nell’uomo propria di Socrate. E inoltre, sono i primi ad aver sollevato la questione del contrasto tra uomo e natura. E inoltre bisogna considerare i sofisti come i filosofi di un momento di grande crisi per tutta la Grecia: la guerra del Peloponneso. Ma cominciamo a parlare di Protagora
Protagora il relativista
Per Protagora non esiste una verità oggettiva, poiché è la verità è prodotta dall’esperienza ed ogni uomo ha esperienze diverse. L’aletheia perde il valore magico-sacrale che possedeva e diventa relativa alla prospettiva di ogni uomo, in base alla propria consuetudine. La verità di Protagora è quindi relativistica e pragmatica (vincolata alla prassi). Anche la conoscenza è ristretta: l’uomo può conoscere solo le cose che cadono nell’orizzonte della sua esperienza.
Con Protagora nasce anche il problema dei dissoi logoi, i discorsi doppi: per ogni esperienza sarebbe possibile fare due diversi discorsi in contrasto fra di loro, o meglio, partendo da due punti di vista differenti è possibile giungere a due conclusioni contraddittorie, senza però poter decidere sulla verità di una o dell’altra. Il linguaggio non è più, pertanto, di rappresentare in modo univoco le cose, sistema alla base della filosofia eleatica, ma tra il logos e la realtà ci sarebbe, a detta del sofista, un divario interminabile. L’unico criterio di “verità” per un discorso è l’universalità: un discorso diventa vero se è condiviso ed è utile alla maggioranza della gente. Se non è possibile elaborare un discorso oggettivamente vero, è possibile formularne uno che rispecchi i punti di vista della maggioranza, che comprenda il più possibile le opinioni particolare. In questo senso l’uomo, unico “metro” della verità, è “misura di tutte le cose”.
Gorgia e il non essere
Se Protagora ha messo in crisi il rapporto tra realtà e linguaggio, Gorgia lo distrugge completamente. Gorgia si pone polemicamente contro il pensiero di Parmenide, confutandone l’identità tra realtà, pensiero e parola alla base della filosofia eleatica. Si parte da un’identità: il non essere è il non essere. E fin qui non ci piove. Ma se il non essere è non essere, vuol dire che “è” qualcosa. Quindi il non essere è. E negando il contrario, l’essere non è. Tutto quello che si vede è una pia illusione. E nemmeno i ragionamenti possono essere logicamente corretti perché “anche se qualcosa fosse, sarebbe in conoscibile”. E la parola non può tentare di descrivere la realtà perché “anche se fosse conoscibile, sarebbe incomunicabile”. Queste tre proposizioni negative riassumono il nichilismo di Gorgia, ancora più radicale del relativismo di Protagora: non c’è modo di verificare oggettivamente se un discorso è vero (perché la parola non è in grado né di esprimere il pensiero, né di descrivere la realtà), ma l’importante è che sembri vero, affinché susciti “credenza” nei confronti del pubblico. L’unico metro di verità di un discorso è la retorica: un discorso è vero se convince. Ugualmente, dal confronto non può nascere un accordo ma si deve continuare la discussione fino a imporsi sull’interlocutore e generare così un discorso “vero”. Anche le filosofie precedenti erano, a detta di Gorgia, discorsi retorici più o meno persuasivi, ma incapaci di descrivere quella verità universale di cui erano oggetto. Con Gorgia la filosofia è ridotta a eristica, all’arte di sopraffare l’interlocutore; saranno Socrate e Platone a ricostituire la relazione tra realtà, pensiero e parola e a reintrodurre una verità oggettiva.
Nomos e physis
È in questo periodo che nasce la grande distinzione tra legge naturale o physis e legge dell’uomo o nomos. Fino all’inizio del quinto secolo nel pensiero greco non si avvertiva una sostanziale differenza tra il mondo dell’uomo e il mondo della natura, e quindi si avvertiva un’unità tra le norme che regolano l’armonia della natura e le norme che regolano i rapporti tra i cittadini delle singole polis. Ma nel quinto secolo, con l’imperialismo ateniese e la crisi della guerra del Peloponneso, il nomos divenne sempre più oggetto di critica e di revisione da parte del demos, il popolo. I problemi dell’umanità, a detta della seconda generazione dei sofisti (quella di Antifonte, Ippia, Trasimaco e Crizia), provengono dalla differenza tra nomos e physis. Secondo la sofistica, infatti, come non è possibile trovare un discorso vero per tutti, non è possibile neanche trovare una legge giusta per tutti. Il nomos diventa espressione di interessi di parte e oggetto di contese tra fazioni. L’unica speranza per il cittadino è nel confidarsi alla legge superiore della physis, regolatrice dell’armonia dell’universo. E qui sorgono i problemi. Secondo Antifonte e Ippia, democratici, la legge della physis impone l’uguaglianza dei membri della specie, culminante in una sorta di cosmopolitismo. Secondo Trasimaco e Crizia, aristocratici, la legge predominante della physis è la legge del più forte: il più nobile ha così il diritto di sopraffare il più debole; il nomos non può garantire la giustizia e non dovrebbe fare altro che legalizzare questa sopraffazione. Secondo Crizia anche la religione è strumentale al potere. Ancora più radicale la posizione di Callicle: il nomos è un’invenzione dei deboli per cercare di arginare il giusto predominio dei più forti sancito dalla physis. Ma se il nomos è così lontano dal logos physikos, è para o kata physein? È giusto o sbagliato che ci sia e che gli uomini lo seguano?
