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mercoledì 4 marzo 2009

Tema svolto gratis La clonazione

Il 5 luglio del 1996 si è dato il via al discorso clonazione su larga scala,

con la pecora Dolly, ormai il clone per antonomasia. La sua nascita annunciata dal "padre" Ian Wilmut è stata divulgata come evento entusiasmante ed incredibile, ma poi, passati i primi bollori, l'entusiasmo si è tramutato in paura e si è cominciato a vedere quell'evento come spaventoso e mostruoso.
Il perché è semplice ma fondato: i ricercatori sostengono che presto potrebbe arrivare il turno dell'uomo. Ecco perché la clonazione fa paura, "rompe il tabù dell'unicità dell'individuo."
È uno scenario apocalittico che finora si è visto nei film fantascientifici, dove eroi morti tornano in vita per distruggere il mondo. Nella maggior parte dei discorsi sulla clonazione umana si accenna al fatto di poter resuscitare i morti, e altrettanto spesso si fa il nome di Hitler, temendo il ritorno del nazismo. Ma ecco che gli scienziati unanimemente intervengono insegnando che un essere clonato non dovrebbe necessariamente intraprendere la stessa strada del precedente. Il comportamento, la personalità ed alcune caratteristiche fisiche sono altamente influenzati dall'ambiente in cui vive e da cui trae il proprio stile di vita. La genetica e l'ambiente sono in continua interazione, così un nuovo Hitler potrebbe diventare anche ispettore di polizia o un sacerdote.

La clonazione degli animali oggi è al centro di infinite discussioni e può essere vista come un progetto da ampliare o come un capitolo da chiudere immediatamente della scienza. L'ingegneria genetica già prevede gli xenotrapianti (innesto di organi animali in un organismo diverso), ad esempio utilizzare organi di maiale o di scimmia nell'uomo. Ma questo può essere considerato bene? A sentire il CSA (Comitato Scientifico Antivivisezione) no. In un comunicato stampa del giugno del '99, il CSA "esprime il massimo dissenso" per decisione di procedere alla clonazione animale presa dal CNBB (Comitato nazionale per la Biosicurezza e le Biotecnologie).
Il Consiglio dei Ministri dell'Unione Europea ha vietato l'allevamento in Europa di animali modificati geneticamente, se non nei laboratori, come esperimenti; alcuni giorni dopo questa decisione, il CNBB ha dato il via libera alla clonazione. La clonazione di animali non è del tutto sicura sotto l'aspetto medico, alcune malattie virali possono essere trasmesse indipendentemente dal metodo usato. Siamo stati testimoni dell'epidemia della diossina tra i polli e della "mucca pazza". Queste sono solo due mutazioni alimentari e hanno causato gravissimi danni e hanno fatto ragionare il mondo su possibili mutazioni genetiche. Alterare i livelli della natura ha sempre portato gravi conseguenza (come, ad esempio, il buco dell'ozono)e alterare geneticamente gli esseri che popolano la Terra potrebbe avere conseguenze che coinvolgerebbero l'intero pianeta.

Ma perché clonare gli animali?
I motivi sono molti, giusti o sbagliati che siano, e molti di questi non rispettano totalmente l'etica e la morale. Il più lampante è sicuramente quello di usare gli animali geneticamente modificati per estirpare la fame nel mondo. Più precisamente: oltre a portare animali dove ce n'è bisogno, possono essere "trasformati" e resi più produttivi e inattaccabili dalle malattie, diventerebbero delle "macchine" che producono cibo.
Questo sfruttamento può essere allettante se si pensa che può essere alleviata, forse, la piaga più dolorosa del mondo o che si possono salvare molte specie dall'estinzione, ma creare animali con l'unico scopo di usarli solo ed esclusivamente per questo scopo; questi aspetti non ci fanno sentire molto onesti. Comunque il Consiglio dei Ministri Europeo se n'è reso conto in tempo.
Dato che ancora non si conosce la clonazione in tutte le sue sfumature, questa la tecnica, gli animali clonati sono usati come cavie nei laboratori per poterli studiare; e qui le associazioni animaliste combattono dalla mattina alla sera. La scienza, in ogni modo, promette che grazie alla clonazione tra non molto potranno esserci organi pronti per il trapianto senza dover aspettarli in lunghe liste d'attesa.
E non dovranno essere necessariamente organi provenienti da animali, come fino ad oggi si è detto: molti scienziati stanno lavorando a progetti per la creazione, tramite la clonazione, a umanoidi privi di encefalo, proficua e preziosissima banca di organi.
Tra i sostenitori di quest'ipotesi troviamo lo scienziato americano Lee Silver della Princeton University, che ha dichiarato la clonazione dell'uomo essere ormai una certezza per il prossimo futuro.
In un'intervista rilasciata al Time nel gennaio del 1998 ha esposto i suoi discutibili intenti. Ha usato queste parole: "Sarebbe quasi certamente possibile produrre corpi umani privi di encefalo. Questi corpi umani privi di qualsiasi coscienza non sarebbero considerati persone, e tenerli in vita come futura risorsa di organi sarebbe perciò perfettamente legale". Ha aggiunto anche: "...Non vedo cosa ci possa essere di filosoficamente errato o razionalmente sbagliato in questo...".
Sono affermazioni molto dure e che fanno pensare leggendole. L'ultima affermazione non sembra mettere in buona luce la questione; Lee Silver liquida la discussione in modo troppo superficiale, non può cavarsela semplicemente facendo sembrare "normale" e "naturale" creare essere umani senza cervello solo per usare i suoi organi.
Allora la scienza se si dichiara disposta ad usare la biotecnologia per creare esseri anencefali con lo scopo di prelevare solo gli organi, non sembra essere così riguardevole e rispettosa dell'essere umano e dell'etica annessa. Da questo discorso di etica e biotecnologia, bisogna dedurre che il fine ultimo della clonazione animale sia la clonazione umana?

Una risposta certa arriva dalla Chiesa, anche se alcuni suoi membri non sono totalmente concordi con il Pontefice. Il Papa si è sempre dichiarato contro le "moderne sperimentazioni che calpestano la dignità umana e mancano di rispetto alla vita". Non totalmente d'accordo troviamo il Cardinale Tonini, che afferma che "i trapianti transgenici sono la via del futuro".
Comunque la Chiesa non ammette tanti compromessi, è contraria assolutamente al trapianto transgenico, alla clonazione, e alle alterazioni genetiche, prerogativa del Creatore.

La clonazione oltre al poter portare problemi nell'applicazione del metodo e alle creature interessate, ne porterebbe anche a chi avrebbe la possibilità di scegliere se usarla o no. Ad esempio, come evitare che una coppia che ha perso un figlio incidentalmente non richieda alla clonazione di rimpiazzarlo con un esemplare uguale? Può sembrare atroce, ma l'amore talvolta può portare a situazioni estreme: una coppia potrebbe decidere di avere un figlio esattamente uguale ad uno di loro. Nel caso siano presenti malattie ereditarie nel corredo genetico di un genitore potrebbero essere corrette con l'intervento della biotecnologia. Sarebbe, inoltre, spaventoso il caso di una persona che avesse bisogno di un trapianto d'organo e che, per tale necessità, si facesse fabbricare una copia esatta di se stesso per non incorrere nel rischio del rigetto immunologico. Sarebbe possibile estrarre un organo da un feto, farlo crescere in vitro fino alle dimensioni richieste per poi sostituirlo a quello danneggiato. I problemi e le questioni da risolvere sono ancora molti.

Tornando al discorso degli xenotrapianti, sorge una domanda molto ovvia: un organo animale e uno umano funzionano in modo diverso, hanno dimensioni e resistenza differenti. Sono totalmente compatibili?
Gianni Tamino, professore di biologia a Padova e membro del CSA, è un po' perplesso, sottolinea che il maiale, ad esempio, cammina a quattro zampe e noi no, la postura è diversa, ma con qualche modifica tutto è possibile. Invece Emanuele Cozzi, ricercatore alla Cambridge University e consulente della Imutran, società che sviluppa un tipo di animali transgenici con patrimonio genetico modificato in modo da risultare immunologicamente più vicino all'uomo, afferma: "…non abbiamo ancora esperienza nell'uomo, dagli studi svolti finora sui primati ci rendono ottimisti: scimmie con organi di maiale riescono a vivere per parecchi mesi". Speriamo che l'ottimismo aumenti. Ma i due studiosi confidano che esistono anche altre vie di ricerca oltre la clonazione e, cosa molto importante, che la clonazione non è da prendere come rimedio. Bisogna ricordare il detto "Prevenire è meglio che curare", poter prevenire con tecniche meno incisive, ridurrebbe il bisogno di xenotrapianti.

Ufficialmente l'uomo ancora non è stato clonato, ma ci siamo vicini. Nel dicembre del 1998 su "la Repubblica" è apparso un articolo dal titolo "Un embrione umano in fase iniziale - Test di clonazione umana all'Università di Seul". Avvenne che un'équipe di scienziati sudcoreani annunciò di aver compiuto importanti progressi nella clonazione di cellule umane, finalizzata nella creazione di organi per trapianti. Si sparse la voce anche della creazione di un embrione umano in fase iniziale. Usando la cellula uovo di una donna volontaria e il nucleo di altre cellule della volontaria, gli scienziati riuscirono a farla crescere sino a dividerla in quattro, fase iniziale della creazione della cellula umana. L'esperimento venne diretto dal professor Lee Bo Yeon dell'Università Kyonghee di Seoul, è stato poi interrotto per rispettare l'impegno di non clonare un essere umano, preso nel '93 nella Corea del Sud. Il procedimento usato dall'équipe è detto "tecnica di Honolulu", nome derivante dall'esperimento eseguito nell'Università delle Hawaii dove sono state create 50 copie identiche di un topo. Se si fosse voluto proseguire nell'esperimento di Lee, le cellule sarebbero dovute essere impiantate nell'utero ospitante per farla sviluppare e diventare una cellula formativa, in altre parole quella da cui si producono tutti gli organi e i tessuti umani. Lee ha affermato che "la clonazione di embrioni umani dovrebbe essere incoraggiata in modo che la ricerca possa creare cuori e altri organi per aiutare l'umanità". Ma l'annuncio del suo esperimento suscitò molte proteste a Seul degli attivisti religiosi protestarono davanti all'ospedale universitario di Kynghee; chiesero di interrompere gli esperimenti e di "chiedere scusa all'umanità". Ora, letto questo e chiarito un po' le idee, non resta che rispondere alla domanda:

È giusto o sbagliato clonare animali in previsione di clonare gli uomini?

Tema svolto gratis Il Bullismo

Il problema delle difficoltà e del disagio dei minori resta,

nella nostra società, non solo irrisolto, ma in gran parte ignorato. Si crea così un qualcosa di pericoloso, chi paga il prezzo più alto intanto è senz'altro il più debole: il minore. Per uscire da questa situazione è necessario riconoscere che poco o niente è stato fatto o viene fatto per scoprire se e quando i minori vivano in condizioni di sofferenza, se e quando siano o possano essere sottoposti a violenza, se e quando manchino di ogni pur minimo supporto alla loro crescita. Il problema è tornato ultimamente di attualità a causa di alcuni casi di pedofilia dei quali i mezzi di comunicazione di massa si sono occupati. La pedofilia fa notizia, i mass-media se ne occupano e tutti si scandalizzano; poi i giorni passano, la notizia scompare e tutti se ne dimenticano. La pedofilia, così come ogni altro tipo di violenza sui minori, non è un fatto di oggi, né un male esclusivo della nostra società, ciononostante continuiamo a riconoscerne l'esistenza solo quando un fatto viene denunciato e fa notizia. La violenza sui minori e sui più deboli esiste, esiste in mille facce e modi; la violenza sui minori esiste e fa male alla nostra coscienza; la violenza sui minori fa male alla società. I casi di violenza sui minori sono i più difficili da conoscere perché raramente vengono denunciati, questo per svariati motivi: la giovinezza, l'inesperienza, spesso la vergogna della vittima stessa, la complicità imposta violentemente dalla famiglia, l'ignoranza, la paura. Vi è insomma la necessità di uno strumento che sia immediato, di facile accesso e che garantisca, allo stesso tempo, il rispetto e la tutela di chi lo usa. Da questo nascono diverse associazioni come "Il telefono azzurro", "Il telefono rosa", "Lila"... in sostegno e in aiuto ai minori. Lo scopo è quello di mettere a disposizione uno strumento attraverso il quale i più giovani ed i più deboli possano chiedere aiuto e trovare, in tempo reale, un sostegno per superare momenti critici o difficili. Le difficoltà e le necessità del minore sulle quali il servizio potrà essere chiamato a dare una risposta di primo aiuto potranno essere di qualsiasi natura, non solo per episodi di violenza ma anche di difficoltà che nascano da problemi familiari. La povertà dei genitori, il non avere una casa, il cibo, i mezzi per acquistare medicine, il non poter accedere ad un'istruzione adeguata, sono condizioni che creano un enorme disagio nel minore e che, spesso, conducono a gravi conseguenze.

