Il flusso dei ricavi produce la disponibilità di nuovi mezzi monetari corrispondenti alla nuova ricchezza (reddito positivo, utile) acquisita all’economia dell’impresa quando i prodotti vengono venduti a prezzi remuneratori.
Le discussioni sorte attorno all’autofinanziamento per approfondirne la natura e spiegarne gli effetti sull’economia dell’impresa hanno condotto sostanzialmente a due differenti concezioni del fenomeno.
La prima è quella che identifica l’autofinanziamento, così detto in senso proprio o stretto, nel solo risparmio di utili netti, attuato in modo palese od occulto. Definisce la misura del finanziamento interno prodotto dai redditi positivi (utili) che non sono stati prelevati dagli aventi diritto.
Nella seconda concezione il fenomeno in discorso (autofinanziamento in senso lato o improprio) si presenta come naturale estensione della concezione di autofinanziamento corrispondente ai soliti utili conseguiti e fa riferimento ai flussi finanziari interni prodotti dai ricavi, che dell’autofinanziamento sono la fonte.
L’autofinanziamento si riferisce a più parti ampie di tali flussi, che includono sia il capitale autogenerato corrispondente alla nuova ricchezza resa disponibile dalla gestione, sia il capitale rigenerato, corrispondente all’entità dei mezzi monetari, a suo tempo investiti nell’acquisizione dei FFR, recuperati attraverso i ricavi.
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domenica 1 marzo 2009
Appunti economia gratis L’autofinanziamento o capitale di origine interna
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Appunti economia gratis I finanziamenti concessi
L’impresa può porre in essere contratti attraverso i quali concede a terzi, per un determinato periodo di tempo, a definite condizioni e modalità operative (forme tecniche), la disponibilità di denaro.
Forme tecniche che possono assistere la concessione di finanziamenti si articola a seconda di come si risolvono i problemi relativi alle modalità di erogazione del prestito, alle garanzie che si pretendono, alla durata ed alle modalità di restituzione ed infine alla determinazione dei proventi del prestito.
Le vicende relative ai finanziamenti accordati presentano un andamento che muove dalle uscite per la concessione del finanziamento a terzi alle entrate per la restituzione e per l’incasso dei proventi del prestito.
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Appunti economia gratis I finanziamenti attinti a prestito
La disponibilità dei mezzi monetari attinti con il vincolo dell’indebitamento viene acquisita, per un determinato periodo di tempo, ponendo in essere contratti di finanziamento che definiscono condizioni e modalità operative (forme tecniche) del prestito.
I mezzi monetari acquisiti a prestito, rimangono nella disponibilità dell’impresa finanziata per tempi più o meno lunghi a seconda della durata del prestito prevista nei contratti di finanziamento e pongono all’impresa precisi obblighi di restituzione dei valori nominali assunti a prestito e degli interessi maturati.
Le prospettive di redditività dell’impresa finanziata sono certamente la più valida delle garanzie per chi si accinge a finanziare attività produttive.
Le vicende relative ai finanziamenti attinti con il vincolo di prestito presentano un andamento che va dalle entrate per i finanziamenti attinti alle uscite per la restituzione degli stessi e per il pagamento degli oneri del prestito.
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Appunti economia gratis I finanziamenti attinti con vincolo di capitale di proprietà
Per poter acquistare i fattori produttivi, dar vita al circuito della produzione e rinnovare i cicli produttivi, l’impresa deve disporre di risorse monetarie da “investire”, da trasformare in fattori specifici della produzione.
Le operazioni relative ai finanziamenti attinti:
• attraverso conferimenti di denaro da parte dell’unico proprietario, nell’impresa individuale, o dei soci, nell’impresa di società. I mezzi monetari che affluiscono all’impresa per tale via costituiscono il “capitale di proprietà conferito”;
• attraverso prestiti contratti nei confronti di terzi. I mezzi monetari che affluiscono all’impresa per tale via costituiscono “ capitale di prestito” a fronte del quale sussistono obbligazioni di restituzione a definite scadenze (debiti verso i fornitori).
Il capitale di proprietà viene conferito senza obblighi temporali di restituzione, solitamente si ritiene vincolato in modo permanente alle vicende produttive dell’impresa, nel senso che, non verrà restituito alla proprietà fino a quando non diventi esuberante o non si voglia cessare l’attività produttiva.
La remunerazione del capitale di proprietà conferito non è definita contrattualmente, ma è decisa dalla stessa proprietà in relazione all’andamento delle vicende produttive (ossia all’entità del reddito generato dalla gestione) ed alle prospettive di aumento del volume degli investimenti. Si tratta dunque di una remunerazione variabile.
Il capitale di proprietà viene denominato “capitale di rischio”.
Le vicende relative ai finanziamenti attinti con il vincolo del capitale di proprietà presentano un andamento che va dalle entrate per la raccolta del capitale alle uscite per la restituzione, che sarà maggiore o minore, rispetto all’entità del capitale conferito, a seconda del segno del reddito prodotto.
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Appunti economia gratis Fattori produttivi e risorse aziendali
I fattori produttivi possono essere distinti in fattori a fecondità semplice e fattori a fecondità ripetuta.
I primi esauriscono la loro utilità economica a più cicli (o circuiti) produttivi, ai quali partecipano mantenendo inalterate le loro caratteristiche tecniche di fattori produttivi.
Il fattore a fecondità semplice è correlato all’economia del prodotto per l’ottenimento del quale cede completamente la sua utilità economica, mentre il fattore a fecondità ripetuta è correlato all’economia di tutti i prodotti.
Si prospettano differenti modalità di recupero dei mezzi monetari a seconda che siano investiti in fattori a fecondità semplice o ripetuta.
Il recupero dei mezzi monetari investiti nell’acquisizione dei fattori a fecondità semplice è affidato al ricavo di vendita del prodotto ottenuto dall’unico ciclo produttivo al quale il fattore a fecondità semplice partecipa, cedendo completamente la sua utilità.
Il recupero dei mezzi monetari investiti nell’acquisizione dei fattori a fecondità ripetuta è affidato al complesso dei ricavi rivenienti dalla vendita di tutti i prodotti ottenuti da tutti i cicli produttivi ai quali i fattori a fecondità ripetuta hanno partecipato.
Il recupero attraverso i ricavi avviene gradualmente nel tempo: a mano a mano che si collocano i prodotti, ottenuti con il concorso dei fattori a fecondità ripetuta, una parte dei mezzi monetari investiti nell’acquisizione degli stessi ritorna disponibile in forma monetaria.
A partire dal momento in cui i mezzi monetari disponibili vengono trasformati in fattori produttivi:
• assume consistenza il rischio che tali mezzi (o parte di essi) non ritornino più in forma di denaro attraverso i ricavi futuri rivenienti dalla vendita delle produzioni ottenute con il concorso di quei fattori.
• assume consistenza il rischio che gli stessi fattori produttivi si rivelino inidonei ad un proficuo utilizzo all’interno delle combinazioni produttive future, alle quali non sono più in grado di cedere utilità economiche.
