Duello:
Lawskij è un vanesio buono a nulla che convive con una donna sposata, Nadezda Fëdorovna,
della quale si è ormai stancato ma non sa come liberarsi; la loro relazione fa scandalo in paese: il dottor Samojlenko è l'unico amico di Lawskij, che stima, mentre von Koren, uno zoologo despota che domina la vita mondana, lavoratore assiduo ed ambizioso, lo odia ferocemente, lo considera un essere pericoloso, simbolo della degradazione della specie umana, e sarebbe felice di ucciderlo con le proprie mani. La crisi fra i due amanti incalza: lui tenta di fuggire ed abbandonarla, e a tal fine cerca disperatamente un prestito, mentre lei lo ha tradito per leggerezza con il meschino Kirilin e con il giovane Achmiadov, ed ora entrambi la ossessionano per avere nuovi appuntamenti. Lei è infelice, si sente una donna fallita e l'amica Marja Kostantinovna, madre di famiglia, le serve da rimprovero vivente. A Lawskij saltano due volte i nervi, e la seconda sfida von Koren, che non aspetta altro, a duello. La sera Nadezda Fëdorovna deve sottostare ai desideri di Kirilin, che minaccia uno scandalo, ed Acmjadov, scopertili, li denuncia a Lawskij: proprio allora Lawskij si rende conto di quanto sia importante per lei quella donna, l'unica persona che gli sia vicina. Va al duello ma fallisce volontariamente il colpo: von Koren è invece tentato di far fuoco e finisce l'odiato rivale. Dopo quel giorno Lawskij cambia completamente vita: sposa l'amante, si mette a lavorare per pagare i debiti, fa vita umile e ritirata; e von Koren, il giorno della partenza, passa a stringergli la mano. Dramma psicologico: la tensione accumulata dalle antinomie Nadezda Fëdorovna-Lawskij e Lawskij-von Koren si scarica di colpo nel lieto fine, invece di sfociare nell'attesa catastrofe; l'atrocità dei racconti della noia e della solitudine è qui riscattata da una febbrile voglia di cambiare, al quale finisce per trovare in modo naturale il "cambiamento" giusto: non la fuga, ma la realtà. Sprezzante e disumano, von Koren rappresenta le forze sane, laboriose; per quanto sgradevole, è il modello positivo a cui Lawskij si piegherà. Questa volta la noia e la solitudine non portano all'inedia e alla disperazione, ma ad una mutazione interiore.
Angoscia
Un cocchiere non può sfogare con nessuno il dolore per la morte del figlio. Una storia dominata dalla coscienza della morte, dal senso della vita, dal silenzio delle cose e delle persone, da un'inerzia esistenziale riscattata solo da pochi fiochi barlumi di umanità; un famoso scienziato narra i suoi ultimi malinconici giorni di vita, trascorsi nella noia delle incombenze e dei fastidi quotidiani, degli acciacchi, della paura di morire: la moglie apprensiva, la figlia che studia al Conservatorio e si sposa di nascosto, il figlio lontano (entrambi indifferenti alle ristrettezze economiche dei genitori), la figlia adottiva Katja, che sperpera in una vita di piaceri il patrimonio ereditato, i colleghi pedanti, ecc. Il vecchio osserva tutto con abulia e disgusto: nessuna disgrazia riesce a scandalizzarlo o commuoverlo. Ma quando Katja gli confessa la propria infelicità e gli chiede consiglio, si rende conto che per tutta la vita quella donna soffrirà più di lui, e ne prova compassione, e nel dirle addio intravede quel futuro senza pace.
Corsia n° 6
Andrej Efimjc è il medico di uno squallido ospedale di provincia, dove i malati sono trattati come bestie. Nella corsia n° 6 sono ricoverati cinque matti, e, in particolare, Ivan Dmitric, un filosofo afflitto da mania di persecuzione, che crede nell'immortalità. Andrej Efimjc viene assalito da una profonda crisi spirituale e prende a frequentare sempre più assiduamente il malato della corsia n° 6: ossessionato dal pensiero della morte e da un crescente nichilismo, il dottore si prende, invano, una lunga vacanza, perché il viaggio non fa che acuire il senso di inutilità; al ritorno lo ricoverano in ospedale, nella corsia n° 6, a soffrire nelle condizioni inumane in cui devono vivere i suoi ex pazienti. Incapace di resistere alle regole che lui stesso aveva contribuito a mantenere, si rivolta e viene picchiato dai suoi ex assistenti. Muore il giorno dopo. Polemica sociale ed allegoria sulla vita e sulla morte.
La casa col mezzanino
Un pittore frequenta due sorelle che vivono in una casa appartata: Zenja, la minore, è tenera ed affettuosa, succube della sorella Lida, che, invece, è forte e dura: propugna idee di progresso materiale (come la costruzione di un nuovo ospedale), che si scontrano violentemente con quelle idealiste e mistiche del pittore, convinto assertore del benessere dell'anima. Quando Zenja se ne innamora, Lida la manda lontano ed il pittore non le vedrà mai più.
Racconto di uno sconosciuto
Lo "sconosciuto" è un aristocratico che ha preso servizio in incognito presso Orlov, uno squallido e meschino funzionario figlio di un personaggio altolocato. L'obiettivo è uccidere il padre nel nome della rivoluzione; invece, il servo viene a poco a poco coinvolto nella vita privata del padrone. Un giorno Zinaida Fëdorovna, la sua amante, lascia il marito e si trasferisce a casa sua: donna di casa, buona e semplice, non chiede altro che un focolare e l'affetto coniugale, ma Orlov prova invece fastidio per quell'intrusa; non fa nulla per difenderla dalle offese e dai furti della cameriera Polja, finge viaggi di lavoro per essere libero di gozzovigliare con gli amici, non prova alcun senso di colpa per aver rovinato la sua vita. Zinaida rimane fervidamente innamorata, affettuosa ed apprensiva, e soltanto il servo ne ha compassione. Un giorno il servo si trova di fronte l'odiato nemico, Orlov padre in persona, ma, invece d'ucciderlo, si sente svuotato alla vista di un vecchio anonimo. Decide allora di andarsene, avendo fallito la propria missione, ma prima scrive una lunga lettera al suo padrone, rinfacciandogli di appartenere ad una generazione di falliti senza nerbo (e vi include se stesso) e dice la verità alla donna, invitandola a partire con lui. Zinida, incinta, accetta, e si rifugiano insieme all'estero; però Zinaida non è felice, e lo accusa di averla maltrattata come Orlov. Muore nel mettere alla luce una bambina, Sonja, che ridarà all'uomo uno scopo per cui vivere. La crisi esistenziale di un uomo che riconosce le proprie debolezze in quelle della classe contro cui lotta e scopre di "voler vivere": una casa, una famiglia, ecc... (proprio gli ideali borghesi che lo ripugnavano); Orlow è invece l'emblema del negativo assoluto: oltre a non avere ideali rivoluzionari, non riesce neppure a provare quei sentimenti naturali.
Il monaco nero
Kovrin è uno scienziato che decide di andare a riposarsi in campagna dall'amico Egor Semenjc, un anziano che ha dedicato la propria esistenza ad edificare la sua fattoria modello, ma ora teme che dopo la sua morte nessuno continui l'opera. Lo aiuta la figlia Tanja, ma il futuro di Tanja è un'incognita. I profumi della campagna inebriano lo studioso, che non si preoccupa neppure quando comincia ad avere le visioni di un monaco nero che vaga per la campagna, e chiede Tanja in moglie. L'anziano contadino è entusiasta, ma presto si palesano i segni dello squilibrio mentale di Kovin, che, oltretutto, prende a maltrattare il vecchio; in breve, il lavoro d'una vita viene spazzato via, ed il vecchio ne muore di crepacuore. Kovin si è già separato da Tanja e vive con un'altra donna, ma per poco: dopo un'ennesima allucinazione cade vittima della propria follia. Il monaco rappresenta l'ambizione smisurata di un megalomane egoista che si crede un genio destinato alla gloria e disprezza tutto il resto; ma rimpiangerà fino all'ultimo il profumo della campagna, che è la vita e che lui ha distrutto. L'intellettuale qui è un male assoluto, crudele e sprezzante, un folle criminale che si ciba delle proprie allucinazioni.
La mia vita
Un giovane nobile ha deciso di rinunciare alla carriera di funzionario e di darsi al lavoro fisico degli operai. Suo padre, uomo austero e severo, minaccia di diseredarlo, e, davanti alle suppliche della sorella Kleopatra, il giovane Mishail accetta un incarico in ferrovia, al servizio dell'ingegner Dolzikov. Il lavoro intellettuale non è però per lui: lascia l'incarico e va a fare l'operaio. Rotti i rapporti con il padre, gli restano soltanto l'amicizia del dottor Blagovo e di Masha, la figlia dell'ingegnere, oltre all'affetto della sorella. Masha s'innamora del suo concetto di vita e presto si sposano e si trasferiscono in campagna. La vita rurale li sfibra in soli sei mesi: benché ancora innamorata, Masha non resiste e se ne va; al tempo stesso, Kleopatra si ribella al padre e si dà a Balgovo: rimasta incinta, deve chiedere aiuto al fratello. Mishail si integra nella comunità dei contadini, e vi rimane solo: Kleopatra muore nel dare alla luce una bambina, il padre rifiuta la rappacificazione accusandolo di essere l'unico responsabile della rovina della famiglia. Cechov nega sempre l'eroismo; tutti i "protagonisti" che tentano nuove strade sono destinati alla solitudine ed al fallimento: scoprono che la nuova vita è anch'essa piatta e mediocre, fatta di abitudini e meschinità, e perdipiù si sono alienati il proprio ceto sociale. Pessimismo sulle capacità di rinnovamento sociale.
I contadini
Nikolaj lascia Mosca, dove fa il servo, e torna al suo villaggio portando con sé la moglie Olga e la figlia Sasà: è malato e morirà presto. Lo ospita Kirjak, prepotente ed ubriacone, nella cui abitazione vivono anche sua moglie Marja, che ne subisce le angherie, le sue sei figlie, la svergognata Fekla ed i due nonni. La vita è misera e squallida: quando Nikolaj muore. Olga decide di tornare a Mosca.
L'uomo nell'astuccio
Belikov è un insegnante timido e misantropo, chiuso e ostile a tutte le novità. I colleghi cercano di farlo sposare alla nubile Varenka, ma il fratello di lei odia le bassezze del professore, noto delatore, e lo scaraventa giù dalle scale. Belikov muore di vergogna.
Un caso della pratica medica
Un dottore viene chiamato a visitare la ricca ereditiera di un complesso di fabbriche, ma scopre che la sua malattia è semplicemente l'infelicità di dover vivere in quel posto squallido.
La signora col cagnolino
Gurov ed Anna si conoscono e si amano in Crimea: sono entrambi delusi del proprio matrimonio, della propria monotona vita privata, e nella loro relazione trovano tutti i sentimenti di cui hanno bisogno; tornati a Mosca continuano ad incontrarsi in segreto, pur tra paure e rimorsi.
Per affari di servizio
Un giudice istruttore si reca in un villaggio per indagare sul suicidio di un agente d'assicurazione e rimane intrappolato lì per tutta la notte da una tempesta di neve, mentre i testimoni aspettano a loro volta sul luogo del delitto. Il giudice ha tempo di rimanere turbato dalla vicenda.
La fidanzata
Alla vigilia delle nozze, Nadja sente che non sopporterà la vita borghese, e supplica l'amico di famiglia Saia d'accompagnarla a Pietroburgo, dove comincia una nuova vita. Nadja torna a far visita ai suoi e Sasha muore, ma lei ha imparato la lezione e preferisce tornare a vivere da sola.
Villa nuova
Per la costruzione di un ponte un ingegnere compra una villa e vi si trasferisce con moglie e figlia; cercano di familiarizzare con i contadini del luogo, che sono brava gente, ma li ricambiano con scherno e diffidenza, perché rappresentano il progresso; alla fine l'ingegnere dovrà andarsene ed ai contadini dispiacerà perdere quei vicini gentili ed educati, senza sapere perché.
