Poeta e drammaturgo inglese (Stratford-on-Avon, Warwickshire, 1564- 1616). [Si firmava di solito Shakspere.
Del suo nome, che si trova scritto spesso anche Shakspeare e Shakespere, si conservano in tutto ottantatré varianti Ortografiche. La forma Shakespeare risulta dall'edizione in folio.] Nonostante la molteplicità delle leggende, i cui aneddoti curiosi suppliscono alla scarsezza della notizie certe, la realtà biografica di Shakespeare è provata da documenti inconfutabili; essi attestano che era il terzo degli otto figli di lobo, ricco guantaio o proprietario terriero (yeoman) di Stratford che fu bailiff (balivo) della città, e di Mary Arden, appartenente a un'agiata famiglia dei dintorni. I registri della chiesa della Santa Trinità (Holy Triniry) di Stratford documentano che fu battezzato il 26 aprile 1564, tre giorni dopo la nascita, secondo la tradizione. Il 27 eovembre 1582 egli sposò Anne Hathaway, di Otto anni più anziana di lui. A Stratford, il 26 maggio 1583 fu battezzata la figlia Susanna, e il 2 febbraio 1585 i gemelli Judith e Namnet, morto nel 1596. La tradizione ha arricchito questi dati di particolari romanzeschi: lo ha detto figlio di un macellaio, costretto ad abbandonare la città natale, dove faceva il maestro di scuola, per avere cacciato di frodo i caprioli nel parco di un signorotto del luogo, sir Thomas Lucy di Char, di cui egli si sarebbe vendicato con una feroce ballata; poi guardiano di cavalli davanti ai teatri di Londra; amante della moglie di un taverniere di Ovford, Mrs. Davenant; morto di indigestione dopo una gozzoviglia col drammaturgo Ben lonson e il poeta M. Drayton in una taverna di Stratford. Alcuni critici hanno infine contestato la paternità delle sue opere, vedendo in lui solo un prestanome . La prima allusione alla sua carriera teatrale è fatta dallo scrittore Robert Greene, che nel romanzo Un soldo di spirito per un milione di pentimento (pubblicato postumo nel 1592) parla con dispetto d'uno Scuotiscena (Shake-scene), un Johannes factotum (buono a tutto fare), che si pavoneggia con le penne degli altri; ma dell'espressione malevola si rammarica lo stesso editore dl Greene, Henry Chettle, nella prelazione dl una sua operetta satirica, il primo lavoro Shakespeare pubblicato fu il poemetto mitologico di Venere e Adone (1593), a cui seguI poemetto Lucrezia (1594), dedicati entrambi all'amico Henry Wriothesley, conte di Sothampton, in compagnia del quale si è su posto che egli compisse un viaggio in Italia il 1592 e il 1594. Probabilmente in quell'epoca aveva già iniziato a comporre i sonenetti, pubblicati nel 1609. Nel 1594, alla riapertura dei teatri, chiusi l'anno precedente e causa della peste, Shakespeare entrò a far parte, come attore, autore e comproprietario, della compagnia protetta dal lord ciambellano, i Lord Chamberlain's Men, che recitava nel teatro di Shoreditch, il primo teatro stabile d'inghilterra, e della quale egli fu, insieme con R. Burbage, il membro più autorevole. In quello stesso anno comparvero la tragedia Tiro Andronico, pubblicata anonima e senza l'autorizzazione della compagnia, proprietaria esclusiva delle opere dei drammaturghi, una Bisbetica domata, probabilmente non shakespeariana e comunque assai diversa dda quella che conosciamo, e L prima parte della contesa fra le due celebri famiglie di York e di Lancaster, seguita da La verace tragedia di Riccardo, duca di York (1595), rispettivamente varianti della seconda. e della terza parte dell'Enrico VI. Dopo il 1594 si susseguirono edizioni anonime, in formato in quarto, non curate dall'autore, di parte dei suoi drammi, talvolta autorizzate dalla compagnia (good quartos, buoni quarti), talvolta clandestine (bad quartos, cattivi quarti). Francis Meres nell'opera Palladis Tamia, Tesoro dello spirito (1598), oltre ai summenzionati poemetti e ai sonetti elenca, esprimendo sul loro autore un giudizio fortemente elogiativo, dodici opere teatrali sicuramente shakespeariane, fino a quell'anno note al pubblico: I due gentiluomini di Verona, La commedia degli errori, Pene d'amor perdute, Pene di amor vinte (quest'ultima perduta, o, come vuole qualcuno, da identificarsi con La bisbetica domata, o Tutto è bene quel che finisce bene, Sogno di una notte di mezza estate. Il mercante di Venezia, Enrico IV, Riccardo Il, Riccardo III, Re Giovanni, Tito Andronico, Romeo e Giulietta. Come attore, Shakespeare nel 1598 recitò nel dramma dell'amico Ben Jonson, Ciascun uomo con il suo carattere. Il prosperare delle sue condizioni economiche è attestato dall'ottenuta concessione di uno stemma gentilizio per il padre e per lui nel 1596 e dall'acquisto, l'anno successivo, di una delle più grandi case di Stratford, New Place, dove egli si ritirò nell'ultimo periodo della vita. Non confermata da alcun dato esterno, invece, la sua supposta adesione alla congiura del conte d'Essex (1601), nella quale fu coinvolto il suo protettore, Southampton. Nel 1599 intanto, con il materiale recuperato dalla demolizione del teatro, la compagnia aveva eretto a Southwark, sulla sponda meridionale del Tamigi, il Globe. Alla morte della regina Elisabetta (1603) essa passò sotto la protezione del re Giacomo I e mutò il nome in quello di King's Men. La nuova compagnia mise in scena il Seiano di Ben Jonson (1603), in cui recitò Shakespeare. Le rappresentazioni dei suoi drammi continuarono fino al 1608, anno in cui la peste fece chiudere nuovamente i teatri. Alla loro riapertura nel 1609 la compagnia oltre al Globe possedeva il Blackftiars, un locale coperto, destinato al pubblico aristocratico. Dopo il 1611 il nome di Shakespeare non compare più negli elenchi della compagnia. L'ultima sua fatica teatrale fu l'Enrico VI .Il 25 marzo 1616 egli dettò a Stratford il testamento e il 23 aprile morì. La sua tomba è nella chiesa della Santa Trinità di Stratford. La pubblicazione completa delle opere drammatiche e non drammatiche di Shakespeare fu curata dagli attori dei King's Men John Heminges e Henry Condell nell'edizione in folio del 1623. Vi compaiono trentasei drammi divisi in commedie, storie, (Histories, cioè drammi ispirati alla storia nazionale) e tragedie. Le commedie sono: La tempesta, Due gentiluomini di Verona, Le allegre comari di Windsor, Misura per misura, La commedia degli errori, Molto rumore per nulla, Pene d'amor perdute, Sogno d'una notte dimezza estate, Il mercante di Venezia, Come vi piace, La bisbetica domata, Tutto è bene quel che finisce bene, La dodicesima notte, Il racconto d'inverno. Le storie sono: Re Giovanni; Riccardo II; le due parti dell'Enrico IV; Enrico V, le tre parti dell'Enrico VI; Riccardo III Enrico VII. Le tragedie sono: Coriolaano; Tito Andronico; Romeo e Giulietta; Timone d'Atene; Giulio Cesare Macbeth; Amleto; Re Lear; Otello; Antonio e Cleopatra; Cimbelino. Tra le storie e le tragedie compare Troilo e Cressida. Questi drammi, più il Pericle, non compreso nell'infolio, formano il canone shakespeariano. Ne sono esclusi due nobili parenti, pubblicato nel 1634 come opera di Shakespeare e J.Fletcher, e Sir Thomas More, edito solo nel 1044, opera di diversi autori, di cui una scena di tre pagine sarebbe stata scritta da Shakespeare. Tra le opere minori sono da ricordare la miscellanea di poesie Il pellegrino appassionato (1599), un breve componimento poetico, La fenice e la tortora (1601). e il poemetto Lamento dell'innamorata, apparso in appendice all'edizione dei Sonetti(1609). In una così vasta produzione, che denuncia come dato immediatamente rilevabile la straordinaria versatilità dell'autore, capace di provarsi contemporaneamente nei più diversi generi drammatici e poetici, si possono pur distinguere periodi abbastanza differenziati. Negli anni anteriori al 1601 il fervore col quale il poeta entrò in gara coi più fortunati esponenti del teatro contemporaneo, passando dalla plautina Commedia degli errori alla truce tragedia senechiana di Tito Andronico, lo portò a ispirarsi a una concezione che persino in un dramma della passione quale Romeo e Giulietta lascia intravedere un sostanziale riconoscimento dei valori positivi della vita. La presenza nei severi drammi storici, che si collegano all'antico teatro religioso, di personaggi come Falstaff è un indizio significativo di questa disposizione del poeta, il quale del testo rivela la sua originalità soprattutto nel fantastico Sogno di una notte dimezza estate, nel geniale contrappunto sentimentale del Mercante di Venezia, Molto rumore per nulla, Come vi piace, La dodicesima notte, e nella commedia borghese delle Allegre comari di Windsor. Una diversa pessimistica concezione, cui non furono estranee le vicende che allora sconvolsero l'Inghilterra a cominciate dalla congiura del conte di Essen, caratterizza invece il secondo e più prestigioso periodo del teatro shakespeariano, dal 1601 al 1600. Nelle stesse commedie di quegli anni, come Tutto è bene quel che finisce bene e Misura per misura, il riso si fa amaro e spesso sarcastico. Ma quelli furono soprattutto gli anni delle tragedie in cui grandeggiano i personaggi dominati dalle passioni più folli e le vittime della perfidia umana, sia che il poeta s'ispirasse alla storia antica sulla scorta di Plutarco (Antonio e Cleopatra, Coriolano), sia che attingesse dalle leggende o dalla tradizione novellistica (Amleto, Otello, Re Lear, Macbeth). Una serenità che non ha più il carattere fiducioso degli entusiasmi giovanili, ma nasce da una contemplazione distaccata delle contraddizioni della vita ispirò infine i capolavori dell'ultima stagione, compresa fra il 1600 e il 1616: Cimbelino, li racconto d'inverno, La tempesta. L'opera teatrale di Shakespeare nacque in perfetto accordo con la sua età, e alcuni dei suoi tratti caratteristici si Spiegano innanzi tutto come concessioni al gusto del pubblico. Tra gli spettatori si mescolavano aristocratici, borghesi e artigiani, gli unì appassionati per le battute spiritose, i giochi di parole, i dialoghi frizzanti, le trovate romanzesche e le soluzioni patetiche, gli altri portati ad apprezzare la violenza e l'orrore di alcune scene tragiche e il buffonesco di altre, più vicine alla farsa che alla vera e propria commedia. Ne si deve sottovalutare la tecnica degli spettacoli propri dell'età elisabettiana: la scena era una piattaforma che si pro- tendeva come una penisola in mezzo agli spettatori della platea, i quali assistevano in piedi, mentre solo pochi privilegiati potevano assistere seduti nelle gallerie o sulla scena stessa. Rudimentale e simbolico era lo scenario; la convenzione teatrale era accolta senza riserve, e questo consentiva rapidi e frequenti cambiamenti di luogo; l'atmosfera era creata dal testo; i ruoli femminili erano sostenuti da giovinetti; fantasmi, apparizioni portentose non turbavano gli spettatori, i quali partecipavano allo spettacolo manifestando liberamente il loro entusiasmo e la loro delusione. Queste condizioni danno ragione di quelli che vennero a lungo considerati i difetti del teatro shakespeariano: struttura tutt'altro che rigorosa, mescolanza di generi, violenza, grossolanità, inverosimiglianza. Ma proprio in quelli che potevano sembrare gli errori di Shakespeare consiste la potenza eccezionale della sua poesia, capace di interpretare nella sua ricca e contraddittoria complessità tutta la vita. Nella sua opera, che pur rielabora soggetti per lo più noti, c'è infatti tutto ciò che il teatro può offrire: fantasia aggraziata e lieve, preziosità, comicità raffinata, realistica o farsesca, voli epici, fremiti lirici, grandezza tragica. E se alla lettura questi elementi possono talvolta sembrare non perfettamente fusi tra loro, il movimento e il ritmo impresso alle scene fanno si che nella rappresentazione l'unità risulti perfettamente raggiunta. Lo stile non ha nulla che lo uguagli in tutta la poesia inglese: vigoroso e immaginifico, sa di volta in volta mettere a profitto le risorse d'una prosa colorita e quelle del verso sciolto (blank verse), al quale, dopo avere spezzato lo schema rigido del pentametro giambico dei primi drammi, il poeta seppe imprimere nelle sue grandi tragedie una straordinaria flessibilità e una eguagliabile forza di suggestione; questa raffinatezza di stile è tale da non cedere talvolta nemmeno a quella che l'artista seppe attuare nei Sonetti, capolavoro della lirica inglese. Ma, anche nell'opinione popolare, Shakespeare è soprattutto creatore di personaggi Immortali: eroi portati dal loro tormento interiore al limite della disperazione, quali Amleto, Macbeth, Otello, re Lear; affascinanti creature femminili, delicate e fragili come Ofelia e Desdemona, o maliziose e abili come Rosalinda e Viola, infine figure comiche, vittime ridicole ma al tempo stesso commoventi delle loro debolezze, come Malvolio, o piene d'iniziative e vivacissime, come Falstaff.