Questo divario tra nomos e physis e il modo in cui possa essere affrontato ha attraversato tutta la filosofia moderna, passando anche per la teoria di Darwin. Hobbs diceva “homo homini lupus”, ma oltre alla componente bestiale è presente in lui una componente razionale che gli consente di appianare le discordie e di suggellare un pactum societatis per garantire l’armonia della società.
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Tema gratis Filosofia Socrate
Figlio dello scultore Sofronisco (forse anche Socrate in gioventù fece questo mestiere) e della levatrice Fenarete, nacque in Atene nel 470-469 a.C.
Borghese benestante, a causa del suo disinteresse per il denaro finì in povertà. Abbandonò Atene solo durante la prima fase della guerra del Peloponneso, in cui come oplita (qualifica che potevano permettersi solo i benestanti) si fece valore. Non prese mai parte alla vita politica, tranne per opporsi invano alla condanna di generali ateniesi vincitori alle Arginuse, accusati di non aver raccolto i naufraghi e contro l'omicidio politico di un certo Leonzio di Salamina; in queste circostanze il mutamento politico gli consentì di non subire le conseguenze di queste posizioni.
Egli trascorreva le giornate discutendo con i suoi concittadini, di ogni grado sociale: sofisti, amici (Critone), filosofi (Fedone, Antistene, Aristippo, Simmia e Cibete), aristocratici e alti borghesi (Alcibiade e Crizia), artigiani ed umile gente, giovani. Le conversazioni sono riportate nei Memorabili di Senofonte e nei Dialoghi platonici.
Brutto esteriormente ma bello nell'animo (memorabile il ritratto che ne fa Alcibiade nel Simposio di Platone), affascinante nei discorsi, non interessato se non in maniera ironica alla bellezza, al potere, alla ricchezza. Capace di isolarsi e di non sentire la stanchezza, il tempo o il clima, in preda al demone che gli parla dentro e lo trattiene dall'agire contro il bene. Questo carattere emerge dai dialoghi.
Nel 423 nelle Nuvole Aristofane illustra l'antipatia degli ambienti tradizionalisti verso la cultura scientifica e retorica rappresentata da Socrate; nel 399 Meleto, poeta tragico, Licone, oratore, Anito, politico accusano Socrate di corrompere i giovani e di credere in divinità diverse e nuove.
Atene tornata alla democrazia, per rivivere lo splendore dell'età periclea aveva bisogno di dimenticare i rancori (amnistia e permesso di rientro) e di ridestare il passato (si rifiuta perciò di dare la cittadinanza a quelli che avevano combattuto i tranta tiranni) e quindi i valori del passato. L'accusa sostiene che Socrate proprio quei valori insidiava: l'educazione e l'unità religiosa. Socrate poi aveva avuto buoni rapporti con i traditori Crizia ed Alcibiade; aveva condannato i politici ateniesi e la democrazia (il regime nel quale l'ignoranza e la presunzione prevalgono sulla competenza ed in cui i sorteggiati e non i migliori salgono al potere).
Socrate viene condannato a morte, anche se forse l'intento dei suoi oppositori era solo quello di esiliarlo: rifiuta di rinnegare il suo operato e di fuggire e muore in maniera serena dopo aver bevuto la cicuta, veleno.
Socrate non scrisse nulla. Il libro difatti interrogato non risponde. La centralità del dialogo come nucleo della ricerca è testimoniato da questa circostanza: il libro fornisce solo dottrina e lascia credere solo di essere sapienti.