Il gabbiano
Treplev è un giovane appassionato di teatro che ha allestito uno spettacolo in casa dello zio Sorin, e, nel ruolo di protagonista, ha chiamato Nina, l'ereditiera di cui è innamorato. Sua madre Irina, attrice al tramonto, guasta tutto per gelosia, e Treplev si dispera. L'amministratore di Sorin, Samraev, è un essere avido e meschino; sua figlia Masha è corteggiata dal povero e mediocre maestro Medvenko, ma in segreto ama Treplev, ed è disperata perché capisce di non avere possibilità. Completa il quadro Trigorin, esponente dell'intellighenzia, stimato e famoso, che funge anche da amante di Frina. La depressione di Treplev aumenta quando si rende conto che Nina si sta innamorando di questi (caricatura, forse, di Cechov stesso). Treplev tenta il suicidio, non prima d'aver però invano sfidato a duello Trigorin, che ormai rappresenta tutto il negativo della società borghese: un onesto professionista senza ideali e dedito al dongiovannismo, tanto più repellente quanto più di successo; per evitare ulteriori screzi, Irina si porta via Trigorin, ma Nina lo raggiunge a Mosca e comincia una nuova vita con lui. Due anni dopo Masha è sposata al sempre più mediocre Medvenko, e non ha dimenticato la sua passione; Nina è stata abbandonata da Trigorin ed ha fallito come attrice; Treplev ha abbandonato le velleità giovanili ed incomincia a scrivere come Trigorin: quando rivede Nina le offre nuovamente il suo amore, ma ormai il suo destino è segnato e se ne va. Treplev si uccide. Treplev è un debole, incapace di vivere; Nina, il "gabbiano" ucciso (da Trigorin) per futilità, è invece ancora piena di coraggio e continuerà.
Zio Vanja
In casa del professor Serebryakov si svolge ogni giorno un rituale di odio a cui prende parte un piccolo gruppo di falliti: la vecchia Marja odia tutti ma conserva una grande stima per il genero; questi ha dedicato la vita agli studi, ma è rimasto fondamentalmente un mediocre; Elena, la seconda moglie, è giovane e bella, e soltanto ora si rende conto dello sbaglio che ha commesso sposando un uomo ormai vecchio e malato. Vanja, figlio di Marja e fratello della prima moglie del professore, è sempre vissuto all'ombra dell'illustre famiglia, ammazzandosi di lavoro nella fattoria mentre lui frequentava i cenacoli degli intellettuali, ed ora si rende conto d'aver sprecato la propria vita: disprezza tutti, nutre un odio viscerale per il cognato e tenta di rubargli la bella moglie; frustrato e fallito, beve; beve anche Astrov, il brillante medico di famiglia, afflitto da un profondo pessimismo e sull'orlo del nichilismo; lo ama in segreto la brutta Sonja, figlia di primo letto del professore, una ragazza brava e laboriosa su cui ora ricade tutta la responsabilità della fattoria; l'unica con cui può confidarsi è la matrigna. Questa decide di intercedere in suo favore, ma così scopre che l'inedia di Astrov è causata da una violenta passione per lei, e quasi cede al suo abbraccio. A Sonja non ha il coraggio di dire la verità, ma la ragazza è abbastanza abbattuta da capire d'essere stata rifiutata. Il professore convoca tutti per proporre una sua idea: vendere il podere e comprare una casa in Finlandia; Vanja impazzisce di collera: gli rinfaccia di aver lavorato come uno schiavo tutta la vita per tenere in piedi il podere, d'aver passato la notte con Sonja a tradurre libri per lui e d'aver sacrificato ogni soldo affinché lui potesse proseguire i suoi studi. L'alterco provoca il panico nelle donne, già scosse da Astrov, ed imbarazzo negli altri. Vanja perde il controllo di sé, spara un colpo di rivoltella contro Serebrjakov, ma lo manca; stravolta, Elena decide di partire con il marito, andandosene da quella casa. Disperato ed oppresso dalla vergogna, Vanja ruba una fiala di morfina dalla borsa di Astrov per suicidarsi; lo scoprono in tempo, lo costringono a rappacificarsi con il cognato, e, partiti i due, Sonja lo convince a rimettersi al lavoro con lei, come un tempo. Rimasti soli, Sonja sfoga la sua tristezza: sono sì condannati a lavorare, senza alcuna gioia, per gli altri, ma lei crede che saranno ricompensati dopo la morte, con il riposo eterno in paradiso. All'anima turpe, devastata da un'orrenda sofferenza, di Vanja, si contrappone l'animo buono e semplice di Sonja, ancora fiduciosa; entrambi sono degli sconfitti senza speranze di rivincita.
In fondo al burrone
Nella casa del vecchio Grigorij vivono la seconda moglie Varvara, il figlio sordo Stepan e sua moglie Aksikja. Il vecchio e la nuora conducono gran parte del commercio. Il figlio Anisim vive lontano, e durante una sua visita a casa, i parenti trovano una moglie per lui: è Lipa, una povera stupidella di famiglia poverissima, a cui non sembra vero di ammogliarsi. Dopo il matrimonio Anisim riparte, lasciando Lipa a fare da umile serva nella casa paterna. Quando nasce il suo bambino, Lipa gli dedica tutta se stessa. Si è scoperto che Anisim è uno spacciatore di monete false e viene condannato a sei anni di lavori forzati. Il vecchio Grigorij vuol proteggere il nipotino, figlio d'una sciocca e d'un criminale, e, pertanto, gli lascia nel testamento un largo pezzo di terra. Allora Aksinia va su tutte le furie: minaccia d'andarsene, di smascherare i commerci illeciti del vecchio e di mettersi in società con altri. Ormai è lei la più attiva in famiglia ed i vecchi, spaventati, cedono subito. Nella sua furia Aksinja insulta la povera Lipa e versa acqua bollente sul piccino, uccidendolo; infine scaccia Lipa, che se ne torna stordita dalla madre: In breve Aksinja diventa la padrona assoluta, al punto di negare il cibo al vecchio, che deve accettare l'elemosina di Lipa. Dramma familiare, con due "umiliati", Grigorij e Lipa, ma assai diversi: l'uno (ricco e codardo) finirà nella miseria, l'altra (semplice, umile e buona) tornerà semplicemente al punto di partenza. Uno dei racconti più feroci.
Le tre sorelle
In una città di provincia vivono le tre sorelle Prozorov, attorniate dalla futile ed indolente aristocrazia locale, composta per lo più da ufficiali. Olga, insegnante, fiera di lavorare, vorrebbe tornare a Mosca; Masha è infelice perché a diciotto anni ha sposato l'insegnante Kuljgiu, ed ora lo trova stupido; Irina ha vent'anni ed è corteggiata da Tuzenbach. Il loro padre è morto, capofamiglia è il fratello Andrej, fidanzato alla timida Natasha: il volgare Solenij, l'affettuoso Cebutjkin, ed il fresco arrivato Versinin completano la cerchia degli ufficiali. Andrej sposa Natasha, lei è moglie meschina e madre apprensiva, lui, annoiato, perde al gioco, fino ad ipotecare la casa; Masha diventa l'amante di Versinin, mentre anche Solenij corteggia Irina, che, stanca di quella vita insulsa, anela Mosca, che le appare sempre più un'illusione, e, per la disperazione, accetta di sposare il brutto Tuzenbach, ora borghese. Un incendio distrugge mezza città, ed i Prozorov si prodigano per accogliere le famiglie senza tetto, compresi i Versanin: Natasha si comporta come la padrona di casa, ingrigendone la vita con i suoi modi borghesi. Solenij, geloso, provoca e sfida a duello Tuzenbach alla vigilia delle nozze, e lo uccide. Il reggimento si trasferisce, portandosi via Versinin e lasciando un grande senso di vuoto. Ora Masha ed Irina sono sole, in lacrime, senza un futuro; Olga cerca invano d'infondere nuova fiducia: le aspetta di nuovo la noia d'una vita senza meta.
Il giardino dei ciliegi
Ljuba torna a casa dopo un periodo trascorso all'estero per rimettersi dalle sciagure che le hanno tolto il marito ed il figlio; la sua proprietà è in pericolo a causa della sua maldestra amministrazione, ma lei non se ne rende conto. Con lei torna la figlia Anja, per la quale spasima lo studente Trofimov, già precettore del bambino defunto; a casa era rimasta invece Varja, figlia adottiva con la testa sulle spalle, conscia dei pericoli che incombono sulla casa, e che tutti danno per fidanzata con il mercante Lopachin, nonostante lui non si sia mai proposto. Questi, milionario, consiglia di costruire, nel giardino dei ciliegi, villini per i villeggianti, ma Ljuba e suo fratello Gajev non capiscono che il fallimento è alle porte, che presto ci sarà un'asta: Ljuba continua, al contrario, a sprecare soldi. Tutti vanno incoscienti incontro alla deriva, salvo Lopachin, che continua ad avvertirli, e Trofimov, idealista, che crede in un futuro migliore e ne parla con accenti profetici; Trofimov esalta la nobiltà del lavoro contro l'inerzia della classe intellettuale, ma disprezza, al tempo stesso, il mercante, che è l'unico ad aver sempre lavorato sodo, per i suoi modi meschini. La proprietà viene inevitabilmente messa all'asta, e, mentre in città si decidono i loro destini, Ljuba, Anja, Varja ed i loro amici danno una festa e danzano; Ljuba spera che Gaev riesca, grazie ad un po' di credito ottenuto dai parenti, a vincere l'asta, ma la proprietà viene invece acquistata da Lopachin, il quale si prende così la rivincita sugli antichi padroni della sua famiglia: ora potrà abbattere il giardino dei ciliegi. I vecchi padroni se ne fanno in sordina, relitti: Ljuba verso nuove follie, Anja abbracciata a Trufimov (studente da sempre, che non prenderà mai la laurea), Varja privata della sua vita e contesa fra l'opportunità di sposare il nuovo, meschino padrone ed il dolore d'aver già perso tutto. Decadentismo (la decadenza d'una famiglia irresponsabile, senza nerbo, inerte), simbolismo (il giardino, simbolo di un'epoca ed una classe sociale destinata a soccombere).
Ivanov
Ivanov è un possidente sprofondato nella più tetra abulia; ha sposato Anna, un'ebrea che perciò è stata diseredata dalla sua famiglia, e che ora sta morendo di tisi. Le ansie provocate dal comportamento di Ivanov non fanno che affrettare i tempi della malattia, ma Ivanov non prova più nulla per lei, salvo un vago senso di colpa, e non fa nulla per aiutarla; pensa solo a curare i suoi affari presso il volgare Borkin. La Lebedev maligna sull'infausto matrimonio, ma sua figlia Sasha, invece, è innamorata di Ivanov, che invita a rinascere; Anna, che ha sacrificato a lui ogni cosa, li sorprende in flagrante, e ciò acuisce il senso di colpa di Ivanov: le finanze vanno a rotoli, e la creditrice Lebedev minaccia di rovinarlo. È conscio del proprio cinismo e della catastrofe incombente, ma è come impotente a cambiare. Per la prima volta la moglie gli si rivolta contro, accusandolo d'averla ingannata e di stare ora ingannando Sasha per ingannare i Lebedev: Iavnov perde le staffe e le grida in faccia che la sua malattia è mortale. Morta Anna, Ivanov accetta di sposare Sasha, nonostante tutti trovino ridicolo quel matrimonio fra un uomo tetro ed avvizzito ed una fanciulla fresca: Sasha è decisa, e quando Ivanov si vorrebbe tirare indietro perché conscio di non poterla rendere felice, lei lo costringe ad andare fino in fondo; uno dei maligni, Lvev, l'insulta però in pubblico e lo sfida a duello; Sasha lo difende davanti a tutti dando, anzi, la colpa della morte di Anna ai pettegoli; ciononostante Ivanov, stanco, si suicida.
Dusecka
È la storia di Olga, cui la sorte ha riservato un destino crudele: ogni volta che s'innamora di qualcuno, capita qualcosa che glielo porta via; è così bisognosa d'affetto che s'affeziona subito a qualcun altro, dedicandogli tutta sé stessa, ma ogni volta finisce male.
Ionje
Il medico Starcev s'innamora di Kotik, la giovane viziata di casa Tevikin, ma lei ha sogni di gloria artistica e parte per Mosca. Torna quattro anni dopo, molto cambiata, desiderosa di riallacciare i rapporti con Starcev, ma ora è lui che non vuole più sposarla, preferendo la routine a cui s'è abituato.
Dell'Amore
Alechin racconta l'amore segreto che lui e la moglie di un amico nascosero anche a se stessi per non compromettersi e come soltanto nel momento dell'addio si fossero detti la verità, rimpiangendo di non averlo fatto prima.
Viaggio sul carro
La maestra d'un villaggio ripensa alla sua infanzia, prima che morissero i suoi genitori, ed alla sua situazione attuale, che sarà probabilmente la stessa per sempre.
Pecenego
Un vecchio che sa di dover morire approfitta d'un ospite per parlare della propria esistenza, tirando in ballo la giovanissima moglie, i figli, il podere, e riuscendo soltanto ad annoiarlo.
Nel cantuccio natio
Vera ritorna al villaggio, da cui, bambina, era partita dieci anni prima: il padre è morto, lasciandola padrona, ma la fattoria va avanti ancora con i metodi disumani della zia e del nonno, che arrivano a picchiare i contadini; lei si annoia ed è disgustata, ed alla fine, giusto per cambiare, decide di sposare l'unico partito disponibile.
Ariadna
Un giovane di campagna prima si strugge di gelosia perché l'amata lascia il paese con un uomo sposato, poi la raggiunge in Italia e si fa rovinare da lei.