La fortuna di Shakespeare
Mentre i contemporanei avvertirono la grandezza del drammaturgo, di cui Ben Jonson celebrò alte lodi nella prefazione all'edizione in folio del 1623, il periodo che segui la riapertura de teatri inglesi dopo la parentesi puritana (l642-1660f vide appuntarsi contro di lui le censure dei critici, informati al culto classicistico dell'ordine e della chiarezza razionale: quello stesso che indusse Voltaire a correggere drasticamente il giudizio favorevole inizialmente espresso su Shakespeare nelle Lettere filosofiche. Presso il pubblico inglese, tuttavia, la sua popolarità rimase immutata, anche in virtù delle interpretazioni magistrali. Ma che ne diede David Garrick e che furono illustrate perfino da pittori, come Reynolds e W. Hogarth. Ma solo col prevalere del gusto romantico l'arte del drammaturgo inglese si rivelò in tutta la sua potenza; in questo senso, la sua fortuna offre spunti di somiglianza con quella di Dante, colui, tra i grandi creatori, col quale, nonostante la diversa collocazione storica, egli ha più forti punti di contatto. Espresse immaginosamente le ragioni dell'ammirazione, sempre più crescente fuori dell'Inghilterra a datare dai Settecento, il Goethe, quando paragonò l'opera del grande drammaturgo al libro della natura, In lui videro l'ideale precursore i poeti dello Sturm und Drang. che ne diffusero le tragedie in Europa. Spirito assolutamente romantico, lo proclamò F. Schlegel, il cui fratello A. W. Schlegel curò, in collaborazione con L. Tieck, una magistrale traduzione di tutta la sua produzione (1797-1810), ancor oggi validissima. In Italia l'arte di Shakespeare costituì uno dei principali termini di polemica tra classicisti e romantici ed ebbe tra i più illustri sostenitori il Manzoni, che ne penetrò la potente verità drammatica e il severo pessimismo. Tra le poche voci di dissenso, nell'ottocento, quella di Tolstoi, che condannò Shakespeare sulla base di un giudizio moralistico. Memorabili interpretazioni teatrali delle opere drammatiche di Shakespeare diedero in Inghilterra gli attori Edmund Kean e Henry lrving, in Germania l'austriaco Kainz. Tra gli interpreti del secolo, si ricordano gli inglesi I. Gielgud, I. Guthrie, e, prestigioso tra gli altri, I. Olinier, che a Shakespeare dedicò nel 1955 un mirabile ciclo di rappresentazioni al Memorial Theatre di Stratford, e ancora D. Wolfit, M. Redgrave; gli italiani E. Novelli, E. Zacconi, R. Ruggeri, R. Ricci, 5. Randone, V. Gassman; tra i registi lo stesso Oliviet, Reinhardt, Sharoff, L. Visconti, I,. Squarzina. Sha kespeare fu portato sullo schermo da G. Cokor (Giulietta e Romeo, 1936), A. Cayatte f Gli amanti di Verona, 1948), Castellani (Giulietta e Romeo, 1954), Zeffirelli (Romeo e Giulietta e La bisbetica domata, 1968; Amleto, 1990). Ma colui che meglio di ogni altro ha saputo tradurre Shakespeare per immagini è stato L. Olivier, il quale ha diretto e interpretato sullo schermo Enrico Vf1944), esempio insuperato di perfetta trasposizione cinematografica del teatro shakespeariano, Amleto (1948), Riccardo III(1956). Marloe Brando fu Antonio e James Mason Bruto nell'ottima versione del Giulio Cesare a opera di Mankiewicz (1953); Orsoe Weiles diresse con originalità A4acbeth (1948) e Otello (1951), mentre Akira lCurosama realizzò una singolare versione giapponese del A4acbeth con Il castello delle ragnatele o Il trono di sangue (1956). Traduzioni italiane totali o parziali del teatro shakespeariano sono state fatte da G. Baldini, E. Cecchi, E. Montale, Quasimodo, C. V. Lodovici. Al teatro shakespeatiano si ispirarono musicisti di ogni epoca: tra questi assunse particolare rilievo la produzione di H. Purceli (di cui va soprattutto ricordata l'opera The Fairy Queen (1692) dal Sogno di una nozze di mezza estate) e quella di Verdi, che legò al nome del drammaturgo, di cui fu profondo conoscitore, alcune delle sue più alte realizzazioni: Macbeth (1847), Otello (1887), FaIstaff (1893). Nell'ambito del melodramma sono inoltre da citare l'Otello di Rossini (1816), l'Oberon di Weber (1826) (dal Sogno di una nozze di mezza estate, I Capuleti e i Monlecchi di Bellini (1830), ispirati a Romeo e Giulietta, cui si rifecero più tardi Gounod (1867) e Zandonai (1922) mantenendo il titolo originale. Tra gli autori di composizioni sinfoniche figurano H. Berlioz, con l'ouverture Re Lear (1831) e la sinfonia drammatica Romeo e Giulietza (1839) e Ciaikovski con I'ouverture omonima (1869), mentre alla musica di scena diede il massimo contributo F. Mendelssohn-Bartholdy con il suo Sogno di una notte dimezza estate (1826-1843).
La questione shakespeariana
Nel corso del xix sec., in concomitanza col rinato culto per il teatro di Shakespeare e con l'intensificarsicarsi delle indagini biografiche ed erudite, avanzò l'ipotesi che l'autore di così vasta produzione non fosse l'uomo di Stratford, ma un personaggio di grande cultura, e per ignote ragioni si celava dietro il nome del modesto e, si presumeva, incolto attore W. Shakespeare. Per lungo tempo il nome suggerito dagli antistratfordiani fu quello di filosofo E. Bacone, il cui prestigio culturale e la cui posizione politica sembravano accreditare le ragioni di un voluto anonimato in opere teatrali. Accanto al suo furono fatti i nomi di William Stanley, 6° conte di Derby ottimo conoscitore della lingua e della letteratura francese; di Robert Devereux, 2° conte di Essen, uomo d'armi di ricca cultura, assai ben introdotto a corte prima del e complotto contro la regina Elisabetta che ne segnò la condanna; del famoso esploratore e navigatore sir Walter Raleigh; del drammaturgo Marlowe, che la storia vuole assassinato in una rissa d'osteria nel 1593; secondo i suoi sostenitori, la cui tesi parrebbe avvalorata dalla scarsezza di notizie relative a Shakespeare per il periodo anteriore al 1953 egli avrebbe simulato la morte per sfuggire ad un'accusa di ateismo, e, nascostosi presso l'amico Thomas Walsingham, avrebbe continuato a scrivere, firmando le sue opere successive col nome di W. Shakespeare. Ma il candidato sul quale convergono, con fondate ragioni le teorie dei critici moderni è Edward de Vere, 17° conte di Oxford, uomo di vasta cultura e poeta, investito di importanti cariche a corte, il cui stemma presentava un leone shaking a spear (che scuote una lancia) e che per l'abilità nei tornei era denominato Spearshaker (scuotilancia). Un cenno meritano ancora la teoria collettivista che, fondandosi sulla molteplicità delle fonti shakespeariane, avanza l'ipotesi di una redazione collettiva delle opere (in cui Shakespeare oppure ancora il conte di Oxford avrebbe avuto la parte di redattore coordinatore), e il problema suscitato dalla tentata identificazione del personaggio cui sono dedicati i Sonetti.
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lunedì 2 marzo 2009
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mercoledì 25 febbraio 2009
Esame di Stato 2008
TIPOLOGIA A – ANALISI DEL TESTO
Giovanni Pascoli – La somarella di Giovannino
1 Sciacchete! Sfrigola la lavandara
Tutta operosa nel suo lieto canto.
Zumpete, zu! Le fa eco il tamburo
Che del caprone un dì rubò il manto,
5 E le cicale, dai mesti giaggioli
All’ultima estate tessono duoli.
Mentre s’inoltra per la viuzza
La balia antica di Giovannino
Ancor rimembra l’esil pagliuzza
10 Che un dì adornava il suo bel bambino.
Oggi la paglia in ferro si muta,
splush! risponde, a chi la saluta,
e Giovannino (cosa ben rara!)
le terga monta d’una somara.
15 Oh somarella, che geme e che raglia
Sotto la verga di Giovannino,
Tu lo sapevi che la molle paglia
Dura diviene a chi fu piccino?
Nato a San Mauro di Romagna (Forlì) nel 1855, Giovanni Pascoli subì appena dodicenne un trauma terribile (del quale darà conto in uno dei suoi più noti componimenti, "La cavalla storna"): l'uccisione del padre. A un anno di distanza, perse anche sua madre e, nel 1876, fu la volta del fratello maggiore Giacomo. Le sue opere giovanili (“Myricae” e "Primi poemetti") sono incentrate sulla ricerca della purezza delle piccole cose. Seguono poi la poesia eroico pindarica dei "Canti di Castelvecchio" (1903), i temi civili e storici di "Odi e inni" (1906), "Nuovi poemetti" (1909), "Canzoni di re Enzio" (1909), "Poemi italici" (1911). L'essenza della poetica pascoliana sta tutta nella prosa "Il fanciullino": il poeta deve, con infantile freschezza, cogliere “il mistero” nello scorrere delle esperienze quotidiane”. Pascoli muore a Bologna, nel 1912.
Analisi del testo:
a) Individua il metro e la struttura della poesia
b) Nel testo si ravvisano diverse onomatopee. Cerca di spiegare la loro origine, con particolare riferimento allo splush! del verso 12 .
c) “La somarella di Giovannino” include molti riferimenti all’universo pascoliano. In particolare, la fusione panica tra uomo e natura sembra richiamare il celebre “Il gelsomino notturno”. Analizza in maniera dettagliata la relazione che intercorre tra queste due opere.
d) In cosa consiste il rapporto tra Giovannino, la balia e la somara? Qual è il nesso che lega i tre protagonisti della poesia?
e) Di cosa è indicativa la metafora della “molle paglia” che “dura diviene”?
f) C’è a tuo avviso un nesso tra l’atteggiamento di Giovannino nei confronti della somara e il trauma subito dal Pascoli nell’infanzia, raccontato nella “Cavalla storna”?
g) Nella poesia è sottintesa una dura condanna della politica agraria del governo Crispi? In quali strofe in particolare?
TIPOLOGIA B – Redazione di un saggio breve o di un articolo di giornale
Sviluppa l’argomento scelto o in forma di “saggio breve” o di “articolo di giornale”, utilizzando i documenti e i dati che lo corredano.
Se scegli la forma del “saggio breve”, interpreta e confronta i documenti e i dati forniti e su questa base svolgi, argomentandola, la tua trattazione, anche con opportuni riferimenti alle tue conoscenze ed esperienze di studio.
Da’ al saggio un titolo coerente con la tua trattazione e ipotizzane una destinazione editoriale (rivista specialistica, fascicolo scolastico di ricerca e documentazione, rassegna di argomento culturale, altro).
Se lo ritieni, organizza la trattazione suddividendola in paragrafi cui potrai dare eventualmente uno specifico titolo.
Se scegli la forma dell’ “articolo di giornale”, individua nei documenti e nei dati forniti uno o più elementi che ti sembrano rilevanti e costruisci su di essi il tuo ‘pezzo’.
Da’ all’articolo un titolo appropriato ed indica il tipo di giornale sul quale ne ipotizzi la pubblicazione (quotidiano, rivista divulgativa, giornale scolastico, altro). Per attualizzare l’argomento, puoi riferirti a circostanze immaginarie o reali (mostre, anniversari, convegni o eventi di rilievo).
Per entrambe le forme di scrittura non superare le quattro o cinque colonne di metà di foglio protocollo.
1. AMBITO ARTISTICO - LETTERARIO ARGOMENTO: Pace e tolleranza tra i popoli
Poscia che’l velcro ebbe sonato innante
Alla furiosa turba de’trapassi
Brubano mira l’onda altisonante
Del mare che guatarono i Circassi.