Cioonostante Platone lo ha fatto protagonista di tutti i suoi scritti, Senofonte ha scritto le sue virtù, Aristotele nei suoi scritti gli attribuisce la scoperta dei ragionamenti induttivi (dall'esame del caso od affermazione particolare si giunge ad un'affermazione generale)e della teoria della definizione, cioè della logica, nonché un costante impegno etico, Aristofane lo sbefeggia nelle Nuvole, accomunandolo ai sofisti (difatti gli vengono attribuite le tre personalità del sofista senza scrupoli, del filosofo naturalista ateo e dell'intellettuale ascetico). Difficile perciò, se non impossibile, data le diversità di opinioni su di lui, ricostruire in maniera fedele il suo reale pensiero.Tuttavia Aristotele parla di Socrate partendo da ciò che Platone e gli Accademici gli offrivano; Senofonte, a parte i primi due capitoli dei Memorabili, non è avvezzo alla filosofia e scrive dopo 30 anni dalla morte di Socrate; in Aristofane Socrate è descritto più come simbolo che come persona.
La difesa e l'adesione alle idee di Socrate effettuate da Platone ci inducono allora ad esaminare i suoi scritti: gli scritti giovanili possono essere accostati tra di loro e con le testimonianze degli autori e ci mostrano un ritratto coerente di Socrate, pur restando qualche dubbio sul fatto che vengano riportat le idee di Platone piuttosto che quelle di Socrate e.
La tradizione vuole che Socrate fosse discepolo di Archelao, frequentasse Pericle ed Aspasia, prediligesse Anassagora ed Euripide.
Nel Fedone di Platone Socrate sostiene di avere abbandonato l'interesse per i naturalisti per la loro incapacità di sciogliere i dubbi. Solo Anassagora aveva fatto ben sperare perché riteneva vi fosse una Mente che ordinava tutto secondo il meglio (bèlthion) e l'ottimo (àriston). Il bene (agathòn) doveva perciò essere causa (aitìa). Ma poi Anassagora faceva scarso riferimento a questa ipotesi esplicativa e perciò l'interesse si era assopito.
L'oracolo di Delfi, annunciato a Socrate dall'amico Cherofonte secondo la tradizione, ha indotto a supporre una duplice fase nella vita di Socrate: la ricerca del significato dell'oracolo attraverso l'interrogazione dei suoi cittadini ed il successivo periodo di servizio al dio attraverso l'educazione dei giovani una volta appreso il significato dell'oracolo.
L'oracolo infatti sosteneva che Socrate fosse il più sapiente tra tutti gli uomini.
Il dialogo coi concittadini trae origine dalla domanda su cosa sia una data cosa (tì éstì) , il bello, il giusto, il vero ecc. Il principio sottinteso è che sia possibile attraverso il dialogo giungere ad una visione comune, a dei punti stabili. Socrate nel conversare con i concittadini riteneva vero solo il ragionamento che lo convincesse dopo un lungo esame critico: questo lo differenzia dai sofisti, per i quali il discorso dell'interlocutore andava rifiutato e superato. Perciò Socrate non rifiuta i discorsi altrui anzi non ritiene possibile la verità senza un confronto: solo dal dialogo possono emergere i valori e la verità.
Egli si pone di fronte a chi crede di sapere con atteggiamento entusiasta e si professa ignorante: il dialogo serrato con i sapienti però mostra alla fine come essi siano più ignoranti di lui che dice di non sapere nulla. Questa capacità di far emergere la verità dal colloquio è la maieutica, arte che Socrate ritiene di aver appreso dalla madre levatrice, che parimenti faceva emergere il bambino dalla madre. La contraddizione insolubile (aporìa) in cui terminano i dialoghi socratici mostra qual è il vero sapere e spiega l'oracolo: Socrate è il più sapiente tra gli uomini perché sa di non sapere.
E' stato riscontrato nei dialoghi perciò una doppia metodologia : protrettica (esortativa) ed elenctica (confutativa), non necessariamente distinte nel dialogo ma presenti.
Al termine di ogni dialogo perciò non vi è una definizione positiva della virtù ma negativa (cosa non sia). Così l'ironia di Socrate (metodo con il quale Socrate svela l'ignoranza e libera l'uomo dalla falsa sapienza) dai sofisti veniva interpretata come una dissimulazione del sapere e Clitofonte rimprovera Socrate di esortare alla virtù ma di non essere capace di definirla. Socrate accetta la critica e sostiene di essere levatrice come la madre: aiuta a partorire ma non partorisce.
Ma se non c'è una definizione della virtù in questi dialoghi vi è tuttavia espressa la dottrina della virtù come conoscenza.