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Appunti economia gratis Il circuito della produzione
Il circuito della produzione prevede:
a) l’acquisizione sui mercati di approvvigionamento dei fattori produttivi, dei beni o servizi, cioè, che sono necessari per attivare la “combinazione produttiva” (vincolo di destinazione) per l’ottenimento del prodotto;
b) l’utilizzazione di tali fattori produttivi per dar vita alla combinazione produttiva e trasformare i fattori medesimi in “prodotti”;
c) la vendita, sui mercati di collocamento, a prezzi adeguati, del o dei prodotti ottenuti dalla combinazione produttiva.
La perdita da parte si un fattore produttivo fa cessare, per il bene economico in discorso, la qualifica di “fattore produttivo”, alla quale è divenuto – per differenti possibili ragioni di carattere tecnico o economico – estraneo.
Le acquisizioni dei fattori produttivi pongono l’impresa in contatto con i mercati di approvvigionamento, dove operano potenziali fornitori che possono offrire tali fattori all’impresa, a prezzi e condizioni variabili nel tempo.
Il risultato finale dell’attività della combinazione produttiva: si tratta di beni e servizi che l’impresa ottiene combinando opportunamente i fattori produttivi.
La vendita dei prodotti ottenuti pone l’impresa a contatto con i mercati di collocamento (o di sbocco), dove operano potenziali acquirenti dei beni e dei servizi che l’impresa offre, a prezzi e condizioni variabili nel tempo.
In una economia in larga parte basata sugli scambi monetari, ove la moneta costituisce il mezzo impiegato normalmente per il regolamento di essi, l’acquisizione dei fattori produttivi richiede la disponibilità dei mezzi monetari che devono essere ceduti ai fornitori di tali fattori produttivi (così come la vendita del prodotto ottenuto consente il recupero dei mezzi monetari, che rientrano nelle disponibilità dell’impresa).
Pertanto l’attività produttiva può essere concepita con l’attività di acquisizione dei mezzi monetari, che sono necessari per attivarla e rinnovarla.
L’impresa nei momenti successivi in cui acquista i fattori produttivi li combina e li trasforma in prodotti, vende i prodotti ottenuti sui mercati di sbocco.
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Appunti economia gratis Aziende e mercati
Le unità che operano nel sistema economico sono organizzazioni che in vario modo assolvono la funzione di produrre beni o servizi per soddisfare bisogni collettivi o individuali.
Le aziende possono essere differenziate e classificate a seconda di come si rapportano al loro ambiente specifico, tale classificazione serve a riconoscere le aziende a seconda di “come si rapportano al mercato” e di “come possono” determinare il valore creato attraverso l’attività produttiva.
In assenza totale o parziale del mercato, occorre fare riferimento ai valori d’uso che non trovano espressione in scambi monetari su mercati competitivi.
Sotto questo profilo possono essere individuate due grandi classi di aziende:
• Le aziende che realizzano la loro funzione produttiva operando sui mercati ed affrontando la competizione del lato della domanda e dell’offerta. Sono le imprese.
Possono operare in differenti campi, essere pubbliche o private, grandi o piccole, individuali o collettive.
In questa classe possono essere anche ricompresse le imprese cooperative osservando che tali aziende operano dal lato della domanda o dell’offerta, su “mercati” particolari e limitati.
• Le aziende che realizzano la loro funzione produttiva operando, del tutto o in parte, in ambienti particolari, ove la domanda e/o l’offerta di beni e servizi si sviluppa in forme di competizione attenuate ed indirette.
Tali aziende possono ulteriormente distinguersi a seconda che:
a) Operino, dal lato dell’offerta cedendo – gratuitamente o a prezzi affatto remuneratori – i proprio servizi alla collettività organizzata su un territorio, sono le pubbliche amministrazioni.
b) Operino dal lato della domanda e/o dell’offerta, acquisendo gratuitamente la disponibilità di taluni fattori produttivi e cedendo gratuitamente beni e servizi a talune categorie di utilizzatori, sono le fondazioni e le associazioni di ogni tipo, che tendono a realizzare le loro finalità istitutive.
Le imprese trovano nel valore che il mercato attribuisce ai fattori consumati e alla produzione realizzata la misura del loro grado di economicità. Efficienza ed efficacia sono condizioni necessarie per la sopravvivenza in ambienti aperti alla competizione.
Le pubbliche amministrazioni non trovano nei valori di mercato la misura della loro economicità, la valutazione delle qualità delle loro performance deve essere ricercata ricorrendo ad altri parametri (controlli qualità, carta dei servizi, ecc…) certamente assai meno efficaci dei prezzi che si formano su mercati competitivi.
Le fondazioni e le associazioni debbono orientare la loro azione verso il soddisfacimento dei bisogni istituzionali. Potranno sopravvivere nella misura in cui tale soddisfazione risulti, per i beneficiari, di grado accettabile.
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Appunti economia gratis Le organizzazioni produttive e le aziende
La locuzione “organizzazione produttiva” non è sinonimo di “azienda” e, meno che mai, di “impresa”.
Non tutte le organizzazioni produttive possono qualificarsi come “aziende”: per assumere la qualità di azienda una organizzazione produttiva deve possedere determinati caratteri essenziali, in quanto le aziende, di ogni natura e dimensione, rappresentano unità del sistema economico generale predisposte e strutturate tipicamente per lo svolgimento dei processi finalizzati alla produzione economica.
I caratteri che servono:
a) Coordinazione sistematica (sistematicità)
L’azienda è un sistema, cioè un insieme finalizzato e coordinato di componenti avvinti da relazioni di funzionalità. Il sistema richiama il carattere dell’apertura, ovvero delle relazioni con i contesti in cui vive ed opera.
b) Economicità
L’economicità implica la necessità che l’intera attività posta in essere dall’organizzazione produttiva sia permanentemente ispirata alla logica dell’efficacia strategica e dell’efficienza operativa. L’economicità deve qualificare il comportamento delle aziende, il che non porta in ogni caso alla realizzazione del profitto, ma alla creazione di valore e pone le condizioni necessarie e sufficienti per garantire nel tempo la sopravvivenza dell’organizzazione (curabilità).
c) Autonomia
Il tema dell’autonomia assume particolare rilevanza e delicatezza all’interno dei gruppi aziendali, per loro natura, sottoposte ad un’unica “direzione strategica”, non possono decidere del loro destino ed hanno autonomia progettuale più o meno limitata, anche se godono di ampia autonomia giuridica.
Visione sistematica, autonomia ed economicità sono, dunque, gli attributi che qualificano le organizzazioni produttive quando assurgono a dignità di aziende.
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Appunti economia gratis Il modello dell’Economic Value Added (E.V.A.)
Tra i principali indicatori di performance a disposizione degli analisti di bilancio, l’E.V.A. è sicuramente uno di quelli che più si adatta alle nuove pressioni della globalizzazione che, aprendo le porte ai mercati dei capitali, richiede una sempre maggiore comparabilità internazionale degli investimenti.
La formula dell’E.V.A. rappresenta la differenza tra il rendimento ed il costo del capitale investito, come di seguito evidenziato:
EVA = NOPAT – Wacc * CI
EVA = (NOPAT / CI – Wacc) * CI
NOPAT = reddito operativo normalizzato dopo le imposte;
Wacc = costo medio ponderato del capitale;
CI = capitale operativo investito;
NOPAT/CI = rendimento del capitale investito.