Tuononno i petti al gurgio fluttuante,
come dicesse l’aura “Qui non passi!”,
quando una vampa di rubizzo foco
nel cielo si scaldava poco a poco.
Ravvisava Bruban l’incantatore
Ch’a Frigundo violò ‘l turpe budello,
ove lo scarmignato frullatore
tratto l’avea in cammin da Dardanello.
Poscia lo cedimento dell’onore
Il re de’ Cimbri s’era fatto bello
Di tale impresa, che parea letale
All’accorato duol d’ogni mortale.
Ubaldo Sperimbeni, “Il Brubano Liberato”
Chi è quell’uomo che rischierebbe il collo per il suo fratello? Chi è il gatto che non sgaiattolerebbe via quando c’è il pericolo intorno? Riesci a capirlo? E’ un uomo difficile, e solo la sua donna riesce a capirlo! La sua donna, la dolce e sensuale Leilah! Ditelo ad alta voce! Sono nero e ne sono orgoglioso! Ho grandi pretese, e pretendo di far bene! I miei bisogni sono tali che pretendo troppo, ma sono solo e nessuno può dirlo!
(Dall’Autobiografia di Malcolm X)
Pittore ti voglio parlare
mentre dipingi un altare.
Io sono un povero negro
e d’una cosa ti prego.
Pur se la Vergine è bianca
fammi gli angioletti negri.
Se tu
dipingi con amor
perché disprezzi il mio color?
Se vede bimbi negri
Iddio sorride lor.
Fausto Leali, “Angeli Negri”
Ah se in ciel benigne stelle, La pietà non è smarrita, O toglietemi la vita, O lasciatemi il mio ben. Voi, che ardete ognor si belle Del mio ben nel dolce aspetto, Proteggete il puro affetto Che inspirate a questo sen.
Pietro Metastasio, “L’Eroe Cinese”
A.Strepponi: Pensiero Magico (ceramica, 1972, Galleria della fondazione Borromeo)
I popoli che combattono per sublimi idee nazionali hanno forza di vita e ricchezza d’avvenire. Tengono nelle proprie mani i loro destini. Non di rado le loro forze, creatrici di comunità, sono valori di portata internazionali, aventi per la convivenza dei popoli effetti più benefici che gli “immortali principi” del liberalismo, i quali intorbidano e avvelenano i rapporti tra le nazioni. Comprenderli nel loro senso più profondo, nella loro assenza, significa rendere servigio alla pace del mondo e quindi al benessere dei popoli.
A. Relith, “Manifesto per la pace tra i popoli”
2. AMBITO SOCIO-ECONOMICO
L’informazione su Internet può essere definita affidabile?
Ma la diffidenza nasce anche dal dubbio di trovarsi di fronte a cosiddetti “fake”, ovvero siti burla architettati da goliardi della rete. Un timore legittimo soprattutto in Italia, che detiene probabilmente il primato del finto predicatore più discusso degli ultimi anni. Tutto ha inizio il 17 agosto 1999, quando l’Associazione Famiglie Cattoliche “San Carlo Borromeo”, con sede ad Afragola (NA), posta il suo primo messaggio su alcuni newsgroup italiani dedicati ai videogame. È l’inizio di un piccolo fenomeno di Usenet. L’associazione, che si definisce “un ente morale che da diversi anni si occupa delle più drammatiche piaghe della nostra società”, mette in guardia i videogiocatori dalle conseguenze del loro hobby, con messaggi colmi di dati statistici (puramente inventati) e di riflessioni paradossali sulla moralità dei videogiochi. Il popolo dei newsgroup si divide tra chi risponde a tono, abboccando totalmente al tranello, e chi ride dei post della Borromeo, fondati su chiari cliché da predicatore, come la traduzione letterale dei termini stranieri o la ricerca ossessiva di metafore. Il fenomeno si spegne circa 15 giorni dopo, quando il provider dell’Associazione viene bersagliato di proteste e costretto a chiudere l’account del predicatore.
Ivan Fulco, “La Bibbia nei videogiochi”, in “La Stampa”,
In rete il troll è colui che entra in una comunità virtuale per spargere il caos. Spesso manifesta opinioni deliranti e inaccettabili, che devono trarre un inganno una parte dei frequentatori di tale comunità. Il troll trae un immenso godimento quando qualcuno prova a confutare in modo serio le sue astruse teorie. Tra le altre sue attività, c’è quella di diffondere falsi scoop, mirati a creare il panico. Il divertimento del troll consiste nel provocare reazioni scomposte e spropositate. Se gli rispondete, ricordatevi che fate il suo gioco. Solo il vostro silenzio può allontanarlo. Non cantate vittoria, però, quando il troll se n'è andato via: forse domani si ripresenterà da voi in un'altra
forma, più potente di quel che siete in grado di immaginare.
Ciro Ascione, “Fenomenologia del troll”, in “Computer Interactive”
Come orientarsi oggi nelle trappole dell’informazione? Quali sono i parametri che ci permettono di discernere la verità dal falso? Siamo sicuri che dietro l’autostrada virtuale di Internet non ci sia il complotto di qualche lobby pluto-massonica? Un’informazione falsa che viaggia sulle vie digitalizzate dell’informazione elettronica può oggi trarre in inganno migliaia di persone, specie se non ancora approdate a quella maturità che molti ambiscono a raggiungere. C’è un modo per difendersi dalle false notizie diffuse ad arte dai professionisti dell’inganno e della menzogna?
Maurizio Blondet, “Il laptop di Samuele”, “L’Avvenire”
Una scena da film dell'orrore. E' a questo che hanno pensato gli ispettori sanitari quando, in un garage in Via delle Cento Fontane di Afragola, hanno assistito al raccapricciante spettacolo di una quindicina di gatti conficcati in vasetti di vetro, invischiati nella colla e orrendamente mutilati. Come spesso accade, l'orrore è scaturito da Internet. Ciro A., un ragazzo di diciassette anni, dopo aver visitato un sito americano che spiegava come si confezionano "gatti bonsai", ha cercato di fare altrettanto nel garage di casa sua. "Avevamo sentito alcuni rumori sospetti - spiegano i vicini - e quando abbiamo visto Ciro che continuava a introdurre gatti nel garage abbiamo pensato a rituali satanici. Poi il garage ha iniziato a emanare un tanfo insopportabile, e abbiamo telefonato alla Asl locale". Ora il giovane è sotto osservazione psichiatrica. "Non credevo di fare del male a quei gatti", si è giustificato. Ancora una volta, Internet si è dimostrata un vero e proprio pericolo per chi non sa distinguere realtà e fantasia. Si, perché la pagina web dei "gatti bonsai" altro non era che uno scherzo di pessimo gusto di uno studente americano. Con dovizia di particolari, il sito spiegava come mettere in bottiglia gatti appena nati perché acquisissero la forma desiderata. L'orrore di Afragola dimostra quanto certi scherzi non siano semplicemente stupidi, ma criminosi. "E' giunta l'ora di mettere sotto controllo Internet - dichiara il sociologo Alberto Abruzzese - per evitare la
diffusione di informazioni ambigue e scorrette. Le generazioni attuali stanno perdendo i veri valori, sostituiti da televisione, videogiochi, e ora anche dalla Rete".
C. Sorice, “Violenza sui felini? E’ colpa di Internet”,
E' bufera su it.fan.starwars. Il gruppo, costituito diversi anni fa per dare uno spazio di discussione agli appassionati di Guerre Stellari, negli ultimi tempi aveva perso di vista gli scopi originari. Un fenomeno che è fisiologico nei gruppi aperti, non moderati, ma che a volte supera il limite. Secondo il GCN, il gruppo coordimento newsgroup italiano, che amministra la gerarchia it.*, questo sarebbe accaduto in it.fan.starwars, che sarebbe degenerato perdendo del tutto di vista il suo argomento. Il GCN starebbe ora valutando alcune ipotesi, tra le quali rendere il gruppo moderato o chiuderlo del tutto. Nel frattempo, però, l'avviso del GCN ha scatenato la reazione dei partecipanti del gruppo. Molti dei quali, per prepararsi al trasferimento, hanno cominciato a postare regolarmente i messaggi non solo in it.fan.starwars ma anche, in copia, su it.cultura.fantascienza, lo storico gruppo fondato da Luigi Rosa nel 1996 che è una delle maggiori community italiane. L'impatto ha causato molta confusione, con thread spezzati fra i due gruppi, e il risentimento della comunità di it.cultura.fantascienza, che si è sentita invasa da una massa di nuovi personaggi alcuni dei quali, purtroppo, decisamente fastidiosi.
Silvio Sosio, “Il brutto caso di it.fan.starwars”, “Il Corriere della Fantascienza”
3. AMBITO STORICO – POLITICO – Il pensiero al femminile, tra rivendicazioni ed eccessi
Eppure la maschera dominante del maschio castratore, la metafora di Saturno che divora i propri figli perché provvisti dell’apparato riproduttivo, finisce per autoriprodursi nella metempsicosi non dell’anima bensì del corpo . E’ dal corpo infatti che bisogna ripartire per desemantizzare lo strapotere maschile, che si basa per l’appunto sulla negazione degli opposti, sull’azzeramento della pratica yin-yang, sul rifiuto delle filosofie orientali in nome di uno strutturalismo fallocratico. Missione del pensiero “altro” è bruciare le differenze, valutare il transgenderismo come eccesso pedagogico, revocare una prossemica di ideali neoplatonici per far risorgere, vivida e trionfante, l’ideale della Gran Madre Cibele evocata nei cicli lunari!
Cloe Calmesturi, “L’alterità come prassi”
Jeff Koons: “The Eternal Feminine 5”, tecnica mista
Parinetto, che scriveva dopo lo strappo del Partito comunista italiano con quello sovietico e molto dopo la denuncia dei crimini di Stalin, era andato, nella lettura di Marx, ai fondamenti di un'alienazione umana che denunciava nella società, in ogni tipo di società presente e ancora a venire, la preistoria dell'uomo. Preistoria confermata da ogni tipo di regime instaurato nel Novecento. Preistoria che si supererà soltanto nel superamento di ogni forma di alienazione storica.
Di qualunque alienazione. Nell'affermazione e nel superamento della diversità. Leggiamo un suo passaggio: «L'omosessualità, l'analità, la danza delle streghe (con il suo poliformismo e la sua transessualità) hanno il compito di distruggere, nel vissuto, quei ruoli sessuali che sono essenzialmente funzionali alla riproduzione del capitale». Il linguaggio di stampo hegeliano, oggi piuttosto astruso, non ci proibisce di cogliere il significato di queste parole: un femminismo come pura reattività storica nei confronti del maschilismo ne crea un clone invertito, così come l'omosessualità che si pone come diversa ortodossia non mutano, nella sostanza, nulla.
Aldo Nove, “Per dove passa la rivoluzione?”
Occhi/ Mani che mi afferrano/ Dovunque / Pensiero / Dove sei, pensiero? / Non mi portare / Nel bosco di sera / Ho paura / Del bosco di sera / Fiamme che ardono/ Silenzio / Orgoglio ferito / Orrori / Ancora orrori / Di nuovo / Poi nulla / Il Buio
Lezie Bikona, “Stupri in Bosnia”, in “Poesie scelte”, 1995
Le islamiche sono alla mercè di un fanatico morto da qualche secolo che, quando era in vita, ha ammazzato gente, violentato donne e bambini, scuoiato bastardi a caso e che, improvvisamente, ha deciso di inventarsi una nuova ridicola religione perché il cristianesimo non gli avrebbe mai permesso di essere quel che era. Il Cristianesimo è la religione di questo grande paese con l'inno nazionale più bello del mondo. L'islam invece è solo una credenza creata nel deserto da quattro marroni idioti che volevano fare le cose a modo loro.
Oriana Fallaci, “Conversazione con Leonard Spears”, dal “New York Observer”
Gruppo di femministe nella Berkley del 1968
Con ordinanza del 1.3.1999 il G.I.P. del Tribunale di Biella disponeva misura carceraria a carico di A. B., indagato per i seguenti reati: a) articoli 81 c.p.v., 609bis e 609ter n. 1 c.p. (perché, con abuso dell'autorità di insegnante di sostegno, aveva costretto il minore di anni tredici (omissis) a subire atti sessuali e a compiere atti sessuali sulla sua persona), b) articoli 600ter, comma 1, e 600sexies, commi 1 e 2, c.p. (perché aveva sfruttato il predetto minorenne al fine di realizzare e produrre materiale pornografico).