Delitto
In un paese si vive nello squallore più assoluto: ignoranza, volgarità, dissolutezza, egoismo, ottusità, bestialità. La locanda dei Terechov è simbolo di questo stato: due anziani fratelli, una sorella e la figlia d'uno di loro, imbevuti di fanatismo religioso, si odiano fino al punto da accapigliarsi; Aglaja, la sorella, ucciderà Matvej, che considera responsabile di tutte le loro sciagure, quando, sotto lo sguardo indifferente dell'adolescente Dasutka, questi aggredisce l'altro fratello Jakov; il delitto verrà scoperto ed i compaesani gioiranno nel vederli arrestati, condannati e deportati, Aglaja in Siberia, Dasutka data come concubina ad un colono, Jakov a Sakhalin; nella solitudine e nella disperazione, però, Jakov ritroverà la fede.
Tre anni
Zaptev, figlio d'un mercante, sposa Julia, che, benché non l'ami, accetta spinta dalle necessità. Lui è ricco e la porta a Mosca, ma la vita in comune è un inferno: la morte della sorella Nina, già abbandonata dal cinico marito Panaurov, ed i dissapori matrimoniali avvelenano la vita di Zaptev, che quasi rimpiange l'amante Paolina; la morte della loro bambina, la crisi esistenziale del fratello Fëdor e l'imminente morte del padre maturano Zaptev, che riesce a poco a poco a prendere in mano le redini dell'azienda e del matrimonio, e capisce che poco importa se nessuno dei due lo entusiasma: potrà infondere in entrambi la sua personalità, e quello non è che l'inizio della sua vita.
Il violino di Rotshild
Un vecchio costruttore di bare assiste alla morte di sua moglie ed è colto dai rimorsi a pensare che per cinquant'anni non l’aveva degnata di attenzioni. Si rende conto di quante cose non ha fatto in quei cinquant'anni; piange in punto di morte, ed il suo ultimo pensiero è per il suo violino, che regala ad un goffo ebreo perché non vada perduto.
Regno di donne
Anna ha ereditato la fabbrica del padre, ma l'essere una padrona l'ha isolata dal mondo, lasciandole una cerchia d'amicizie fatta soltanto dei notabili dell'azienda; inganna il tempo facendo beneficenza, ma non sa fare bene neppure quello; è in età da marito e segue con compassione le pene della sua bella cameriera innamorata d'un cameriere che, invece, vuole sposare una ricca. È Natale, e l'eccitazione della festa le fa pensare al suo futuro: finora l'unico uomo ad averla colpita è stato l'operaio Pimenov; le donne di casa le consigliano di sposare ora un ricco mercante ora un bel giovane, e, alla fine, lei accetta, prendendola sul serio, la battuta di sposare Pimonov; quando si rende conto che tutte scherzavano, corre a ritrattare. La sera compatisce malinconicamente la cameriera e sé stessa.
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lunedì 2 marzo 2009
Recensione libro Racconti di Cechov
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Baiox
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Etichette: Relazione Libri
Recensione libro Vita di Galileo di Brecht
Il 10 febbraio 1898, ad Augsburg in Germania, nasce Bertolt Brecht, uno dei più grandi autori di teatro e di prosa di questo secolo.
Compie studi di medicina in Bavaria. È assistente di campo nella Prima guerra mondiale, specificamente nel 1918. Data lo stesso anno la composizione del suo primo lavoro teatrale, Baal, mentre è del 1920 il suo primo, clamoroso successo, ottenuto con la rappresentazione di Trommeln in der Nacht (Tamburi nella notte). Tra i suoi padri letterari ci sono Kipling, Villon, Rimbaud, Wedekind. Brecht è anche poeta: nel 1927 esce il libro di versi Die Hauspostille.
Brecht, che ha conosciuto gli ambienti Dada ed è diventato un impegnato intellettuale comunista, si trasferisce a Berlino, dove compone, nel 1928, Die Dreigroschenoper (L'opera da tre soldi) insieme a Kurt Weil: è un successo clamoroso, che determina il passaggio del drammaturgo tedesco a figura antagonista e profondamente antiborghese. Per questo motivo, nel '33 Brecht viene esiliato. Ripara in Scandinavia, dove rimane fino al 1941, quando emigra negli Stati Uniti, lavorando per produzioni minori a Hollywood.
Dal '41, anno di uscita di Mutter Courage und ihre Kinder (Madre Courage e i suoi figli), al 1948, quando viene pubblicato Der kaukasische Kreidekreis (Il cerchio di gesso del Caucaso; prima in versione inglese), Brecht produce i suoi drammi migliori (tra questi, sono compresi la Vita di Galileo e La resistibile ascesa di Arturo Ui).
Al ritorno in Germania, Brecht ha definito la propria teoria sul teatro. È propugnatore di un teatro al tempo stesso epico e marxista, capace di rapprasentare qui e ora i cambiamenti sociali, e di coinvolgere gli spettatori nel processo scientifico di analisi e mutamento della società, sottraendoli violentemente al processo di alienazione che subiscono in quanto "pubblico" (attori che scendono dalla scena o si rivolgono personalmente agli spettatori: ecco uno soltanto tra gli espedienti tecnici del teatro brechtiano, che si differenzia in maniera radicale, quanto a intenti, dalle trovate avanguardiste).
Nel 1955 a Brecht viene conferito il Premio Lenin. L'anno dopo, muore per un attacco cardiaco.
Breve Riassunto
"Vita di Galileo" tratta di una delle opere fondamentali della cultura del nostro secolo, contrassegnata dalle guerre mondiali, dalle lotte dei popoli contro il fascismo, il colonialismo e il neocapitalismo.
Frutto di diverse stesure nate dalle vicende personali e politiche di Brecht, la commedia nasce negli anni che precedono immediatamente la Seconda Guerra Mondiale. "Vita di Galileo" è la drammatizzazione della carriera del grande scienziato toscano a partire dall'invenzione del cannocchiale, alla scoperta dei pianeti di Giove, alla prima condanna del Sant'Uffizio, fino all'ultima vecchiaia che trascorse nel suo domicilio in conseguenza della seconda e definitiva condanna.
La figura di Galileo, lo scienziato che con le sue rivoluzionarie intuizioni, rischia di mettere a repentaglio gli equilibri teologici e sociali del suo tempo e che si piega alla ritrattazione per timore della tortura e per mancanza di vocazione eroica, è la metafora dello scienziato moderno, dell'intellettuale perseguitato dall'inesorabile binomio scienza-fanatismo. Questo è quanto ci racconta Brecht col suo "Galileo". Non tanto la storia di un uomo che lotta tra eroismo e debolezze contro il potere, ma la storia di un problema, delle sue origini materiali e delle ragioni umane e sociali che lo hanno consegnato così nelle nostre mani attraverso i secoli.
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Baiox
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La Lupa:
Nel villaggio dove viveva la chiamavano la Lupa
perché ella non era mai sazia delle relazioni che aveva con gli uomini e le altre donne avevano paura di lei perché ella attirava con la sua bellezza i loro mariti e i loro figli anche se solo li guardava. Di ciò soffriva la figlia, Maricchia, che sapeva che non avrebbe trovato un marito. Una volta la Lupa si era innamorata di un giovane, Nanni, che mieteva il grano con lei, e lo guardava avidamente e lo seguiva; una sera gli dichiarò il suo amore e lui rispose che voleva in sposa Maricchia, ella se ne andò via per ripresentarsi ad ottobre per la spremitura delle olive e gli offrì in sposa Maricchia e Nanni accettò, ma sua figlia non ne voleva sapere ma la costrinse con le minacce. Maricchia aveva già dato dei figli a Nanni, e la Lupa aveva deciso di non farsi più vedere, anche perché lavorava molto durante la giornata. Un pomeriggio caldo svegliò Nanni che dormiva in un fosso e gli offrì del vino, ma egli la pregò di andarsene via, ma lei tornò altre volte incurante dei divieti di Nanni.
Maricchia era disperata e accusava al madre di volerle rubare il marito e andò anche dal brigadiere e Nanni lo supplicò di metterlo in prigione pur non rivedere la Lupa, ma ella non lo lasciava in pace. Una volta Nanni prese un calcio al petto da un asino e stava sul punto di morire, il prete si rifiutò di confessarlo se la Lupa fosse stata là, ella se ne andò ma, visto che Nanni sopravvisse ella continuò a tormentarlo e lui alla fine la minacciò di ucciderla. La Lupa gli si presentò ancora davanti e Nanni la uccise, senza che lei opponesse resistenza.
* La fabula e l'intreccio coincidono poiché i vari eventi della novella sono legati da rapporti logici temporali e causali e inoltre l'autore non utilizza delle tecniche come analessi o prolessi che sono indice di un intreccio diverso dalla fabula.
Il protagonista
La protagonista della novella è la Lupa, anche se il suo vero nome è Pina, ma questo è un soprannome molto azzeccato poiché ci rappresenta l'insaziabilità sessuale della protagonista, sempre intenta ad andare dietro agli uomini per cui provava solo ed unicamente attrazione fisica, perché quello che cercava lei non era l'amore ma il piacere. La Lupa era alta e magra, aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna eppure non era più giovane, e sembrava avesse la malaria addosso, era pallida e aveva delle labbra rosse e fresche. La Lupa è un personaggio fuori da ogni regola morale e sociale, per questo temuta proprio perché il suo unico scopo nella vita era quello di soddisfare la sue voglie e perciò è disposta a mettere in gioco tutto della sua vita; per legare comunque a sé Nanni costringe la figlia a sposarlo e anche dopo il matrimonio lei continua a corteggiare il genero, non considerando minimamente sua figlia. La Lupa pagherà con la morte la sua passione per Nanni, che esasperato dalla corte continua a cui era sottoposto dalla suocera arriverà alla decisione di ucciderla. La Lupa lavorava sodo per mantenersi, quindi sgobbava come qualsiasi altro bracciante e quindi avrebbe potuto ottenere il rispetto di tutti, ma visti i suoi comportamenti che anche oggi sarebbero considerati anche troppo libertini, per la società di allora erano considerati come qualcosa di demoniaco e quindi di cui si doveva avere paura, perciò spieghiamo l'emarginazione della Lupa.
Personaggi secondari
* Nanni è il giovane che sposa Maricchia a che viene corteggiato dalla Lupa, che ucciderà.
* Maricchia è la figlia della Lupa.
* Il confessore che concede la confessione a Nanni solo se la Lupa non fosse stata a casa sua.
* Il brigadiere è colui che cerca di arginare il problema ricorrendo alle leggi dello Stato.
I luoghi
La novella è ambientata nella campagna, si presume quella siciliana, le cui attività influenzano il lavoro dei contadini e che compaiono nella novella; quindi questo testo è legato al calendario "Agrario". Ciò che Verga ci suggerisce nella descrizione dei luoghi è il fatto che la vita del bracciante sia resa dura dalla calura tipica della Sicilia durante le fasi più importanti del lavoro, quindi il raccolto o la semina.
Il tempo: la novella individua i momenti più importanti della vita della Lupa, cioè la storia d'amore fallita fra lei e Nanni, ma possiamo tentare individuare il tempo cronologico che coprono i fatti, sappiamo infatti, perché Verga lo indica nella novella, che gli eventi più significativi della vicenda sono coincidenti con alcuni momenti del calendario agricolo, come la semina, il raccolto, la spremitura delle olive e così via.
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Libertà
Intreccio
Verga in questa novella rivive la vicenda di Bronte dopo la rivolta della povera gente che voleva dividere le terre dei ricchi, alcuni sventolavano un fazzoletto rosso dal campanile e altri gridavano nella piazza più grande la parola "Libertà". Don Antonio fu ucciso mentre cercava di fuggire e mentre passava a miglior vita si chiedeva perché lo stessero facendo. Anche il reverendo anche supplicava di non essere ucciso. Don Paolo fu ucciso davanti casa, sotto gli occhi della moglie che aspettava un po' di minestra da suo marito per sfamare i cinque figli. Neddu, il figlio del notaio, fu ucciso nel modo più terribile possibile, infatti era ancora cosciente quando gli fu vibrato il colpo finale. Egli era già ferito quando supplicò i garibaldini di non ucciderlo e un boscaiolo, lo ammazzò per pietà e si giustificò dicendo: "Tanto sarebbe stato un notaio, succhiasangue anche lui!".
Si faceva strage di chiunque fosse ricco, perciò la baronessa aveva fatto fortificare la sua abitazione e i suoi servi per vender cara la pelle sparavano contro la folla, che comunque non si demoralizzò e sfondò il cancello, dando la caccia alla donna nella sua villa. Infine fu scovata con i suoi tre figli tutti furono trucidati. La follia della gente si placò soltanto a sera, quando la pazza folla diminuì consistentemente. La Domenica dopo non fu celebrata messa e si pensò a come dividere le terre, ma tutti si guardavano in cagnesco perché non sapevano come fare, infatti non c'erano periti per misurare la grandezza dei lotti di terreno, notai per registrare la proprietà, e così via.