Socrate sostiene infatti che ognuno agisca sulla base dei propri convincimenti: chi fa il male non agisce perciò volontariamente ma semplicemente crede che sia il suo bene. Perciò teoria e prassi sono legate.
Chi fa il male segue un bene apparente e non il bene reale ed universale, la cui conoscenza è il fondamento di ogni virtù. La volontà dell'uomo sarà poi irresisitibilmente attratta dal bene se lo avrà conosciuto. Perciò la virtù ed in genere il bene possono essere insegnati ed emergere nel dialogo. Così il soggettivismo esasperato dei sofisti è sostituito da un principio dialogico.
Motti socratici sono: conosci te stesso e prendi cura della tua anima. Conoscere te stesso comprendiamo come sia un consiglio a cercare il vero, sommo bene. La funzione (érgon) dell'anima è quella di dominare il proprio corpo; la sophrosyne (temperanza) si oppone perciò all akrasìa (mancanza di dominio)
Perciò le Leggi, impersonificate nel Critone di Platone, non sono il frutto di un accordo tra uomini, stipulate per limitare la natura dell'uomo ma sono soggetto nel rapporto giuridico che si viene ad instaurare tra esse e gli uomini: perciò non è più consentito nella logica socratica ricambiare ingiustizia con ingiustizia.
Per Socrate la filosofia è un comando che proviene da un demone interno, dalla divinità. Socrate ha fede in un'entità trascendente invisibile garante dell'ordine della realtà e le divinità greche ne sono espressione: vanno difatti seguìti i culti.
Le scuole socratiche minori
Policrate nel 393 a.C. scrisse a posteriori una Accusa contro Socrate alla quale verosimilmente replicò Platone nel Gorgia, insistendo soprattutto sui motivi politici della imputazione di Socrate. I discepoli di Socrate si dispersero dopo la sua morte ma ad essi sono attribuiti molti scritti aneddotici ed apologie (accomunati sotto il titolo lògoi sokratikòi), di cui non abbiamo più alcuna testimonianza. Pare che appunto essi siano a loro volta i fondatori di scuole che verngono definite minori giacchè la maggiore è costituita da Platone. Esse sono varie e presentano spunti originali rispetto all'insegnamento del supposto maestro.
La scuola megarica
Euclide di Megara fondò una scuola. Egli fu amico e discepolo di Socrate, presente alla sua morte (Fedone di Platone), narratore nel Teeteto di Platone, anche se mai nominato da Platone o da Aristotele quale filosofo. Si tramanda che egli abbia rifugiato nella sua scuola molti discepoli di Socrate perseguitati. Eubulide di Mileto, Stilpone (secondo Diogene Laerzio autore di nove dialoghi di cui non ci resta nulla), Diodoro Crono sono i discepoli e continuatori della scuola.
Idea portante sarebbe la connessione dell'idea socratica di Bene con quella eleatica di Essere, definiti da Euclide saggezza, dio, intelletto: il Bene è uno, perciò il molteplice è irreale. Non esiste il movimento e le sensazioni non sono affidabili.
Grande attenzione è posta alla critica della logica discorsiva. Ad esempio non è concepibile il possibile, come sostiene Diodoro Crono (ciò che è non può non essere e quindi è necessario, ciò che non è non può essere e quindi è impossibile); così viene nuovamente, attraverso un diverso argomento, negata realtà al movimento come avveniva in Zenone. Altra critica è fatta da Stilpone al giudizio affermativo: per essere valido, il giudizio Socrate è buono implica l'identità di Socrate (soggetto) e buono (predicato), per cui diviene impossibile attribuire il predicato ad un altro soggetto; perciò è possibile formulare solo giudizi identici (in cui coincidano soggetto e predicato), come l'uomo è uomo (tesi ripresa da Antistene).
Altri argomenti eristici vengono attribuiti a questa scuola: l'argomento del mentitore ( mente o dice il vero chi dice di mentire?), del sorite ( un chicco di frumento non forma un mucchio -sòros- ma poiché non sappiamo aggiungendo un chicco alla volta quale di essi costituisca il mucchio, la nozione di mucchio non è proponibile) attribuiti a Eubulide, del velato (si conosce e non si conosce la stessa persona se la si riconosce solo quando ha il viso non velato).
Vale la pena ricordare che Euclide conciliava unità del bene con l'unica virtù socratica consistente nella scienza del bene e del male e Stilpone riteneva che il saggio doveva bastare a se stesso e quindi essere superiore ai bisogni, anche al bisogno dell'amicizia, identificando perciò la saggezza con l' apathìa, imperturbabilità). L'interesse per la logica valse ai filosofi di Megara il nome di dialettici o in senso dispregiativo di eristici.