Tema svolto L'uomo e l'ambiente

Viviamo in un'epoca allo stesso tempo affascinante e terribile.

Affascinante perché mai come adesso il futuro del Pianeta Terra è soprattutto nelle nostre mani; ciò che avrà luogo domani dipenderà in buona parte da ciò che la comunità umana farà o non farà oggi. Temibile perché la nostra generazione è la prima, da quando la specie umana è comparsa sulla Terra, ad avere il potere di distruggere in poco tempo tutto quello che ci proviene dal passato, compromettendo irrimediabilmente quello che potrebbe esistere nel futuro del nostro pianeta. L'Homo sapiens ha interagito con il mondo naturale sin da quando apparve sulla faccia della Terra. Con il passare del tempo e con l'evolversi delle proprie capacità culturali ha incredibilmente ampliato le proprie capacità di modificazione degli ambienti naturali. Ma è soltanto da pochissimo tempo, se lo rapportiamo al periodo per il quale si suppone sia apparsa sulla Terra, che la specie umana sta intervenendo rapidamente e profondamente sui cicli dell'intera biosfera, quella fascia costituita da acqua, aria e suolo ove è possibile l'esistenza ed il mantenimento del fenomeno vita. I tempi in cui ciò sta avendo luogo sono veramente brevissimi rispetto a quelli dell'evoluzione geologica e biologica e gli effetti a breve, medio e lungo termine di questo continuo e crescente intervento sono ben lungi dall'essere conosciuti. L'osservazione di quanto avviene in natura ci indica che ogni essere vivente sopravvive finché risulta in grado di interagire adeguatamente con il proprio ambiente. La nostra specie non solo ha perfezionato le sue capacità di adattamento ai diversi ambienti naturali presenti sulla Terra, ma ha modificato gli ambienti stessi in proporzioni superiori a quelle dovute all'intervento di qualsiasi altra specie vivente ed in tempi brevissimi. Oggi non esiste alcun luogo della biosfera dove l'intervento umano non sia giunto in qualche modo, direttamente o indirettamente. Gli autentici sconvolgimenti che abbiamo prodotto e produciamo continuamente non possono che ritorcersi sulle nostre stesse capacità di sopravvivenza in quanto conducono ad una complessiva diminuzione della possibilità del pianeta di far fronte ai nostri bisogni. La reciproca interazione uomo-ambiente sta andando, con ogni probabilità, oltre le capacità di risposta della biosfera. Gli stessi processi ecologici fondamentali che consentono la vita sulla Terra potrebbero essere intaccati irreversibilmente. Con le nostre attività distruggiamo ambienti naturali fondamentali per gli equilibri del nostro pianeta, consolidatisi in milioni di anni di evoluzione: interveniamo con azioni di ogni tipo nei delicati cicli della natura, incrementiamo continuamente le strutture insediative (case, strade, industrie) coprendo porzioni crescenti di prezioso suolo produttivo, facciamo scomparire per sempre numerose specie viventi che con noi dividono il pianeta. Agendo in questo modo provochiamo una costante diminuzione della capacità naturale del globo terrestre di sopportare l'impatto quantitativo e qualitativo della specie umana. I problemi della sovrappopolazione, il progetto tecnologico, l'accumulo dei rifiuti, l'impoverimento delle materie prime e la ricerca di fonti alternative di energia hanno modificato profondamente l'ambiente naturale, tanto da renderlo, per caratteristiche ecologiche, assai diverso da quello primitivo e, cosa più grave, lo hanno trasformato in modo da renderlo sempre meno adatto all'instaurarsi di condizioni di vita ottimali per gli organismi viventi. Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad episodi drammatici quali la catastrofe della centrale nucleare di Cernobyl, gli acquedotti inquinati dall'uso massiccio di diserbanti penetrati poi nelle falde freatiche, l'avvelenamento dei fiumi a causa del riversarsi nelle acque di sostanze tossiche prodotte dalle industrie, le pessime condizioni di vita createsi nei centri urbani delle grandi città. Tutti questi ed altri episodi, di inconfutabile pericolosità, fanno capo ad un' unica responsabilità: il dissennato uso del territorio e delle risorse che continuiamo a perpetrare, incuranti delle chiare avvisaglie di forte pericolo. Soprattutto negli ultimi decenni, grazie a nuove e potenti tecnologie, alla sempre crescente richiesta di beni e all'enorme aumento della popolazione mondiale, l'uomo si è comportato come un vero saccheggiatore. Immensi giacimenti di materie prime, la cui costituzione aveva richiesto tempi geologici, sono starti esauriti nel volgere di pochi anni. E' qui la responsabilità del dissesto idrogeologico in atto da decenni, nel dissennato disboscamento con la conseguente desertificazione e la progressiva riduzione delle aree verdi mondiali, nella diminuzione delle campagne inghiottite dalle periferie delle megalopoli, nell'insensata abitudine di tracciare strade di dubbia utilità in zone di grande valore naturalistico, nella sconsiderata emissione di sostanze inquinanti nell'ambito dell'atmosfera, del suolo e delle acque. Per anni chi si è battuto in difesa dell'ambiente è stato visto come un'utopista, un visionario, un sognatore, o peggio, come un oppositore del progresso umano. Oggi è sempre più evidente a tutti che non può esistere nessun tipo di sviluppo umano, sociale ed economico, ove la base stessa dello sviluppo, e cioè la natura, venga irrazionalmente dilapidata. Questo non significa che il rapporto dell'uomo nei confronti della natura debba essere di semplice contemplazione o di statica conservazione; la conservazione di un bene naturale infatti è tanto più corretta quanto più questo bene è usato; il problema sta nella correttezza di utilizzazione e gestione delle risorse, nel perseguire uno sviluppo sostenibile. Anche se non si può negare di assistere ad un incremento della consapevolezza dell'opinione pubblica circa questi problemi, non si può purtroppo segnalare una parallela e decisa azione concreta in merito da parte di governanti, politici, amministratori, pianificatori e cittadini. Consideriamo quale ruolo potremmo assumere: non quello di distruttori, ma di apportatori di vita, di custodi del mondo. Siamo in grado di trovare soluzioni ed interventi, le nostre capacità in campo genetico, ingegneristico ed ecologico ci permettono di lavorare con sistemi naturali e di trarre beneficio da essi, senza distruggerne l'integrità e le capacità di rinnovamento. Possiamo insomma attingere al reddito della biosfera senza intaccarne il capitale: salvaguardare le specie dall'estinzione, ripristinare la varietà dei paesaggi, rifertilizzare i suoli, riattivare il ciclo verde nelle terre aride, invertire la tendenza del processo d'inquinamento negli oceani e nell'atmosfera, riciclare le scorie in modo utile, imbrigliare l'energia del sole, del vento e dell'acqua, e sfruttare la ricchezza genetica dell'evoluzione in modo da formare organismi che lavorino in società con noi, per ottenere nuovi raccolti, microbi, piante, medicinali e materiali. Ed esattamente come abbiamo per tanto tempo controllato la popolazione di altre specie, potremmo controllare la nostra, mantenendole entro livelli sostenibili. L'educazione ai consumi, il controllo dei bisogni, la messa a punto dei comportamenti che permettono la convivenza tra utilizzazione e conservazione delle risorse costituiscono l'unica via da percorrere nella logica della sopravvivenza. Per attuare ciò è indispensabile un profondo cambiamento della nostra mentalità di uomini delle società industrializzate, che promuova lo sviluppo della creatività, dell'immaginazione, della previsione, dell'anticipazione, favorendo in tal modo la risoluzione dei problemi prima di trovarceli tra i piedi. Conservare la natura vuol dire anche e soprattutto prevedere il futuro, agendo sul presente, e per far ciò è indispensabile utilizzare al meglio la risorsa più promettente per il nostro difficile domani: il nostro cervello.

Tema svolto gratis Il tifo

Non sempre il tifo viene preso per divertimento,

passione o entusiasmo. Anzi, non è che non viene praticato per questi scopi. A volte si viene presi dal troppo entusiasmo, e si finisce col picchiarsi, perchè magari in campo è sceso un arbitro venduto. A voltre, purtroppo, qualcuno ci fuore, anche se magari era innocente. Purtroppo la violanza negli stadi è un tema d'attualità, moderno, diffusa in tutt'Italia, praticata sopprattutto dai giovani, che sono i tifosi più sfegatati. Spesso la causa è il comportamento dell'arbitro. L'arbitro assegna un rigore, che secondo la squadra avversaria è inesistente? Bene: dapprima giungeranno grida del tipo: "ARBITRO VENDUTO", oppure "QUANTO TI HANNO PAGATO?", per citare quelle più innocenti. Poi, i tifosi della squadra alla quale era stato assegnato il rigore, urleranno frasi indecenti ai tifosi avversari, i quali inizieranno a menarli di santa ragione. A questo punto, interverrano le forze dell'ordine, che spesso vengono ferite, se non direttamente uccise. Solitamente si crea una rissa gigante, nella quale vengono immischiate anche persone che volevano semplicemente assistere in modo pacifico alla partita della squadra del cuore, e vengono così create altre vittime. Le forze dell'ordine riescono poi a fermare la rissa, e ad arrestare qualcuno, ma, secondo me, i colpevoli veri propri riescono sempre a fuggire! Un altro motivo della comparsa della violenza negli stadi è la simulazione di un fallo da parte di un giocatore. Se i tifosi degli avversari se ne accorgono, gli altri tifosi passeranno un brutto quarto d'ora. E anche qui, oltre ai feriti, si creano morti, spesso vittime innocenti di tifosi scalmanati. Un altro motivo di rissa sono i tifosi, che per qualche stupido motivo, tirano oggetti in campo. I vigilanti accorrono sempre a fermare il pazzo tifoso, ma il più delle volte vengono letteralmente assaliti dagli amici del pazzo tiratore di oggetti. In questi ultimi tempi, negli stadi sono stati vietati cartelloni razzisti e offensivi verso le altre squadre, perchè anche questi provocavano spesso risse, che finivano immancabilmente in tragedia. Certo che gli adulti a volte, proprio non ragionano! Persino i bambini riescono a capire che tifare la popria squadra del cuore vuol dire incitarli a fare di meglio e a vincere in modo pacifico e leale, e non menare a sangue i sorveglianti e i tifosi delle altre squadre. Arrivare ad uccidere per undici persone che corrono in campo per prendere a calci una palla! Ma dove si è mai visto?!? Purtroppo, negli stadi! Questa situazione non è diffusa soltanto in Italia! Avete mai sentito parlare degli hooligans, i tifosi inglesi, conosciuti come i più pazzi, i più scalmanti, i più sfegatati tra i tifosi europei, ma che dico, mondiali??? Io non capisco che ci si trovi nel picchiare per dei miliardari che praticano il gioco del calcio! Ragazzi, e un gioco! Voi non ci guadagnate niente, se la vostra squadra preferita vince il campionato, o scende in serie "B": se sono delle schiappe, che ci potete fa'?? Di certo non vincono perchè voi picchiate e ammazzate della gente!!!! Secondo me il tifo deve essere un modo pacifico per acclamare, festeggiare e incoraggiare la propria squadra preferita, e non un modo per menare a sangue i tifosi delle squadre avversarie! Quindi, se andate allo stadio, non gridate frasi offensive, all'arbitro, alla squadra avversaria o frasi razziste (che sono ancora peggio...) ai giocatori stranieri dell'altra squadra, e anche se alla nostra età è inutile dirlo,non picchiate gli altri tifosi!!! Potreste non tornare a casa interi...