Da una sentenza del tribunale di Biella
4. AMBITO TECNICO – SCIENTIFICO. La scienza veterinaria di fronte all’emergenza dell’influenza aviaria.
Il nuovo Frontline Combo è un antiparassitario per uso esterno integrato con Fipronil e Methoprene che protegge dall'infestazione di pulci, zecche e pidocchi sia l'animale che l'ambiente in cui vive. Elimina pulci adulte e pidocchi in 24 ore e zecche in 48 ore; bloccando il ciclo di sviluppo delle pulci ne elimina uova e larve che si riversano nell'ambiente e ne impedisce la riproduzione per circa 6 settimane. Resiste a bagni e shampoo medicati, si può utilizzare sia sulle femmine in gravidanza che durante l'allattamento e nei cuccioli dalle 8 settimane di vita. Pratico nella confezione spot-on, è disponibile anche per gatti. L'applicazione è mensile.
Dal depliant pubblicitario di un prodotto veterinario
In natura i pappagalli hanno una preoccupazione primaria: quella di proteggersi dai predatori. Un pappagallo ammalato o ferito diventa l’obiettivo principale per i predatori. A causa di questo, i pappagalli hanno imparato a “mascherare” le loro malattie. Quindi nel momento in cui il pappagallo realmente mostra un segno evidente di malattia o malessere, spesso è tardi per intervenire. Per questo è molto importante riconoscere i sintomi e i segni di una malattia prima che diventi seria e di conseguenza mortale. Spesso si sente parlare di pappagalli morti improvvisamente, del tutto inaspettato. I proprietari spesso non si accorgono o non hanno avuto idea che il loro pappagallo fosse malato. Tuttavia, una volta interrogati sui sintomi specifici, ammettono di essersi accorti di piccoli determinati cambiamenti, ma non hanno realizzato che erano segni di una malattia in decorso. E’ bene quindi osservare spesso e con molta attenzione le feci quotidiane del pappagallo in modo da poter riconoscerne quando il colore e la consistenza cambiano. Anche notare i cambiamenti nelle abitudini e nel carattere possono aiutare a prevenire eventuali morti.
Konrad Lorenz, “La saggezza dei pappagalli”
Non sono da sottovalutare, nell’attività diocesana, i rischi del contagio uomo-animale, specie quando i prelati abbandonano la retta via indicata da San Paolo per indulgere alla debolezza di Pasifae. Malattie quali brucellosi e relativi agenti zoonotici, di campilobatteriosi, echinococcosi, listeriosi, salmonellosi, trichinellosi, escherichia coli che produce verocitotossine, yersiniosi e cisticercosi hanno già colpito molti confratelli, cui consigliamo maggiore prudenza.
Camillo Ruini, “Discorso alla Conferenza Episcopale”
Se si trova un uccello morto, è fondamentale comunicarlo allo State Laboratory Institute (SLI), L’SLI deciderà se esaminare o no l’uccello. Se il test è necessario, si dovrà telefonare al Boston Animal Control, che provvederà a prelevare l'uccello. Sebbene il test non sia necessario per tutti, è importante notificare la presenza di tutti gli uccelli morti. Un numero elevato di uccelli morti in una data zona può significare che l’aviaria è prossima a contagiare l’uomo.
Comunicazione dello State Laboratory Institute ai cittadini di Boston
L'ornitorinco (Ornithorhyncus anatinus) è stato a lungo un bel mistero per gli studiosi: il becco che ricorda quello di un'anatra, l'andatura strisciante tipica dei rettili, la coda piatta come quella dei castori, il pelo idrorepellente simile a quello delle talpe. Appartenente all'ordine dei Monotremi, è, insieme ad altre due specie di Echidna, l'unico mammifero a deporre le uova, da cui nascono cuccioli che sono nutriti attraverso le mammelle della madre. Insomma uno strano intreccio che rappresenta forse l'anello di congiunzione tra Mammiferi e Rettili e il cui nome (mono uno solo, trema orifizio) è dovuto alla presenza di una cloca, porzione terminale dell'intestino, nella quale confluiscono sia l'apparato riproduttore che quello escretore.
Trafiletto apparso sulla rivista “Focus”
TIPOLOGIA C – TEMA DI ARGOMENTO STORICO
La neutralità del Lussemburgo alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, secondo recenti teorie storiografiche, può essere interpretato come esito di un’azione diplomatica propositiva, attraverso la quale il “non schieramento” implica una precisa cognizione dell’assetto geopolitico mondiale. Il candidato ripercorra le fasi principali di questo processo dinamico che, nell’era dei totalitarismi, ha reso il Lussemburgo esemplare deuteragonista della scena politica europea.
TIPOLOGIA D – TEMA DI ORDINE GENERALE
Commenta la seguente frase del filosofo Gianni Vattimo, “il consenso in una società postmoderna non può esplicitarsi se non in una serie di frangenti de-centralizzati, se proprio si vuole cercare un centro di gravità permanente nei flussi migratori dai quali si ribalta la prospettiva delle radici cristiane del Vecchio Continente. I concetti di democrazia e flessibilità, nell’ottica dell’Unione Europea, fanno emergere con prepotenza i bisogni comunitari di integrazione e di sviluppo tecnologico, strettamente interconnessi a una ridefinizione dell’idea di pari opportunità. Queste non vanno intese come sottrazione di mano d’opera al mercato del lavoro ma come produzione di senso all’interno della società dei mass-media, nella quale sembra ri-definirsi la dialettica neoliberista di inizio secolo.”
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Temi gratis La ginestra
Sviluppo del concetto di solidarietà in Leopardi e ne “La Ginestra”:
Questa lirica sembra voler racchiudere in un’ultima sovraumana prova espressiva il senso più riposto della poesia e del pensiero leopardiani e, insieme, vuol essere un estremo messaggio di solidarietà umana. Essa “è l’espressione più lontana possibile dalla poesia che rasserena e distacca dalla realtà dei problemi massimi dell’uomo. E non inganni la stessa gentile e disadorna bellezza del “fiore che i deserti consola”, perché la sua consolazione è in verità assai singolare, se essa presenta una virile immagine dell’uomo sottratto a tutte le illusioni, e tutte le speranze, a tutti gli inganni mitologico-religiosi e invitato -anzi comandato- a romper per sempre una concezione di accettazione della forza che lo opprime e una concezione boriosa e retorica della propria sorte privilegiata e immortale, accettando solo coraggiosamente la verità della sua tragica e innocente situazione e combattendo tutti i suoi vani sforzi di velarla e colorirla con cieli metafisici e facili paradisi in terra, che costituiscono altrettante prove della sua disperata, istintiva coscienza del male che lo assedia e lo limita e lo spinge a simili deliri della mente e della fantasia. Né l’uomo può accettare il soave profumo di quel fiore come una gentile grazia consolatrice della poesia rifiutandone il perentorio invito ad un diverso comportamento, magari riducendo questo ad un rilancio di cristiana pazienza e di fraternità di miseri, senza comprendere l’aspetto eversivo che quella stessa solidarietà sostiene e ad essa conduce con implacabile e trascinante consequenziarietà. Poiché quella solidarietà è duramente impiantata nella nozione di un interesse comune faticosamente attuabile solo accettando l’itinerario che ad essa conduce con coraggio di verità e volontà.
Alla fine non c’è speranza, ma volontà disperata disillusa, faticosa, e la ginestra più che simbolo della poesia tout court, è simbolo della poesia di un amore severo che chiede all’uomo tutto quanto il poeta afferma fino alla stessa nozione pratica di una poesia, nata solo da un impegno supremo che congiunge nell’atto poetico verità persuasa, esperienza e volontà rinnovatrice. E così può colorarsi -con superba padronanza dei mezzi linguistici e tecnici(le stanze, d’inusitata lunghezza e di completa libertà formale, alternano i toni d’altissima poesia, ai passaggi lirici)- di toni perentori, affettuosi, sdegnosi e irridenti, di prospettive di immagini e paesaggi che possono passare dallo spalancarsi vertiginoso di sterminate visioni dell’infinità dei mondi e dalla severa dolcezza di una bellezza vitale (il lido di Napoli e i suoi aspetti affascinanti) alla scabro e concreto paesaggio desolato, come una crosta terrestre lacerata e scagliosa: il formidabile paesaggio della campagna vesuviana.
Nella Ginestra il suo ininterrotto atteggiamento protestatorio sfocia in una proposta attiva, poiché ha avvertito che era necessario oltrepassare i limiti di una morale individualistica. Il poeta torna a credere, come già nella sua giovinezza, che l’uomo ha bisogno di un’idea da predicare e realizzare.
Il cieco meccanicismo della natura permane, ma l’uomo ne costituisce, come coscienza, la grande eccezione; e fra la natura e l’uomo, negando la natura meccanica, ricava la forza morale per reagire, e la contrapposizione lo porta ad estirpare il male del terreno della società dove egli può decidere della propria sorte. Potrà crearsi uno spazio tutto suo: <<…tutti fra sé confederati estima gli uomini, e tutti abbraccia con vero amor, porgendo valida e pronta ed aspettando aita negli eterni perigli e nelle angosce della guerra comune.>>.
Un disegno che si progetta contro la natura è un atto di liberazione: l’uomo non potrà non esser schiavo dell’onnipotente matrigna, ma non sarà schiavo di sé stesso. Contro l’immenso regno della inesorabile necessità, si farà portatore di nuovi valori da costruire nelle dimensioni del piccolo regno che gli è proprio.
La natura-matrigna è per Leopardi l’assoluta realtà, di struttura meccanica, destituita di valori; ma per noi è una grandiosa metafora che, tradotta nel linguaggio odierno, indica l’esistenza di un’eterna forza negativa condizionante che nessun nuovo ordinamento della società riuscirà ad eliminare, perché è radicata nella finitezza dell’uomo, che è immerso in una realtà sconfinata. Finitezza non solo corporea e temporale, ma soprattutto dell’intelligenza, della capacità di azione, di realizzazione, di resistenza ai mali morali e alle ripetute sconfitte.
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Al polo opposto dell’atteggiamento eroico si colloca la noia leopardiana, che è il momento non evitabile, spesso ricorrente e certamente insidioso, per l’uomo moderno quando diventa consapevole, ripiegandosi su se stesso, della propria individuale impotenza di fronte all’incommensurabilità delle forze ostili della natura della società; ma il progetto di fratellanza universale apre un campo infinito dove tutti possono trovare il loro posto di fatica, decidendo di resistere al male.
Leopardi non può nell’intimo dell’animo e nei suoi sogni solitari, non aspirare ad un mondo migliore purificato dalla virtù. Ma su lui grava la certezza dell’immutabilità della legge della natura, nemica agli uomini, e reagisce con durezza estrema definendo tutto il secolo superbo e sciocco. Gli altri parlano ed agiscono in nome di un progresso collettivo della società; egli conosce solo quel processo interiore, indipendente dalle condizioni storiche della società, che nascendo dalla consapevolezza della propria miseria porta l’individuo ad un’esigenza di nobiltà morale, trovando la giustificazione della vita insignificante in un lucido coraggio, in una strenua coerenza con se stesso. La conclusione è questa: il messaggio politico contenuto nella Ginestra non rappresenta una fase conclusiva di uno sviluppo riconoscibile. Se togliamo la famosa pagina dello Zibaldone tante volte citata, e citata anche in questo discorso, da tutti i componimenti che poggiano sul materialismo leopardiano e destinati al pubblico non è concesso di ricavare un’idea politica progressiva. Questo ideale comporta l’immediata rivalutazione delle virtù dell’uomo, considerate non naturali ma acquisto dell’uomo stesso in un futuro processo storico.
All’interno però dell’aspra società contraddittoria è doveroso creare, rinnovando gli istituti, uno spazio umano dai confini sempre più ampi in cui radicare quei valori che l’uomo stesso ha elaborato nella sua faticosa esperienza storica, ma che sono negati, soprattutto oggi, dal gigantesco macchinismo industriale e da tutti i conflitti materiali e morali che questo inevitabilmente provoca.
Certamente la convinzione di una società contemporanea negativa - convinzione già espressa nel 1818 nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica e coltivava poi con amarezza per lunghi anni - costituisce il terreno che prepara la successiva convinzione filosofica di una natura meccanica, antiprovvidenziale. Ma il momento decisivo per tale passaggio è determinato dalla posizione esistenziale dell’uomo scoperta dal Leopardi, per cui l’uomo, considerata l’opposizione insanabile fra i bisogni materiali e morali e le condizioni della realtà in cui vive, è un essere per sua essenza contraddittorio, e quindi destinato a necessaria infelicità.
Al di sotto della società costituita, che certamente aggrava le delusioni, le sofferenze e gli egoismi individuali, esiste un livello primario, cioè la natura, che determina l’asocialità della stessa società. Il Leopardi quindi sviluppa la sua requisitoria non solo contro quel tipo di società definita borghese, ma contro la società tout court, passata e futura, perché la società non è altro che una faccia della natura. Il Leopardi materialista trovava nella natura meccanica il fondamento certo per dare valore di verità assoluta al principio: nella società umana esistono elementi congeniti e necessari di corruzione; e perciò una società sana e equilibrata è pura utopia. Però il progetto di fratellanza universale introduce, un motivo nuovo che il poeta fa sgorgare direttamente dall’immutabilità della natura, eterna nemica e causa di eterne contraddizioni.