La scuola eleo-eretriatica
Fondata da Fedone di Elide, continuata da Menedemo, nella quale insegnò Stilpone, fu trasferita ad Eretria (città natale di Stilpone). Idea portante è l'unità di virtù, bene, verità con esclusione del molteplice. Menedemo poi insegnava l'inesistenza delle proprietà generali, sussistenti solo negli oggetti singoli e concreti.
La scuola cinica
La scuola cinica fu fondata da Antistene di Atene, discepolo di Gorgia e di Socrate, di cui abbiamo perso i numerosi scritti (pare abbia scritto Sulla natura degli animali in cui assumeva come ideali degli animali e scritti su personaggi omerici come Aiace e Ulisse e mitici come Oreste). Il nome della scuola più che perché la sede fosse nel ginnasio di Cinosarge (cane agile), luogo sacro ad Ercole, ad Atene, deve il suo nome all'imitazione del cane: la vita randagia indifferente ai bisogni e la fedeltà al rigore morale rappresentano bene il carattere del cane e della scuola. Definiti cappuccini dell'antichità, i cinici erano noti per il loro predicare (la diatriba come genere letterario ha origine da loro) e per lo stile di vita ascetico.
Per essi, la conoscenza ha valore solo se a fini pratici; la logica per Antistene è ridotta a nominalismo, giacchè i nomi sono comuni mentre le realtà sono tutte particolari e perciò sono possibili solo giudizi identici e non esistono essenze universali delle cose (non esiste la cavallinità come sostiene Platone ma solo i singoli cavalli). Inoltre pare che Antistene per primo abbia spiegato la definizione (lògos) come l'espressione dell'essenza di una cosa; essa è possibile solo delle cose composte, di cui può essere detto di quali elementi constino, non degli elementi, di cui non si può dire nulla se non il nome.
L' unica conoscenza che abbia valore è quella che conduce alla felicità; la felicità si raggiunge coll'autarchia (autosufficienza) nell' apatia (imperturbabilità), nel disinteresse per i beni materiali. Per raggiungere la felicità è necessario sforzarsi e l'ideale dei cinici non a caso è Ercole. La virtù perciò non è più come in Socrate una scienza ma uno stile di vita, un esercizio (àskesis, da cui ascesi significa appunto esercizio).
La civiltà infatti alleggerisce l'uomo da sforzi ma crea nuovi bisogni e sofferenze, è di natura convenzionale e non naturale. Le forme di vita sociale (famiglia, stato) vanno perciò combattute e bisogna tornare ad uno stile di vita naturale: i cinici vivono in maniera animalesca, riducendo i loro bisogni solo a quelli primari, opponendosi a tutte le convenzioni sociali, e mostrandosi liberi nel parlare e professando idee antischiavistiche, cosmopolitiche ed egualitarie (Diogene professava la comproprietà anche di donne e figli). Contro la religione tradizionale Antistene afferma che ci sia un solo dio.
Appartennero alla scuola il poeta Cratete di Tebe e Diogene di Sinope. Il primo compose satire e tragedie in cui celebrava il cosmopolitismo e la povertà; si narra di come avesse donato il suo considerevole patrimonio alla sua città in atteggiamento critico e dello scandalo provocato dallo sposare una donna di alta condizione. Del secondo non sono rimasti scritti (pare abbia composto sette drammi e vari scritti in prosa) ma abbiamo vari aneddoti su di lui: nominato Socrate pazzo, si tramanda che vivesse in una botte (le sue molte opere purtroppo sono perdute), portando dietro di sé una ciotola finchè scoprì di poter bere anche con le mani, che per primo tra i cinici abbia usato il mantello di stoffa rozza e la bisaccia e che di fronte ad Alessandro Magno che gli chiese che cosa desiderasse rispose che desiderava che il re si spostasse per permettergli di vedere il sole. La scuola resistette attraverso varie incarnazioni fino alla fine dell'antichità.
La scuola cirenaica
Aristippo di Cirene nato verso il 435, ad Atene dopo il 416, frequentò Socrate. Insegnò in varie città greche e scrisse varie opere di cui non è rimasto nulla anche se l'attribuzione fosse sicura.
Lui fondò, come vuole la tradizione, la scuola, continuata dalla figlia Arete e dal nipote Aristippo Metrodidatta (che significa discepolo della madre) che pare abbia sistemato la dottrina della scuola: la dossografia posteriore dubita che Aristippo maior abbia persino fondato la scuola. Tra il IV ed il III secolo a.C. i tre discepoli che prendono vie diverse sono Anniceri, Egesia (detto persuasore di morte) e Teodoro (detto l'ateo).