Tema svolto Le stragi del sabato sera

Fra i molti problemi che coinvolgono i giovani di oggi,

sono sempre più presenti le stragi del sabato sera. Per questo tema, largamente discusso già da molti anni, non si è ancora giunti a trovare delle soluzioni. Tutti i giorni, leggendo giornali o seguendo notiziari in televisione, ci si può accorgere di quanto siano alte le percentuali dei giovani che perdono la vita, sia su strade provinciali che su autostrade, nella notte fra il sabato e la domenica. I giovani attendono il sabato per divertirsi e liberarsi di tutte le tensioni, le noie e le fatiche accumulate nel corso della settimana; tuttavia, nella maggior parte dei casi, (ciò è ampiamente dimostrato dalle statistiche rilevate), è proprio questo il giorno in cui si verificano le peggiori stragi dell'intera settimana. Alla base di tutto ciò, sono presenti, come cause principali, i fumi dell'alcol, la droga, ma soprattutto la voglia che hanno i giovani di confrontarsi fra loro e di superarsi a vicenda. Gli incidenti del sabato sera, infatti, sono spesso la prova di alcune "bravate" eseguite dai giovani per mostrare al gruppo il proprio coraggio e, specialmente, per non farsi emarginare da esso. Secondo me, per risolvere questo problema, bisognerebbe adottare misure che limitino queste stragi, cominciando ad apportare serie modifiche all'interno delle discoteche. Sarebbe infatti opportuno ridurre l'uso di bevande alcoliche e favorire questa iniziativa con l'introduzione di un bonus per quelle analcoliche; avere cioè la possibilità di poter consumare gratuitamente o a prezzo ridotto le bevande prive di alcol. Un'altra limitazione a questo problema, secondo me, arriverebbe se i giovani "cercassero di mettere la testa a posto" e capissero che, spesso, comportarsi da imprudenti e compiere azioni molto pericolose per non apparire inferiori al resto del gruppo, è una delle cause principali delle loro sciagure. Inoltre, se i padroni delle discoteche decidessero di chiudere i proprio locali ad un'ora più ragionevole, sono convinta che anch'essi contribuirebbero a salvare, anche se in modo indiretto, molte vite di giovani. Infine credo che, in molti casi, se i giovani fossero più responsabili, potrebbero evitare di lasciarci la pelle nel bel mezzo delle strade. Mi riferisco a quelle situazioni in cui essi, appena usciti dalle discoteche, pur sapendo di trovarsi in uno stato di salute ben lontano da quello ottimale, decidono ugualmente di mettersi alla guida; così facendo, i giovani ignorano il fatto che, nella maggior parte dei casi, stanno "dirigendosi" da soli verso la morte. Sono consapevole che questo problema non potrà essere risolto in tempi brevissimi, poiché esso necessita di soluzioni concrete, che vanno studiate a fondo dagli esperti. Tuttavia mi auguro che, con il passar del tempo, le stragi del sabato sera diminuiscano, in modo che esse non compariranno più né sulle prime pagine dei giornali, né come titoli di apertura dei notiziari, ma rimarranno solo come un brutto ricordo del passato.

Tema svolto gratis La politica italiana

Il viaggio nella "giungla del malaffare" è piuttosto lungo

abusi edilizi, appalti truccati, bustarelle, politici corrotti, funzionari e imprenditori corruttori. In questi anni i giudici hanno fatto luce su un intreccio perverso che investiva ospizi, opere pubbliche, servizi, metropolitane, aeroporti e ospedali. E Milano da "capitale morale" d'Italia, si è ritrovata capitale delle bustarelle, dove vigeva la regola del 5% e del 10% e le bustarelle scorrevano a fiume; dove servizi, opere pubbliche, ospedali, ospizi erano pozzi senza fondo da cui attingevano industriali corruttori e politici corrotti; dove la mafia ha reinvestito le sue "narcolire" in immobili e centri direzionali ultramoderni.
L'onda dello scandalo tangenti ha travolto altre città d'Italia, dove gli arresti si sono susseguiti a gettito continuo, per non parlare delle deposizioni spontanee.
Ogni giorno si aggiungevano e continuano ad aggiungersi, come tessere di un puzzle, indizi e riscontri inquietanti. La gente non ne può più di amministratori insieme incapaci e disonesti. La riforma della pubblica amministrazione, studiata accuratamente e ripetutamente non è mai stata adeguatamente svolta per incapacità dei governi e dei partiti a vincere resistenze di parte, di categoria, di clientela, di interessi. La semplificazione delle leggi e dei passaggi burocratici, che ostacolano terribilmente l'amministrazione e la rendono contemporaneamente costosa, non si è fatta per cattiva volontà o per debolezza, cosicché tanti piccoli poteri di interdizione e di agevolazione hanno danneggiato i cittadini e favorito la corruzione in una miriade di sedi.
Oggi, tuttavia, ci troviamo a un punto di svolta e di cambiamento. Il lungo, e certo incompiuto, disegno di riportare la legalità nella vita civile, la scomposizione del sistema di potere che ne è seguita, il mutato sistema elettorale e la diversa configurazione degli schieramenti politici hanno trovato un parziale sbocco nel voto e nell'avvio di un governo potenzialmente duraturo. Ma il fermento rimane vivo: ancora si parla di "seconda Repubblica" in termini spesso vaghi, mentre già si avanzano proposte che mettono in discussione l'unità nazionale e sembrano spezzare la continuità storica e istituzionale del nostro Paese.
Il cinquantennio della Repubblica, la cui vittoria sulla monarchia risale al 2 giugno 1946, costituisce una buona occasione per pensare alla Costituzione come ossatura della Repubblica, senza prefigurare svolte sconvolgenti ed invocare una rottura dell'unità nazionale. È necessario, infatti, che la Costituzione continui a garantirci i diritti fondamentali ed un equilibrato rapporto tra i poteri, che abbia al centro il Parlamento, un governo efficiente, una magistratura indipendente. Essa, infatti, va modificata solo in vista di alcuni risultati, in particolare l'ampiezza delle autonomie e l'incisività dei governi. Tali riforme, però, vanno fatte solo tenendo presente che la tensione morale e l'onestà sono insostituibile lievito ed accompagnamento di ogni istituzione e di ogni azione politica. Onestà e volontà di agire per il bene comune sono, dunque, i requisiti fondamentali che la classe al potere deve possedere per migliorare radicalmente la situazione politica, economica e sociale dell'Italia.

Tema svolto gratis La politica italiana

Il viaggio nella "giungla del malaffare" è piuttosto lungo

abusi edilizi, appalti truccati, bustarelle, politici corrotti, funzionari e imprenditori corruttori. In questi anni i giudici hanno fatto luce su un intreccio perverso che investiva ospizi, opere pubbliche, servizi, metropolitane, aeroporti e ospedali. E Milano da "capitale morale" d'Italia, si è ritrovata capitale delle bustarelle, dove vigeva la regola del 5% e del 10% e le bustarelle scorrevano a fiume; dove servizi, opere pubbliche, ospedali, ospizi erano pozzi senza fondo da cui attingevano industriali corruttori e politici corrotti; dove la mafia ha reinvestito le sue "narcolire" in immobili e centri direzionali ultramoderni.
L'onda dello scandalo tangenti ha travolto altre città d'Italia, dove gli arresti si sono susseguiti a gettito continuo, per non parlare delle deposizioni spontanee.
Ogni giorno si aggiungevano e continuano ad aggiungersi, come tessere di un puzzle, indizi e riscontri inquietanti. La gente non ne può più di amministratori insieme incapaci e disonesti. La riforma della pubblica amministrazione, studiata accuratamente e ripetutamente non è mai stata adeguatamente svolta per incapacità dei governi e dei partiti a vincere resistenze di parte, di categoria, di clientela, di interessi. La semplificazione delle leggi e dei passaggi burocratici, che ostacolano terribilmente l'amministrazione e la rendono contemporaneamente costosa, non si è fatta per cattiva volontà o per debolezza, cosicché tanti piccoli poteri di interdizione e di agevolazione hanno danneggiato i cittadini e favorito la corruzione in una miriade di sedi.
Oggi, tuttavia, ci troviamo a un punto di svolta e di cambiamento. Il lungo, e certo incompiuto, disegno di riportare la legalità nella vita civile, la scomposizione del sistema di potere che ne è seguita, il mutato sistema elettorale e la diversa configurazione degli schieramenti politici hanno trovato un parziale sbocco nel voto e nell'avvio di un governo potenzialmente duraturo. Ma il fermento rimane vivo: ancora si parla di "seconda Repubblica" in termini spesso vaghi, mentre già si avanzano proposte che mettono in discussione l'unità nazionale e sembrano spezzare la continuità storica e istituzionale del nostro Paese.
Il cinquantennio della Repubblica, la cui vittoria sulla monarchia risale al 2 giugno 1946, costituisce una buona occasione per pensare alla Costituzione come ossatura della Repubblica, senza prefigurare svolte sconvolgenti ed invocare una rottura dell'unità nazionale. È necessario, infatti, che la Costituzione continui a garantirci i diritti fondamentali ed un equilibrato rapporto tra i poteri, che abbia al centro il Parlamento, un governo efficiente, una magistratura indipendente. Essa, infatti, va modificata solo in vista di alcuni risultati, in particolare l'ampiezza delle autonomie e l'incisività dei governi. Tali riforme, però, vanno fatte solo tenendo presente che la tensione morale e l'onestà sono insostituibile lievito ed accompagnamento di ogni istituzione e di ogni azione politica. Onestà e volontà di agire per il bene comune sono, dunque, i requisiti fondamentali che la classe al potere deve possedere per migliorare radicalmente la situazione politica, economica e sociale dell'Italia.