Importante sottolineare come:
a) l’E.V.A. sia il frutto di ampi processi di rettifica e “normalizzazione” e non sia basato sui semplici risultati contabili, spesso frutto di importanti distorsioni;
b) il Wacc comprende al suo interno l’intero costo del capitale. Tale costo tiene necessariamente conto delle attese degli investitori e del livello di rischio specifico dell’azienda.
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Appunti economia gratis Analisi della redditività dell’impresa e struttura del reddito “a ricavi e costi del venduto”
Ai fini dello studio della redditività, l’attività aziendale può essere scomposta nelle seguenti parti:
a) gestione caratteristica o tipica,relativa all’attività volta a realizzare l’oggetto dell’impresa, come si articola nel ciclo: acquisti dei fattori – realizzazione della produzione – vendita dei prodotti;
b) gestione extra – caratteristica, formata da tutte le altre operazioni.
All’interno della gestione caratteristica, i costi vengono suddivisi in relazione alle aree funzionali cui sono destinati i relativi fattori produttivi.
Per quanto riguarda la gestione extra – caratteristica, si usa distinguere:
1. una gestione finanziaria, in cui vengono evidenziati i riflessi economici dell’indebitamento, contratto per la copertura del fabbisogno finanziario, e degli investimenti delle eccedenze finanziarie che si generano durante lo svolgimento dell’attività aziendale;
2. eventuali gestioni accessorie, quali, ad esempio, titoli, cambio, edifici civili, ecc…
3. una gestione straordinaria, in cui confluiscono proventi ed oneri di natura straordinaria o derivanti da movimentazioni del capitale;
4. le imposte che gravano sul reddito di periodo.
I valori presenti nello schema del reddito consentono di calcolare alcuni indici significativi attraverso i quali diviene possibile indagare le cause determinanti la redditività aziendale.
Si tratta di gruppi di indici composti anche con elementi e risultati parziali caratteristici dello schema in oggetto.
Attraverso una serie di indici, è possibile cercare di individuare i punti di forza e di debolezza della gestione caratteristica, in modo da percepire le vie più probabili di evoluzione prospettica dei suoi risultati.
Il primo indice di fondamentale importanza è rappresentato dal ROE (Return on Equity) o tasso di redditività dell’impresa.
ROE = Rn / Cn
Rn = reddito netto
Cn = capitale netto
Il suo valore sintetizza la capacità dell’impresa di remunerare adeguatamente o meno i portatori del capitale di proprietà ed i soggetti preposti all’esercizio dell’attività imprenditoriale.
Un secondo indice molto importante appare il ROI (Return on Investment) o tasso di redditività del capitale investito.
ROI = Ro / Ci – K
Ro = reddito operativo
Ci = capitale investito
K = investimenti accessori + liquidità immediate
Esso sintetizza la capacità della gestione caratteristica di produrre reddito.
Dopo aver calcolato il ROI, si passa allo studio degli elementi che contribuiscono alla sua determinazione.
Particolare significatività assumono l’analisi della redditività delle vendite e quella della velocità di rotazione degli investimenti.
Il tasso di redditività delle vendite, spesso definito ROS (Return on Sales), può essere considerato come un indice sintetico dell’efficienza interna ed esterna dell’impresa.
ROS = Ro / V
Ro = reddito operativo
V = ricavi delle vendite
Il controllo degli investimenti produce conseguenze anche a livello finanziario, in quanto permette di minimizzare il fabbisogno finanziario e, quindi, il sostenimento di costi per l’acquisizione di capitali.
Qualora il rendimento degli investimenti risulti superiore al costo dell’indebitamento, al crescere di questo si avrà un effetto moltiplicativo sulla redditività del capitale netto.
Viceversa, quando il rendimento degli investimenti è inferiore al costo del capitale di prestito, al crescere dell’indebitamento, si avrà un effetto demoltiplicativi della redditività netta d’esercizio.
I legami sopra accennati possono essere sintetizzati nella formula:
ROE = ROI + (Dt / Cn) (ROI – i) (1 – t)
ROE = tasso di redditività del capitale netto;
ROI = tasso di redditività del capitale investito;
Dt = debiti;
i = tasso medio di interessi sui debiti negoziati;
t = aliquota d’imposta sul reddito.
È agevole verificare che :
a) se si riscontra la condizione ROI > i, al crescere di Dt, si verifica un incremento del ROE;
b) se la condizione ROI < i, al crescere di Dt, il ROE peggiora progressivamente;
c) se la condizione ROI = i, l’azienda si trova in una zona di indifferenza per cui, nel finanziamento degli investimenti, può ricorrere indifferentemente al capitale di prestito e/o di proprietà.
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Appunti Economia Gratis : Analisi della produttività economica dell’impresa
L’analisi della produttività economica tende ad accertare la capacità dell’impresa di svolgere in modo adeguato le sue due funzioni fondamentali di produzione della ricchezza e di distribuzione della stessa tra i fattori che partecipano a tale produzione.
Lo studio delle condizioni economiche dell’impresa, da svolgersi attraverso l’analisi dei suoi bilanci utilizzando adeguati indicatori, dovrà necessariamente articolarsi a due livelli:
a) analisi delle condizioni di produttività economica;
b) approfondimento delle cause della redditività aziendale.
Il primo livello d’analisi sarà volto all’individuazione della capacità dell’impresa di produrre nuova ricchezza e di distribuirla tra i vari fattori.
Il secondo livello di analisi, attraverso lo studio dei contributi delle diverse aree funzionali e/o dei vari settori di produzione al reddito di esercizio, tenderà ad approfondire le cause della redditività aziendale, considerata come momento astratto, ma forse il più importante, della produttività economica dell’impresa.
Per lo studio della produttività economica è innanzitutto necessaria la conoscenza delle grandezze relative al valore monetario della produzione realizzata e del “valore aggiunto”, ossia della “nuova ricchezza” prodotta attraverso il processo produttivo.
Come si è già detto trattando del valore aggiunto, le analisi in discorso permettono di comprendere e valutare l’attitudine dell’impresa a soddisfare le sue fondamentali funzioni: di produzione della ricchezza e di distribuzione della stessa fra coloro che l’hanno prodotta.
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Appunti economia gratis : Analisi della struttura monetaria
Della grandezza Capitale Circolante Netto (CCN) si conoscono diverse nozioni ma due, in particolare, sono quelle che rilevano ai fini dell'analisi di bilancio:
1. CCN in senso finanziario, in cui CCN=AC-PC (differenza fra attivo circolante e passività correnti);
2. CCN in senso economico, pari alla differenza fra capitale di esercizio e passività di gestione.
Il CCN in senso finanziario deriva da un criterio di riclassificazione finanziaria con la contrapposizione fra elementi attivi liquidi entro l'anno ed elementi passivi che richiedono liquidità entro l'anno ed è anche detto CCN in senso allargato. Il CCN in senso economico (detto anche in senso proprio o stretto) è formato dal capitale d'esercizio (tutti gli elementi attivi che sono in correlazione con l'attività tipica dell'azienda e sono a veloce rigiro) meno le passività di gestione (elementi passivi che rappresentano posticipazione di pagamento per fattori produttivi tipici acquisiti dall'impresa) e risulta di diversa entità rispetto al CCN in senso allargato, soprattutto per la diversa composizione delle passività di gestione (che essendo fattori produttivi tipici aziendali quali materie prime, servizi e personale sono costituite solo da posticipazioni di pagamento e non comprendono anche, ad esempio, debiti verso banche e simili) rispetto alle passività correnti (o passivo circolante che comprende anche: debiti di gestione a breve, debiti finanziari a breve, ratei e risconti).