L'interesse fondamentale è etico anche se vi è una parte teorica. La dottrina è infatti divisa in 5 punti: le cose da desiderare o fuggire (bene e male); le passioni; le azioni; le cause (i fenomeni naturali): la verità (fisica e logica)
Reinterpretando il principio socratico, i cirenei sostengono che, poiché il bene attrae, tutto ciò che attrae è bene; il bene allora è il piacere. Quest'edonismo radicale definisce il piacere come un movimento lieve dei nostri sensi avvertito dall'animo in senso positivo che vale solo finchè presente (perciò l'attesa e il ricordo non sono piaceri).E' il piacere ciò che noi desideriamo, non la felicità: difatti la felicità è il sistema dei piaceri particolari e come tale comprende anche i piaceri passati o futuri. Che il piacere sia solo nel presente comporta contentarsi anche del poco senza struggersi nel rimpianto o nell'attesa e quindi un invito alla serenità ed a contentarsi anche del poco.
Vi è ovviamente in queste tesi una centralità attribuita alla conoscenza sensibile, di cui solo ci è dato giudicare e non delle cose esterne. Che l'oggetto ci appaia bianco o dolce è sicuro; non sarà mai sicuro che l'oggetto sia bianco o dolce.
La dottrina della sensazione del Teeteto di Platone pare sia di Aristippo: c'è un movimento attivo dall'oggetto e un movimento passivo del soggetto. La sensazione e l'oggetto sensibile sono il frutto di quest'incontro. La sensazione è la vista, il piacere ecc.; gli oggetti sensibili sono colori, suoni ecc.
Va ricordato il pensiero dei discepoli:
Anniceri sostenne una dottrina edonistica altruistica (novità rilevante) nell'affermare che i piaceri spirituali che si fondano sulla simpatia verso gli altri valgono di più di quelli sensibili che sono meno stabili e duraturi, rivalutando così i legami familiari e l'amore per la patria.
Egesia, autore di Sul suicidio mediante il digiuno, invece sosteneva che il piacere fosse il fine della vita ma anche che esso fosse inattingibile a causa della cattiva sorte e dei molteplici mali e che perciò all'uomo resti solo di difendersi dal dolore. Il difendersi dal dolore dovrebbe essere il fine anche di chi fosse indifferente al piacere; la vita stessa è infatti secondo Egesia indifferente per il sapiente, è un bene solo per gli sciocchi. Egesia è noto come portatore di morte perché pare che abbia istigato al suicidio suoi discepoli, motivo per cui sarebbe stato interdetto dall'insegnamento ad Alessandria;
Teodoro, autorevole cirenaico, in molti punti della sua dottrina mostrò posizioni simili a quelle ciniche: il cosmopolitismo (la mia patria è il mondo), la svalutazione dell'amicizia (gli sciocchi non sanno usare l'amicizia, i saggi non ne hanno bisogno), la difesa della libertà in materia sessuale. Non è certo se fu nominato ateo perché negò l'esistenza delle divinità o solo quella degli dei mitologici. E' lecito rubare, commettere adulterio, sacrilegio al momento opportuno perché nulla di tutto ciò è turpe secondo natura. Egli comunque sosteneva che la felicità fosse la gioia e serenità interiore e non il piacere momentaneo, da raggiungersi con l'intelletto e la giustizia. Male è ciò che è opposto all'intelletto ed alla giustizia, indifferente ciò che attiene al piacere ed al dolore.
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Tema gratis Filosofia Socrate
Figlio dello scultore Sofronisco (forse anche Socrate in gioventù fece questo mestiere) e della levatrice Fenarete, nacque in Atene nel 470-469 a.C. Borghese benestante, a causa del suo disinteresse per il denaro finì in povertà.
Abbandonò Atene solo durante la prima fase della guerra del Peloponneso, in cui come oplita (qualifica che potevano permettersi solo i benestanti) si fece valore. Non prese mai parte alla vita politica, tranne per opporsi invano alla condanna di generali ateniesi vincitori alle Arginuse, accusati di non aver raccolto i naufraghi e contro l'omicidio politico di un certo Leonzio di Salamina; in queste circostanze il mutamento politico gli consentì di non subire le conseguenze di queste posizioni. Egli trascorreva le giornate discutendo con i suoi concittadini, di ogni grado sociale: sofisti, amici (Critone), filosofi (Fedone, Antistene, Aristippo, Simmia e Cibete), aristocratici e alti borghesi (Alcibiade e Crizia), artigiani ed umile gente, giovani. Le conversazioni sono riportate nei Memorabili di Senofonte e nei Dialoghi platonici. Brutto esteriormente ma bello nell'animo (memorabile il ritratto che ne fa Alcibiade nel Simposio di Platone), affascinante nei discorsi, non interessato se non in maniera ironica alla bellezza, al potere, alla ricchezza.