Tema svolto gratis La scienza

Il sapere scientifico ha conosciuto nel corso del ventesimo

secolo un inarrestabile sviluppo e profonde modificazioni nell'applicazione pratica delle conoscenze. La diffusione della cultura su larga scala, il progresso tecnologico e le grandi innovazioni hanno delineato un clima di fiducia nelle possibilità dello scienziato e più in generale dell'uomo. Pertanto la scienza dandoci gli strumenti per spiegare e conoscere il reale ci consente anche di dominarlo asservendolo ai bisogni dell'uomo. Sebbene sia un ideale positivista, nasconde il fatto che il progresso delle scienze naturali è avvenuto sullo sfondo di paure e sospetti. Infatti, una nuova scoperta scientifica pur producendo effetti positivi dal punto di vista economico e sociale può comportare conseguenze pratiche e morali imprevedibili, se non catastrofiche. La ragione umana, quindi, non è ancora riuscita a piegare le forze della natura e deve riconoscere che ci sono ancora un'infinità di cose che la sorpassano.
Ciononostante, bisogna ammettere che la scienza ha fatto passi da gigante in tutti i campi e nelle più svariate applicazioni, suscitando elogi, critiche e dibattiti in tutto il mondo. Durante il secondo conflitto mondiale si è visto l'interesse, da parte degli stati coinvolti, per l'utilizzo della scienza a scopi politici e militari. Malgrado gli sforzi e la disperazione degli scienziati per evitare l'immane catastrofe, fu sganciata la prima bomba atomica, dimostrando come le pressioni politiche avessero interferito nella ricerca scientifica per la costruzione della bomba. Questa tendenza nell'intimidire gli scienziati a "manipolare" le attività di ricerca nel corso degli anni si è sempre più diffusa; per esempio in diversi stati totalitari sono stati introdotti metodi di tortura spietati, che sfruttano appunto tecniche e mezzi "moderni". Oggigiorno, si sente parlare spesso di clonazione, ossia tecniche di modificazione genetica delle cellule staminali destinati a fini di ricerca e terapeutici.
Ma siamo sicuri che ci si accontenterà della semplice "sperimentazione"? Naturalmente no, perché le aspirazioni fondamentali dello scienziato medio sono il bisogno di sentirsi confermato dalle masse e la verifica dell'effetto dei suoi sforzi. Occorre tener presente che la vita si evolve grazie alla diversità degli esseri e possibili errori in laboratorio (come la clonazione umana), potrebbero portare all'insorgere di danni irreversibili. In sintesi, la ricerca scientifica sembra manifestarsi sotto un duplice aspetto: i progressi e l'innovazione entrano in contrasto con gli svantaggi costituiti dai rischi, dalle pressioni politiche e dalle paure della popolazione.
Sono stati commessi troppi errori in passato, l'interesse economico ha deviato la strada alla ricerca scientifica verso attività che possono perlopiù produrre effetti negativi. Lo scienziato deve in qualche modo "ribellarsi" e cercare di partecipare alle decisioni politiche, avviando progetti di ricerca nei soli campi che guardano al benessere dell'umanità.

Tema svolto gratis IL Volontariato

In questa società "mercenaria" in cui tutto è in vendita

il volontario appare una figura atipica, anticonformista, che non partecipa al "rito del guadagno", ma che dedica il proprio tempo all'assistenza dei deboli, per dare un minimo di dignità a chi non è in grado di soddisfare nemmeno i bisogni primari.
Queste persone per lo più sconosciute, spesso organizzate in associazioni, rappresentano una struttura fondamentale nel campo della solidarietà e del soccorso; esse appaiono fuori della società, proprio per la loro capacità d'essere estranee a quel modello di vita materiale che l'uomo del terzo millennio ha saputo crearsi.
Il volontario, quindi, non applica la filosofia del consumismo, che impone desideri crescenti da realizzare, necessità di maggiori guadagni, di continue accumulazioni, ma si sofferma a cogliere la vera essenza della vita che non è nel materialismo delle cose, ma nella gioia di donare il proprio tempo, impegno e capacità per rendere migliore l'esistenza di chi è meno fortunato.
Dove vi è sofferenza il volontario è sempre presente, nonostante i rischi e i pericoli cui spesso va incontro e soprattutto nonostante l'ingratitudine e l'indifferenza che circonda la sua opera.
Bisogna quindi rilevare quanto quest'attività fondamentale non sia sufficientemente pubblicizzata in particolare dai mezzi d'informazione. I giornali, le televisioni, le radio, dovrebbero rappresentare la realtà del mondo in cui viviamo, perché vi sia coscienza di tutto ciò che sta intorno a noi. Purtroppo molto spesso ciò non avviene, di solito per motivi di guadagno; rende molto di più la cronaca nera (delitti descritti nei minimi particolari), la politica, la divulgazione dei miti del consumismo, perché fanno vendere. Mai discutono e dibattono invece di chi aiuta gli "straccioni", perché i poveri non possono comprare e quindi non rientrano nel loro giro d'affari. Il volontariato, invece, regala non vendendo nulla e quindi non partecipa a quel meccanismo che immette danaro per produrre altro danaro. Quanto raramente possiamo assistere a trasmissioni che abbiano mostrato l'incredibile opera dei medici senza frontiere, di quelle persone che hanno abbandonato una professione che avrebbe garantito loro fama e denaro, per recarsi, invece, in paesi dove le mine mietono vittime quotidianamente o dove le malattie fanno morire i bambini come le mosche.
A causa di tutto ciò, ritengo che l'opinione pubblica non sia pienamente cosciente del prezioso servizio che offre il volontario; quindi difficilmente potrà agevolare lo sviluppo delle associazioni di volontariato, che necessitano sempre di più, a causa delle continue emergenze, di mezzi ingenti, per creare strutture rispondenti alle esigenze della società debole.
Queste crescenti esigenze hanno poi creato strutture che via via si sono ingrandite fino ad assumere proporzioni gigantesche che a mala pena si governano. Queste grosse strutture, sorte per iniziativa di chi ha sempre operato gratis, sono diventate, di fatto, organizzazioni economiche, che muovono fiumi di danaro che spesso finisce nelle tasche di speculatori, truffatori e delinquenti. Il volontariato in questi casi perde i suoi originari ideali e fa insorgere la domanda se veramente si tratti ancora di quelle opere umanitarie di cui ancora portano il nome o piuttosto di organizzazioni che poco hanno a che fare con chi al suo interno si muove dalla base, per fornire come sempre il proprio entusiasmo ed amore per i più deboli. Infine quante volte abbiamo assistito ad interventi propagandati come assistenziali e di soccorso ed invece avevano scopi politici ed economici. Basta ricordare gli interventi nell'Africa più povera, dove dopo avere inviato tecnici e fondi per promuovere lo sviluppo di quelle zone, venivano poi successivamente venduti macchinari che facevano tornare i denari spesi nelle stesse tasche di chi li aveva donati.
In una cultura in cui il denaro si scambia solo contro beni e servizi, l'opera di diffusione dell'importanza vitale del volontariato diventa sempre più difficile; quindi, per fare fronte alle necessità di assistenza, sono nate società di servizi che integrano l'opera del volontario.
Queste organizzazioni non hanno scopo di lucro, non devono generare profitti, ma costituiscono tuttavia entità economiche che a tutti gli effetti muovono al loro interno risorse economiche di origine pubblica e privata.
Sorge di conseguenza il sospetto che venga persa l'essenza vera della solidarietà, quando accanto alla gratuità che contraddistingue il volontariato, emerge l'essenzialità del danaro, che favorisce il sostegno organizzato, ma che potrebbe allontanare dagli ideali di volontariato per spingere verso un'attività d'impresa.
Il volontariato deve, quindi, essere un'attività svolta con il cuore, slegata da interessi economici ed inoltre, non deve essere sentita come un obbligo o un impegno, per compiere un po' di bene, ma come una spinta interiore che porti ad aiutare; questo è il bene.

Tema svolto gratis La rivoluzione tecnologica

In questa fine del XX secolo, l'innovazione tecnologica

è sul punto di far entrare l'umanità in una nuova era. Mai nella storia le scoperte scientifiche hanno dato luogo ad applicazioni tecniche così rapide. Tutti i campi ne sono investiti: la biologia con lo sviluppo delle biotecnologie e delle manipolazioni genetiche, le tecniche mediche, la chimica con la produzione di nuove sostanze di sintesi, il nucleare, l'esplorazione dello spazio...
L'esplosione informatica applicata nell'industria conduce a una robotizzazione crescente delle operazioni, e nei servizi alla «burotica». I microprocessori, i satelliti, l'utilizzazione della televisione via cavo, le fibre ottiche sviluppano all'infinito l'emissione e la trasmissione dei messaggi.
L'associazione delle tecnologie informatiche e delle tecnologie di comunicazione dà origine alla telematica che permette di trattare e trasmettere l'informazione istantaneamente. Essa è davvero il nuovo «sistema nervoso delle società contemporanee». Le conseguenze sono incalcolabili e forse ardue da prevedere: si costruiscono attualmente macchine la cui capacità di risolvere i problemi è tale che si parla a loro proposito di «intelligenza artificiale».
Esse si traducono in particolare nell'incremento della produttività, la diversificazione della produzione, il miglioramento della qualità, la miglior utilizzazione delle risorse, il perfezionamento dei metodi di gestione; ma anche in minacce crescenti sull'occupazione... Forse la rivoluzione informatica sta creando un altro tipo di società? Il paradosso della tecnica si rivela in tutta la sua gravità quando si pensa che la macchina, destinata a liberare la società dal lavoro schiavistico, minaccia di rendere schiava tutta l'umanità. (Cultura e sviluppo) È in realtà un problema di innesto che si pone: innesto su un fondo dato, poiché esiste una dialettica stretta fra cultura e tecnologia. Si mostra qui la dimensione fondamentale della cultura nel processo globale di sviluppo. Per averla ignorata, molti progetti di sviluppo sono falliti. Si tratta di preservare una identità culturale tanto più minacciata per il fatto che l'80% delle notizie diffuse nel mondo provengono dai paesi industrializzati che rimandano ai paesi in via di sviluppo una immagine di sé spesso mutilata, deformata, non esente da stereotipi e da etnocentrismi. Il rischio principale risiede in un fenomeno di acculturazione provocato non solo dall'irruzione delle tecniche ma ancor più da un massiccio esodo rurale e un divorzio profondo fra una cultura rurale tradizionale ed elementi culturali importati.
Come sottolineava il rapporto della conferenza sulle politiche culturali in Asia (1973), «la tradizione non va confusa con il rifiuto del progresso scientifico e della tecnica. L'accesso alla modernità non deve compiersi nella forma dell'alienazione e dell'imperialismo economico. L'esperienza tecnologica e scientifica deve essere controllata dai paesi utenti e sviluppata in forme adattate alle caratteristiche sociali e culturali appropriate ai bisogni reali delle popolazioni». Le stesse parole, ma cariche di speranza, ritornano sotto la penna del romanziere keniano Ngagi wa Thiong'o: «La Scienza e la Tecnologia moderne, degnamente organizzate, padroneggiate e controllate, rendono oggi possibile una trasformazione economica totale del mondo rurale e permettono così di edificare una cultura popolare su una base di prosperità e non di ritardo».
(Scienze, tecniche e sviluppo: le tecniche nei paesi in via di sviluppo) Il 98% della produzione mondiale di tecniche avanzate spettano a un piccolo numero di paesi industrializzati. La ricerca per lo sviluppo per abitante nel Terzo Mondo equivale a un centesimo di quella dei paesi industrializzati. Su 3.500.000 brevetti depositati, solo il 6% proviene dai paesi in via di sviluppo. Da qui il fondamentale problema del trasferimento di tecnologie al Terzo mondo. Ma quali tecnologie e per che farne? Il dibattito oppone due concezioni: una auspica l'adozione da parte dei paesi in via di sviluppo delle tecniche avanzate dei paesi industriali; l'altra considera più realista il semplice perfezionamento delle tecniche locali, ritenute "appropriate". Gli addebiti rivolti più frequentemente ai trasferimenti di tecnologia compiuti soprattutto dalle società multinazionali sono i seguenti: queste tecnologie fanno troppo appello all'automazione e al capitale; esigono una manodopera molto qualificata; costano molto care; utilizzano prodotti sintetici mentre il Terzo mondo è ricco di materie prime; creano una dipendenza nei confronti dei fornitori; trasmettono anche un modello di società e di organizzazione economica; non corrispondono spesso a un progetto globale di sviluppo.