Il giorno successivo si apprese che il generale Nino Bixio stava venendo a fare giustizia, cosicché molti scapparono e fecero bene, poiché egli appena arrivato fece fucilare alcuni rivoltosi, poi vennero i giudici, che interrogarono i colpevoli e li portarono in città per il processo, che andò per le lunghe. Le cose in paese tornarono come prima, infatti i ricchi avevano le loro terre e i poveri dovevano lavorarvi per guadagnarsi il pane quotidiano, visto che i benestanti non le avrebbero neanche toccate. Il processo andò per le lunghe e alla fine tutti gli imputati furono ascoltati da una giuria composta dai ricchi e dai nobili, i quali ogni volta pensavano di averla scampata bella e si rallegravano di non essere nati e vissuti a Bronte. Infine fu pronunciata la sentenza e un carbonaro a cui erano state rimesse le manette era rimasto sbigottito perché non aveva assaporato la libertà di cui avevano tanto parlato.
* La fabula e l'intreccio coincidono perché i fatti narrati sono legati da rapporti temporali e causali, non c'è traccia dell'uso di tecniche narrative come l'analessi che indicano una non coincidenza fra fabula e intreccio.
Il protagonista
Il protagonista di questa vicenda è il popolo di Bronte inteso come la massa, tutte quelle persone che hanno partecipato alla rivolta. Quest'evento storico che Verga narra nella sua novella è ricordato come "I fatti di Bronte", ed è una reazione del popolo siciliano all'inganno garibaldino. In questa novella il popolo è una massa in cui uno dice e gli altri seguono, magari fanno delle azioni che non avrebbero voluto mai compiere da soli, ma sono stati trascinati dall'euforia di quei momenti. Il popolo di Bronte verghiano è simile per certi aspetti a quello milanese manzoniano durante la rivolta del pane, entrambi accomunati da una situazione disperata che opprime e alla fine trova come unico sfogo la rivolta armata. Tutto ciò cela un'ignoranza del popolo, che non riesce a risolvere certe questioni con l'intelletto, ed è stato proprio l'ignoranza dei più poveri su cui si è fondato il potere dei ricchi.
Personaggi secondari
* Neddu, il figlio del notaio.
* Don Paolo.
* Don Antonio.
* La baronessa.
* I figli della baronessa.
* Nino Bixio.
I luoghi
Verga fa riferimento ad uno luogo specifico, ovvero il paese di Bronte in cui si svolgono i fatti della novella, e a una città (forse Catania) in cui si svolge il processo ai rivoltosi.
Il tempo
La novella copre nella prima parte un arco di tempo comprendente circa tre giorni, è indefinito invece il tempo in cui si svolge il processo ai rivoltosi, che lo stesso Verga definisce molto lungo. Il contesto storico in cui si svolge la novella è quello dei fatti di Bronte, nel 1860, che furono duramente repressi dalle truppe capeggiate da Nino Bixio, che fu definito dai contadini "La Belva". Questa dura repressione segnò la fine delle richieste dei contadini che volevano la spartizione della terra; in questo furono ingannati da Garibaldi, che prometteva libertà in cambio dell'aiuto a scacciare i Borboni. I contadini vedevano la libertà come la ridistribuzione delle terre, i garibaldini come libertà morale e personale che era garantita dalla costituzione italiana; ma gli agricoltori meridionali erano ridotti alla fame e quindi a loro interessava solo avere un pezzo di terra da coltivare per mandare avanti la propria famiglia; da qui nacque la frase "La libertà non è pane". Questo fu uno dei primi dissidi fra il Meridione e il governo italiano. Questa volontà di non ridistribuire le terre fu una delle cause del brigantaggio, un sorta di protesta armata contro lo Stato.
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Rosso Malpelo
Fabula
* Descrizione di Malpelo
* Malpelo e la famiglia
* La morte del padre di Malpelo
* Malpelo nella cava e il rapporto con i colleghi
* Malpelo e Ranocchio
* La morte di Ranocchio
* L'episodio dell'evaso
* La madre e la sorella non vogliono più Malpelo a casa
* Malpelo non viene più ritrovato dopo essere andato negli antri della miniera
Intreccio
Ritratto di Malpelo - Rosso Malpelo era così chiamato dai suoi colleghi di lavoro alla miniere perché aveva i capelli rossi; essi lo maltrattavano, come sua sorella che lo picchiava se non portava a casa tutto il suo stipendio. Egli lavorava duro anche se il suo padrone lo teneva quasi per pietà, visto che suo padre era morto nella cava di rena.
La morte di mastro Misciu - Mastro Misciu era il padre di Rosso Malpelo e un giorno doveva terminare un lavoro a cottimo, molto pericoloso, quel sabato rimase anche il figlio ad aiutarlo, e lui già pensava come spendere i soldi che avrebbe ottenuto quando una montagna di rena lo seppellì. Venne chiamato l'ingegnere, che stava al teatro, e che venne solo per non avere dei rimorsi di coscienza, ma quando vide che c'era troppa sabbia da scavare decise di ritornare al teatro e furono costretti a portare via Malpelo dalla cava perché cercava invano di scavare e non ne voleva saper proprio d'andar via.
Malpelo e Ranocchio - Malpelo tornò al lavoro qualche giorno dopo la tragedia e scavava furiosamente nel luogo in cui era morto suo padre, era di malumore e trattava tutti male, uomini e animali. In particolare con un ragazzo, un certo Ranocchio, aveva stretto un rapporto di amicizia ambiguo e quasi morboso, infatti Malpelo lo malmenava per abituarlo a reagire e a non subire gli altri, quando piagnucolava per un lavoro pesante, Rosso Malpelo prima lo menava e poi lo aiutava, a volte gli cedeva la sua cipolla e mangiava quindi il pane senza alcun condimento di sorta. Quando Malpelo era attaccato da Mastro Misciu Ranocchio lo pregava di discolparsi ma egli non lo voleva fare, vista la sua situazione di emarginato da tutti, anche dalla stessa famiglia. Quando ritrovarono il corpo di Mastro Misciu Malpelo ebbe il paglio di pantaloni che portava il padre, le scarpe invece erano troppo grandi. D'estate Malpelo e Ranocchio andavano frequentemente in un luogo in cui si vedeva la salma di un asino morto e lì facevano delle riflessioni sulla morte e sulla misera condizione dell'uomo, a volte stavano lì le notti della Bella Stagione ad osservare il cielo stellato.
Ranocchio muore e Malpelo scompare nella miniera - Ranocchio si ammalò a causa del deperimento e Malpelo, vedendolo peggiorare ogni giorno che passava e cercava di guarirlo a modo suo, con schiaffi e botte. Addirittura delle volte aveva sottratto dei soldi dalla sua paga e li aveva usati per comprare del cibo a Ranocchio. Egli morì e Malpelo, non vedendolo nella miniera, andò a casa sua e lì trovò tutti che piangevano per la morte del ragazzo e non capì perché. Visto che la madre e la sorella non lo volevano più a casa, Malpelo un giorno si propose per una missione rischiosa per gli antri delle miniera non fu più rivisto.
La fabula e l'intreccio di questa novella non coincidono perché Giovanni Verga riprende un fatto che è accaduti prima della narrazione e il tempo non si svolge in un modo cronologicamente corretto.
Il protagonista
Rosso Malpelo è il protagonista dell'omonima novella, egli viene presentato inizialmente come una persona emarginata e denigrata dalla società in cui viveva. Lo si capisce già dalle prime battute. Egli era così chiamato perché aveva i capelli rossi, e i suoi colleghi della cava di rena, dove lavorava, ricollegavano questa sua caratteristica fisica alla sua malignità e alla sua cattiveria. Rosso Malpelo era un brutto ceffo, torvo, ringhioso e selvatico, era sempre cencioso e sporco di sabbia rossa. Malpelo era emarginato e vilipeso da tutti, privo di affetto e relegato ad una condizione subumana, privo di qualsiasi speranza nella vita futura, egli accetta ogni ingiustizia.
Egli aveva i capelli di colore rosso ed essendo questa caratteristica fisica collegata alla cattiveria, almeno questo era uno dei capi d'imputazione che l'Inquisizione aveva stabilito per le streghe eretiche, essa condannava il ragazzo ad essere emarginato dalla società. Il padre, mastro Misciu, era l'unica persona che lo comprendeva e quando muore Malpelo si sente sprofondare e viene colto da una grande disperazione, infatti il resto della famiglia non lo comprendeva e a volte lo maltrattava, come la sorella che si occupava di lui solo quando doveva prendergli la paga settimanale e doveva controllare che fosse tutta, poi per lei il fratello cessava di esistere ed era per lei motivo di imbarazzo. Lo stesso trattamento gli era riservato dalla madre, e anche i colleghi di lavoro lo trattavano malissimo e lo emarginavano. Malpelo era così rassegnato che non cercava di ribellarsi a nessuna ingiustizia e subiva, ciò lo spingeva ad accettare ogni imposizione. La salma dell'asino era divenuta la meta delle sue frequentazioni e gli aveva fatto capire i senso della vita, che trova respiro per chi viveva in una condizione subumana solo nella morte. Malpelo trova come unico affetto Ranocchio, che voleva forgiare a resistere alle avversità della vita che avrebbe incontrato e trovava, quando egli era ammalato, l'unica soluzione possibile la morte e molti minatori pensavano che lo volesse uccidere. Quando Ranocchio morì egli non riuscì a capire il dolore della madre perché il ragazzo non guadagnava quello che mangiava da due settimane; infatti per una persona che ha vissuto ai margini della società l'unico metro di valutazione è quello economico. Malpelo è una delle vittime di una società chiusa e poco aperta al cambiamento per cui le credenze o i proverbi sono più importanti delle persone e relegano chi ha certi difetti ad uno stato di emarginazione.
Personaggi secondari
* Ranocchio è l'amico più caro di Malpelo
* La madre e la sorella di Malpelo che si ricordavano di lui solo per la paga che doveva portare a casa
* I compagni di lavoro di Malpelo che lo emarginavano e lo deridevano
* Il carcerato
* Mastro Misciu l'unico familiare di Malpelo che lo comprendeva
Luoghi
La miniera dove lavora Malpelo è il luogo principale in cui si svolge la storia e con i suoi antri bui e tenebrosi riflette l'esistenza del povero Malpelo, costretto a lavorare sotto terra e nel buio, un po' come viveva la sua vita, era per questo che lui avrebbe desiderato fortemente lavorare all'aperto. Naturalmente la miniera di sabbia è un'ipotetica miniera siciliana perché molte delle novelle del catanese Verga sono ambientate nell'isola ed hanno come sfondo una società tipica dell'800.
Lo spazio
Il tempo in cui si svolge la novella è indefinito poiché prende alcuni attimi significativi della vita del protagonista e li narra, non troviamo quindi indicazioni testuali di tempo ma solo parole del tipo una volta, una sera, un tempo… Anche il contesto storico non lo possiamo dedurre attraverso elementi presento nel testo ma possiamo immaginare che esso sia quello della società contadina e dei piccoli lavoratori siciliani.
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Jeli il pastore
Trama
* Morte della madre di Jeli;
* Incontro con Mara;
* Morte del padre di Jeli;
* Morte del puledro;
* Festa di San Giovanni;
* Nuova lavoro di Jeli;
* Matrimonio con Mara;
* Tradimento di Mara;
* Uccisione di don Alfonso.
Jeli è un ragazzo indipendente cresciuto portando a pascolare le bestie, mentre don Alfonso è "cresciuto nel cotone", cioè proviene da una famiglia agiata. Inizialmente i due ragazzi passano la maggior parte del loro tempo insieme, sono ragazzi e la differenza sociale non influisce sul loro rapporto. Succesivamente, col passare del tempo, i due si limitano a salutarsi e la differenza sociale comincia a pesare sempre di più: entrambi dimenticano i momenti e le avventure passate insieme da ragazzi.
Mara è la ragazza per la quale Jeli perde la testa. È la figlia di Massaro Agrippino e della gnà Lia. Viene descritta come una ragazza bellissima con gli occhi neri come stelle che ama vestirsi di rosso. Il suo rapporto con Jeli è di stretta amicizia, tanto che alcuni a Tebidi dicevano che si sarebbero sposati. La prima parte della novella si conclude proprio con la sua partenza da Tebidi.
Attraverso l'episodio della morte di uno dei puledri che aveva in custodia, e al suo conseguente licenziamento, Jeli fa esperienza della violenza e della logica economica. Senza lavoro e senza un posto dove passare la notte Jeli vede sbattersi la porta della casa di Mara in faccia, come se fosse un pezzente. Attraverso ciò fa esperienza del disinteresse della gente nei suoi confronti e dell'abbandono. Jeli si vede escluso dal divertimento della festa quando tutti si divertono cantando e ballando mentre lui sta fuori ad osservarli. Jeli si vede escluso dall'affetto di Mara quando questa passeggia e chiacchiera con il figlio di massaro Neri e non si cura minimamente di Jeli che la osserva baciarsi con l'altro ragazzo. Il motivo economico è un elemento fondamentale anche nel legame tra Mara e Jeli. Quest'ultimo pensa di non poter pretendere di sposare Mara a causa della non irrilevante differenza sociale esistente fra i due.