“So di non sapere”
L’aneddoto racconta che un oracolo disse a un amico di Socrate che egli era l’uomo più sapiente. Al che Socrate, stupito da tale affermazione, andò a “cercare” la verità dagli uomini che erano considerati i più sapienti dell’epoca. Trovava però nella loro verità delle forti lacune, che smontavano il ragionamento. Poiché Socrate riusciva a “smontare” i pensieri altrui, che si rivelavano solo delle convinzioni, Socrate è l’uomo più sapiente proprio perché sa di non sapere, ovvero non ha convinzioni che si frappongono tra lui e la verità.
La ricerca della verità
Secondo Socrate la verità non va ricercata nelle leggi della physis a causa del relativismo portato dalla sofistica e dalla dimostrazione di Gorgia che “nulla è”; la verità si trova all’interno di ogni uomo, e poiché, sempre secondo il nichilismo gorgiatico, non può essere comunicata, bisogna ricercarla all’interno del proprio io, secondo la tradizione orientale del “conosci te stesso”. L’ostacolo a questa ricerca è costituito dalle convinzioni, dalle doxai che sono alla base dei valori comuni e dell’etica morale e per le quali Protagora diceva che “l’uomo è misura di tutte le cose”. Se le doxai fossero verità, allora illustrare la verità vuol dire “sopraffare” (erizein) l’altro, fare cioè eristica. Socrate deve far ricercare invece la verità oggettiva in due momento: uno dialettico, l’altro maieutico. Socrate attraverso l’ironia (una forma particolare di dialettica) confuta le convinzioni dell’interlocutore: nei dialoghi chiede all’interlocutore di spiegargli la sua verità, poiché lui “sa di non sapere” (ironia proviene dal greco eironeia, che vuol dire appunto “finzione”). Ma, partendo da quella verità, Socrate conduce l’altro attraverso un ragionamento a una palese contraddizione (aporìa), che, dato che il ragionamento è logicamente corretto, invalida le premesse, ovvero la verità dell’interlocutore, che si rivela una serie di illudenti e false convinzioni. Il turbamento prodotto nell’animo gli fa mettere in discussione le sue certezze. Il momento critico-distruttivo è terminato. Ora Socrate, attraverso la maieutica (l’arte di far “partorire” le menti), può far ricercare la verità all’interlocutore al suo interno, senza comunicarla direttamente. Socrate si definiva una “levatrice”: può aiutare l’altro a “partorire” la verità, ma non può comunicargliela lui stesso, proprio come una levatrice.
Questo metodo non è basato solo su logos, com’era stato per le filosofie presocratiche e sofistiche, ma per la prima volta è fondamentale il dialogos, ovvero lo scambio costruttivo che conduce alla verità.
I dialoghi socratici sono di due tipi: la macrologia, ovvero il discorso lungo, e la brachilogia, un breve dialogo orientato sul problema della definizione.
Il problema della definizione
Durante la discussione, nasce il problema di definire universalmente un concetto, attraverso la domanda di rito ti esti (“che cos’è”), estranea alla cultura sofistica. Socrate, infatti, non si accontenta del relativismo dei sofisti, ma ricerca il significato universale del concetto in questione. Pur discutendo su un certo concetto, non si è capaci di definire a priori che cosa sia. Il problema viene risolto tramite l’induzione, ovvero generalizzando il concetto da una serie di casi particolari su cui vi è un accordo razionale (omologhia).
Il conflitto con i sofisti
La filosofia di Socrate si sviluppa contemporaneamente al movimento dei sofisti, con il quale Socrate era in contatto e condivideva l’interesse per l’educazione dei giovani. Comune era anche l’intenzione di spostare la ricerca filosofica dall’ambito cosmologico a quello antropologico.
Entrambe le filosofie si basano sul logos. Ma, mentre per i sofisti i logoi possono essere dissoi e non sono che uno strumento di persuasione, Socrate ritiene che attraverso un dialogos (e non attraverso un logos di un comizio), si possa guidare l’interlocutore ad arrivare alla verità. Entrambe le filosofie utilizzano come tecnica di discussione la dialettica, che in Socrate si specializza in ironia, ma mentre per i sofisti viene utilizzata per fare eristica, in Socrate è strumento di purificazione intellettuale, di educazione dei giovani finalizzata alla conoscenza del bene.