Obiettivo della riclassificazione mediante il CCN finanziario è quello di misurare il grado di liquidità aziendale.
Current Ratio e indici di rotazione [modifica]
Tale obiettivo è raggiunto anche con lo studio di alcuni ulteriori indici di bilancio, tra i quali:
• indice di disponibilità Current Ratio =Attivita' Correnti/Passivita' Correnti che risponde alla domanda se con le attività correnti in entrata entro l'anno si riesca a soddisfare alle passività dovute a pagamenti richiesti entro l'anno;
dal momento che, per la sua stessa natura di indice, tale valore riporta esclusivamente un quadro statico della situazione aziendale alla chiusura dell'esercizio, situazione che invece, proprio in questo settore, si evolve di momento in momento, a questo vengono allora affiancati altri tre indici di bilancio:
• indice di giacenza media del magazzino (GGM) calcolato come (MAGAZZINO/RICAVI DI VENDITA)*360
• giorni di dilazione media concessi ai clienti (GGC) calcolato come (LIQUIDITÀ DIFFERITE/RICAVI DI VENDITA)*360 che fornisce le dilazioni passive concesse (passive dal momento che diminuiscono la liquidità aziendale)
• giorni di dilazione media ottenuta dai fornitori (GGF) calcolato come (DEBITI DI GESTIONE/COSTI TIPICI)*360 ovvero le dilazioni attive ottenute
Si tratta di indici di rotazione che servono a meglio qualificare la liquidità aziendale e che risultano tanto più positivi quanto minore (nei primi due casi) o maggiore (per la dilazione ottenuta dai fornitori) sia il loro valore assoluto.
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Appunti economia gratis : Analisi della struttura patrimoniale
Il problema della scelta delle fonti di finanziamento per l'impresa si risolve a sistema considerando, perlomeno, i seguenti elementi:
: intensità del margine operativo, costo dei capitali, caratteristiche del fabbisogno finanziario (che, in prima approssimazione, coincide con il capitale investito) e mantenimento del leverage (o rapporto di indebitamento) a livelli di sicurezza per il management aziendale.
Al fine dell'analisi per indici si sostiene una correlazione temporale fra le classi di impieghi dell'attivo e le classi delle fonti di finanziamento: il capitale investito è costituito dall'Attivo Fisso (AF; investimenti che si recuperano in maniera graduale attraverso l'imputazione di quote di ammortamento) che avrebbe, pertanto, bisogno di fonti di finanziamento che si recuperino, analogamente, in maniera graduale (ad esempio mutui o crediti a medio-lungo termine o Capitale Proprio) e dall'Attivo Circolante (AC) che, invece, necessita di un finanziamento a più rapido rigiro, in linea con le proprie caratteristiche.
Nascono, in quest'ottica, gli "indici di struttura finanziaria-patrimoniale":
• il "primo indice di struttura", dato dal rapporto fra Capitale Proprio ed Attivo Fisso cioè da CP/AF ed indica quanta parte del fabbisogno finanziario generato dall'attivo fisso è coperta dal capitale proprio; tale indice dovrebbe assumere, almeno nel lungo periodo, valori prossimi all'unità.
• il "secondo indice di struttura" chiamato "indice di struttura propriamente detto", dato dal rapporto fra capitale proprio più debiti a medio-lungo termine (Dm/l) ed attivo fisso e cioè da (CP+Dm/l)/AF indice che dovrebbe assumere, in aziende finanziariamente solide, un valore maggiore dell'unità; qualora assumesse valori inferiori ad uno indicherebbe uno squilibrio dell'impresa in quanto verrebbe a mancare quella correlazione temporale tra le fonti di finanziamento (capitali permanenti, in quanto il mutuo è considerato sostituto temporaneo del capitale proprio) e gli impieghi in attivo fisso.
Tali indici, anziché in rapporto, possono anche essere espressi in valore assoluto dando così vita ai margini di struttura: avremo pertanto il margine di struttura primario pari a (CP-AF) ed il margine secondario dato da (CP+Dm/l-AF). Quando l'indice di struttura propriamente detto è maggiore di uno (cioè il margine di struttura secondario è maggiore di zero) significa che capitale proprio e debiti a m/l termine eccedono l'attivo fisso; bisognerà allora stabilire di quanto sia tollerabile tale eccesso: per fare ciò dovremo allora analizzare la struttura dell'attivo circolante; quest'ultimo è infatti composto dal magazzino (rimanenze), dalle liquidità differite e dalle liquidità immediate dove il magazzino è a sua volta suddivisibile in magazzino a scorta di veloce rigiro e magazzino a scorta permanente (o scorta tecnica: quella quantità di scorte comunque necessaria per mantenere in atto i cicli produttivi aziendali); tale seconda parte del magazzino è l'elemento dell'attivo circolante che risulta maggiormente immobilizzata ed è quindi quella che va considerata in contrapposizione dei capitali permanenti per stabilire di quanto sia accettabile il margine di questi ultimi sull'attivo fisso. L'indice di struttura propriamente detto sarà dunque modificato in (CP+Dm/l)/(AF+MAGperm) dando così luogo ad un indice che dovrebbe essere pari all'unità e che è detto "indice di struttutra completo"
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Appunti economia gratis : Analisi per indici
Partendo da questo dato è possibile costruire il seguente schema in "report form":
FATTURATO -
COSTO MATERIE PRIME -
COSTO SERVIZI =
VALORE AGGIUNTO -
COSTO DEL PERSONALE =
MARGINE OPERATIVO LORDO (EBITDA) -
AMMORTAMENTI =
MARGINE OPERATIVO NETTO (REDDITO OPERATIVO O EBIT)
In tale prospetto va messa in evidenza la grandezza «valore aggiunto» la quale rappresenta il plusvalore (della teoria economica marxista) che l'azienda consegue con la semplice attività di compravendita dei beni e dei servizi: sottraendo a tale valore il costo per il personale (che è il fattore interno più rilevante) si ottiene il Margine Operativo Lordo (MOL) (indicato, nella terminologia inglese come EBITDA ovvero Earning Before Interest Taxes and Depreciation/Admortisation) e detraendo da quest'ultimo gli ammortamenti (effettuati dalla impresa per recuperare gradualmente, attraverso quote annuali, i costi sostenuti anticipatamente per dotarsi di un'adeguata struttura produttiva che consente di avviare i cicli produttivi) otteniamo il Margine Operativo Netto (MON) (o EBIT).
Strumento per il raggiungimento del EBIT è il Capitale Investito (CI) il quale è costituito dalla somma dei valori della struttura produttiva, del magazzino e dei crediti.
In un'ottica di analisi per indici il primo indice di bilancio che può essere costruito con i dati così acquisiti è il «Return On Investment» (ROI) il quale è dato da:
Tale indice di bilancio riporta la redditività del capitale investito attraverso la gestione tipica dell'azienda (ed è dunque indice fondamentale per capire come sia gestita l'azienda dall'imprenditore): tale redditività dipende dall'intensità del fatturato, dai costi aziendali tipici e dal capitale investito.