Ecco il dialogo fra i due quando decidono di sposarsi:
Mara: "A Tebidi dicevano che saremmo stati marito e moglie, lo rammenti?"
Jeli: "Sì, ma io sono un povero pecoraio e non posso pretendere alla figlia di un massaro come sei tu".
Mara: "Se tu mi vuoi, io per me ti piglio volentieri".
Jeli: "Davvero?"
Mara: "Sì, davvero".
Jeli: "E massaro Agrippino che cosa dirà?"
Mara: "Mio padre dice che ora il mestiere lo sai, e tu non sei di quelli che vanno a spendere il loro salario, [...], e ti farai ricco".
Jeli: "Se è così ti piglio volentieri anch'io".
Mara: "To'! Se vuoi un bacio adesso te lo do, perché saremo marito e moglie".
Jeli: "Io t'ho sempre voluto bene, anche quando volermi lasciarmi pel figlio di massaro Neri".
Mara: "Non lo vedi? Eravamo destinati!"
Don Alfonso era talmente cambiato che quasi Jeli non lo riconosceva: aveva la barba ricciuta al pari dei capelli, una giacchetta di velluto e una catenella d'oro sul panciotto.
Il particolare dell'abbigliamento di Mara che richiama l'aspetto di don Alfonso e lo "assimila" a lui è l'oro che entrambi indossano.
Jeli scatta e uccide don Alfonso quando questi prende per mano e tocca Mara.
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Cavalleria rusticana
La trama
* Turriddu torna dal servizio militare e viene a conoscenza del fatto che Lola sta per sposare compare Alfio.
* Incontro Turriddu-Lola. Addio fra i due.
* Turriddu corteggia Santa per ripicca.
* Partenza compare Alfio.
* Lola ingelosita diventa l'amante di Turriddu.
* Ritorno compare Alfio.
* Santa informa compare Alfio della relazione fra la moglie e Turriddu.
* Compare Alfio e Turriddu decidono di sfidarsi per regolare la "questione".
* Addio fra Turriddu e sua madre.
* Uccisione Turriddu.
Lola si fidanza con Alfio, il ricco carrettiere. Dopo un primo accesso di furore Turriddu sembra accettare la scelta della ragazza. La sua rassegnazione è giustificata: come potrebbe mai pretendere un individuo nella sua condizione socio-economica di poter competere con Alfio, uno dei più ricchi e agiati abitanti della zona? Turriddu "per ripicca" corteggia Santa, la figlia di massaro Cola. Così facendo fa ingelosire Lola a tal punto da farla diventare la sua amante. L'evento centrale della storia è il tradimento di Lola che "adorna casa" in assenza del marito, cioè tradisce il compare Alfio con Turriddu. Il duello, come il bacio, può essere considerato un rito.
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Don Licciu Papa
Le galline stavano correndo davanti alle case quando arrivò zio Masi, incaricato dal sindaco di catturare le galline e i maiali che erano in contravvenzione. Come zio masi vide la porcellina di comare Stesa davanti alla porta di casa le mise al collo una fune e la catturò. Comare santa, disperata, tentò di fermarlo ma non ci riuscì; allora, per salvare la sua porcellina diede un calcio a zio Masi che cadde a terra. Le altre donne volevano far la festa a zio Masi per tutte le galline che aveva sulla coscienza, ma, in quel momento, arrivò don Licciu Papa. Don Licciu Papa chiarì subito la situazione: Comare Santa si prese la multa ma non andò in carcere perché il barone aveva visto che zio Masi non portava il cappello con lo stemma del municipio.
Don Licciu Papa si era interessato anche del pignoramento della mula di mastro Vito assieme all’usciere. Quando mastro Vito era stato citato da mastro Venerando per un debito non aveva potuto rispondere, perché non aveva un avvocato. La mula venne venduta e mastro Vito disperato disse che non poteva più lavorare e quindi non avrebbe mai potuto estinguere il debito. Mastro Vito disse male parole verso mastro venerando e se non fosse stato per don Licciu Papa sarebbe andata per il peggio. Un giorno curatolo Arcangelo si mise in causa con il reverendo, consapevole di ciò a cui andava incontro perché il reverendo aveva i migliori avvocati. Il prete, arricchitosi, aveva allargato la casa paterna e voleva costruire la cucina sopra la casa di curatolo Arcangelo; perciò, voleva costringerlo a vendere. Curatolo Arcangelo si rifiutò e il reverendo, per dispetto, gli buttava sul tetto dell’acqua sporca, dicendo che era acqua che serviva per innaffiare i fiori. Curatolo Arcangelo fece venire il giudice e don Licciu Papa ma il reverendo eliminò ogni prova. A furia di spese giudiziarie arcangelo rimase senza un soldo vendette metà casa al reverendo e metà al barone che voleva allargare la dispensa. La figlia di Arcangelo non voleva andarsene ma solo le vicine sapevano il perché. Nina, infatti era solita incontrarsi con un signorino che le abitava di fronte ma non ne voleva sapere di sposarsi; il signorino l’avrebbe mantenuta. Come lo seppe, arcangelo, chiamò don Licciu Papa per convincere la figlia a partire; ma, il giudice, disse che Nina aveva l’età per decidere. Quando Arcangelo vide il signorino gli diede una randellata in testa, ma, dopo che i passanti lo avevano legato accorse don Licciu Papa dicendo: "Largo alla Giustizia". Ad arcangelo venne dato un avvocato che riuscì a farlo condannare a soli 5 anni.
Tutte le storie che si intrecciano in questa novella si ricollegano tutte al problema comune del rapporto tra gli "umili" e la "giustizia": nel caso della zia Santa, quest'ultima vede sottrarsi il suo maialino per il semplice fatto che sostava in mezzo alla strada; nel caso di massaro Vito che si era visto pignorare la sua mula da don Licciu Papa; nel caso poi di curatolo Arcangelo, quest'ultimo doveva subire "l'innaffiamento dei fiori" da parte del Reverendo.
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Malaria
La malaria entra nelle ossa, camminando lungo le strade polverose di Lentini, Francofonte e Paternò. Alla sera, in questi paesi, si vedono persone sedute davanti la porta di casa, con il fazzoletto in testa o delle donne che allattano bambini che non si sa ancora se cresceranno e come cresceranno. Se qualcuno muore lo si carica nel carretto del fieno oppure su un asino e lo si porta nella chiesetta solitaria, come nel caso di Massaro Croce che da trent’anni inghiottiva solfato e decotto di eucalipto per curarsi. Compare Carmine aveva perso così i suoi cinque figli: tre maschi in età da lavoro e due femmine. Dopo che i figli si erano ammalati Carmine non spendeva più soldi per le medicine ma andava a pesca e preparava i suoi piatti migliori per stimolare l’appetito del malato. Fra i figli di Carmine l’ultimo a morire aveva una forte paura della morte che una notte si buttò nel lago. C’era chi della malaria era guarito senza prendere le medicine, come Cirino lo scimunito. Cirino non aveva una casa ma sostava sempre davanti a Valsavoia perché la strada era trafficata e molta gente gli dava due centesimi. L’unico nemico di Cirino fu la ferrovia perché la gente ormai non percorreva più la strada. La ferrovia portò la rovina anche all’oste. Gli affari andavano bene, tanto che egli aveva avuto quattro mogli, tutte morte per malaria, fatto che gli aveva procurato il soprannome di "Ammazzamogli", ma con la costruzione della linea ferroviaria nessuno si fermava più all’osteria: l’unico cliente era il cantoniere. Alla sera, quando l’oste vedeva passare il treno carico di gente pensava: "Per certa gente non esiste la malaria". Quando non poté pagare l’affitto il padrone lo mandò via e l’oste trovò lavoro nella ferrovia. Stanco ormai di correre su e giù per le rotaie vedeva il treno passare con le sue luci e i sedili imbottiti, e lui, seduto su una panchina, pensava: "Per questi qui non c’è proprio la malaria!".
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Il reverendo
Aveva perso l’aspetto di un reverendo perché si era tagliato la barba e indossava una sottana di stoffa fine. Durante la giornata osservava spesso i suoi campi e i braccianti che vi lavoravano, non ricordandosi che se non fosse stato accolto nel convento dei cappuccini e non avesse imparato a leggere e a scrivere non sarebbe mai diventato una delle persone più importanti. Viveva assieme alla madre, che svolgeva le faccende di casa e ad una nipote. Da ragazzo, il reverendo aveva comunicato alla famiglia di voler diventare prete e, per mandarlo a scuola, furono venduti il campo e la mula.
La famiglia sperava che se il figlio fosse diventato prete sarebbe stato meglio anche per loro ma non avevano disponibilità economiche per mantenerlo al seminario. Il ragazzo, però, venne accolto in convento da padre Giammaria, il quale lo aveva ben giudicato in quanto era molto abile in cucina e negli altri servizi. Aveva molte conoscenze che gli permettevano di far tutto: durante un’epidemia di colera si era procurato l’antidoto e non l’aveva offerto neanche alla zia che stava morendo. Riusciva ad accaparrarsi gli affari migliori e non si faceva scrupoli a prendere la roba degli altri. Non aveva un comportamento da vero prete perché celebrava la messa raramente e si preoccupava solo dei propri interessi. Era sempre rispettato per le sue conoscenze ma, con la rivoluzione le cose cambiarono: i contadini si erano istruiti, presso il giudice e le altre persone importanti il prete aveva perso il suo potere e ormai gli era rimasto da fare solo che il suo dovere.
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Cos’è il Re
Compare Cosimo, il lettighiere, aveva legato le sue mule nella stalla e si era fermato davanti alla porta ad osservare la gente che era andata li a Caltagirone per vedere il Re. Ad un tratto venne un funzionario del Re per dirgli che Sua Maestà voleva noleggiare la lettiga per andare a Catania. Compare Cosimo si preoccupò perché aveva paura che durante il viaggio qualcosa andasse storto e che il re gli avrebbe tagliato la testa con una delle tante sciabole appese ai muri. Cosimo diede altro orzo alle sue mule e durante quella notte non dormì.
Prima dell’alba le trombe della cavalleria lo destarono dal dormiveglia; uscì e vide che la gente ancora girava per le strade del paese e sentì che le campane di San Giacomo suonavano a festa. Cosimo preparò la lettiga e si diresse verso il palazzo del Re. La cavalleria fece largo tra la folla per far passare compare Cosimo ma il Re si fece aspettare molto.
Sua Maestà arrivò e battendo la mano sulla spalla di compare Cosimo disse: "Bada che porti la tua regina!" Ad un tratto venne una ragazza che chiese al re la grazia per suo padre perché era stato condannato a morte. Il Re l’accontentò e Cosimo venne preso dal terrore che Sua Maestà l’avrebbe condannato se fosse accaduto qualcosa durante il viaggio. Il viaggio andò bene anche se Cosimo era sempre preso dal terrore che la lettiga si rovesciasse mentre guadavano il fiume. Dopo molti anni gli vennero confiscate le mule perché non poteva pagare un debito, dato che ormai le strade erano carrozzabili e nessuno aveva bisogno della lettiga. Quando poi gli venne portato via il figlio Orazio per farlo artigliere compare Cosimo ripensò alla ragazza che chiedeva la grazia e disse che se il re fosse stato lì avrebbe aiutato anche lui e la sua famiglia; ma, ormai, il re era cambiato.
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Il Mistero
Ogni volta che lo zio Giovanni raccontava questa storia gli venivano le lacrime agli occhi. In paese il teatro era stato allestito nella piazzetta della chiesa, il sagrestano stava tagliando un grosso ramo di ulivo con la scure. Lo zio Memmu rimproverò il sagrestano per ciò che stava facendo ma la moglie lo calmò perché quell’ulivo serviva per il Mistero e il Signore avrebbe dato una buona annata.
Il Mistero rappresentava La fuga in Egitto: la Madonna era interpretata da compare Nanni mentre la parte di Gesù bambino era stata assegnata al figlio di comare Menica. I ladri erano interpretati da Janu e mastro Cola, i quali dovevano rincorrere la Madonna e San Giuseppe.