Tema svolto gratis La pubblicità

Proviamo ad accendere la televisione e proviamo ad osservare quello che

ci appare davanti: l'immagine. Sicuramente l'invenzione della comunicazione visiva (sia attraverso la televisione che il cinema) ha segnato una tappa fondamentale per il progresso e la tecnologia, eppure la civiltà dell'immagine nasconde limiti e insidie di cui l'uomo spesso non si rende conto. Tra tutti i programmi proposti durante la giornata si distinguono facilmente tre categorie: gli spettacoli di intrattenimento (come film, telefilm, soap, fiction, show, quiz e giochi vari), programmi di informazione (telegiornali, rubriche, dibattiti) e la pubblicità. L'interesse del pubblico è chiaramente indirizzato ai primi due gruppi mentre la pubblicità passa generalmente in secondo piano: spesso è considerata come un semplice inframmezzo tra un programma e l'altro, ma è interessante osservare come, invece, nel corso della giornata essa occupi un posto fondamentale nell'itinerario televisivo. Ed è proprio su questo che mi voglio soffermare perché mi sono proprio resa conto che dietro a quelle belle immagini colorate si nascondono messaggi estremamente persuasivi che condizionano il pubblico. Mi sembra però giusto premettere che il fenomeno pubblicitario ha costituito, e costituisce tuttora, un grande vantaggio per l'industria del consumo perché permette con estrema facilità di far conoscere alla gente innanzitutto quali sono i prodotti in commercio, poi quali sono le varietà, le qualità, le convenienze senza che la gente da casa debba necessariamente recarsi in tutti i supermercati o negozi per scoprire da sé cosa offre il mercato. Vediamo ora come è organizzata la programmazione della pubblicità. Dal mattino alla sera sono centinaia gli spot e i messaggi promozionali proposti ed essi sono articolati in modo diverso nel corso della giornata: innanzitutto variano a seconda delle fasce orarie perché si adattano al tipo di pubblico; poi cambiano la frequenza e la durata, cambia il tipo di immagine e di conseguenza cambia il tipo di condizionamento esercitato su chi guarda. Tutto ciò si basa sul fatto che chi reclamizza un certo prodotto cerca di proporlo ai potenziali acquirenti, cioè coloro che teoricamente ne fanno maggiore uso: ad esempio una marca di detersivi per lavatrici tenderà a proporre l'oggetto alle donne o, più precisamente, alle casalinghe. Proprio per questo la casa produttrice non manderà in onda il suo spot nella fascia oraria pomeridiana, perché i programmi del pomeriggio sono maggiormente indirizzati a un pubblico giovanile, ma usufruirà della fascia oraria del mattino perché i programmi di quell'ora sono seguiti con più probabilità dalle persone che lavorano in casa o che comunque trascorrono lì la mattinata, cioè casalinghe, pensionate/i e anziani. Viceversa una marca di giocattoli sarà più propensa a trasmettere il proprio spot nella fascia oraria che interessa i bambini, magari tra un cartone animato e l'altro, ma al pomeriggio, non al mattino quando loro sono a scuola. Oltre alla scelta accurata degli orari di trasmissione, la pubblicità si avvale di numerosi "trucchi" per condizionare e convincere il pubblico, non solo che i prodotti di una marca piuttosto che un'altra sono i migliori in assoluto, ma in certi casi ci adesca talmente bene che ci convinciamo di avere proprio bisogno dell'oggetto pubblicizzato. Di questi possiamo fare numerosi esempi, uno è il principio del contrasto (diffusissimo tra i detersivi, gli smacchianti, le candeggine e i saponi per lavastoviglie) secondo il quale si esibisce l'uso di due prodotti diversi facendo apparire la marca pubblicizzata infallibile per lo scopo, un altro è l'annuncio delle cosiddette "occasioni", più comunemente "offerte speciali", che sfruttano il nostro timore di perdere un affare (questo vale anche per quanto riguarda i saldi nei negozi). Un altro incentivo è lo sfruttamento del rispetto che nella nostra cultura è riservato all'autorità, un caso classico è quello dei medici negli spot. Fin dalla nascita siamo educati a pensare che obbedire all'autorità legittima è giusto, a maggior ragione un attore travestito da medico sarà sicuramente convincente nel consigliarci il dentifricio o il sapone più adatto. Tra tutte queste accortezze la più palese è il tentativo di creare attorno al prodotto reclamizzato una situazione per cui sembri che esso costituisca una fonte di gioia, di serenità per chi ne usufruisce. Qui gli esempi sono centinaia: dalla famiglia che si sveglia al mattino e gioisce beatamente facendo colazione con i biscotti Mulino Bianco alle casalinghe che cantano e danzano passando sul pavimento l'ultima fenomenale creazione della Mastro Lindo, oppure la nota vecchia nonnina che ridona il sorriso alla nipote smacchiandole impeccabilmente la camicetta con la nuova candeggina Ace, per non parlare del bambino che va letteralmente in estasi di fronte alla meravigliosa sorpresa del suo ovetto Kinder. Concludendo questo discorso non voglio condannare il mondo pubblicitario, perché tutte le sue sfaccettature, positive o negative, nascono indubbiamente da un bisogno commerciale. Il mio era solo un tentativo di prendere coscienza di tutti gli aspetti di questo elemento, con cui tra l'altro veniamo a contatto tutti i giorni, per poter avere su di esso un giudizio. Io personalmente apprezzo molto la capacità che ha assunto la comunicazione visiva per trasmettere determinati messaggi, credo che la pubblicità abbia fatto un percorso incredibile ma ciò non toglie che io non debba rendermi conto di quali siano i fattori positivi e quali i negativi altrimenti subirei semplicemente il fascino momentaneo (e magari condizionante) di un'immagine veloce passata sullo schermo tra un programma e l'altro.

Tema svolto gratis La sanità

Uno Stato moderno ed efficiente lo si nota anche dalla funzionalità

dei suoi servizi essenziali: la sanità è uno di questi, ma oggi purtroppo in Italia il Servizio Sanitario Nazionale è al centro di aspre polemiche per le sue disfunzioni e per i suoi alti costi. Certamente uno Stato democratico, come sancisce la nostra Costituzione, dovrebbe garantire a tutti i cittadini l'effettivo diritto alla salute, invece sempre più in questi ultimi anni abbiamo appreso dai giornali o dalla televisione di tanti casi di decesso per l'inadeguatezza delle strutture sanitarie: molte volte è capitato infatti che persone che avevano urgenza di essere ricoverate sono state respinte per mancanza di posti negli ospedali; sono capitati anche casi di ritardo nei soccorsi o addirittura casi di decesso per improvvisa mancanza, nel corso di un'operazione chirurgica, del filo di sutura. Ma, anche senza riferirsi ai casi più eclatanti diffusi dai "mass-media", bastano le esperienze familiari di un qualsiasi cittadino per capire quanto l'improvvisazione, l'egoismo e l'interesse personale, oltre l'inadeguatezza della strutture, siano diffuse negli ambienti ospedalieri. Purtroppo il nostro paese, che è impegnato nella costruzione della Comunità Europea, che vanta il quinto o sesto posto nella graduatoria degli stati più industrializzati e che, per il suo passato di civiltà, dovrebbe rappresentare un modello, è in realtà uno Stato caratterizzato all'interno della pessima gestione degli enti pubblici e dal degrado dei servizi sociali più importanti. Il Servizio Sanitario Nazionale, prodotto dalla riforma sanitaria di qualche decennio fa, presiede al più importante forse dei servizi sociali, quello della tutela della salute di tutti i cittadini, ma appare sempre meno in grado di garantire tale essenziale funzione. Al di là delle polemiche spesso di parte, il cittadino italiano non ha più la sicurezza di poter contare su un'efficace assistenza ospedaliera: o non si è accolti nei reparti o si è usati come cavie o si è costretti ad essere ricoverati in ambienti dalle condizioni igieniche precarie e spesso in una lunga lista di attesa per operazioni chirurgiche anche urgenti. Per queste ragioni le condizioni di tanti nostri ospedali sono al centro di aspre polemiche, ma il nostro legislatore non sembra ancora deciso a porre mano ad una riforma del servizio sanitario. Alcuni, sulla base di ideologie neo-liberiste e di un sostanziale programma di privatizzazione degli enti pubblici, sostengono che i problemi della sanità italiana si possono risolvere solamente con la privatizzazione di molti settori del servizio sanitario. Costoro portano a sostegno della loro tesi soprattutto i sempre maggiori sprechi che si registrano nella sanità, il cui costo complessivo a carico della collettività è cresciuto di anno in anno. A questo si può ribattere dicendo che, innanzitutto, se i costi della sanità sono a carico della fiscalità generale, ebbene, data la consistenza dell'evasione e dell'elusione fiscale che ancora permangono nel nostro sistema tributario, i costi della sanità sono sopportati essenzialmente dal mondo del lavoro, che è poi quello che fornisce essenzialmente gli utenti della sanità pubblica. In secondo luogo, privatizzare il servizio sanitario vorrebbe dire sottomettere il delicato settore della sanità alle leggi di mercato con l'inevitabile esclusione di tante fasce di cittadini, soprattutto con redditi da lavoro dipendente, dall'assistenza pubblica garantita. Del resto sarebbe sufficiente osservare la realtà che si è determinata negli Stati Uniti e in Gran Bretagna dopo un decennio di liberismo economico e di privatizzazione dei servizi: vi si sono notevolmente innalzate le soglie di povertà con un numero sempre crescente di cittadini bisognosi, esclusi da ogni tutela assistenziale e, quindi, anche privati dalla concreta possibilità di assistenza medica, diventata per loro troppo costosa. Ridare efficienza al sistema sanitario italiano è possibile in realtà solo nell'ambito di una radicale riforma di tutto il sistema di servizi pubblici che, senza necessariamente essere privatizzati, dovrebbero piuttosto essere gestiti diversamente, in modo cioè più responsabile e più razionale, con l'eliminazione delle sacche di privilegio e, per quanto concerne specificamente la gestione delle Unità Sanitarie Locali, con la fine della lottizzazione dei partiti.