Da notare che il ROI può anche essere espresso come combinazione di due ulteriori indici di bilancio: l'indice è dato infatti dalla moltiplicazione del «Return On Sales» (il quale è un indice di misurazione indiretta dell'intensità di incidenza dei costi tipici di esercizio sulla gestione):
e del «Assets Turnover» (il quale riporta la proporzionalità esistente fra fatturato e capitale investito):
L'impresa cercherà di ottenere pari valori dell'indice tenendo quanto più basso possibile il valore del capitale investito.
Il capitale investito, che può essere diviso - in un ottica temporale - in "attivo fisso" (coincidente con la struttura produttiva) ed "attivo circolante" (magazzino più crediti), genera un fabbisogno finanziario di pari entità che viene coperto dal Capitale Proprio (CP) e dal Capitale di credito (CC) dove la remunerazione del primo è assicurata dall'utile d'esercizio mentre il secondo genera un flusso passivo di oneri finanziari (interessi per la remunerazione contrattuale del capitale di terzi avuto in prestito).
Sottraendo all'EBIT gli oneri finanziari e le imposte (ovvero quel particolare onere che bisogna sopportare per la convivenza in un contesto sociale che va assicurata da parte di tutti) otteniamo il "risultato netto d'esercizio" che può essere sia attivo ("utile netto" o "profitto": cioè l'obiettivo che la impresa si pone quando avvia i suoi cicli produttivi) o passivo ("perdita netta").
Esiste una stretta relazione fra tre indici: ROI,i,ROE
i (tasso di remunerazione del capitale di terzi)
che è grandezza non gestibile dal management aziendale poiché viene decisa, di volta in volta, sulla base dei provvedimenti delle autorità monetarie che sono a loro volta vincolate in ambito internazionale dalla manovra sul tasso di sconto),
ROE (Return On Equity)
indica la redditività del capitale proprio e, da un punto di vista qualitativo, può essere suddiviso in tre ulteriori indici secondo il seguente schema (detto schema Dupont dall'azienda americana che per prima lo utilizzò negli anni '20 del XX secolo):
Il ROE è quindi dato da ROI, rapporto di indebitamento e tasso di incidenza della gestione non tipica sul MON (il quale indica, in percentuale, quanta parte del MON è stata sottratta dagli oneri finanziari, dalle imposte e dalla gestione straordinaria) ma non esiste un rapporto ottimale di valori fra questi indici poiché la situazione aziendale deve essere valutata, a sistema, nel suo complesso: esiste comunque, qualunque sia il rapporto tra CP e CC una situazione di neutralità nella quale risulta la parità dei tre indici, cioè i=ROE=ROI.
Nel caso in cui ROI e costo medio delle fonti esterne coincidano si ha una sostanziale indifferenza alle fonti di approvvigionamento (risulta, cioè, uguale il ricorso al capitale proprio rispetto al capitale di credito) mentre nel caso in cui il ROI risulti maggiore del costo medio delle fonti esterne la remunerazione del Capitale Proprio cresce in maniera più che proporzionale, mentre se ROIRisulta, quindi, che, a parità di rendimento del capitale investito e di costi del capitale di terzi, conviene all'impresa mantenere o raggiungere un maggiore livello di indebitamento: il minore capitale investito avrà una redditività molto maggiore (cosiddetto "effetto leva") ed i capitali così svincolati potranno essere investiti in operazioni alternative sul mercato; quando invece, a parità di ROI, aumenta il costo del CC aumenta parimenti la rischiosità ed un'impresa fortemente indebitata potrebbe sperimentare utili minori se non addirittura delle perdite rispetto ad aziende che facciano minor affidamento al mercato dei capitali per la copertura del fabbisogno finanziario generato dal capitale investito. Non è quindi possibile affermare l'esistenza di un rapporto ottimale fra Capitale Proprio e Capitale di Credito ma è necessario analizzare la situazione aziendale, in rapporto al mercato, caso per caso.
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Appunti economia gratis : Analisi del bilancio
L'analisi di bilancio mira a comprendere la gestione economica, finanziaria e patrimoniale di un'azienda tramite lo studio del bilancio di esercizio e dei dati da questo ricavabili.
L'analisi può essere di due tipi: statico, basata sullo studio di indici e dinamico, detta analisi per flussi.
L'analisi risulta poi differente, a causa della differenza nel tipo e nel numero di informazioni disponibili, a seconda che sia condotta da un analista interno ovvero da un analista esterno all'organizzazione aziendale.
Il punto di partenza dell'analisi di bilancio è costituito dallo studio del sistema impresa nel caso generale; l'equilibrio economico dell'impresa viene infatti raggiunto quando siano soddisfatte le seguenti condizioni:
• i ricavi conseguiti riescono a coprire i costi ed assicurano una congrua remunerazione ai fattori in posizione residuale
• si raggiunge un'adeguata potenza finanziaria
Altrimenti detto: gli obiettivi dell'impresa sono il profitto, lo sviluppo e la sopravvivenza.
Altro fattore critico da considerare per la analisi di bilancio è il tempo: si distinguono, infatti, un "tempo economico-tecnico" cioè il tempo necessario affinché venga attuata la produzione (il quale dipenderà dalla tecnologia adottata, dal prodotto che si vuole ottenere ed inoltre dal mercato nell'ambito del quale si sta operando), ed un "tempo monetario" che dipende dalla posticipazione nell'incasso del fatturato a causa del sorgere dei crediti verso i clienti.
Per raggiungere gli obiettivi di cui sopra bisogna attuare dei cicli produttivi che (facendo ad esempio riferimento ad una impresa industriale) possono essere schematizzati e suddivisi in tre distinte fasi:
1. acquisto dei fattori produttivi (materie prime, servizi, lavoro)
2. trasformazione di tali fattori (con la produzione di semilavorati)
3. vendita dei prodotti sul mercato
Si arriva così a realizzare la grandezza fatturato che è grandezza fondamentale per il raggiungimento dell'obiettivo aziendale del profitto
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Appunti economia gratis : Le strategie
La strategia è un sistema di scelte relative alle risorse da impiegare e alle azioni da intraprendere a livello produttivo, finanziario, amministrativo commerciale e organizzativo, affinché l’azienza possa raggiungere i propri obiettivi.
Il termine strategia è utilizzato per indicare:
• Capacità di prendere decisioni
• Problemi di notevole importanza
• Decisioni che esercitano il loro effetto nel lungo periodo;
In altri termini la strategia :
• Indica la strada da seguire per raggiungere gli obiettivi
• Presuppone determinate azioni e l’impiego di determinate risorse
• È interpretabile come collegamento tra l’impresa e l’ambiente esterno;
La pianificazione strategica è il processo con il quale si definiscono gli obiettivi di lungo termine dell’impresa e si elaborano in termini di risorse, operazioni e comportamenti, le strategie che consentono di conseguire gli obiettivi stessi.
Strategia e pianificazione sono parti di un unico processo: prima si formula una strategia e poi si pianifica per realizzarla.