Con questo nuovo motivo viene alterata la precedente coerenza del pensiero materialistico leopardiano che stabiliva, come abbiamo visto, la ferrea catena di: natura contraddittoria-felicità-iniquità umana. La violenza e l’ingiustizia sono eterne nella società. Ma la Ginestra pone la premessa per un’apertura politica del pensiero leopardiano, perché l’appello ad una solidarietà universale, che l’autore ritiene necessaria, rinnega le dure conclusioni della Palinodia e l’inno Ad Arimane. Le ingiustizie provocate dall’uomo nella società devono essere eliminate, e per questo si rende necessaria anzitutto l’azione per diffondere le verità che convincano gli uomini a considerarsi realmente fratelli.
Il problema che la Ginestra pone all’individuo è di trovare rapporti armonici con gli altri uomini, nonostante l’ostilità della natura che non favorisce la virtù. Se è doveroso realizzare il progetto di fratellanza, questo comporta la necessità di una fede per un’idea capace di radicarsi resistendo alle pressioni di un mondo negativo. La profonda moralità del Leopardi, riaffermata per tutta la vita e in nome della quale egli rifiutò di accettare il male del mondo, doveva concludersi con un implicito invito a tutti gli uomini coscienti perché agissero in nome della verità.
Per tutta la vita, Leopardi, fu animato dalla volontà di comunicare il suo messaggio ai contemporanei: si sforzò di gridarlo quando capì che non volevano intenderlo. Prese di petto il mondo moderno e lo giudicò. A tutti (ed anche a noi) si rivolse per ammonire che la negatività del mondo non ci esonera in alcun modo dalla responsabilità di resistere al male del mondo. Anche in faccia alla morte, ormai conclusa la favola dolorosa o tragica della vita, non è inutile la protesta.
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lunedì 23 febbraio 2009
Tema gratis Salvatore Quasimodo
Nato a Modica (Ragusa) nel 1901 e morto a Napoli nel 1968. Il padre era capostazione delle ferrovie; visse pure a Messina dove vide la tragedia del terremoto che rimase sempre anche nella sua poesia
. Dopo essere stato tra i più grandi ermetici (è sua la lirica che apparve come simbolo dell'ermetismo per la brevità ed essenzialità delle sue espressioni: -Ognuno sta solo nel cuore della notte trafitto da un raggio di sole ed è subito poesia-, in cui con un linguaggio povero, scarno esprime la crisi e la solitudine dell'uomo) approfondì le sue poesie di un impegno maggiore cercando una maggiore partecipazione attiva alla vita sociale. Insomma, la sua novità sta nell'avere trasformato la lirica pura in lirica sociale e più responsabile; questa nuova poetica gli ha fatto assegnare il premio Nobel per la letteratura. Dobbiamo pure ricordarlo perchè tradusse molti poeti greci e latini, anzi molti critici lo considerano più grande per queste traduzioni che dimostrano il suo grande amore per la poesia e per lo stile. Nelle sue poesie è sempre presente il ricordo dell'infanzia e della sulla isola (Sicilia) con tutti i ricordi familiari e per questo è come tutti gli altri scrittori siciliani da Pirandello a Vittorini (critico Bo).
Bisogna quindi precisare che il suo ermetismo non è presente in tutte le sue opere, quindi non si può chiamare Quasimodo il maggiore rappresentante dell'ermetismo, anche perchè non fu lui a chiamarsi così ma furono i suoi amici, perchè videro che nella sua poesia, Quasimodo, aveva portato al massimo la tecnica della poesia pura, della parola scarna ed essenziale. Questa confusione si ebbe anche perchè, primo, Quasimodo ottenne il premio Nobel per la poesia e, secondo, anche per il suo carattere molto impulsivo. Ma per chiarire la sua posizione storica basta pensare che egli non ebbe come maestri i pittori francesi (Mallarmè) così come, invece, era stato per Ungaretti e Montale, ma dall'inizio si forma su Pascoli e D'Annunzio ed anche sul verismo del Verga. Ma poi Quasimodo uscendo dalla sua Sicilia e venendo a contatto con Vittorini e Montale, conobbe l'ambiente poetico di questi nuovi poeti e accettò la loro tecnica ermetica, anche se era in contrasto con la sua più vera natura realista, classica che si vede bene nella raccolta di poesie "Acque e Terre" in cui si vede , oltre lo stile ermetico anche l'equilibrio ed armonia classica. Come dice Antonelli, in Quasimodo -l'ermetismo è stato un momento di passaggio- basta poi pensare alle sue traduzioni greche, per capire il suo naturale amore verso un mondo classico, sereno. Infatti, nella sua poesia, anche se vi è sempre malinconia è però rassegnata, serena senza quell'angoscia che spesso si è vista nei poeti veramente ermetici. Quasimodo, infatti, è, per natura, portato non verso la confusione dell'anima ma cerca sempre di unire e di superare in una serena armonia le sofferenze dell'uomo. Per cui si può chiamare poeta dell'equilibrio perfetto (differenza dal simbolismo francese) ed anche del suo paradiso perduto dell'infanzia siciliana. Ricordiamo pure la raccolta "Ed è subito sera": Ognuno sta solo sul cuor della notte trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera.
Qui si vede un equilibrio fra realismo provinciale e verghiano ed ermetismo (Valery), tra stile simbolico e nuovo stile classico e armonioso. Molti critici, appunto, hanno visto in questa raccolta il suo aspetto ermetico. Questa lirica esprime la solitudine dell'uomo in mezzo alle sofferenze della vita, e dopo qualche breve illusione e speranza, è subito sera, cioè arriva la morte (Leopardi). Dopo la seconda guerra mondiale scrive le raccolte -Giorno dopo giorno, La vita non è un sogno- in cui sembra allontanarsi dallo stile ermetico e diventare poeta impegnato con la resistenza e con i problemi del tempo. Non bisogna pensare che c'è una divisione fra il Quasimodo di prima e questo del dopoguerra, perchè la tragedia della seconda guerra mondiale fece approfondire di più le idee sul dolore umano che già prima c'erano in lui. Quindi dopo l'ultima guerra, Quasimodo ha sofferto una grave crisi morale che gli ha fatti maggiormente vedere il senso della catastrofe (Montale) ma a differenza di Montale in Quasimodo c'è una coraggiosa rassegnazione al destino che ci circonda (Leopardi, titanismo) e questa rassegnazione in Quasimodo si ha perchè lui vede che tutti gli uomini hanno lo stesso destino di morire e questo pensiero diventa, in lui, più triste quando pensa alla sua amata isola come un paradiso perduto.
Infatti in Quasimodo si hanno sempre due aspetti:
1° la vita reale, fredda e triste (ragione di Leopardi e la città,
maturità di Pavese);
2° dell'infanzia siciliana. (Natura di Leopardi e la campagna,
infanzia di Pavese).
Da questo possiamo vedere che l'aspetto principale della sua poesia è una grande tristezza che trova consolazione nella memoria dell'isola (Leopardi), nel paesaggio che gli ricorda sempre qualcosa e in questo paesaggio vediamo sempre la luna, i colli, le fanciulle ed i colori (Leopardi, malinconia). Quindi la raccolta di poesie Giorno dopo giorno (II° fase) ci fa vedere un Quasimodo più maturo che parla della crudeltà umana e, dunque, Quasimodo rimane sempre poeta del dolore umano e della solitudine dell'uomo.
Dopo il fascismo, questo tipo di poesia, sembrò un tipo di denuncia e di accusa e Quasimodo, in questa accusa, mise tutta la sua forza morale. Così il suo stile ermetico di prima diventa più reale, più vicino alla narrazione e questa nuova poesia, nata fra i dolori della guerra, cerca di spingere alla vita, alla lotta per portare fra gli uomini un messaggio di speranza (Ungaretti). Nell'ultimo periodo, Quasimodo, sviluppa in modo esagerato questa sua poesia impegnata, cercando di combattere l'ermetismo, per cui spesso risulta retorico. Ma anche se le sue migliori qualità poetiche le abbiamo viste in precedenza, "Giorno dopo giorno" le sue ultime opere servono a capire meglio la sua moralità e il suo impegno di poeta del nostro tempo, perchè Quasimodo parla delle ingiustizie umane e del mondo degli uomini così privo di bontà e umanità. Appunto, nell'ultimo periodo, l'aspetto principale della sua poesia è il pensiero della morte, non solo della sua morte ma della miseria, che è come la morte, in cui vivono molti uomini del mondo. Quasimodo si può considerare un poeta sincero e aperto, anche come poeta sociale ed impegnato, perchè ha cercato sempre di portare la sua onestà e sincerità morale quando ha parlato del nostro periodo e dell'infelicità della vita.
Elio Vittorini
Nato a Siracusa nel 1908 e morto a Milano nel 1966. Avendo il padre ferroviere, trascorse la maggior parte della sua infanzia in piccoli paesi della Sicilia di cui parlerà nei suoi romanzi, infatti ci parla di miseria, solitudine e malaria. Quando pubblica il romanzo "Il Garofano rosso" in principio fu censurato. E' la storia di un giovane fascista che ha in se un forte spirito di ribellione che non è solo politico, ma anche senso di rivolta propria del giovane da cui un giorno maturerà l'uomo, quindi si tratta dell'educazione sentimentale e politica in un clima di violenza. La storia del giovane comincia con l'amore per una compagna di scuola che gli regala un garofano rosso, che fa nascer tante discussioni fra i giovani e i compagni; poi il ragazzo conosce pure l'amore "sensuale" verso una prostituta.
Il protagonista crede che per arrivare alla maturità bisogna uccidere qualcuno, in quel periodo di violenza fascista. Ma, non proprio soddisfatto di questo, finisce fra le braccia della prostituta, quindi si vede che il giovane non è un eroe ma assomiglia a molti personaggi del romanzo "Gli indifferenti" di Moravia. Ha aspetto positivo perchè è una specie di protesta alla falsità e alla pomposità del fascismo. Questo suo primo romanzo sentiva ancora l'influsso del naturalismo, ma poi Vittorini si allontanò dal naturalismo arrivando al suo capolavoro "Conversazione in Sicilia", dove parla di un viaggio in Sicilia, dell'incontro con la madre, miseria e di dolore. Tutti gli avvenimenti, anche se parlano del momento storico del fascismo diventano simboli della realtà umana, appunto per questo i suoi personaggi non hanno nome e cognome, ma soprannomi che li fanno diventare dei simboli, per esempio: coi baffi il gran lombardo, che è il simbolo dell'uomo, il fascismo è simbolo del male del mondo, la resistenza da fatto storico diventa il simbolo e la speranza di un mondo migliore che farà scomparire il male, difatti in "Uomini e no" (buoni e cattivi) abbiamo la divisione in personaggi buoni e cattivi.
Parlando di un mondo di dolore e di miseria, egli si oppone al fascismo pieno di pomposità e di sicurezza. Negli altri romanzi (Uomini e no), egli parte sempre da fatti e uomini della storia contemporanea e poi li trasforma in simboli universali della realtà umana. Appunto, in lui, ci fu sempre, da un lato, il desiderio di impegno civile e concreto, dall'altro fu portato a vedere i simboli della vita umana nella storia. Infatti nel fascismo egli non vedeva proprio la politica ma qualcosa che era contro l'uomo e i suoi valori. Per questo Vittorini prese parte alla rivista "Politecnico" che voleva una letteratura impegnata; però Vittorini voleva una cultura libera da qualsiasi partito politico e quindi fu anche contro il partito comunista italiano, perchè per lui la cultura non doveva confondersi con la politica e lo scrittore nuovo deve parlare dei sentimenti più intimi dell'uomo. Quindi il suo impegno e la sua lotta volevano la liberazione dell'uomo e dei suoi sentimenti, senza vincoli con la storia politica, dal male del mondo; appunto qui stava il suo impegno di scrittore.