Tema svolto gratis I Giovani

In Italia così come in altri paesi industrializzati,

le giovani generazioni devono lottare contro tanti fattori che giorno per giorno rendono sempre più difficili le loro condizioni. La difficoltà di trovare un posto di lavoro, e quindi un reddito che li renda autosufficienti, porta i giovani a compiere tanti sacrifici e sentirsi frustrati spesso in modo umiliante; la carenza di alloggi rende loro difficile programmare il futuro e li porta a procrastinare la vita nella famiglia paterna, deludendoli nel loro bisogno di autonomia e di libertà d'esperienza; il crollo di tante certezze e di tanti miti li porta a un a crisi di valori ideali per cui tutto appare contingente; le istituzioni già talvolta così lontane dal paese reale, appaiono ai giovani ancora più distanti e incapaci di risolvere o solamente capire i loro problemi. La crisi dei valori ideali appare oggi determinante nel generale smarrimento e senso di solitudine nelle giovani generazioni. È vero che tanti ideali nel passato sonostati causa di immani rovine e disastri, basti pensare quanti guai sono stati procurati da un certo esasperato nazionalismo e da un malinteso amor di patria, ma il non aver alcun punto di riferimento valido porta inevitabilmente le giovani generazioni ad una crisi d'identità e ad un rifiuto acritico ed inconcludente del passato. In tutte le epoche ci sono stati contrasti tra vecchie e nuove generazioni, sempre il nostro mondo ha visto il bisogno di riflessione e il senso della misura, proprio degli anziani, scontrarsi con l'esuberanza, l'entusiasmo e la voglia del nuovo, tipici dei giovani. Esiste un rapporto dialettico tra il mondo dei giovani e il mondo degli anziani: questi ultimi lasciano la loro esperienza, danno il senso della continuità, mentre i giovani hanno il compito, una volta recepito il meglio del passato, di spingere oltre, verso il nuovo, le conoscenze e le attività umane. L'entusiasmo e l'irruenza dei giovani nella storia hanno sempre avuto il compito di rompere l'immobilismo e l'inerzia, il senso della misura e la moderazione degli anziani quello invece di garantire alla società la stabilità, il senso della continuità e la sicurezza spirituale. Gli ideali e i valori morali rappresentano il legame spirituale tra le vecchie e le giovani generazioni: il senso della continuità, che pur si avverte nel succedersi delle epoche storiche e della società, è dato proprio da questo riconoscersi in qualcosa di spiritualmente identico, come un ideale testamento che le generazioni si trasmettono. Molti di questi ideali per alcuni si concretizzavano nella famiglia, nella patria, nella devozione religiosa; per gli altri in valori e modelli comportamenti come l'onestà, la giustizia; in altri ancora in ideologie o anche in certe confraternite religiose, che consentivano di ritrovarsi in una solidarietà che non aveva confini geografici e di sentirsi compagni o "fratelli" con tanti uomini sconosciuti e lontani anche decine di migliaia di chilometri. Cadute le ideologie, molti di questi ideali non affascinano ormai più i giovani: il consumismo e la corsa al denaro hanno fatto piazza pulita di tutto questo. La società industriale ci ha portato tanto benessere materiale, ci ha liberato da tante malattie che una volta mietevano milioni di vittime, ci ha consentito di poter comunicare in un attimo con regioni e paesi lontani decine di migliaia di chilometri, ha consentito ad alcuni uomini di passeggiare sulla Luna, ma col suo dio-denaro ha svuotato lo spirito degli uomini, ha mercificato persino i sentimenti, ha trasformato tutto in oggetti di consumo, ha illuso che anche la felicità, diventa "trip", "viaggio", potesse essere raggiunta materialmente in ogni momento mediante il consumo di una dose di sostanze stupefacenti, secondo la propaganda accattivante degli spacciatori, ambigui venditori di "estasi-morte". Non è retorico affermare che la mancanza di ideali porta alla morte dello spirito. Credere in qualcosa vuol direavere un fine nella vita, lottare, sacrificarsi per qualcosa, ma quando tutto può essere facilmente conquistato col denaro e col denaro sempre più cose nuove possonoessere ottenute e consumate, ecco che in questo circolo vizioso il denaro diventa effettivamente il "vitello d'oro" che gli uomini adorano. Anche la libertà è diventata secondo un malinteso permissivismo, un modo d'essere più o meno "consumabile", più che la conquista di una dignità umana nel rispetto innanzitutto della libertà e dei diritti del prossimo. È questo, a mio avviso, il retroterra culturale che ha favorito il diffondersi, tra i giovani, della droga. La mancanza di punti di riferimento dati da solidi valori ideali e il consumismo come unico modello sociale sono le vere cause di tale flagello. L'illusoria felicità di una dose di eroina da consumare, rimanendone così schiavi, è stato detto, ma quante altre cose sono anch'esse feticci di benessere e illusioni di felicità agli occhi dei giovani e anche dei nuovi giovani. "Magari potessi avere questo scooter!", "Magari potessi avere quella macchina sportiva!", "Magari potessi avere quello stereo! (non certo per la musica, ma per vantare il numero dei watt)"... Anche questa è droga per lo spirito quando ci fa perdere il senso delle cose, quando ci rende schiavi dei feticci creati dal consumismo. L'uomo non vale per quello che ha, come vorrebbero farci credere i persuasori occulti del consumismo, ma per quello che è e per quello che sa. Soltanto prendendo coscienza di questo si può avere la possibilità di ritrovare una vera dimensione umana e di non essere più soltanto i "terminali" dei messaggi pubblicitari. Solo in questo modo si può sperare concretamente di arginare il dilagare del fenomeni-droga, perché questo non è altro che la logica conseguenza del modello di vita consumistico. È un discorso quindi di prevenzione e non di repressione del fenomeno, ma di una prevenzione basata non su momentanei interventi di informazione, del resto necessari anche questi, ma su una radicale inversione di tendenza nel costume e nella mentalità dell'intero corpo sociale, a cominciare ovviamente dalla sua classe dirigente. È difficile, ma, se non si vogliono solo dei semplici palliativi, è l'unica strada da seguire per poter cambiare radicalmente.

Tema svolto gratis Immigrazione

Fra i tanti avvenimenti che hanno contraddistinto la storia dell'uomo,

alcuni dei più ricorrenti e drammatici vanno riferiti agli esodi forzati che hanno avuto per protagonisti milioni e milioni di individui, costretti a lasciare i loro rispettivi Paesi d'origine per motivi politici, etnici e religiosi. E l'eccessivo afflusso di profughi provenienti dalle realtà più disastrate del continente europeo ha creato non pochi problemi anche in Italia, per via della sostanziale inadeguatezza delle strutture destinate ad accogliere i nuovi arrivati. Pertanto, dopo aver cercato scampo dalle rovine e dalle catastrofi della guerra, molti profughi restano in una condizione assolutamente precaria, per molti versi simile a quella degli immigrati clandestini e comunque destinata ad un futuro ricco di incognite. Tanto per rimanere in un'epoca storica relativamente recente, si potrebbe ricordare, ad esempio, che furono più di due milioni gli Ebrei fuggiti dalla Germania a causa delle persecuzioni naziste. Così come sono stati oltre un milione i Palestinesi costretti a rifugiarsi nei campi profughi dei Paesi arabi dopo che, nel 1948, la Palestina si trasformò nel nuovo Stato d'Israele, destinato ad accogliere gruppi etnici di religione ebraica provenienti dai più disparati angoli del globo. Nel contesto di quelle che potrebbero essere definite come vere e proprie "migrazioni di massa", non vi è dubbio, però, che un ruolo di primo piano sia sempre stato svolto dalle guerre, le quali, oltre a provocare enormi lutti e distruzioni, hanno puntualmente causato, come immediata conseguenza, irrefrenabili sodi di gruppi umani. Così, se la prima guerra mondiale si limitò a provocare "appena" sei milioni di profughi, la seconda diede luogo, per via diretta o indiretta, alla migrazione di ben sessanta milioni di persone, quasi tutte costrette a trasferirsi al di fuori dei propri Stati sotto la spinta di motivi indipendenti dalla loro volontà. Purtroppo, ancora oggi, a cinquanta anni di distanza dall'ultimo conflitto mondiale, l'Europa è costretta a confrontarsi con l'emergenza profughi, per effetto degli sconvolgenti avvenimenti che hanno interessato, in particolare, tutto l'Est Europeo e buona parte Penisola Balcanica. Tutto ebbe inizio qualche anno fa, successivamente alla caduta dei regimi socialisti nell'Europa Orientale e la conseguente apertura delle frontiere per l'emigrazione, cominciò a spingere centinaia di migliaia di persone a riversarsi in massa nei ricchi ed opulenti Stati dell'Occidente, alla ricerca di un po' di benessere dopo la fame, le privazioni e le delusioni patite sotto il totalitarismo comunista. Poi, si è aggiunto il dramma dell'Albania, dove il locale regime dispotico e dittatoriale ha costretto innumerevoli profughi ad abbandonare repentinamente il Paese, cercando scampo soprattutto a bordo di navi obsolete ed insicure, molte delle quali affondate durante le traversate perché sovraccariche di passeggeri. Il dramma degli Albanesi è ancora oggi, purtroppo, ma triste realtà e le tragedie si ripetono. Infine, è esplosa la tragedia della ex Jugoslavia, dove il genocidio perpetrato ai danni di intere popolazioni ha indotto migliaia di poveri innocenti a cercare rifugio all'estero, quale unica possibilità di salvezza contro gli orrori e le minacce vissuti in patria. L'insieme devastante di questi eventi ha quindi riprodotto ed amplificato il dramma dei profughi, riproponendo uno sconcertante problema di cui l'Italia, rispetto ad altri Stati del continente, ha indubbiamente risentito in maniera più approfondita. La collocazione geografica del nostro Paese, infatti, ha enormemente agevolato l'indiscriminato afflusso di profughi provenienti dall'estero; mentre i profughi dell'Europa dell'Est e della Jugoslavia hanno varcato le frontiere italiane passando soprattutto attraverso le regioni nordorientali, quelli dell'Albania non hanno potuto far altro che superare lo stretto braccio di mare dell'Adriatico per ritrovarsi sulle nostre coste soprattutto quelle pugliesi, alla ricerca, come tutti gli altri profughi di pace, lavoro e tranquillità. In realtà, queste attese sono andate rapidamente deluse, dal momento che l'Italia si è mostrata sostanzialmente impreparata ad accogliere adeguatamente i nuovi arrivati, il cui afflusso massiccio ha creato non pochi problemi agli organi responsabili dell'ordine pubblico e dell'assistenza ai profughi stranieri. Né tanto meno si poteva sperare di risolvere la questione con i semplici appelli alla solidarietà e alla lungimiranza, dal momento che gli slanci di generosità delle famiglie italiane, che pure sono tangibili e consistenti, sono forse serviti a tamponare le emergenze più immediate, ma di certo non hanno potuto far fronte agli oneri derivanti da una permanenza duratura dei profughi, la quale avrebbe potuto trovare un valido supporto solamente nelle strutture e nelle risorse messe a disposizione dagli organi statali. Le carenze imputabili alle strutture di accoglienza sono apparse evidenti soprattutto in merito alle condizioni dei rifugiati provenienti dalla ex Jugoslavia, a favore dei quali era stata emanata una specifica direttiva governativa, in virtù della quale lo Stato avrebbe dovuto accollarsi tutte le spese di mantenimento per quegli sfollati che fossero risultati privi di autonomi mezzi di sostentamento. A tale proposito, bisogna anzi ricordare che le normative in questione sono state riconosciute all'unanimità come alcune delle più decenti legislazioni in materia di accoglienza a livello europeo, solo che i buoni propositi enunciati nelle disposizioni di legge hanno trovato scarsa attuazione pratica nei fatti. Basti pensare che le autorità statali sono riuscite a prendersi cura solamente di poco più di duemila profughi, ospitati in caserme militari con un costo di circa cinquantamila lire al giorno per ciascuno, naturalmente a carico delle casse statali. In effetti, più che in accoglienza vera e propria, questa soluzione si è trasformata in una sorta di ghettizzazione, visto che i rifugiati, pur essendo dei civili a tutti gli effetti, sono stati costretti a dimorare in ambienti militari ai quali si può accedere solo dopo aver ottenuto l'autorizzazione prefettizia e dopo aver passato tutti i dovuti controlli agli ingressi sorvegliati dalle guardie. Molto più fortunati possono ritenersi quei profughi la cui assistenza era nelle mani di associazioni di volontariato e agli enti locali, i quali hanno provveduto a dirottare i profughi presso famiglie italiane disposte ad ospitarli, oppure in appositi centri di accoglienza. Pure in questo secondo caso, i beneficiari delle strutture di accoglienza assommano solamente a poche migliaia di persone, anche se, in effetti, si tratta di una quantità che potrebbe facilmente aumentare, se solo le autorità competenti si decidessero a stanziare i necessari finanziamenti, per supportare l'operato dei volontari e degli organismi amministrativi locali. Pertanto, non resta che auspicare il repentino superamento delle beghe burocratiche che hanno eccessivamente ostacolato la cooperazione fra le autorità governative e gli enti locali, così da poter attivare nuovi e specifici progetti di accoglienza a favore di quei profughi che vivono ancora abbandonati a se stessi. Proprio questi ultimi, del resto, rappresentano la categoria di gran lunga più numerosa, dal momento che, a fronte del limitato numero di rifugiati ospitati nelle caserme o nei centri di accoglienza, sono decine di migliaia quelli che vivono in condizioni precarie, costretti ad arrangiarsi da soli in una vita fatta di emarginazione e di stenti, dove anche il barlume della speranza si è ormai fortemente affievolito. La loro situazione, peraltro, appare difficilmente migliorabile anche alla luce dei continui arrivi di nuovi profughi, i quali, producendo un inevitabile sovraffollamento, rendono vano ogni tentativo di controllare una situazione già di per sé oltremodo precaria. Inoltre, alla pari di ciò che accade per gli individui extracomunitari, anche i profughi di guerra finiscono spesso per essere scambiati come "parassiti" di una presunta società del benessere, in cui gli istinti di solidarietà devono puntualmente fare i conti con diffusi sentimenti di intolleranza e xenofobia, che sovente si traducono nella richiesta di più solidi sbarramenti contro coloro che vengono a cercare rifugio o aiuti nel nostro Paese. Di conseguenza, dopo aver già patito il dramma del distacco dalla propria terra e dai propri affetti, gran parte dei profughi deve rassegnarsi anche alle discriminazioni subite nelle località di accoglienza, ed è quanto meno assurdo, oltre che vergognoso, che debba essere questo, per loro, il prezzo da pagare per sfuggire alle atrocità della guerra.