La scena fece tornare in mente a comare Filippa l’arresto del marito perché aveva ammazzato a colpi di zappa il vicino della vigna. I ladri raggiunsero San Giuseppe, e, la folla, prese dei sassi per lanciarli a Janu e mastro Cola nel caso in cui facessero del male a San Giuseppe. Don Angelino li calmò dicendo che la scena doveva essere così. Don Angelino era un prete che pensava molto ai soldi, infatti, una volta, si rifiutò di fare il funerale a compare Rocco perché la famiglia del defunto non aveva soldi. Un anno dopo compare Nanni si incontrò con Cola nello stesso luogo. Nanni era appostato davanti al campanile per vedere chi andava da comare Venera, la qual egli aveva assicurato che non si era mai vista con nessuno all’infuori di lui. Venera, però, si incontrava con Cola, il quale fu avvertito che Nanni aveva scoperto qualcosa dei loro incontri. Cola non andò più da Venera, quando una sera uscì di casa e si diresse verso l’abitazione della vedova. Bussò alla porta, l’uscio si aprì e si udì una schioppettata. Cola, gravemente ferito, venne portato a casa, dove lo attendeva la madre, la quale pregò moltissimo per avere salvo il figlio. Comare Venera era andata via dal paese e si era salvata ma ciò non accadde a Nanni, che venne arrestato e condotto in prigione.
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Gli Orfani
Le comari stavano impastando il pane quando la figlia di compare Meno arrivò dicendo: "Mi hanno detto di andare da comare Sidora". Comare Sidora la chiamò e si mise a preparare una focaccia per la bambina. Le altre pensarono che la matrigna della bambina, comare Nunzia, stava ormai per morire e perciò le avevano portato l’ultima comunione. Le donne commentavano il fatto che, se compare meno avesse perso anche la sua seconda moglie, sarebbe andato in rovina. Una donna si affacciò sulla porta e disse che comare Nunzia era morta e i beccamorti la stavano andando a prendere. Comare Sidora sfornò la focaccia e la diede alla bambina. L’orfanella voleva portare la focaccia alla madre ma venne fermata e si mise seduta su di uno scalino. Poi arrivò compare Meno, disperato per la perdita della moglie e, con le comari, cominciò ad elogiare le migliori qualità della povera moglie.
Le altre comari consolarono compare Meno offrendogli da mangiare e da bere e dicendogli di non affliggersi ma di pensare a comare Angela che dopo aver perso il marito e il figlio le stava morendo anche l’asino. Compare Meno disse che non si sarebbe più risposato perché una moglie come quella non l’avrebbe trovata mai più. Le comari dissero a compare Meno di andare da comare Angela perché forse avrebbe potuto trovare una cura per salvarle l’asino ma per l’animale non c’era più nulla da fare. Curatolo Nino, il padre delle due mogli di compare Meno, disse che non gli avrebbe mai dato in sposa la terza figlia quindi compare Meno mise gli occhi sulla cugina Alfia. Poi, vedendo l’asino morente che si rantolava a terra disse ad Angela: "Che aspettate a far scuoiare l’asino? Almeno ci ricavate i soldi della pelle".
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La Roba
Un viandante, che andava lungo il biviere di Lentini, per ingannare la noia del viaggio chiese ad un uomo: "Di chi è qui?", "Di Mazzarò!".
Proseguendo per quella strada vide una fattoria con depositi grandi come chiese, uliveti dove il raccolto dura fino a marzo e poi vigneti, aratri, mandrie: tutta roba di Mazzarò. Pareva che Mazzarò fosse il padrone di tutto il mondo. Mazzarò era un uomo molto piccolo che di grosso aveva solo la pancia, era ricchissimo ma mangiava solo due soldi di pane al giorno; l’unico suo vanto era un cappello di seta nera. Non aveva vizi: non beveva, non fumava, non amava le donne, non amava il giuoco delle carte.
Si ricordava del periodo in cui lavorava anche lui nei campi per quattordici ore al giorno, sempre sorvegliato da un uomo a cavallo pronto a frustarlo. Nei suoi uliveti non si contavano le donne che raccoglievano le olive e nelle sue vigne, ogni volta che si vendemmiava, c’erano gli uomini di tutti i villaggi dei dintorni. I mietitori dovevano essere mantenuti per tutta la giornata quindi Mazzarò li controllava molto severamente. Quando Mazzarò lavorava nei campi si sapeva sempre il giorno e l’ora dell’arrivo del padrone così nessuno poteva essere sorpreso ma egli, arrivava sempre nei suoi campi all’improvviso; a piedi o a cavallo della mula. Mazzarò si impossessò in breve tempo di tutti i possedimenti del barone, l’uomo per cui lavorava. Di una sola cosa si dispiaceva Mazzarò: ormai stava diventando vecchio e la terra la doveva lasciare li dov’era. Quando gli venne detto di abbandonare la sua roba egli uscì di casa e, ammazzando con un bastone tutti i suoi tacchini, gridò: "Roba mia, vientene con me!"
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I galantuomini
Il difetto è che sanno scrivere; se avete a che fare con loro vi estorcono il nome e il cognome e rimarrete sempre scritti su i loro libri, inchiodati dai debiti. Un giorno fra Giuseppe si recò nel podere di don Piddu per chiedere l’elemosina con una mula che gli era stata data in offerta. Allora don Piddu disse: "Che bella mula che avete, fra Giuseppe. Beato voi che senza seminare raccogliete; io ho cinque figli e devo lavorare per sfamarli tutti. L’anno scorso vi ho dato una parte del mio grano affinché San Francesco mi mandasse la buonannata ma non piove più da tre mesi".
Don Piddu, aiutato da altri quattro contadini rovesciò un secchio d’acqua addosso a fra Giuseppe. Fra Giuseppe, indignato, disse a don Piddu che gliel’avrebbe fatta pagare cara. Alla fine di carnevale vennero i missionari per la preparazione alla quaresima. Se c’era un peccatore essi andavano a predicargli davanti alla porta di casa, perciò, fra Giuseppe, indicava sempre la casa di don Piddu. Don Piddu aveva già molti problemi per la testa: la moglie malata, i debiti, le malannate, la mortalità del bestiame, aveva tutte le figlie in età da marito ma nessuna era riuscita a sposarsi.
La figlia più grande di don Piddu, donna Saridda, aveva quasi trent’anni e fortunatamente era riuscita a trovare un uomo con cui si potesse sposare: don Giovannino. Un giorno, poi, vennero pignorati i mobili di don Piddu a causa del suo debito quindi egli si trovò un lavoro come sorvegliante alle chiuse del Fiumegrande. Del resto quando uno aveva la forza per lavorare riesce a mantenere se e la sua famiglia come successe a don Marcantonio malerba, quando cadde in povertà. Un giorno venne giù il fuoco da Mongibello che distrusse numerosi terreni. Ciò causò una grave perdita per i galantuomini perché non sapevano più come guadagnarsi da vivere. A don Marco gli venne comunicata la notizia che la lava aveva deviato verso la sua vigna mentre stava a tavola con la famiglia. Egli si diresse subito alla vigna e vide il guardiano che stava portando via tutti gli attrezzi. Don marco disse di lasciare tutto lì perché ormai non aveva più nessun terreno su cui poter usare quegli utensili.
Anche i galantuomini hanno i loro guai, ad esempio don Piddu, che, dopo il pignoramento ebbe dei problemi causati dalla sua seconda figlia: donna Marina. Marina aveva ormai perso la speranza di sposarsi perciò si era messa con il ragazzo della stalla. Don Piddu si trovava nel convento dei cappuccini per gli esercizi spirituali ma, quando gli giunsero alcune vocii riguardo la figlia uscì, si diresse verso casa e trovò il ragazzo di stalla che fuggiva dalla finestra in camera di Marina. Don Piddu tornò in convento e si confessò da un missionario che stava pregando. Il missionario gli consigliò di offrire a Dio quel dolore ma avrebbe dovuto dirgli: "Vedete, anche ai poveri, quando gli succede la stessa vostra disgrazia stanno zitti perché il solo modo che conoscono per sfogarsi è andare in galera!"
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Di là del mare
Non udivano altro che il rumore della macchina e delle onde, a poppa, una voce lontana cantava una canzone popolare accompagnata dall’organetto. Rimasero ancora un po’ sulla porta della cabina prima di separarsi poi si rividero sul ponte all’alba. Quella mattina videro lo stretto di Messina aprirsi lungo la costa, videro il litorale della Calabria, la Punta del Faro, Cariddi. Ella volle che le indicasse le montagne di Licodia, la piana di Catania, il Biviere di Lentini. Ad un tratto lei disse: "Eccolo!". Si salutarono e le si diresse verso l’uomo che le era venuto incontro. Passarono alcuni mesi e lei gli scrisse che poteva andarla a trovare: si sarebbero incontrati in una casa in mezzo alle vigne riconoscibile da un segno fatto sulla porta. Pioveva come se fosse inverno, egli di riparò all’interno della casa e si mise ad aspettare. Sentiva il tempo passare dai rintocchi dell’orologio del paese vicino ma lei ancora non arrivava. Ad un tratto la pioggia cessò, poco dopo lei arrivò e abbracciandolo gli disse: "Non ti lascerò mai più". Rimasero a lungo dentro la casa, poi si diressero verso la stazione più vicina. Partirono e andarono lontano, in mezzo a quelle montagne di cui egli le aveva parlato. Si alzavano come faceva giorno e trascorrevano le varie giornate nei campi o all’ombra degli abeti. Al tramonto si vedevano le rovine dell’osteria di "Ammazzamogli", le vigne di Mazzarò, il Biviere di Lentini. Un giorno giunse una notizia molto triste: ella sarebbe dovuta ritornare in città. Si rincontrarono durante il carnevale e anche il giorno dopo, ma, l’indomani ella sarebbe dovuta ripartire con il primo treno. Anche lui doveva partire: era arrivato un telegramma che lo chiamava lontano. La sera seguente partì anche lui. Su un muro di una stazione vide i nomi di due innamorati scritti con il carbone. Ricordò di tutti i momenti passati insieme a lei e avrebbe voluto incidere su un sasso il nome di lei.
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Recensione libro Il ventaglio di Carlo Goldoni
Il ventaglio è una divertente commedia scritta da Goldoni, che narra le vicende di un piccolo paesino del settecento.
Il filo conduttore della trama è chiaramente il ventaglio, simbolo dell'amore tra Evaristo e Candida, attorno al quale l'autore affianca altre vicende. Tutto inizia quando, prima di partire per la caccia, Evaristo, rompe accidentalmente il ventaglio a Candida; egli subito si reca da Susanna, la merciaia, compra un nuovo ventaglio e lo dà a Giannina, una giovane contadina, con l'ordine di donarlo a Candida da parte sua. Il paese è molto piccolo e le notizie si diffondono molto rapidamente; infatti non appena Evaristo parte per la caccia, subito si diffonde la notizia che il ventaglio è stato donato a Giannina, il che insospettisce Candida, la quale non sa che Giannina ha il compito di donarlo a lei. Subito tra gli altri abitanti del paese si diffonde la notizia del ventaglio e tutti credono che Evaristo non voglia più sposare Candida; tra questi vi è il barone del Cedro, che coglie l'occasione per farsi amico il Conte di Rocca Marina il quale ha una certa importanza nel paese e il Barone sa che può domandargli di farlo sposare con Candida. La povera Giannina si reca a casa di Candida con le migliori intenzioni, ma non appena chiede di entrare, viene scacciata scortesemente, e lei, senza capire se ne va amareggiata. Durante il resto del tempo in cui il signor Evaristo è a caccia, il suo ventaglio passa nelle mani di tutti, la povera Candida si dispera al punto di essere persino tentata a sposare il Barone, che approfitta della situazione favorevole. Per fortuna in serata ritorna dalla caccia Evaristo, il quale con molta difficoltà riesce a risistemare la situazione e a dare finalmente il ventaglio a Candida. Per quanto riguarda i personaggi, possiamo individuare come protagonisti Evaristo e Candida, ma in realtà tutti gli abitanti del paesino compaiono in ugual misura. Durante le vicende i personaggi non compiono particolari cambiamenti o evoluzioni, anche perché il racconto si svolge in un solo giorno. Goldoni è molto abile nel trattare i dialoghi dei personaggi; infatti, spesso, oltre alle semplici parole, inserisce ciò che il singolo personaggio pensa, e spesso contrasta con ciò che dice. Questo permette al lettore di immedesimarsi meglio nell'atmosfera maliziosa e ricca di pettegolezzi che vi è in questo paese. Un aspetto significativo è il tempo; infatti le vicende avvengono nell'arco di una sola giornata, ma nonostante questo la narrazione è ricca di fatti e di colpi di scena. Inoltre la commedia è ambientata nel settecento, ma nonostante questo presenta alcuni aspetti molto attuali; ad esempio l'atmosfera maliziosa e ricca di pettegolezzi che regna nel paesino descritto nella commedia, la possiamo riscontrare facilmente anche in molti paesi dei giorni nostri. "Il ventaglio" è un testo teatrale, perciò presenta mloti aspetti significativi; innanzitutto è composto solo da dialoghi, il che rende il rito narrativo molto veloce, e inoltre è diviso in scene. Per quanto riguarda la divisione delle scene occorre notare una caratteristica: Goldoni infatti, divide il racconto in scene differenti, ma leggendo, il lettore si rende conto di come i cambiamenti non siano rigidi e bruschi, come si potrebbe pensare, ma le scene sono legate assieme e si passa da una all'altra quasi senza rendersene conto. In conclusione devo dire che questa commedia mi è piaciuta, non mi è sembrato che Goldoni sviluppi contenuti particolarmente profondi, ma dimostra tuttavia una particolare arguzia nel cogliere i difetti umani. In questo caso viene messo in evidenza come la malizia prevalga sulla semplice realtà: infatti nessuna ha pensato che Evaristo avesse semplicemente chiesto a Giannina di dare il ventaglio a Candida.