-Alberto Moravia- Nato a Roma nel 1907. Moravia ha scritto moltissimo, incominciando con il romanzo -Gli indifferenti- che già nel titolo parla di un aspetto proprio del decadentismo, quell'aridità del sentimento (Montale) e la mancanza di volontà di cui ci parla Svevo nella Coscienza di Zeno, che ama questi concetti (Senilità). Questa "indifferenza", in cui si sente un senso di fallimento e di apatia, veniva vista in una famiglia della media borghesia romana e veniva analizzata da Mo ravia in modo spietato e in quegli anni che erano contro la pomposità del fascismo, questo romanzo sembrò antifascista, perchè parlava di un mondo in crisi. In Moravia c'è pure il contrasto dei Promessi Sposi, fra i buoni e cattivi, fra puri e corrotti, (come Lucia e Gertrude). Però, mentre Manzoni faceva vedere i "buoni" pieni di speranza e di fede, in Moravia buoni e cattivi, ricchi e poveri soffrono tutti e sono senza speranza, sempre smaniosi e agitati, perchè rappresentano la crisi della coscienza moderna, alienata dagli ideali falsi del sesso e del denaro.
Nei suoi libri si notano due aspetti principali: l'analisi acuta degli aspetti più intimi e morbosi dell'uomo e l'importanza dell'intreccio che egli chiamò imbroglio. Ricordiamo il romanzo -Agostino-. Alla fine della guerra anche Moravia sembrò scrivere in modo neorealista e parlò della società italiana tra la guerra ed il dopoguerra. In questo periodo ricordiamo -Il conformista, La Ciociara-; in queste opere Moravia parla di vari argomenti ma soprattutto del passaggio dal mondo dell'infanzia a quello dell'adolescenza con il risveglio dei sensi (Agostino), parla pure del mondo popolare, dell'angoscia e della guerra (La Ciociara). Anche Moravia sembra esprimere un certo ottimismo superficiale del neorealismo, superficiale perchè in fondo c'era sempre un concetto pessimista della vita (decadentismo), ma più tardi Moravia si allontana dal neorealismo avvicinandosi agli aspetti del suo primo romanzo "Gli Indifferenti", con il romanzo "La Noia" come si vede dal titolo stesso e anche con vari saggi in cui parla dell'importanza della psicanalisi (Freud) perchè ci aiuta ad analizzare l'intimo dell'uomo, del Marxismo, necessario per capire i rapporti sociali.
Anche Moravia, come Ungaretti, cerca un paese innocente, puro, un bisogno di verità. Ma purtroppo la vita non è così; infatti, nei suoi romanzi la vita è come la dura realtà, piena di falsità, di sesso e di denaro. L'umanità, per Moravia, non è capace di veri rapporti sociali (noia) tranne quelli sessuali e la prostituta rappresenta un esempio di umanità alienata e sola e tutti gli uomini per Moravia sono come la prostituta, schiavi di falsi valori. Neanche il rapporto sessuale è sincero, perchè si rimane soli, sempre per il bisogno di possesso e di avidità, caratteristica dell'uomo moderno. Moravia quindi vede l'umanità in modo pessimista, perchè per lui il vero fine dell'uomo dovrebbe essere l'uomo stesso e non i falsi valori, come il denaro. Oggi nella società consumistica l'uomo è usato come mezzo e il merito di Moravia moralista è proprio quello di averci fatto vedere in modo reale la tragedia dell'uomo moderno, vittima della sua stessa alienazione e l'unica soluzione è la rinuncia all'idea di possesso. Da qui nasce il suo realismo narrativo, quando ci parla dei vari tipi di uomini.
-Antonio Gramsci- Nato ad Ales, Cagliari nel 1891 e morto a Roma nel 1937. Agli inizi del dopoguerra furono pubblicate le opere del sardo Gramsci, che dopo aver studiato a Cagliari va a Torino dove studia lettere e si interessa anche agli aspetti storici ed economici. Fece parte del Partito Socialista Italiano e in quegli anni agitati del dopoguerra formò i consigli di fabbrica e il giornale -L'Ordine Nuovo-. Fu tra i fondatori del partito comunista. Dopo aver passato alcuni anni in Russia, tornato in Italia fu arrestato e condannato a venti anni di carcere che lo fecero ammalare gravemente, infatti, trasferito in una clinica a Roma morì.
In carcere Gramsci approfondì il suo pensiero e le sue idee sulla cultura e sulla letteratura. Egli come Marx pensa che il proletariato deve cercare di partecipare alla politica, ma prima di questo è necessario che vi siano degli intellettuali che nelle loro opere parlino dei problemi del proletariato. Perciò Gramsci criticò la cultura tradizionale aristocratica e il fatto che gli intellettuali erano stati sempre lontani dalle masse. Gramsci ammirava molto il pensiero del Croce da cui bisognava partire per approfondire una cultura marxista. Infatti, Gramsci per le sue idee sull'arte e sulla critica parte da Croce: Gramsci parla di una filosofia della prassi (pratica) che deve cercare di fare una riforma popolare moderna; secondo lui, la storia italiana non si deve considerare una storia di gruppi ma di tutto il popolo con le sue classi, la storia è fatta da tutti gli uomini del mondo che devono unirsi in società e lottare per migliorare se stessi. Quindi Gramsci è contro l'estetica idealista (arte come intuizione soggettiva) la distinzione tra poesia e struttura, poesia e non poesia.
Gramsci vuole un'arte nuova e una nuova cultura. La letteratura deve rappresentare in modo artistico gli aspetti sociali e morali del tempo. Con queste idee, Gramsci ha dato molta importanza alla storia della letteratura, che secondo Croce non era importante; invece per Gramsci la letteratura deve unire lo scrittore e la società; il giudizio artistico deve cercare la presenza di questi rapporti concreti e del modo di come sono stati rappresentati in arte. Queste idee noi le abbiamo come appunti -Quaderni dal carcere- ma sono state molto importanti nel primo dopoguerra, in cui si capiva che in quel periodo pieno di problemi concreti e gravi, la critica tradizionale non si poteva più seguire. Dopo Gramsci ci furono altri critici stranieri che partirono dalle idee marxiste, fra cui ricordiamo l'ungherese Lukacs.
NEOSPERIMENTALISMO
Neosperimentalismo, cioè nuovo sperimentalismo, perchè prima c'era stato quello di Pavese. Già prima abbiamo parlato dei contrasti che c'erano nella letteratura neorealistica, ma questi contrasti si chiarirono verso la metà degli anni cinquanta, soprattutto perchè eravamo stanchi dei modi falsi e monotoni di parlare della resistenza e del fatto che a tutti i costi si cercava l'impegno politico e sociale, anche se non sentito. I vecchi motivi di questo cambiamento si devono cercare nel periodo storico, dopo dieci anni dalla fine della seconda guerra mondiale, perchè in questo periodo si ha una specie di guerra fredda (crisi della sinistra mondiale). Finiscono tutte le illusioni e le speranze e si ha una nuova delusione storica (la prima era stata dopo la -rivoluzione francese-) e questa crisi storica si esprime con sentimenti irrazionali e tragici; si cerca un rifugio nella natura, si rifiuta il passato e il presente aspettando una futura rivoluzione ideale. Si è pure contro i mezzi di comunicazione perchè alienano e rendono infelice l'uomo. Questi sentimenti anche se spesso sono pieni di contrasti rappresentano la crisi di questo ultimo periodo nelle strutture e nelle varie istituzioni sociali di tutto il mondo.
In letteratura c'è stato il rifiuto, a volte esagerato, del neorealismo e di tutte le forme di realismo; si amò, pure, la letteratura del "dell'assurdo" (Beckett). Lo scopo del neosperimentalismo è quello di conoscere la realtà in modo non realistico e razionale, ma con forza e impulsività; quindi la letteratura sociale (che deve parlare della tragica crisi dell'uomo deve essere libera di trasfigurare il reale e questo perchè la realtà appare disordinata, confusa e priva di razionalità, quindi l'unico modo per cercare di capirla veramente è quello dell'irrazionalità e dell'assurdo. Questo tipo di letteratura che ha cercato di distruggere la lingua tradizionale rappresenta le proteste contro un mondo umano, ma è una protesta tragica e senza speranza, poichè non crede nel miglioramento del mondo. Appunto per questo, tale letteratura, è anche decadente e pessimista. Da questo neosperimentalismo è nata una letteratura industriale che parla, cioè, della situazione dell'uomo in questa età di macchine e di industrie che alienano l'uomo facendogli perdere tutti i valori umani. In un secondo momento si avvicinò in questa letteratura impegnata Quasimodo e Gatto.
-Pier Paolo Pasolini- Nato a Bologna nel 1922 e morto a Roma nel 1975. Fa parte di questo movimento (neosperimentalismo) pure Pasolini che collaborò alla rivista "Officina". Questo -nuovo sperimentale-, secondo Pasolini, doveva essere un impegno civile. Come detto sopra, Pasolini nasce a Bologna, ma cresce in Friuli, fu poeta, romanziere, regista e iniziò a scrivere in modo ermetico (analogia). Poi, come poeta civile del neorealismo, avvicinò la sua lingua al parlato ed infine si accostò allo sperimentalismo con cui volle scuotere la coscienza dell'uomo e aiutarla a liberarsi dall'alienazione.
Nelle sue poesie (Le ceneri di Gramsci) Pasolini fa vedere un populismo ed è anticonformista e nello stesso tempo un lui vi è un tragico contrasto intimo tra una sfiducia, anche, nel popolo e una volontà, anche, senza speranza di lottare e di illudersi; così le sue opere ci fanno vedere la simpatia che ha per il "sottoproletariato" delle borgate romane, mentre in lui vi è una cultura varia, spesso confusa: infatti, vi è il marxismo di Gramsci ed anche un certo movimento di irrazionalità e un interesse oscuro, confuso per l'inconscio, per l'aspetto più profondo dell'uomo (psicanalisi); questi aspetti si trovano nei sui romanzi "Ragazzi di vita" e "Una vita violenta".
Le idee del neosperimentalismo sono state espresse chiaramente da un movimento chiamato "Gruppo 63" in cui molta importanza hanno avuto le idee dei filosofi tedeschi Adorno e Marcuse e per capire la poetica bisogna dire che gli scrittori usano la lingua come mezzo per distruggere la tradizione e come protesta sociale. Quindi in questa età industrializzata sia la cultura che la lingua sono alienate e quindi la "neoavanguardia" vuole un discorso libero da ogni legame con la realtà. Ognuno deve essere libero di sperimentare nuove vie, così si hanno moltissime soluzioni soggettive. Ma questo movimento come l'avanguardia del primo novecento è servito soprattutto a distruggere la tradizione ma non è riuscito a darci un'arte valida e sicura.
-Ingegnere Gadda- Nato a Milano, partecipa alla prima guerra mondiale e fu anche prigioniero; fece parte della rivista "Solaria" in cui pubblicò i suoi primi libri, dove già si vede una satira fantastica del mondo del dopoguerra. Nei suoi libri egli fa una caricatura grottesca della realtà con una lingua varia e cosiddetta "pasticciata". Difatti, nel suo capolavoro -Quel pasticciaccio brutto di via Merulana-, una specie di giallo non compiuto, Gadda non usa solo i dialetti, (questa volta meridionali), ma vari tipi di linguaggi, quello tecnico, preso dal gergo popolare. L'aspetto principale delle opere di Gadda è la polemica piena di rabbia contro la cultura e la società da cui si è sentito deluso ed egli disprezza questa società e non ha fiducia nella sua opera. Cerca di deformare la realtà e quegli aspetti che la società si sforza di dare all'uomo come vero e chiaro destino; egli è pure contro la lingua precisa, sempre uguale e monotona. Cerca una lingua personale, molto varia, perchè vuole ribellarsi con una rivolta morale e civile. Però, a volte, il difetto della sua arte è lo sperimentare fine a se stesso, come un gioco senza scopo, privo di quella satira della società di cui invece doveva parlare.