Tema svolto gratis La politica

Di fronte alla vicenda e ai modi operativi della politica,

specialmente quando si presenta non lineare ed alimenta e giustifica sospetti, molti assumono un atteggiamento ambivalente di cautela e di diffidenza o di stima e ammirazione, come per le cose che si presentano bifronti, con un volto apparente di perbenismo e con un altro, demoniaco. In presenza del Machiavelli, e quindi degli uomini politici, c'è chi fa propria la definizione che il manzoniano don Ferrante dà del politico fiorentino: "mariolo si, ma profondo" e spesso l'accento si posa più insistente sul primo termine. D'altra parte, tutti sono pronti a riconoscere che certe conquiste della vita politica, certe istituzioni come la democrazia non devono essere alienate; nello stesso tempo, ben pochi e non sempre i più idonei partecipano alla competizione per la gestione del potere.
Ancora: lo stato moderno, anche in conseguenza del fallimento di altri organismi, si è arricchito di funzioni e compiti, ha dilatato i suoi poteri di intervento e di controllo, ha esteso la sua presenza anche là dove prima operava il singolo, si è addossate moltissime responsabilità: contemporaneamente non riesce ad esprimere il volto più alacre e moderno del popolo che lo crea, si muove con fatica e con grande spreco, non solo di denaro, tende ad addormentare le situazioni quando è inetto a risolvere per inadeguata preparazione anche tecnica, oppure le avvia a soluzioni burocratiche, le peggiori, pone al vertice gente arida mentre sarebbe necessaria la presenza di gente intrepida, capace di rapide decisioni, ricca di estro. Perciò anche in politica e forse più che in altre attività, il nostro tempo si muove su due piani, è antico ed ha velleità di modernità, opera con criteri lenti e vuole proporsi come modello di organizzazione: da ciò, ma non solo da ciò, la crisi delle sue funzioni e degli organismi di cui si serviva un tempo. Assistiamo e non solo in Italia ad una trasformazione delle classi dirigenti: al politico si contrappongono o con lui cooperano nelle decisioni altri poteri, non ancora istituzionalizzati, quelli della cultura, per esempio, e quelli dei tecnici. Qualche studioso di politica non parla più di democrazia ma di tecnocrazia: altri di meritocrazia. A qualcuno pare di potere concludere sulla morte delle ideologie politiche e sul tramonto dei partiti. Altri avverte che la democrazia, nel senso di effettiva e diretta partecipazione delle masse alla guida del potere, è una menzogna convenzionale, un pennacchio: di fatto invece ci troviamo in presenza di una democrazia permissiva, di un regime sostanzialmente dispotico che opera però in modi più puliti e raffinati che i totalitarismi rozzi e violenti, del tutto improduttivi in tempi di società industriale, non più violentando la libertà (questo modulo appartiene alle culture sottosviluppate, a classi di potere che procedono con il passo militaresco dei vecchi dittatori) quando rendendola del tutto inefficace. A questi approdi concorrono il controllo dei mezzi di produzione e la manipolazione dell'opinione pubblica attraverso l'uso appropriato dei mezzi di comunicazione di massa.
Certo, non esiste un solo modo di essere democratici, e non c'è solo una via di approccio ai problemi dell'uomo socialmente operante ed organizzato. Si pensi tra l'altro alla maggiore presenza dei sindacati nella vita degli stati. E si pensi anche ai compiti che in una società così fatta ha l'intellettuale con il suo impegno antidogmatico, con il suo virile e razionale coraggio, con la sua abitudine alla demistificazione e al ripudio delle frasi fatte: l'intellettuale sa che le forze politiche non hanno una potenza naturalistica ed inarrestabile, ma possono e debbono essere dominate, sa che tutto è prodotto dall'uomo e tutto può essere prodotto per l'uomo, sa che sul piano sociale il suo compito più importante è di difendere la libertà contro l'intolleranza, l'originalità contro la burocratizzazione, la novità contro il formalismo, sa che tutte le istituzioni sono strumenti operativi, nascono in un tempo e non possono essere considerate dei fini rigidi, delle forze bloccanti, conosce le vie dell'opposizione e della contestazione, desta le forze genuine dell'uomo. Al qualunquista poi che finge sdegno per la politica e preferisce la stolida e nefasta politica delle "mani nette" sono dirette le seguenti parole di Thomas Mann, che sono un monito ed un invito a fare politica se vogliamo non essere ancora sorpresi dall'arrivo dei dittatori e dei colonnelli: "Non è forse vero che l'uomo che oggi dichiara: 'Io di politica non mi occupo' ci sembra alquanto insulso? Noi sentiamo la sua dichiarazione non solo come egoistica, estraniata dal mondo, ma anche come uno stolto autoinganno, come una stupida inferiorità. Una tale affermazione palesa un'ignoranza non tanto intellettuale, quanto morale. Sotto la forma politica ci si presenta oggi il problema stesso dell'uomo

Tema svolto gratis La politica

A volte l'ideologia politica può far nascere e crescere dei valori.

L'ideologia è, però, il sottoprodotto dei valori: è il tentativo di confezionare un sistema di valori che ha alle volte un forte tasso di faziosità e di subordinazione dei valori alle esigenze di un partito. Bisognerebbe uscire dal "pensiero ideologico" e parlare di "idee" più che di ideologie, di valori più che di contenuti ideologici. Noi siamo usciti da una società pervasa di ideologie, ossia quella degli anni '70, la società politicizzata per eccellenza, però siamo entrati in una società in cui l'assenza di ideologie ha provocato altre forme di barbarie. Per questo, forse, è necessario recuperare un sano rapporto con le idee, scaricandosi di dosso quel tasso di intolleranza e di subordinazione dei valori agli interessi dei partiti. Quella secondo cui i partiti sono indispensabili in un regime democratico è una frase fatta. Chi la enuncia dà per scontato che sia vera, e quindi non perde tempo a dimostrarla. Proviamo, pertanto, a fare qualche ragionamento sul tema. A che cosa servono i partiti? Una loro funzione dovrebbe essere la stesura di progetti politici, in linea coi propri ideali: all'estero, qualche cosa del genere la fanno. Non mi risulta che la facciano in Italia. Non conosco progetti politici dei partiti esistenti. Non conosco neanche i loro ideali Rimane un'altra funzione, quella di presentare le liste dei candidati per le elezioni locali e nazionali; e quella funzione sì, la svolgono. E come. Non pensano ad altro. Ma sono proprio necessarie, per svolgerla, vaste organizzazioni diffuse sul territorio, sezioni grandi e piccole, burocrazie, giornali? A me sembra di no. Basterebbero, per presentare i candidati, i comitati elettorali, che sono una cosa ben diversa. Dal che si evince che è fuori luogo ogni progetto di finanziamento pubblico. Chi si riunisce intorno a un'associazione politica, sia essa un partito o un comitato elettorale? Si riuniscono persone che hanno in comune qualche ideale o qualche interesse. Bene: le persone che si riuniscono intorno a un'associazione, avendo idee e interessi da difendere, dovrebbero essere disposte a tenerla in vita con un congruo contributo finanziario. La faccenda interessa loro, non noi. Oltre tutto, i comitati di cui parlo, in sostituzione dei partiti macchinosi e mastodontici, costerebbero poco.
Non mi sembra di dire cose assurde. In paesi anche più democratici del nostro i partiti sono più leggeri che da noi, e nessuno se ne lamenta. La vita politica è in trasformazione dappertutto. Le ideologie classiche, che dei partiti erano il punto di partenza e l'ossatura, sono tramontate, e non se ne prospettano di nuove. I modi classici di fare politica non interessano più, a giudicare dalla scarsa affluenza di cittadini alle urne. Invece di ripetere meccanicamente frasi fatte, dovremmo cercare nuove formule e nuovi modelli; o magari tornare all'antico, quando i partiti non erano ancora stati inventati.