Il processo di pianificazione si sviluppa attraverso sei fondamentali:
• Definizione degli obiettivi:
1. i traguardi:
missione
obiettivi di lungo termine
• Analisi dell’ambiente esterno:
1. le previsioni:
opportunità
minacce
• Analisi interna:
1. la diagnosi:
punti di forza
punti di debolezza
• Formulazione della strategia:
1. Le linee di azione:
strategia di gruppo
strategia di business
strategia funzionale
• Pianificazione:
1. La formalizzazione:
piano aziendale
piano di funzione
piani di prodotto
• Realizzazione:
1. L’esecuzione e il controllo:
struttura organizzativa
piani operativi annuali
Per comprendere la strategia d’impresa occorre individuare gli obiettivi di riferimento.
Gli obiettivi possono essere distinti in tre categorie: la missione, gli obiettivi di lungo termine e gli obiettivi di breve termine.
La missione esprime in modo ampio gli scopi che l’impresa persegue, la sua cultura, la sua filosofia, i suoi vari chiave e quindi in definitiva il suo orientamento strategico di fondo.
Quando è ben formulata, la missione indica che l’impresa oltre al profitto persegue obiettivi sociali e considera prodotti, settori e mercati in modo strumentale rispetto ai fini.
Gli obiettivi di lungo termine esprimono i risultati che, all’interno di una determinata missione d’impresa, il management aziendale si prefigge di raggiungere nel lungo periodo, utilizzando le risorse disponibili o che intende procurarsi sul mercato.
1. Obiettivi di “redditività”, normalmente si assume come obiettivo generale d’impresa quello di produrre ricchezza nel tempo.
2. Obiettivi di “sviluppo”, l’espansione dell’attività porta molti vantaggi, quali le realizzazione di economie di scala nella produzione e nella distribuzione, l’acquisizione di una maggiore forza di negoziazione dei fornitori, la capacità di attrarre le migliori capacità manageriali,ecc. La grande dimensione è intesa come il mezzo più sicuro per conservare posizioni dominanti sul mercato e lo sviluppo è considerato indice di sopravvivenza.
3. Obiettivi di “leadership”, all’azienda si chiede di raggiungere o di rafforzare una posizione-guida nell’innovazione tecnologica, nelle condizioni interne di lavoro, nel livello dei costi,ecc.
4. Obiettivi “sociali”, l’azienda associa ai propri obiettivi alcuni obiettivi che sono tipici della collettività nel suo insieme, come lo sviluppo di certe aree depresse, la lotta all’inquinamento, la difesa dell’occupazione, il miglioramento delle condizioni di lavoro,e così via.
5. Obiettivi di “equilibrata struttura finanziaria”, gli obiettivi di redditività, di sviluppo, di leadership e sociali devono essere raggiunti mantenendo le condizioni di equilibrio nella composizione delle fonti di finanziamento, cioè tra capitale proprio e capitale di terzi. Il mancato raggiungimento di questo obiettivo potrebbe compromettere il futuro dell’impresa, a causa degli elevati oneri finanziari e della rigidità gestionale conseguenti ad un eccessivo indebitamento.
Gli obiettivi di breve termine sono le mete intermedie da raggiungere per conseguire gli obiettivi di lungo periodo. Essi sono assegnati a specifiche aree organizzative, devono potersi esprimere “quantitativamente” ed essere realizzati entro un termine definito.
Per definire gli obiettivi concretamente raggiungibili è necessario analizzare l’ambiente in cui l’impresa agisce, per prevedere l’evoluzione di fenomeni che possono modificare lo scenario e influire sulla gestione.
Analizzare l’ambiente nei suoi aspetti generali significa considerare l’ambiente politico, economico, sociale, culturale, tecnologico e naturale dei paesi in cui l’azienda agisce o intende agire.
L’analisi dell’ambiente politico deve consentire all’impresa di prevedere se in futuro saranno emanate leggi che potranno cambiare gli scenari e porre nuovi vincoli alle strategie stesse.
L’introduzione di una nuova norma, infatti, può costituire una “minaccia”, ossia un pericolo per l’impresa, ma anche una “opportunità”, cioè un’occasione favorevole.
Anche le previsioni relative all’evoluzione dell’ambiente sociale che la circonda e alla tendenza futura con i rapporti dei lavoratori, con i consumatori e con la società sono utili all’impresa per la formulazione della strategia.
Lo scopo principale dell’analisi del mercato e del settore nel quale l’impresa opera è quello di individuare sia le opportunità che si presentano, sia le minacce esistenti, nonché i fattori di successo per l’impresa stessa. Questa analisi si sviluppa attraverso le seguenti fasi fondamentali:
1. La definizione del settore. Il settore è l’ambiente specifico in cui l’azienda opera o intende operare.
2. L’analisi della domanda. Mira a dare risposte a domande del tipo: perché i consumatori o gli utilizzatori comprano il prodotto? In quale stadio del ciclo di vita è giunto il prodotto? È un prodotto acquistato per la prima volta? È la sostituzione di un vecchio prodotto? Come varia la domanda in rapporto all’andamento dei prezzi, del reddito dei consumatori, della concorrenza di altri prodotti?
3. L’analisi dei fattori produttivi. Per le imprese che attuano una produzione continua o per quelle a basso valore aggiunto sono molto importanti la continuità nell’approvvigionamento e la stabilità dei prezzi delle materie prime, mentre per quelle che operano in settori labour-intensive diventa fondamentale verificare la disponibilità di mano d’opera, generica o specializzata, il relativo costo, i rischi dell’interruzione della produzione per scioperi, assenteismo, ecc…
4. L’analisi della concorrenza. È un’indagine con cui si vogliono conoscere le imprese concorrenti e loro strategie, cosi come si vuole sapere se esistono barriere all’entrata di nuovi concorrenti. Per formulare una strategia vincente è necessario individuare i fattori sui quali in genere punta la concorrenza per mantenere o aumentare la quota di mercato; occorre cioè individuare quali sono i suoi fattori critici di successo. La competizione infatti può essere basata sui prezzi, sulla differenziazione materiale o psicologica del prodotto rispetto a quello dei concorrenti, sulla tempestività delle consegne, sui servizi post-vendita, sulle condizioni di pagamento. L’analisi si conclude poi con l’individuazione delle opportunità offerte dal mercato, con previsioni sulla capacità di assorbimento e, quindi, con previsioni sui volumi di vendita e sui possibili profitti.
Un’altra fase del processo di pianificazione strategica è la verifica delle risorse umane e materiali a disposizione dell’impresa, l’analisi dei risultati ottenuti, l’individuazione dei punti di forza e di debolezza. In altri termini, si tratta di esaminare “lo stato di salute dell’impresa” e rispondere alla domanda “chi siamo?”.
La diagnosi viene effettuata attraverso le seguenti analisi.
1. Analisi della redditività del capitale: si sviluppa attraverso il calcolo e l’interpretazione degli indici di redditività (ROE, ROI, ROD, ROS, ecc…) e ha lo scopo di valutare se l’utile conseguito è adeguato alle risorse finanziarie impiegate nell’impresa.
2. Analisi della struttura dei costi: considera il rapporto tra costi fissi e costi variabili è la capacità delle singole produzioni di assorbire i costi fissi.
3. Analisi della struttura finanziaria: è fatta mediante il calcolo di indicatori e indici finanziari e ha lo scopo di conoscere il grado di liquidità e il livello di indebitamento dell’impresa.