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Tema gratis Luigi Pirandello
Luigi Pirandello, nato ad Agrigento nel 1867, compì i suoi studi a Palermo, Roma e si laureò in lettere presso l’università di Bonn (in Germania) nel 1891
. Tornato in Italia nel 1892, prese residenza a Roma, dove trascorse poi gran parte della sua vita, collaborando a vari giornali e riviste, e insegnando per oltre vent’anni letteratura italiana presso l’Istituto Superiore di Magistero Femminile (dal 1897 al 1922). Il dissesto finanziario causato dalla perdita della rendita di una miniera di zolfo (lascito paterno), lo costringerà a mettersi in concorrenza anche sul mercato editoriale vendendo le sue novelle e romanzi. E’ da notare che nel 1904 ebbe inizio una grave crisi mentale della moglie ( iniziata proprio grazie al dissesto finanziario, e sfociata in una forma morbosa e violenta di gelosia nei confronti del marito), che costituì per lo scrittore una vera e propria tragedia familiare (il matrimonio doveva essere infatti “di convenienza” ma si trasformò sfortunatamente in matrimonio d’amore in quanto, come affermava lo stesso Pirandello
L’ARTE E LA PERSONALITA’
Vissuto nel periodo a cavallo tra ’800 e ‘900, fra il naturalismo e l’inizio del decadentismo (periodo delle insicurezze decadentiste, dei “sensi” di Baudelaire, della solitudine di Pascoli, delle tensioni avanguardistiche) Pirandello, come Svevo, è definito uno scrittore isolato, difficile da inquadrare in un movimento letterario ben definito. Nelle sue opere sono rappresentate le riflessioni sull’esistenza, sul male di vivere e sul ruolo dell’uomo nella società; vi si afferma, infatti, l’impossibilità al conseguimento d’alcuna soluzione positiva alla crisi che coinvolge e sconvolge i singoli individui, il tessuto sociale e le istituzioni
Pirandello imposterà i suoi primi scritti come verista, fotografando la realtà siciliana (estremamente utile sarà l’esperienza fatta in un’estate di “lavoro” alla cava di zolfo paterna), e denunciandola socialmente; il realismo di Pirandello, si discosta comunque dai temi del verismo Verghiano: in Verga, esiste un analisi esterna dei personaggi e delle situazioni, intrisa di particolari idealismi (la religione, l’onore…), mentre nell’analisi Pirandelliana i personaggi vivono una realtà non univoca, ma multiforme e sfaccettata, prigionieri di un mondo illusorio e incoerente, un mondo in cui l’inutilità e la miseria della loro vita appaiono come l’unico scenario di base in cui si snoda la vicenda umana, percepita, peraltro in modo sempre diverso a seconda di chi la osserva. Inoltre, Pirandello analizza non solo la classe operaia più umile, ma anche la borghesia, con le sue nevrosi, le sue frustrazioni.
Nella vita e nel suo flusso eterno, Pirandello avverte, da un lato disordine, causalità e caos, dall’altro percepisce disgregazione e frammentazione. Egli sente i rapporti sociali inautentici, rifiuta le forme e le ipocrisie imposte dalla società; a questo proposito, il pessimismo dello scrittore è totale e ciò lo si nota anche, nelle sue opere, dalla caratterizzazione dei personaggi, i quali sono posti sempre in situazioni paradossali, svelando così la contraddittorietà dell’esistenza umana. Vede, Pirandello, un mondo vuoto, privo di ideali: si è perso il gusto dell’eroe, del giusto. Ognuno vive la propria promiscuità, e lo scrittore gliela getta in faccia attraverso le sue opere. Egli punta il dito contro la classe borghese, vuota di ideali e cultura, che crea angosce, ansia, sopraffazione. Dal rifiuto della società organizzata nasce una figura ricorrente in Pirandello, quella del "forestiero della vita", l’uomo cioè che si isola e si esclude, colui che guarda vivere gli altri e se stesso dall’esterno con un atteggiamento "umoristico", in una prospettiva di autoestraniazione. La poetica pirandelliana viene così a basarsi su alcuni nuclei concettuali: il vitalismo e il caos della vita. Il vitalismo è la tesi secondo cui la vita non è mai né statica né omogenea, ma consiste in un’incessante trasformazione da uno stato all’altro; la vita è, in definitiva, una contraddizione insanabile: è caos, movimento, mentre gli uomini cercano disperatamente di fissare delle forme stabili, ma l’unico momento in cui vi riescono coincide con la loro morte; la frattura è così inconciliabile. Il relativismo nel sostenere che è impossibile giungere a stabilire una verità, insieme al soggettivismo, legano Pirandello al clima culturale del primo Novecento, cioè alla fase in cui si compie la crisi del Positivismo. Pirandello rifiuta il Positivismo, movimento che riteneva la scienza capace di dare risposte certe alle angosce e all’infelicità della vita (movimento ateo), e si reputa testimone attento e consapevole della crisi della sua epoca, vivendone le contraddizioni. Egli interpreta in modo originale l’atmosfera decadente, traendo dall’esperienza concreta del suo tempo i suggerimenti per un’analisi lucida ed amara della natura della realtà; ma, se per alcuni motivi la sua posizione rientra nell’ambito di quello che si è soliti definire Decadentismo, sotto altri aspetti (espressionismo) egli lo ha già superato.
Pirandello è stato considerato un autore "filosofico" più attento ai contenuti che alle soluzioni stilistiche e che non si limita a teorizzare le sue concezioni, ma le usa come materia, ne fa l’oggetto delle proprie composizioni. Con le sue opere, la letteratura italiana esce dall’ambito nazionale e acquista respiro europeo. E’, infatti, uno dei pochi autori italiani importanti, conosciuto a livello internazionale con Svevo, Ungaretti, la generazione d’inizio secolo, e quindi, dopo l’arrivo (nonostante il regime fascista) della letteratura americana e nordeuropea in Italia, Gadda, Pasolini, Calvino negli anni ‘50/’60.
.TEMATICHE PIRANDELLIANE
1. La pazzia – Il senso della pazzia è una delle tematiche più importanti nell’universo Pirandelliano: la pazzia è quando noi non ci rendiamo più conto di avere sul volto una maschera (oppure, rendendocene conte, ce la togliamo) maschera che cambiamo tante volte al giorno, a seconda del ruolo che dobbiamo sostenere. Quando non ci si rende conto di aver la maschera, o non la si indossa più, si può essere se stessi, dire agli altri in faccia ciò che siamo, ciò che pensiamo; gli altri vedendoci diversi ci crederanno pazzi. Essere se stessi, liberarsi delle convenzioni, non atteggiarsi, non comportarsi come la gente vorrebbe che ci si comportasse. Il pazzo si fa portare dall’immaginazione e capisce che è padrone della vita trovando se stesso. Pirandello arriva a queste considerazioni attraverso le vicissitudini familiari della moglie l’inizio della situazione di instabilità emotiva, e quindi di pazzia della consorte coincidono, e ne sono causate, dal tracollo economico seguito all’allagamento delle miniere di zolfo avite. La moglie, già mentalmente instabile (si dice che ciò fu dovuto alle gravidanze), subisce un gravissimo shock. Nel 1904 impazzisce del tutto (esternando ciò in convulsi atti di gelosia e accuse di tradimento).
2. Le realtà soggettive - Lo scrittore fa curare la moglie senza però ottenere risultati (sarà internata, e morirà in ospedale psichiatrico nel 1952). Arriva così alla conclusione di lasciarla alle sue convinzioni, di non contrariarla. Infatti, quando vogliamo sconvolgere l’equilibrio raggiunto da un altro, gli facciamo del male; occorre rispettare il mondo interiore, la realtà che l’altro si è costruito, nella quale crede e sta bene sino a che qualcuno non cerca di strappargliela. Ognuno vive sul proprio piano, ha la sua realtà, percepisce una realtà diversa e opposta da quella di tutti gli altri, l’importante è lasciarlo dove vuole stare (anti positivismo). Ma alfine, qual’è la visione giusta, “normale” della realtà? Quella usualmente mediata dalla ragione “media” comunemente accettata, o quella deformata, come se fosse “percepita da oltre uno specchio”? Così come non esiste una visione “univoca” della realtà, così, per assioma, non esiste una visione “giusta” della realtà: possono esistere solo ideologie, culture della realtà che mirano a definirsi come le uniche giuste, veritiere e corrette: fanatismi religiosi, movimenti politici, immersi peraltro nel secolo dei “dubbi”, della mancanza di certezze.
3. La frammentazione dell’essere - l’uomo non ha una sola identità, ma tante quante gli altri gliene attribuiscono. Quando la certezza dell’essere se ne va costatando che gli altri ci vedono in modo, anzi, in miriadi di modi (un modo per ogni altro) diversi da come ci vediamo, da come avevamo creduto di essere da sempre, le certezze si disgregano, si “impazzisce”, si capisce che ognuno di noi è una persona diversa per tutti gli altri, ogni persona vede, percepisce, prende di noi cose diverse, e non i tratti salienti da noi usualmente considerati (rif.: “Uno, nessuno e centomila”). La vita è movimento, ma l’uomo, per poter vivere ha bisogno di fissare dei ruoli, ma la forma chiusa è immobilità, quindi morte; non c’è soluzione. Ci si vede vivere dall’esterno osservando la gabbia in cui si è stati costretti a costruire la propria vita.
4. La maschera - Non potendo quadrare il mio io, non so chi io sia, non sono, e perciò non posso comunicare agli altri. Il vivere è perciò una pena. Ci si atteggia a qualcosa che non si è, si modifica qualcosa di cui non si è sicuri e perciò ci si rende ridicoli: quindi noi continuamente ci mascheriamo, per convenire alle aspettative della gente, alle convenzioni sociali. Il mondo è fatto di continui atteggiamenti per apparire, e perciò l’uomo si dilania; va così incontro alle psicosi dell’uomo moderno.
5. L’umorismo – L’umorismo, nel significato comune del termine, indica la percezione o la rappresentazione, in riferimento a determinate situazioni, del ridicolo (nelle cose, nell’uomo ecc.), allo scopo di suscitare ilarità. Generalmente, fermandosi a questo primo livello di “lettura” senza successive analisi, l’umorismo è, quindi, quasi sinonimo di comico. L’umorismo Pirandelliano, invece, nasce dalle situazioni di dolore, dalle sofferenze e dal “divenire” patetico degli altri (sottintendendo il compatimento e la pietà, certo, ma anche la speranza che a noi non capiti mai una simile situazione). L’umorismo di Pirandello, parte dal comico come avvertimento del contrario (la situazione anomala e ridicola che suscita l’ilarità), per poi arrivare, tramite una riflessione mirata alle cause che hanno determinato tale comportamento o situazione, cogliendone gli aspetti intrinsechi, spesso dolorosi e pietosi ad un sentimento del contrario. Nelle sue opere Pirandello lavorerà solo sull’aspetto umoristico delle vicende e delle persone, puntando sempre ad una riflessione palese, o indotta nel lettore, sulle angosce e l’amarezza derivanti dal vivere determinate situazioni.
6. L’antieroe – Pirandello guarda dentro l’uomo. Anche l’eroe (che di solito ha una morale con certezze granitiche, che non pecca) non è vero che alla fine è felice, anzi, può perdere, essere preso in giro, fallire. E’ l’antieroe, il protagonista dei romanzi del ‘900, l’inetto alla vita, l’incapace, il complessato, il perdente.
LE OPERE
Pirandello iniziò la propria attività letteraria componendo alcune interessanti raccolte poetiche, tra cui si possono ricordare:
Mal giocondo (1889), in cui il poeta esprime il suo amaro sentimento della vita;
Pasqua di Gea (1891), una serie di liriche legate al suo soggiorno in Germania ed all’amore per una giovane tedesca
Elegia renane (1895) in cui il poeta riprende volutamente le “Elegie romane” di Goethe
Zampogna 81901) una serie di liriche dal tono distesamente discorsivo;
Fuori di chiave (1912) in cui il poeta esprime il suo atteggiamento ironico e sarcastico di fronte alla vita
Pirandello scrisse anche vari romanzi, nei quali rappresentò la sua visione pessimistica della vita e del mondo, mettendo in evidenza una sua nota d’umorismo triste ed inquieto. Tra i suoi vari romanzi si possono ricordare, in primo luogo, i seguenti:
L’esclusa (composto nel 1893 e pubblicato poi nel 1901);
Il turno (composto nel 1895 e pubblicato poi nel 1902);
Il fu Mattia Pascal (1904) *Vedi analisi.
I vecchi e i giovani (pubblicato parzialmente in rivista nel 1909, e poi in edizione integrale e riveduta nel 1931);
Uno,nessuno e centomila (1926) – E’ il romanzo della frammentazione distruttiva dell’Io, del corpo e della personalità. Il protagonista si rende conto di essere una persona diversa per chiunque lo conosce. Pirandello evidenzia così la destrutturazione totale di se stessi, dovuta anche alla società moderna in cui si vive, il tentativo di estraniazione verso se stessi, verso un’entità che non si riconosce più come propria, alla ricerca di una solitudine totale, possibile solo se estranea addirittura a se stessi, sino ad arrivare al consolatorio limbo senza tempo e senza “nomi” della “lucida pazzia” del rifiuto di qualsiasi forma e ruolo. L’uomo non esiste più, in quanto tale; è questo lo stadio finale dell’impossibilità della ricomposizione, con se stessi, con la società.