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Recensione libro Il vecchio che leggeva romanzi d'amore di Luis Sepùlveda
Luis Sepùlveda è uno fra i maggiori scrittori cileni; nato in Cile nel 1949 vive ora in Europa;
fra la Germania e Parigi. questo libro "Il vecchio che leggeva romanzi d'amore" è stato pubblicato per la prima volta da Guanda, con la traduzione di Ilide Carmignani. Diviso in otto capitoli, è un classico romanzo di avventura, ambientato nella foresta Amazzonica. L'autore utilizza un linguaggio piuttosto semplice, a volte fa anche uso di espressioni volgari che, tuttavia, contribuiscono a dare realismo al racconto. Il punto di vista è esterno.
Il protagonista è un vecchio di nome Antonio Josè Bolivar Proaño, colono del villaggio di El Idilio, un villaggio nel mezzo della foresta Amazzonica. Rimasto solo dopo la morte di sua moglie visse a lungo nella tribù degli indigeni Shuar, dai quali imparò l'arte della caccia e uno stile di vita legato al rispetto della natura. Come suo antagonista troviamo invece il sindaco di El Idilio. Proprio perché Antonio è in grado di comprendere i ritmi della foresta viene scelto per andare ad uccidere la femmina di tigrillos, che, da qualche tempo, sta sterminando numerosi gringos a causa dell'uccisione dei suoi piccoli. Antonio, aiutato dal dentista Rubicundo Loachamìn, scopre intanto la sua passione per i libri, specialmente per quelli d'amore. Pentitosi per aver ucciso il tigrillos torna alla sua povera capanna e ai suoi romanzi d'amore. Alla storia narrata in questo libro è strettamente legato il tema dello scempio che oggi si sta facendo del nostro patrimonio forestale mondiale.
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Riassunto libro I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello
A Girgenti, in Sicilia, vivono i tre già anziani nobili fratelli Laurentano: il principe Ippolito
(ancora fedele al passato borbonico, tanto da tenere una guardia in divisa d'epoca), don Cosmo (fedele, invece, alla figura del padre Gerlando, esule del Risorgimento), e donna Caterina (ripudiata dal principe perché sposa d'un martire dell'Unità, Stefano Aurite, uno dei Mille). Con don Cosmo vive Mauro Mortara, un altro ex garibaldino che udì le ultime parole di Stefano, ed è ferocemente affezionato all'Italia unita. Donan Caterina ha un figlio, Roberto, che cerca di continuare in politica l'opera paterna, e perciò si presenta come candidato alle elezioni. Il principe don Ippolito sposa Adelaide Salvo, sorella del ricco Stefano, padrone tra l'altro delle zolfatare in cui si manifestano i primi torbidi socialisti; sua figlia Daniella è innamorata sin da bambina dell'attuale ingegnere delle zolfatare, Aurelio Costa. Alle elezioni vince Ignazio Capolino, il candidato appoggiato da Salvo; la moglie del nuovo deputato, Nicoletta, è, d'altronde, l'amante di Salvo, praticamente vedovo di una moglie pazza. Intanto, a Roma cova la tragedia. Tra i tanti scandali dell'epoca ce n'è uno in cui è coinvolto Corrado Selmi, per il quale Roberto Auriti s'è fatto prestanome. Nonostante gli amici tentino di salvarlo, viene arrestato: Selmi si suicida, scagionandolo, ma la madre Caterina ne muore di crepacuore; contemporaneamente Salvo manda Aurelio Costa a domare la rivolta della zolfatare, e, pur d'impedire il matrimonio di questi (da lei respinto in gioventù) con Daniella Salvo, Nicoletta Capolino fugge con lui, ma vengono entrambi uccisi dalla folla imbestialita; Daniella quasi ne impazzisce, e a nulla vale il tentativo di darla all'affettuoso ed onesto Ninì (col cui matrimonio la famiglia spera di riparare i molti debiti): Daniella riprende a sorridere, ma si ostina a chiamare "Aurelio" il fidanzato. Testimone di tutto è il patetico Mortara, che va a Roma piangendo di commozione al pensiero di vedere la capitale d'Italia e vi scopre la corruzione dei governanti; tornato deluso e sconfortato nel suo angolo di ricordi in Sicilia, va a morire con le medaglie garibaldine sul petto a fianco dei soldati italiani che reprimono l'insurrezione popolare, ucciso proprio da quei soldati.
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Riassunto libro Utopia di Tommaso Moro
Utopia ha una derivazione leggermente ambigua, poiché, anche se si è sicuri del fatto che l'ultima parte del nome derivi dal greco
topos (luogo), non si è certi da dove derivi la prima parte: questa, infatti, potrebbe derivare dalla parola greca eu (bene), in questo caso utopia significherebbe "luogo felice", oppure da ou (non), che in questo caso darebbe ad utopia il significato di "non luogo", "luogo inesistente". Questa parola venne usata per la prima volta da Tommaso Moro, che in una sua opera del 1516 esponeva le usanze, le abitudini e i costumi del popolo dell'isola di Utopia, del quale sentì parlare da un marinaio; la controversia sull'origine del nome è dovuta al fatto che nell'opera di Moro viene presentata una società che ha entrambe le caratteristiche. L'origine più probabile rimane comunque quella di "non luogo", in quanto era intento dell'autore descrivere una società che fosse in qualche modo perfetta, ma che purtroppo fosse anche impossibile da realizzare. Ad avvalorare quest'ipotesi c'è anche l'uso da parte di Moro di alcuni nomi quali ademo (senza popolo) per designare il principe, Anidro (senz'acqua) per indicare il fiume vicino ad Amauroto (città invisibile), la città principale dell'isola di Utopia, che in precedenza fu chiamata Abraxa (dove non piove) di re Utopo. Il libro inizia con una lettera indirizzata ad un suo amico, Pietro, con il quale ascoltò il racconto sull'isola di Utopia; in questa lettera Moro chiede se per favore Pietro potesse correggere la sua trascrizione del racconto, allo scopo di evitare che ci possano essere degli errori. Di seguito alla lettera inizia la vera opera, che è divisa in due libri. Nel primo libro Moro descrive il suo incontro ad un ricevimento con l'amico Pietro, che coglie l'occasione per presentargli un personaggio che sicuramente sarebbe interessato all'autore, un marinaio esperto conoscitore di terre lontane a causa dei suoi lunghi ed innumerevoli viaggi: Raffaele Itlodeo. Dopo aver fatto conoscenza i due, assieme a Pietro, decidono di ritirarsi in un posto appartato e di iniziare a discutere. Durante la prima parte del dialogo vengono analizzati i vari problemi della monarchia inglese, discussione che sorge dal diverbio successivo alla proposta di Moro secondo cui Itlodeo poteva essere utile in carica di consigliere per un sovrano europeo in quanto era dotato di buon senso e di esperienza, essendo rimasto per cinque anni nell'isola di Utopia. In realtà il motivo per cui Itlodeo rifiuta ritenendo di non essere adeguato all'incarico è proprio il fatto di aver vissuto per un così lungo tempo in quella società: egli sa bene, infatti, che il modello utopico fosse irrealizzabile in qualsiasi altro stato a causa delle sue caratteristiche. Fra i problemi individuati vengono messi in risalto: la nobiltà parassitaria e i lati negativi della proprietà privati fra i quali, soprattutto, la divisione che faceva tra ricchi e poveri. Questi ultimi, infatti, erano fortemente dipendenti dalla nobiltà che li costringeva a mendicare e a fare lavori poco retribuiti. Inoltre viene trattato la questione della pena di morte e il fatto che, con questa, fossero puniti anche i ladri che erano in molti casi costretti a rubare per necessità. In generale possiamo dire che vengono trattai tutti quei problemi cui, nel secondo libro, tramite la narrazione del racconto di Raffaele Itlodeo, Moro cerca di dare una soluzione pur sapendo che l'isola da lui ipotizzata è del tutto irrealizzabile.
Nella seconda parte dell'opera - che coincide con il secondo libro - il discorso di Itlodeo si sposta sulla descrizione dell'isola secondo i suoi più vari aspetti.
La società
I cittadini di Utopia sono secondo la legge tutti uguali, anche se in realtà all'interno della società esistono delle differenze di classe. La divisione più sostanziale che possiamo trovare tra i cittadini è sicuramente quella tra uomini liberi e schiavi. Secondo lo statuto utopico tutti gli uomini nascono liberi; gli schiavi, infatti, non sono né prigionieri di guerra né figli d'altri schiavi, semplicemente presso gli utopici la schiavitù è una pena assegnata per i reati più gravi. Agli schiavi sono destinati i lavori più umili, mentre c'è l'uguaglianza tra gli altri cittadini. In realtà però anche tra i cittadini liberi esistono delle differenze di classe, che comportano alcuni privilegi per una di queste. Tutti gli uomini devono per legge avere un lavoro, anche se in realtà esiste una rotazione tra campagna e città, in modo che nessuno sia costretto a svolgere solamente i lavori agricoli nella sua vita. La società degli utopici è in realtà basata sul sapere, basti pensare alla classe sociale esente dal lavoro: gli uomini di lettere o sifogranti. Infatti i lavoratori hanno a disposizione nella loro giornata sei ore non lavorative, che possono dedicare allo svago o, se vogliono, allo studio; privilegiato è lo studio della letteratura. Tra questi vengono scelti i più meritevoli e vengono esentati dal lavoro, ed è da questa classe sociale che vengono scelti gli ambasciatori, i sacerdoti e le persone facenti parte delle istituzioni.
Le istituzioni
L'isola di Utopia è una federazione di 54 città, in ognuna delle quali il potere legislativo, giudiziario ed esecutivo è nelle mani del senato. Il senato in ogni città è formato da un principe (eletto a vita), da filarchi e da un protofilarco, eletto ogni dieci filarchi. Il principe è eletto dai protofilarchi d'ogni città che devono votare tra i quattro candidati che la città stessa designa. Oltre a questo senato all'interno delle città, ogni anno si tieni un ulteriore senato ad Amauroto con tre rappresentanti di ogni città. L'intero stato è basato sulla democrazia che viene materialmente rappresentata dai comitia publica, sede e istituzione principale. Non esiste un capo assoluto, addirittura ci sono leggi che evitano l'insediarsi di un potere tirannico, come per esempio il prendere decisioni politiche al di fuori del senato. Le leggi sono poche e chiare, in modo che la reggenza dello stato sia basata su pochi ma saldi pilastri, e che in questo modo possano essere tenuti bene a mente dai cittadini. Per la difesa dell'isola non esiste un esercito stabile, di conseguenza, in caso di guerra saranno gli stessi cittadini a difenderla. Preciso dicendo "difenderla" in quanto gli utopici non attaccano mai una popolazione vicina, ma si limitano a difendere l'isola o le loro colonie quando queste vengono attaccate. Il diverso modo di pensare influisce sugli utopici anche durante le guerre, in quanto essi ritengono vergognosa una vittoria ottenuta con un grandissimo spargimento di sangue, poiché secondo loro "sembra ignoranza pagar troppo caro una merce, per quanto di pregio". Secondo questo loro modo di vedere è molto più gratificante una vittoria ottenuta con un inganno, ma che riesca a ridurre le vittime.
La famiglia
Il nucleo fondamentale della società di Utopia è la famiglia, sia nel campo economico che politico. Essa è unità base della politica, giacché decide per l'elezione dei filarchi (uno ogni trenta famiglie) e dei candidati al principato. Questa è anche la prima tappa produttiva dell'agricoltura ed entità fondamentale della società. All'interno della famiglia a comandare è il più anziano, o, in caso disturbi dovuti ad una eventuale avanzata senilità, il parente prossimo più anziano. Anche all'interno della famiglia perciò ci sono delle differenze, per esempio il fatto che i figli devono ubbidire ai padri e le mogli ai mariti. Grande importanza è poi attribuita al matrimonio, tanto che le leggi sono molto più severe su quest'argomento, anche allo scopo di preservare la famiglia e la moralità. È per questo che come per qualsiasi altro "commercio", prima del matrimonio i due interessati vengono spogliati nudi e fatti vedere all'altro per la decisione finale e per verificare che nessuno dei due abbia imperfezioni fisiche che non aveva in precedenza fatto presente all'altro, per evitare così che il rapporto sia contratto senza il pieno amore e conoscenza dell'altro, e che sono vietati i rapporti precedenti il matrimonio.