La virtù, il bene e il male
Nel corso dei dialoghi, Socrate si pone il problema di definire univocamente le caratteristiche delle virtù della civiltà greca, in modo tale che non possano essere intese in diverse maniere (come imponeva il relativismo etico dei sofisti). Il problema è trovare l’essenza, l’idea (eidos) di ogni virtù, ovvero cosa sia quella virtù per sé stessa. Ma Socrate, attraverso l’ironia, non descriveva mai l’eidos delle virtù, ma poteva solo dire che cosa non era. Da qui il forte attacco dei sofisti, che dicevano che la filosofia di Socrate era vuota di contenuti. Anche Platone definirà l’ironia socratica una “nobile sofistica”. Comunque, la filosofia socratica viene intesa come esortazione alla vita virtuosa, o come “filosofia del dubbio” che spinge a superare i pregiudizi.
L’intellettualismo etico
Secondo Socrate, l’uomo compie volontariamente solo le azioni che sono da lui classificate come “buone”. Un uomo non compie azioni considerate malvagie per una “perversione della sua anima”, o per un difetto della volontà, come dirà Sant’Agostino, ma perché il concetto che lui ha di bene non coincide con il concetto collettivo e anzi universale di bene, l’eidos di bene. Se un uomo conosce l’eidos di bene non può far altro che compiere il bene. E, poiché la maieutica socratica guida alla verità e quindi anche all’eidos di bene, attraverso la dottrina socratica si arriva automaticamente alla conoscenza del bene e quindi al vivere virtuoso. Si crea pertanto uno stretto legame tra uomo sapiente e uomo virtuoso. Attraverso il sapere, si giunge al bene, ed alla vita misurata e consapevole (sophrosyne). Questa concezione del rapporto tra sapere e virtù viene chiamato intellettualismo etico, poiché il fatto di compiere un’azione malvagia è causato da un difetto dell’intelligenza e della conoscenza (sbagliare per ignoranza) e non da una perversione della volontà, postulato del peccato cristiano.
Il demone socratico
Nel corso della sua ricerca, Socrate ripete spesso di essere stato guidato dai consigli di un daimonion, una voce divina che avverte all’interno dell’anima, che lo aiuta a vivere una vita virtuosa. Socrate attinge quest’idea dalla tradizione dei primi filosofi. Ma questo daimonion non va inteso né in senso psicologico come un grillo parlante o una “voce della coscienza”, né in senso mistico. Per Senofonte è la “voce di Dio che dà a Socrate ammonimenti e consigli su quel che debba fare, quasi oracolo interiore”. È insomma quella voce di origine divina che fa vergognare l’uomo quando compie un’azione ingiusta. È il cuore dell’autarkeia filosofica, ovvero è l’unico bene di cui il filosofo ha bisogno, fonte interiore della sapienza. Questo motivo, estraneo alla religione greca, poté essere inteso come segno di empietà.
La condanna a morte
Socrate fu processato nel 399 a.C. sotto l’accusa di empietà e di ateismo. Pena richiesta dall’accusa: la morte. In realtà, a Socrate sarebbe bastato difendersi o abiurare le sue idee per salvarsi e pagare una multa o andare in esilio. Sarebbe anche potuto fuggire con l’aiuto degli amici e dei discepoli. Ma fuggire avrebbe significato perdere la dignità di cittadino e sottrarsi a quella vita virtuosa a cui indirizzava i suoi discepoli, e quindi sottrarsi alla sua missione di educatore. Chi si sottrae dalla legge compie un’ingiustizia, perché rinnega le proprie radici e rinnega il patto razionale di concordia che lo rende un cittadino. “Dura lex, sed lex”: per quanto ingiusta, la legge è legge, e come tale va rispettata. Socrate diventa il simbolo stesso dell’autarkeia filosofica: porta costantemente in sé stesso la sapienza e la virtù, e pur di allontanarsi da un gesto vile come sarebbe la ritrattazione delle proprie tesi ed dell’intenzione di educare i giovani alla virtù, decide di morire. Per questo Socrate accetta la condanna e anzi trasforma la sua difesa in un feroce attacco alla classe politica democratica di Atene, narratoci nell’Apologia di Socrate di Platone. Sempre attraverso Platone (nel Fedone) conosciamo la morte del filosofo, tramite avvelenamento; e le sue ultime parole sono serene e consolatori: l’uomo giusto non ha nulla da temere dalla morte.
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Baiox
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