4. Analisi del portafoglio prodotti: è rivolta a individuare la posizione di ciascun prodotto nel proprio ciclo di vita.
Anche la redditività del capitale investito è diversa nelle quattro fasi.
Nella prima fase è negativa perché l’impresa, per il lancio del prodotto, sostiene costi elevati, solo in parte coperti da ricavi. Aumenta nel modo considerevole nella seconda fase, al termine della quale raggiunge la punta massima, per poi diminuire nella fase della maturità, quando i margini di profitto tendono calare a causa della concorrenza. Nell’ultima fase la redditività continua a decrescere a causa della diminuzione delle vendite.
5. Analisi della struttura organizzativa: ha lo scopo di verificare se la struttura attuale è adeguata a sostenere le strategie che l’impresa intende sviluppare.
6. Analisi dei punti di forza e dei punti di debolezza: è volta a individuare i settori e gli aspetti nei quali l’impresa eccelle e quelli nei quali non ottiene buoni risultati.
L’esame riguarda aree diverse a seconda del tipo di impresa, del mercato nel quale essa opera e del livello di approfondimento che si vuole dar all’analisi. In generale, le principale aree da considerare sono la capacità del management, la situazione finanziaria, il personale, le tecnologie disponibili, il marketing, la distribuzione, ecc…
Per stabilire se i risultati delle analisi evidenziano punti di forza oppure punti di debolezza, occorre scegliere un criterio, ossia un termine di paragone.
I fattori critici di successo (F.C.S.) sono le variabili su cui il management può agire con le sue decisioni e che possono incidere in modo consistente sulla posizione competitiva dell’impresa all’interno del settore in cui essa opera.
Essi variano e hanno importanza diversa a seconda del settore.
Un criterio per stabilire se l’impresa a punti di forza e punti di debolezza consiste allora nel verificare se in essa sono presenti i fattori di successo.
I fattori critici di successo si modificano nel tempo per condizioni oggettive (per esempio, la crisi del petrolio ha fatto si che l’economicità dei consumi da elemento trascurabile diventasse un fattore critico di successo per i costruttori di automobili) e per scelte deliberate (per esempio, il successo di una scelta strategica da parte di un concorrente quale può essere la dinamicità del rinnovo dei modelli, modifica i fattori critici di successo).
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Appunti economia gratis : Le imprese industriali
Le imprese industriali, sono imprese di produzione diretta che attuano una trasformazione fisico-tecnica di determinate materie prime o semilavorati in prodotti finiti da avviare al consumo finale o all’impiego in ulteriori attività produttive, mediante lo scambio di mercato
L’elemento sostanziale caratterizzante delle imprese industriali, è la presenza di una specifica funzione di produzione.
I risultati della produzione industriale – ossia gli output di tali processi – possono essere beni direttamente utilizzabili dai consumatori finali, oppure beni utilizzati come “materiali” da trasformare, oppure come “mezzi di produzione” in altre attività produttive.
Le imprese industriali possono avere processi produttivi variamente complessi e articolati in diverse fasi:
• La produzione in senso stretto, costituita da tutte le operazioni che determinano una trasformazione fisica dei materiali impiegati;
• Il montaggio o assemblaggio, allorché si provvede a “mettere insieme” varie parti provenienti da precedenti lavorazioni presso la stessa azienda oppure acquistate o fatte fabbricare all’esterno.
La continua evoluzione che si è verificata nel tempo è determinata dai progressi delle tecnologie e dei cambiamenti che lo sviluppo economico e sociale ha portato nelle condizioni di vita delle persone.
Alcuni aspetti caratteristici presentati dalla moderna produzione industriale, sono i seguenti:
• L’orientamento alla soddisfazione del cliente;
• La grande apertura all’innovazione tecnologica;
• Il perseguimento della qualità totale;
• L’introduzione di nuovi sistemi di gestione della produzione;
In un economia sempre più “aperta” è caratterizzata dalla globalizzazione dei mercati, il successo dell’azienda dipende dalla sua capacità di conquistarsi un’adeguata quota di mercato, attraendo a sé un elevato numero di clienti.
L’elemento fondamentale della strategia produttiva e commerciale delle imprese industriali, è caratterizzata dalla soddisfazione del cliente.
La clientela non può mai essere data per acquisita in via definitiva, ma richiede una cura costante e indagini accurate ripetute nel tempo, per far fronte a nuove esigenze, diventa sempre più importante la riduzione del TIME TO MARKET, cioè del tempo che intercorre tra la decisione di produrre un nuovo bene e il lancio delle stesso sul mercato.
Un ulteriore elemento che concorre a rendere l’impresa più competitiva e a realizzare l’obiettivo della soddisfazione del cliente è la qualità dei prodotti.
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Appunti economia gratis : La gestione del magazzino
Funzioni del mercato
Nelle imprese mercantili il magazzino svolge la fondamentale funzione di svincolare l’approvvigionamento dalle vendite. Esso consente di:
1. effettuare gli acquisti nei momenti più favorevoli;
2. soddisfare la clientela anche nei periodi di difficoltà di approvvigionamento.
Nelle imprese industriali il magazzino svolge la funzione di svincolare la produzione, da un lato, dall’approvvigionamento delle materie e, dall’altro dall’andamento delle vendite.
Politica delle scorte
La politica delle scorte è l’insieme delle scelte aziendali che tendono a regolare i flussi - in entrata e in uscita – dei materiali impiegati nella produzione e dei prodotti dalla stessa ottenuti, onde governare le quantità e i tempi di giacenza dei beni in magazzino.
Essa si ricollega alle decisioni riguardanti:
1. la politica degli acquisti, cioè le scelte operative relative alle modalità, ai tempi e alle quantità degli approvvigionamenti da effettuare;
2. la politica della produzione, con la definizione dei ritmi di lavorazione, degli strumenti produttivi da utilizzare, ecc…
3. la politica delle vendite, con cui si decide a chi vendere, come vendere, quanto vendere, con quali iniziative si può ridurre la “variabilità” delle vendite nel tempo, ecc. tutto ciò presuppone:
• un’accurata analisi della domanda di mercato sotto il profilo quantitativo, cercando anche di individuarne la dinamica e, quindi, la maggiore o minore variabilità nel tempo;
• un’attenta analisi della clientela, per conoscerne le dimensioni potenziali, le esigenze e i comportamenti di acquisto.
Costi di gestione delle scorte
I costi connessi alle scorte di magazzino appartengono ai seguenti tre gruppi:
1. oneri finanziari (sui capitali investiti in scorte)
2. costi relativi alla struttura e al funzionamento del magazzino (ammortamento o affitto dei locali e delle attrezzature, personale, illuminazione e riscaldamento, manutenzioni, assicurazioni, ecc…)
3. perdite per cali, furti, incendi, deperimento, obsolescenza.
Classificazione delle scorte secondo le loro dimensioni
In base al loro livello quantitativo si distinguono vari tipi di scorta:
1. la scorta funzionale: è quella il cui livello garantisce la continuità e la regolarità della produzione e la puntuale evasione degli ordini, evitando nel contempo i costi e i rischi derivanti da un’eccessiva dimensione degli stock;
2. la scorta di sicurezza: è la parte di scorta funzionale che esprime il livello al di sotto del quale gli stock non devono scendere per non rischiare l’interruzione della produzione (scorte di materie) o dei processi di vendita (scorte di merci o di prodotti);
3. la scorta effettiva: è la quantità che in un dato momento risulta realmente a disposizione dell’azienda. Il suo livello può essere diverso da quello “funzionale” soprattutto in relazione alla prevista evoluzione dei prezzi di mercato;
4. la scorta speculativa: è costituita dalla quantità approvvigionate in eccedenza rispetto ai fabbisogni, nella prospettiva dei guadagni che potranno derivare da previsti rialzi di prezzo.