Tema svolto gratis La pena di morte

La pena di morte rappresenta una delle grandi questioni che preoccupa

il mondo e che nello stesso tempo divide l'opinione pubblica in favorevoli e contrari. Dopo una prima reazione istintiva e forse superficiale sull'argomento, ho deciso di documentarmi per poter ampliare le mie conoscenze e formulare una propria opinione su tale tematica. In seguito a questa operazione e in considerazione delle argomentazioni che sono in procinto di scrivere, sono contrario alla pena di morte, dunque favorevole alla sua abolizione. L'argomentazione più frequente a favore della pena di morte è la deterrenza: condannare a morte un trasgressore dissuaderebbe altre persone dal commettere lo stesso reato. L'elemento deterrente della pena di morte non è però così valido, per diversi motivi. Nel caso, per esempio, del reato di omicidio, sarebbe difficile affermare che tutti o gran parte degli omicidi vengano commessi dai colpevoli dopo averne calcolato le conseguenze. Ritengo infatti che molto spesso gli omicidi avvengono in momenti di particolare ira oppure sotto l'effetto di droghe o di alcool oppure ancora in momenti di panico. In nessuno di questi casi si può pensare che il timore della pena di morte possa agire da deterrente. Inoltre la tesi della deterrenza non è assolutamente confermata dai fatti: infatti se la pena di morte fosse un deterrente si dovrebbe registrare nei paesi mantenitori un continuo calo dei reati punibili con la morte; inoltre i paesi che mantengono la pena di morte dovrebbero avere un tasso di criminalità minore rispetto ai paesi abolizionisti. Nessuno studio è però mai riuscito a dimostrare queste affermazioni e a mettere in relazione la pena di morte con il tasso di criminalità. I molti studi effettuati sull'argomento hanno quindi dimostrato come sia impossibile affermare con chiarezza che la pena di morte abbia un potere deterrente. La maggior parte di coloro che sostengono e difendono la pena capitale ammette che si tratta di una pratica orribile e incivile ma che è nonostante tutto necessaria per proteggere la società. Molti di questi sostenitori sono infatti consci della natura arbitraria e discriminatoria della pena di morte come pure dei pericoli connessi alla sua applicazione, per fare un esempio il rischio di mettere a morte un innocente. Infatti è risaputo che tale pena non colpisce solo i colpevoli, ma anche, forse più spesso di quanto si immagini, persone innocenti. Tuttavia essi( i sostenitori) rimangono in suo favore perché la considerano un deterrente necessario senza il quale ci sarebbero piu' omicidi. Tale affermazione, se fosse vera, costituirebbe un potente argomento a favore del mantenimento della pena capitale. Ma gli antiabolizionisti non sono riusciti mai a produrre valide prove scientifiche per dimostrare che la pena capitale è un efficace deterrente, superiore ad altre pene quali il carcere a vita. In altre parole, mi sembra che le richieste di conservare o reintrodurre questa pena sono basate su null'altro che affermazioni prive di fondamento e discorsi basati su impressioni personali sul suo "insostituibile" potere deterrente. Ci sono anche alcuni dei suoi sostenitori che trovano più facile difenderla sul terreno della sua funzione neutralizzante o eliminatoria. Essi fanno riferimento al potere neutralizzante assoluto e permanente della pena di morte, poichè essa assicura che un individuo giustiziato per omicidio, non compierà ulteriori delitti. Ma a questo punto viene legittimo chiedersi il motivo per cui non si preferisca la detenzione: senza dubbio risulta un mezzo efficace per neutralizzare la pericolosità di assassini o altri delinquenti violenti. Di conseguenza perché non abolire la pena di morte? Tale abolizione non risulta nemmeno in un aumento del comportamento omicida o aggressivo in quelle istituzioni penali dove sono detenuti i condannati per omicidio. Inoltre credo che coloro che presentano il maggior rischio di recidiva sono gli omicidi mentalmente infermi; tuttavia questi assassini sono per definizione esclusi dalla possibile applicazione della pena di morte. Dunque si capisce che la capacità neutralizzante ed eliminatoria della pena di morte è invalidata dal fatto che non è applicabile a quei soggetti che con maggiore probabilità ripeteranno la loro condotta criminosa. E sicuramente se l'imprigionamento è un mezzo efficace per neutralizzare gli assassini infermi di mente, credo sia altrettanto valido per neutralizzare i "normali". Tra i favorevoli alla pena di morte, specie negli Stati Uniti, vi è una larga maggioranza che si basa sull'aumento degli omicidi attraverso gli anni e deducono che questo costituisce una pressante ragione per non abolire la pena capitale o per reintrodurla là dove la si è abolita o sospesa. L'intento è chiaro: allarmare il pubblico sperando di spingerlo ad appoggiare le esecuzioni legali. Le richieste, volte a mantenere o reintrodurre la pena di morte, sono basate su nient'altro che affermazioni prive di sostanza, infatti tutti i dati disponibili suggeriscono che la pena di morte non ha in realtà effetti sul tasso di omicidi. Il "partito" dei sostenitori della pena capitale sostiene tuttavia che, se verso alcuni criminali non ha effetto, verso altri potenziali assassini l'effetto ce l'ha, incutendo paura. La pena di morte avrebbe quindi un effetto "sedativo" e sarebbe una sorta di "calmante sociale" benefico. Ma tengo particolarmente a ricordare che secondo me la pena di morte è un arma troppo potente in mano a governi sbagliati: può infatti essere sfruttata dal governo per eliminare personaggi politicamente o religiosamente scomodi, alterando persino il concetto di gravità di certi atti. Dal punto di vista evolutivo della società l'applicazione della pena di morte non incentiva la ricerca di nuovi sistemi per la prevenzione al crimine. Ovvero quando viene applicata la pena di morte, la gente prova quasi un sentimento di soddisfazione, quasi che in questo modo il crimine commesso fosse ripagato, espiato, dimenticando in realtà che la vittima ha subito una ingiustizia che non potrà mai essere ripagata. Tuttavia la gente è come soddisfatta. E lo stato? Lo stato si mostra così "giusto" ed efficiente contro il crimine. In questo modo si corre il rischio che lo Stato possa sentirsi dispensato dal ricercare una soluzione che prevenga il crimine stesso. Mentre invece credo che lo stato dovrebbe contribuire a rimuovere le situazioni di indigenza estrema, a promuovere la dignità umana, eliminando conflitti razziali troppo spesso causati da leggi poco democratiche. Inoltre lo stato dovrebbe promuovere una migliore umanizzazione della società, combattendo il diffondersi di una mentalità lassista e immorale. Purtroppo lo stato è troppo spesso vittima della sua economia che gli impedisce di combattere la battaglia della prevenzione fino in fondo ed è in queste situazioni che soddisfa la società solo ricorrendo ad un ulteriore crimine. Dovendo giudicare la pena capitale dal punto di vista umano, bisogna sottolineare per prima cosa l'importanza del diritto alla vita che è un principio fondamentale su cui si basa la nostra società. Come nessun uomo ha il diritto di uccidere un suo simile per qualsiasi motivo così lo Stato, che agisce razionalmente, non spinto dall'emozione del momento, e in quanto garante della giustizia, non deve mettersi sullo stesso piano di chi si macchia del più orribile dei crimini: l'omicidio. Così facendo si fornirebbe a tutti un esempio di atrocità compiuto dalla legge stessa, mentre essa è stata creata proprio per la tutela dei diritti umani e quindi per quello della vita. Dunque penso che appoggiando la pena di morte lo stato si comporterebbe in modo criminale come il criminale stesso.Le leggi, infatti, moderatrici della condotta degli uomini ed espressioni della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commetterebbero uno esse medesime e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinerebbero un pubblico assassinio. Di conseguenza posso affermare che la pena di morte non ristabilisce alcun equilibrio. Per quanto autori e filosofi illustri quali Kant ed Hegel giungano a giustificare, anzi ritengono necessaria la pena di morte su basi retributive, ci pare che agli effetti i parenti, gli amici e i conoscenti della/e vittime non si sentano sufficientemente ripagati dalla morte dell'assassino. Lo sarebbero se ciò servisse a riportare in vita la vittima, se la morte dell'assassino servisse veramente a ristabilire una situazione di equità. Infine vi è anche una questione economica che segna un punto a favore dell'abolizione della pena capitale: la pena di morte è sinonimo di risparmio? Una delle argomentazioni a favore della pena di morte si basa sul fatto che è meno costoso uccidere i colpevoli piuttosto che tenerli in carcere. Invece è stato dimostrato, attraverso alcuni studi svolti in Canada e negli Stati Uniti, che l'applicazione della pena di morte è più costosa del carcere a vita. In base alle precedenti considerazioni posso concludere che la pena di morte va contro ogni principio etico,morale e non porta alcun beneficio alla comunità, poiché invece di cercare di affrontare il problema alla radice, lo elimina per pochi attimi senza educare il prossimo a non commettere uno stesso crimine. "La pena di morte non è altro che la guerra della nazione contro un cittadino, perchè giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere" (Cesare Beccaria - Dei delitti e delle pene, paragrafo sulla Pena di morte).

Tema svolto gratis OGM

Cosa sono gli OGM?

# Per OGM si intendono tutti quegli organismi il cui DNA viene modificato. Questa operazione permette di variare le caratteristiche dell'organismo secondo le proprie esigenze. Ad esempio è possibile ottenere piante resistenti ai pesticidi o capaci di produrre sostanze repellenti per i parassiti, resistenti al freddo o che magari compiono il loro ciclo vitale in un tempo minore rispetto a quello necessario in natura (in Canada viene coltivata una qualità di grano geneticamente modificato in grado di maturare durante la sola estate).
# Qual è il rapporto tra OGM e Biotecnologia? Per biotecnologia si intende un processo mediante il quale si sfruttano le caratteristiche di un organismo per ottenere un determinato effetto. Si hanno notizie di applicazioni biotecnologiche già dall'antichità: il vino, ad esempio, è una di queste, perché si ottiene sfruttando alcuni batteri per far fermentare il succo d'uva. Allo stesso modo gli OGM sono ottenuti prendendo il prestito un determinato gene di un organismo che codifica una certa proprietà e trasferendolo in un altro in cui si vuole la medesima proprietà.
# Pro degli OGM?

1. la possibilità di ottenere organismi (soprattutto piante) in grado di resistere in particolari condizioni climatiche, inattaccabili ai pesticidi o che non necessitino di anti-parassitari, con grande risparmio di denaro, tempo e un aumento del rendimento.
2. la possibilità di trovare una soluzione al problema della fame nei paesi sottosviluppati, grazie all'adozione di piante resistenti alle più dure condizioni climatiche.
3. riduzione dell'inquinamento da pesticidi o da fertilizzanti.

# Contro degli OGM?

1. riduzione della biodiversità, cioè della varietà di codice genetico dei vari esseri viventi, necessaria per la sopravvivenza della vita sulla terra.
2. inquinamento genetico: un gene impiantato su un organismo potrebbe, una volta che questo é stato inserito nell'ambiente, diventare parte del patrimonio genetico di un altro, con conseguenze imprevedibili e non sempre piacevoli (vi immaginate una pianta parassitaria resistente ai pesiticidi?).
3. possibile collegamento tra tumori infantili e alimentazione a base di OGM (ancora non provato da ricerche scientifiche)

Tema svolto gratis Fede e religione

Alcuni le davano per spacciate, schiacciate dalla trionfale marcia della Ragione

i fatti li hanno smentiti. Fedi e religioni sono vive e vegete. L'Islam fiorisce, il cristianesimo resiste, nuovi culti impazzano, soprattutto nelle ricche società occidentali. Mettiamoci l'anima in pace: anche nel XXI secolo potremo credere in qualcosa. Su scala mondiale, l'80 per cento circa della popolazione professa un credo religioso. I musulmani ammontano a più di un miliardo, una comunità di poco superiore a quella cattolica. Ateismo e agnosticismo progrediscono invece lentamente. Sono in ascesa, inoltre, in Occidente nuove forme di spiritualità, come quella "New-Age".
Cosa cerca l'individuo realmente nella tentazione New-Age? L'uomo di oggi che risente del fascino di questa corrente di pensiero è, senza dubbio, insoddisfatto, da una parte, della realtà sociale e civile del nostro paese e, in generale, del nostro Occidente, che è piuttosto avaro di valori e di spiritualità, e, quindi, ha voglia di uscire da questo materialismo goffo ed edonista che ci caratterizza a livello planetario; dall'altra, forse ha bisogno di dare maggiore smalto alle religioni tradizionali, perché si accorge che spesso queste ultime alimentano discorsi di fede, ma non grandi passioni di fede. Oggi c'è indubbiamente un ateismo strisciante nella nostra epoca e allora cerchiamo surrogati: perfino gli oroscopi e l'astrologia sono dei surrogati. È importante, di conseguenza, scavare dietro il fenomeno "trendly", cioè che fa tendenza, per vedere qual è il malessere profondo che ci portiamo appresso e che cerchiamo in qualche modo di rappresentare attraverso queste passioni di spiritualità e di religiosità esotiche, vendute un po' a buon mercato. La spiritualità New-Age è, dunque, una risposta insufficiente ad una domanda vera: è insufficiente perché i cultori di tale corrente risolvono il loro bisogno di spiritualità in riti puramente esteriori, quale può essere il radersi a zero i capelli o il vestirsi di un determinato colore, cercando di creare simbolicamente alcuni passaggi per arrivare a formulare una concezione e visione del mondo. Si tratta di passaggi comprensibili ma insufficienti per far nascere una nuova religione.

Tema svolto gratis La mucca pazza

La sindrome della mucca pazza è stata scoperta per la prima volta nel laboratorio centrale di veterinaria di

Weybridge nel 1986 dal Professore Luc Montagner, scopritore anche del virus HIV dell'AIDS. Questa malattia nasce da una anomalia di una proteina detta Prione. Non è contagiosa, di fatti si trasmette tramite il cibo. Con questa malattia, detta anche Encefalopatia Spongiforme, la mucca, perde le forze e il cervello diventa una sorta di spugna, cosa che toglie tutte le facoltà motorie fino alla morte. Quando si scoprì questa sindrome nel 1986 inizialmente lo stato e alcuni allevatori, decisero di tener nascosto il fatto per il guadagno. Nel 1988 dopo alcuni casi di persone contagiate, lo stato emana la legge di dover dichiarare i bovini infetti e dal 1990 esiste l'obbligo di uccidere e di distruggere le carcasse degli animali affetti dalla BSE. Non si sa la dose precisa che basta per essere contagiato. Nel 1996 il Regno Unito annuncia che c'è una nuova malattia che può essere letale per l'uomo e che è una variante della sindrome di Crentrfeld-Jacob. L'uomo ha fatto diventare le mucche da erbivore a carnivore solo per avere bovini più redditizi, rompendo così un ciclo naturale. Gli ultimi studi dimostrano che la sindrome della mucca pazza è trasmettibile anche tramite trasfusioni di sangue o tramite strumenti operatori poco disinfettati, infatti è accaduto in Inghilterra che una mamma affetta dalla BSE ha trasmesso la malattia al figlio nel feto e per salvarlo, hanno dovuto fare un parto cesareo, dopo l'operazione, i bisturi non sono stati disinfettati bene e così a un altro cesareo sono stati contagiati un'altra mamma e suo figlio. Inizialmente si pensava che il latte e i suoi derivati erano sicuri, invece si è scoperto che anche tramite questi si può essere contagiati. Lo stato per far fronte a questa situazione ha deliberato la legge con cui i macellai sono costretti a mettere le carte d'identità sulla carne, cioè la loro provenienza, e a che controlli sono stati sottoposti, comunque si sospettano molti imbrogli e le statistiche per sono da incubo, nei prossimi anni saranno contagiati dalle 136.000 alle 500.000 persone dal morbo della mucca pazza.