L'economia
L'economia di Utopia è fondata sul lavoro, tanto che, come abbiamo già detto in precedenza, ognuno ha il dovere nella propria vita di imparare un lavoro; nonostante questo tutti i lavoratori di Utopia hanno il dovere, a rotazione, di lavorare in campagna; la rotazione è stata scelta affinché nessuno debba lavorare ingiustamente più degli altri, anche se questa rotazione non è così rigida come si potrebbe immaginare, e per rendersene conto basti tener presente il fatto che chiunque, se mosso da vera passione per il proprio lavoro può ottenere dei cambiamenti, a volte anche di un mese o più, sui turni. Preoccupazione dei sifogranti è che nessuno passi le sue giornate nell'ozio, ma che tutti abbiano un'occupazione; preoccupazione di questa classe sociale è però anche che nessuno debba fare più lavoro di quanto gliene spetti (a meno che non lo voglia lui di sua spontanea volontà lavorando anche in una parte delle sei ore che ognuno ha a disposizione), e per questo motivo la giornata lavorativa di ognuno è di sei ore. Moro precisa nella sua opera di non lasciarsi ingannare dal fatto che la giornata lavorativa sia così brave, in quanto poiché tutta la popolazione lavora non c'è mai mancanza di generi di prima necessità. Un altro punto sul quale è importante soffermarci è sicuramente l'atteggiamento degli utopici di fronte all'uso dei metalli e delle pietre preziosi come per esempio l'oro. L'atteggiamento delle persone rispetto all'oro è di rifiuto, siccome essi pensano che non sia necessari per il cittadino doversi abbellire con questo genere di oggetti (l'unico uso che "rientri nella norma" è per gli scambi esteri con le altre popolazioni), e perciò li usano in modi alternativi. Le pietre preziose vengono usate dai bambini per giocare, in quanto non sono ancora in possesso del modo del modo di pensare delle persone adulte, anche se verso i quindici anni anche loro le abbandonano; l'oro viene usato come materiale per i più svariati oggetti - Moro cita addirittura vasi da notte - e anche per cingerei polsi agli schiavi, perciò come segno di riconoscimento per loro.
La religione
In Utopia non vi è nessuna religione di stato ed è concesso a tutti di venerare il dio che ognuno sceglie. Nonostante questo però l'ateismo non è accettato, in quanto secondo il loro modo di vedere l'ateismo corrisponderebbe ad un abbassamento della natura dell'anima degli uomini, che per loro invece deve essere rispettata.
Come abbiamo già affermato la parola "utopia" nasce con l'opera di Tommaso Moro, ma il concetto che essa esprime è molto più antico. Infatti la nascita delle dottrine politiche utopistiche viene comunemente associata con Moro, ma questo è in realtà un discorso valido solamente per il periodo moderno, in quanto nell'antichità furono scritte altre opere a carattere utopistico. La prima opera di questo genere che la storia ricordi è sicuramente la Repubblica di Platone, che, anche se da un lato è connessa alla concreta base della polis greca, dà comunque un modello idealizzato, in quanto per il filosofo l'uomo si poteva realizzare solamente come cittadino, non come singolo individuo, e questo stato ideale era pensato proprio per questa funzione. Il mondo romano, invece, è povero o addirittura privo di tendenze utopistiche. Il suo forte senso giuridico, l'orgoglio realistico della civis, la scarsa propensione all'astrazione filosofica, la concretezza di questo popolo, la stessa potenza politica e vastità territoriale non ne favorirono certo lo sviluppo. Questa situazione continuò in seguito anche nel medioevo, dovendo perciò aspettare l'umanesimo per rivedere altre opere utopiste. Queste opere vengono infatti riscoperte proprio in questo periodo a causa del cambiamento culturale: difatti la seconda metà del cinquecento e il seicento rappresentano il periodo immediatamente successivo all'umanesimo; una delle conseguenze più importanti di questo movimento di pensiero fu sicuramente la valorizzazione dell'uomo come essere razionale, concezione che portò poi all'affermazione della ragione. Questo portò in seguito ad una più completa autonomia dell'uomo, che contribuì ad una laicizzazione del sapere. Quest'evoluzione, che per alcuni storici segna il passaggio da pseudoscienze a scienze vere e proprie, ebbe come conseguenza la formazione di nuove dottrine politiche e la rivoluzione scientifica. Le dottrine politiche di questo periodo sono le utopie, e il realismo di Machiavelli, che per le loro caratteristiche sono una l'opposto dell'altra; Machiavelli, infatti, preferì partire da un'analisi della realtà, facendo riferimento in particolare alla situazione italiana, su cui poi costruisce il suo pensiero politico. Nelle opere utopiste invece c'è la volontà di idealizzare la società, creandone un'altra come secondo gli utopisti sarebbe dovuta essere; è da questo che derivano le particolari caratteristiche di queste opere, come per esempio la mancanza di distinzioni di classi sociali (anche se, come abbiamo visto per quest'opera, questo principio non viene sempre rispettato). Dentro il modello ideale, che è possibile ricollegare a Platone, s'annida un rifiuto della società da ricondurre alla storia del tempo. La ragione, con l'autorità che le conferisce la sua conquistata autonomia, non accetta il dispotismo dei principi o le ingiustizie della società; non riuscendo, da sola, a sanare quei mali contemporanei che tuttavia individua e denuncia, ne trasferisce la soluzione al di fuori e al di sopra della storia.
Le tre utopie
Ognuna delle tre opere del periodo (Utopia di Moro, Nuova Atlantide di Bacone e La città del sole di Campanella) ha caratteristiche proprie, ma è possibile trovarvi degli elementi comuni. In tutte le opere vi è una visione idealizzata del luogo, in quanto le società descritte dai tre autori sono tutte poste su isole che vengono a loro volta collocate nell'emisfero australe del mondo, o comunque in luoghi lontani dalle società europee. Questa decisione è un modo per far risaltare maggiormente i caratteri di isolamento e di autarchia di questi popoli, che per la loro impostazione economica appaiono totalmente indipendenti dagli stati confinanti. Inoltre le società appaiono fondatale sul lavoro, e la sua razionalizzazione e la sua estensione all'intera comunità, anche alle donne, permette di aumentare il livello della produzione a beneficio di tutti e permette a tutti, e non più ad una sola minoranza privilegiata, di dedicare il tempo libero alla cultura. Si avverte qui la protesta e la condanna, esplicita del resto, sia in Moro che in Campanella, contro una società ancora gravata dal peso di parassiti e di oziosi. Le società utopistiche hanno la caratteristica di essere società precomuniste, e la caratteristica più lampante di questa interpretazione è sicuramente l'assenza di proprietà privata, per cui tutto appartiene a tutti ed è lo stato che distribuisce per esempio il cibo o le abitazioni (che nel caso di Utopia vengono distribuite anche in base ai "turni" di lavoro nelle campagne). Nel caso specifico dell'opera di Moro possiamo però vedere che la società, oltre che precomunista, può anche essere interpretata come una forma di socialismo, essendo una società meritocratica, dove i più capaci e più portati allo studio fanno poi parte della classe sociale dei sifogranti. Quest'aspetto rispecchia il desiderio di nuove gerarchie elettive fondate sul sapere, sul merito, sulla capacità, che ricorrono alla consultazione popolare, non più sui principi di assolutismo, dei diritti del sangue, della fondatezza dei privilegi del censo. Altri aspetti comuni alle tre opere sono il rifiuto della guerra, e la scomparsa del tempo: questo stava a significare che in alcune di queste società la giornata delle singole persone era preorganizzata, ovvero erano già decisi gli orari sia di lavoro sia quelli di tempo libero. Da notare che, nonostante in questo periodo si assista alla rivoluzione astronomica (al tempo di Moro in realtà iniziò semplicemente a circolare privatamente l'opuscolo De hypothesibus motuum coelestium a Se constitutis commentariolus di Copernico, che lo tenne nascosto per molti anni per timore delle possibili reazioni critiche), la scienza non è un aspetto cui gli autori dettero molto importanza; l'unica opera che abbia queste caratteristiche è la Nuova Atlantide di Bacone, in quanto nell'opera di Campanella, che pure ne intuisce le implicazioni sociali, ha ancora aspetti magici e astrologici. Contro l'arbitrio dei singoli, contro la prepotenza dei principi, si leva il limite dell'ostacolo di una razionalità comune a tutti gli uomini, cui ineriscono ormai diritti innati e naturali, anche se la schiavitù, che Campanella respinge, è ancora accolta da Moro che leva tuttavia la sua protesta contro la pena di morte.
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Recensione libro Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello
Vitangelo Moscarda scopre un giorno come l'immagine che lui ha di se stesso sia diversa da quella che gli altri hanno di lui, come egli sia, contemporaneamente,
uno, nessuno e centomila Moscarda. Meta del libro è una speculazione su questo tema, mentre la restante parte è il racconto del conseguente sgretolamento della personalità di Moscarda, a cominciare dalla decisione di chiudere la banca paterna per non essere più un usuraio agli occhi degli altri sino alla miseria (in ospizio) ed al processo per tentata violenza ad un'amica della moglie. La prima parte si dilunga troppo su un tema banale, quasi adolescenziale, mentre la seconda è del tutto immotivata ed improbabile.
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Riassunto libro Una vita di Italo Svevo
È la storia di un impiegato sognatore non integrato realtà cittadina. Alfonso Nitti ha lasciato il villaggio natio e la mamma Carolina per
trovare un impiego in città come corrispondente della banca Maller. I suoi colleghi (Miceli, Sanneo, Ballina, White, Alchieri e Cellani) e la famiglia presso cui vive (i Lanucci, padre, madre e figli, Lucia e Gustavo) rappresentano tutte le sue conoscenze cittadine. Quando il principale lo invita a cenare a casa sua, Alfonso s'introduce in un nuovo circolo d'amicizie piuttosto elevate: oltre ai servitori Santo e Francesca (quest'ultima sua compaesana ed amante di Maller), conosce Annetta (la figlia di Maller, forte ed altezzosa), il cugino Macario (candidato a sposare la cugina), l'anziano Fumigi (malato ed innamorato senza speranze della giovane) e l'antipatico Federico (erede di Maller).Alfonso si trova sperduto nel mondo della banca e della città in generale (passa il tempo leggendo libri); ventiduenne, ha un atteggiamento timido con le ragazze, e si sfoga sognando. La signora Lanucci spera che s'innamori di Lucia, cui tiene lezioni, ma ad Alfonso la ragazza non interessa. Frequentando le serate in casa Maller, Alfonso finisce per innamorarsi di Annetta, ma è sempre solitario ed impacciato. Una sera Annetta gli propone di scrivere un romanzo in due: nonostante Annetta non sia dotata, Alfonso ne è felice perché ha la possibilità di starle vicino. Alfonso non sa prendere un contegno deciso, e rimane sempre sospeso tra l'innamorato ed il collaboratore scrupoloso, ma la sua gelosia ed il suo affetto finiscono col vincere la freddezza di Annetta; dal bacio sul pianerottolo, con la complicità più o meno segreta di Francesca (che può sperare di ricavare un matrimonio con Maller soltanto da un matrimonio d'amore di Annetta), arriva all'amplesso, ma il legame che li unisce non è vero amore: lui è contento di possedere ciò che aveva desiderato, lei preferiva lui a Fumigi e Macario. Ora Annetta deve vedersela con il padre, e chiede ad Alfonso di prendersi due settimane di permesso, ma Francesca lo mette in guardia che, lasciata sola, Annetta l'abbandonerà e cederà al padre; così Alfonso si rende conto di quanto il loro amore sia fittizio e preferisce fuggire. Al villaggio trova la madre moribonda, e la assiste sino alla fine; durante questo tempo non prova alcun desiderio di tornare in città, e, anzi, Annetta gli appare sempre più vana e fredda. Morta la madre, Alfonso si ammala e deve rimanere ancora al villaggio, accudito dagli amici di famiglia. Tornato alla banca, apprende con sollievo che Annetta è promessa a Macario. In casa Fanucci è successa una tragedia: Lucia si è lasciata sedurre, ed ora è incinta, e Alfonso offre una cifra enorme all'uomo perché la sposi; rientra nel meschino ambiente della banca, e s'accorge che Maller lo evita; immeritatamente degradato, ne chiede il motivo a Maller, che, credendo voglia ricattarlo, si rimangia l'ordine, ma Alfonso, ferito da quel sospetto, convoca Annetta per un appuntamento; questa, che ormai lo odia freddamente per la sua aperta rinuncia, gli manda il fratello per sfidarlo a duello. Alfonso, che sa di non avere speranze di vittoria, sogna per l'ultima volta di veder piangere Annetta alla notizia del suo suicidio (estrema prova della sua lealtà verso di lei), ma, rendendosi conto di non comprendere i meccanismi della vita e del continuo dolore che questa provoca in lui, decide di realizzare almeno quest'ultimo sogno.
Pubblicato da
Baiox
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06:33
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