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Appunti economia gratis : Il sistema dei centri di costo
Abbiamo visto come le spese generali incidono notevolmente nel calcolo dei costi di una azienda; ora sorge il problema di come imputare queste spese generali al singolo prodotto, in un modo che sia equo.
Non è equo, per esempio, un sistema che addebita le spese generali mediante una proporzionalità diretta con le materie prime impiegate, in quanto si baserebbe sulla ipotesi errata che ad aumento del costo delle materie prime vi sia un conseguente aumento nella stessa percentuale di ciascuna delle singole voci che costituiscono le spese generali. Infatti nella ipotesi di un notevole aumento dei costi delle materie prime, potremmo anche supporre che vi sia un conseguente aumento delle spese di energia e per i materiali di consumo, mentre è da escludere che vi sia un conseguente aumento dei costi della manodopera, degli impiegati, delle tasse, ecc.
Né tantomeno risulta molto valido il procedimento che imputa le spese generali in proporzione ai costi della manodopera diretta.
Un sistema più equo per la distribuzione dei costi delle spese generali è quello detto dei centri di costo, che ora vediamo.
I centri di costo sono le unità organizzative aziendali alle quali vengono attribuite le spese generali, in attesa della loro imputazione alle singole produzioni che le hanno determinate. Il centro di costo può essere reale se effettivamente esiste un reparto o un ufficio a cui imputare i costi, oppure fittizio o di comodo, se il centro di costo è stato creato solo per questioni di calcolo, come una singola macchina, o un fabbricato, o un gruppo di dipendenti.
Classificazione dei centri di costo
I centri di costo li possiamo distinguere in base alla loro funzione in quattro tipi:
1 - Centri produttivi: sono i centri di costo che coincidono con le unità aziendali che trasformano le materie prime in prodotti finiti. In una azienda che opera nel campo dell'abbigliamento sono centri di costo produttivi i reparti taglio, cucitura, rifinitura, stireria, confezionamento.
2 - Centri ausiliari: sono i centri di costo che forniscono servizi che servono ai vari centri produttivi, tipo la centrale elettrica, la centrale di produzione del calore, anche se non intervengono direttamente nel processo di produzione.
3 - Centri comuni, sono quei centri di costo che forniscono prestazioni ai vari centri produttivi ma sono di difficile misurazione, come l'ufficio collaudi, l'officina di manutenzione, i trasporti interni, ecc.
4 - Centri funzionali: sono quei centri di costo in base ottenuti in base alle funzioni aziendali come il servizio personale, il servizio marketing, l'ufficio ragioneria, ecc.
La determinazione dei costi in base ai centri di costo da un lato ci consente di calcolare i costi con accuratezza e attendibilità, e dall'altro consente di attuare il controllo dei costi di funzionamento dei singoli centri operativi.
Fasi del sistema dei centri di costo
1 - Esame del ciclo produttivo e suddivisione dell'azienda in centri o reparti, in base alla classificazione dei centri di costo che abbiamo visto sopra.
2 - Analisi delle singole voci di costo; nel fare questa analisi troviamo dei costi che sono direttamente attribuibili ai reparti come il costo della manodopera diretta, di ammortamento delle macchine utilizzate, ecc, mentre altri costi, che non sono direttamente attribuibili ai reparti li attribuiamo ad un reparto fittizio, detto reparto indiretto,, a cui imputiamo per esempio i costi delle spese generali, che non sono direttamente attribuibili ai singoli reparti.
3 - Imputazione dei costi ai vari centri di costo tenendo conto della relazione diretta tra costo e reparto che lo ha generato. Per i costi che non sono direttamente attribuibili ad un singolo reparto, si fa uso del reparto indiretto. Riguardo al reparto indiretto, una volta calcolati tutti i costi ad esso riferibili occorre trovare un modo per imputarli ai singli reparti reali in cui è divisa l'azienda. Un modo abbastanza equo è quello di calcolare le ore totali in un anno di tutti i reparti; poi calcolare la quota in percentuale di ciascun reparto; infine dividere l'intero costo del reparto indiretto, in base a queste quote percentuali.
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Appunti economia gratis : I fidi bancari
La gestione dell’imprese è un continuo susseguirsi e intrecciarsi di processi i cui momenti caratteristici sono:
• L’acquisizione dei fattori produttivi necessari allo svolgimento dell’attività;
• La loro combinazione economico-tecnica;
• Il collocamento sul mercato dei beni e dei servizi ottenuti.
Il fabbisogno finanziario trova espressione:
1. nei fattori produttivi specifici in attesa di realizzo in essere in un dato momento;
2. nelle liquidità che in quello stesso momento si ritiene conveniente conservare.
L’entità del fabbisogno finanziario assume andamenti variabili soprattutto in relazione alla diversa velocità di circolazione (o velocità di ritorno) dei vari fattori produttivi, che si traduce nel tempo più o meno lungo che intercorre tra l’effettuazione degli investimenti e il loro ritorno in forma monetaria.
I mezzi finanziari che sono necessari allo svolgimento dell’attività aziendale possono provenire da due fondamentali categorie del capitale proprio e del capitale di terzi.
Il capitale proprio, detto anche capitale di rischio, è costituito dai conferimenti del proprietario o dei soci, nonché dagli utili che non siano prelevati dal titolare o distribuiti ai soci.
Il capitale di credito, detto anche capitale di terzi o capitale di prestito, è formato invece da mezzi provenienti a soggetti esterni all’impresa che essa a contratto nei confronti di altre economie.
I finanziamenti a titolo di capitale di terzi si possono distinguere in due categorie:
• debiti di funzionamento, rappresentati dai debiti di credito mercantile o di fornitura che l’azienda ha ottenuto dai suoi fornitori di beni o servizi;
• debiti di finanziamento, rappresentati dai debiti derivanti dai prestiti che sono stati oggetto di diretta negoziazione tra l’impresa e i terzi. Questi debiti, che all’atto dell’accensione producono un’entrata di mezzi monetari, possono essere costituiti da:
1. finanziamenti bancari a breve, a medio e a lungo termine;
2. prestiti obbligazionari;
3. prestiti di soci, di società collegate o controllate.
Le tipiche operazioni di impiego “a breve termine” compiute dalle banche sono rivolte alla concessioni di prestiti, destinati al finanziamento delle attività correnti o del capitale d’esercizio delle imprese.
L’espressione fido bancario indica la misura complessiva del credito di qualunque specie di cui una banca ritiene meritevole un determinato cliente che ne abbia fatto richiesta.
La concessione di fido parte dalla richiesta avanzata dal cliente, passa attraverso la raccolta e l’analisi di informazioni e dati concernenti le sue doti morali, la consistenza del suo patrimonio e la redditività delle combinazioni produttive che la banca si accinge a finanziare, per concludersi con la deliberazione.
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