Il Fu Mattia Pascal
Analisi*
Pubblicato nel 1904, in piena era Giolittiana, “Il Fu Mattia Pascal” è il primo romanzo italiano scritto in forma “autobiografica”, redatto cioè in prima persona, con la presentazione quindi di una visione esclusivamente soggettiva della vicenda, visione che nega la realtà se non colta con quella particolare percezione: la razionalità realista non esiste più, per ogni persona esiste, così, una visione personalissima della realtà. Tale situazione costringe il lettore ad una personificazione con il protagonista, ed al successivo sforzo di uscire da questo stato di “simbiosi”..Romanzo con modalità di narrazione autodiegetica: la scrittura è in prima persona, il narratore è interno, conosce tutta la vicenda, ma nello svolgersi della vicenda c’è il punto di vista interno del “personaggio”, che vive momento per momento lo svolgersi della storia, senza sapere cosa avverrà nell’attimo successivo, il narratore fa soltanto qualche intervento chiarificatore ogni tanto. Il romanzo ha una struttura circolare, infatti inizia dalla conclusione, rivendicando la condizione particolare di Mattia Pascal, ritenuto morto, che assume una nuova identità, uccide fittiziamente anche quest’ultima, e quindi ritorna se stesso ma al di fuori della sua normale vita precedente, condizione di chi è fuori dal tempo e quindi fuori dalla vita (questo particolare tipologia di narrazione è estremamente innovativa) Nella prima premessa, abbiamo una presentazione diretta del personaggio effettivo,che si divide in 3 personaggi virtuali: 2 “morti” ed uno che aspetta, vivendo appartato, la morte definitiva. Mattia Pascal è descritto come un buono a nulla, incapace di far tutto, inetto alla vita: Mattia Pascal vede così il mondo con il suo occhio strabico, e perciò in maniera non uniforme (simbolismo dei 3 personaggi in uno), con un “taglio” non giusto; gli è impossibile essere in sintonia con la realtà, e prima ancora, con “gli altri se stesso”.
Il concetto di caos, sempre presente nella produzione pirandelliana, è ben raffigurato dalla presentazione della biblioteca (…una babele di libri…). La seconda premessa, più filosofica a quest’opera, ben riportata all’inizio del libro nel famoso <…Maledetto sia Copernico…-…la luna non sta nel ciel per il lume di notte…> indica, dopo la rivelazione di Copernico, la scoperta della nullità dell’essere umano, in un universo non più finalizzato alla creazione dell’uomo, come da quasi due millenni ormai si credeva, una condizione per cui non vale la pena di imparare, di studiare, di scrivere il racconto della propria vita, per quanto bizzarro, perché siamo creature insignificanti. E’ assurdo cercare una spiegazione dei fenomeni quando l’uomo è solo un granellino di sabbia nell’universo. Nonostante questa presa di posizione. Mattia inizia a raccontare la propria singolare storia; il romanzo, dopo le premesse è alquanto lineare nel suo svolgersi. Con questo romanzo Pirandello si pone quindi nel solco della fine dell’egocentrismo umano, con un percorso strutturato dal geocentrismo aristotelico, all’antropocentrismo medievale/rinascimentale, ed infine all’egocentrismo moderno, processo iniziato in modo dirompente da Copernico ed accentuato in scienza ed in letteratura da Galileo, Leopardi, Pascoli.
Le vicende del romanzo
Cap. 3 “La casa e la talpa” Infanzia di Mattia. Il padre muore quando lui ha 4 anni, lasciando la moglie e i 2 figli (Roberto è maggiore di Mattia di 2 anni) con una buona rendita: con i soldi che aveva guadagnato il padre aveva infatti acquistato vari poderi e case in paese, immobili che però ora la madre di Mattia, creatura angelicata ed inadatta alla conduzione di un fondo terriero, affida la gestione dei possedimenti a tale Batta Malagna (la “talpa”), ; errore quanto mai tragico. Malagna, descritto come un personaggio laido, servile, manesco, è in realtà un abile ladro; col passare degli anni riesce, infatti, a trafugare poco alla volta il patrimonio ai Pascal, sin quasi a ridurli sul lastrico.Invano zia Scolastica, sorella del padre, forse l’unico personaggio”positivo” della famiglia Pascal, l’unica capace di reagire coerentemente ed anche fieramente alle avversità della vita, cerca di convincere la cognata a sposare Gerolamo Pomino, unico tra i suoi ex corteggiatori ad essersi rivelato un integerrimo uomo di famiglia. La vedova non ritiene nemmeno necessario mandare i figli a scuola: li affida all’aio Pinzone, personaggio buffo e subdolo, che li educa a modo suo tralasciando le nozioni di reale uso pratico. Prima che Mattia compia 20 anni, i poderi dei Pascal sono già in mano agli usurai: Berto si salva grazie ad un buon matrimonio. Inetto ad assumersi qualsiasi responsabilità, incapace di lavorare seriamente e di contrastare Malagna, del quale conosce comunque le mosse e le intenzioni. Si trova ben due volte in competizione col Malagna in questioni d’amore: in primis per le virtù d’Oliva, contadinella bella e procace figlia del fattore delle “Due Riviere”, un ex podere dei Pascal., di cui Mattia è innamorato, e che aveva corteggiata prima che sua madre glielo proibisse, ma che cede alle lusinghe (economiche) del Malagna, da poco vedovo e desideroso di una moglie giovane che possa dargli eredi, il quale, poi, vista l’infertilità della seconda moglie (di cui lui è in realtà la causa, come anche per il primo matrimonio), rende la vita della novella sposa un inferno. Malagna dedica quindi le sue attenzioni alla cugina Romilda, concupita anche dall’amico di Mattia, Gerolamo Pomino. Timido ed ingenuo, Pomino prega Mattia di aiutarlo a conquistare Romilda, ma Mattia se ne innamora, corrisposto; Pomino è fuori gioco, ma, viste le diverse condizioni economiche, la vedova Pescatore, madre terribile di Romilda, cerca di gettare la figlia tra le braccia di Malagna. Dopo una notte d’amore con Mattia, Romilda resta incinta, e Malagna subito s’approfitta della situazione cercando di spacciarsi per il padre, e minacciando la moglie, or che si è visto di chi era la colpa della mancanza d’eredi, di ripudiarla. Oliva, disperata corre da Mattia, il quale gli spiega la reale situazione ed escogita l’unico modo per salvare la sua posizione di moglie agiata…Oliva resta incinta e lo stesso Malagna, or con un figlio “legittimo”, intima a Mattia di riparare; i due giovani si sposano, ma ora sul capo di Mattia pende terribile l’ira della defraudata (dei soldi del Malagna) vedova Pescatore, che gli rende la vita un inferno, la casa una prigione. Mattia riesce comunque, nonostante il tradimento perpetrato nei confronti dell’amico Pomino, ad ottenere dal padre di lui, consigliere comunale, un posto di come bibliotecario presso la biblioteca comunale Boccamazza, posto che qualunque sfaccendato potrebbe tenere, in modo da poter mantenere al limite del decoro la famiglia.
Il matrimonio precipita subitaneamente: le figlia amatissime dal protagonista muoiono una subito dopo la nascita, l’altra un anno dopo quasi in contemporanea con la seconda figlia muore anche la madre di Mattia, l’unica che lo amava veramente. Lo shock è tremendo, Mattia pensa di farla finita e si ritrova alla Stia, la vecchia proprietà dei Pascal, presso la gora del mulino, dove viene visto e calmato da un ex dipendente di suo padre.
Questo episodio è scritto attraverso una particolare tecnica narrativa, che consiste nell’inserire luoghi, oggetti o personaggi apparentemente senza un motivo, quasi per caso, ma che poi, diverranno, più avanti nella narrazione, elementi fondamentali per la trama (infatti, proprio nella gora della Stia, sarà ritrovato un cadavere che verrà riconosciuto come il suo)
Incapace dunque dell’ultimo catartico gesto del togliersi la vita per disperazione, fugge da Miragno verso la Francia, profittando in una piccola somma di denaro inviata dal fratello per la sepoltura della madre, che però era rimasta inutilizzata, in quanto alle onoranze funebri aveva già provveduto l’energica zia Scolastica,
Il salto tra il 5 capitolo (dove si narra della disperazione di Mattia) ed il 6 capitolo (che inizia con il roteare della pallina nella roulette) lascia al lettore il compito di capire cosa sia successo, dove ci si trova, e quale situazione sta affrontando ora il protagonista. I soldi del fratello ed il viaggio a Nizza, quindi a Montecarlo, cambiano la vita di Mattia. Recatosi a Montecarlo per tentar la fortuna, tentato a sua volta da un manualetto su come “Gagner à la roulette”, con i pochi soldi che ha appresso, Mattia vince una fortissima somma di denaro. Dopo 13 giorni di parentesi dalla solita vita e di gioco al Casinò, Mattia riesce a mantenere una buona somma di denaro che, senza strafare gli consentirebbe di vivere di rendita.
Nel capitolo vi è anche una descrizione del vizio del gioco, immagine pregnante di tale devianza e dei personaggi che vi gravitano intorno, con i loro eccessi e le loro idiosincrasie: estrarre la logica dal caso, percorso illogico e prettamente decadentista, caro agli intellettuali decadentisti e simbolisti (Svevo, ne “La coscienza di Zeno”, è, per esempio, convinto di sapere esattamente dove “la vita andrà”, quale direzione prenderà, ma tutte le volte che si appresta a seguire questo scoperto intendimento, viene beffato dalla vita, che “va” in tutt’altra direzione, e puntualmente lo beffa, lo colpisce alla cieca ributtandolo nel caos). E’, infatti, impossibile trovare una logica in un mondo ormai totalmente illogico: Nice ha distrutto la visione della morale perbenista borghese, Freud ha rivoluzionato la visione della coscienza di se stessi, Hofmanstal afferma l’ormai totale impossibilità di comunicare, la totale assenza di un codice; il mondo è allo sfascio si avvertono chiaramente tutti i segni di una realtà che sta finendo. Le avanguardie letterarie ed intellettuali, sorte in questo periodo, ne sono ben conscie, e sanno di essere orai all’anno zero, di dover creare nuovi codici, nuovi modi di vedere il reale; la 1^ guerra mondiale, al di là dello sconvolgimento fisico del mondo, rappresenta anche simbolicamente la distruzione della coscienza e della forma del vecchio mondo ottocentesco.
Il capitolo 7 si intitola emblematicamente “Cambio treno”, ed è qui che avvengono la prima morte e la prima rinascita del protagonista. Il capitolo inizia in modo fortemente autoironico, sul sottofondo tragico della situazione familiare di Mattia, che, sul treno del ritorno, dopo le elucubrazioni euforiche di come trattare moglie e suocera ora che è in possesso di una piccola fortuna, pensa poi alla sua reale situazione familiare, al posto da bibliotecario sicuramente ormai perso, ed ai creditori che lo attendono e che gli dreneranno immancabilmente la vincita. Il pensiero di Mattia va anche ad un giovane giocatore suicidatosi a Montecarlo, cosa che lo ha profondamente sconvolto. Ma la notizia che travolge la sua vita la legge su un giornale, appena rientrato in Italia, sul treno: ovvero l’articolo secondo cui Mattia Pascal, è stato riconosciuto nel cadavere di un suicida nella gora della Stia, a Miragno. Dopo il disorientamento iniziale, Mattia si rende conto di essere libero, dalla moglie e dalla suocera, che subitamente lo avevano riconosciuto nel cadavere di quel poveraccio, dai creditori, dalla vita misera di prima, libero e moderatamente ricco.
Ancora è utilizzato il meccanismo dell’ inserimento di un oggetto quasi casualmente, un pensiero buttato lì, che però anticipa una condizione reale della narrazione: ovvero il pensare al suicida che lascia i suoi oggetti sul ponte, il cappello in particolare, cosa che farà come Adriano Meis per inscenare il finto suicidio a Roma.
La constatazione della libertà lo pervade di un’euforia estrema; assapora così la leggerezza della sua nuova condizione.
“Artifex”, ovvero l’uomo forgia la sua fortuna, formula tratta dall’umanesimo.
Il nuovo modo di guardare le cose con l’occhio del sentimento modifica il rapporto con la realtà. Così Mattia riparte da zero, sciolto da ogni intreccio, separato dalla vita comune, Inizia così il processo di trasformazione mentale e fisica del “nuovo” personaggio: si rade la barba, si procura un nuovo nome, s’immagina il passato del suo nuovo essere (le immagini fantasiose del suo “passato” si rincorrono: il vuoto creatosi con la scomparsa di Pascal deve essere assolutamente e subitaneamente riempito), e cerca la visione del suo futuro, un futuro necessariamente costruito su di una vita errabonda, in compagnia di se stesso, alla ricerca del bello e della pace nei paesaggi, nelle cose inanimate, nei libri, reso spettatore estraneo delle beghe degli esseri umani, lontano dalle loro cure, senza legami ed amicizie, fili che la fortuna ha per lui troncato, e che sa essere pericolosissimo tentare di riannodare, vista la sua particolare condizione di “non essere”, ombra tra gli uomini, proiezione di uno spettro che vede scorrere la vita, la osserva da lontano senza potervisi immergere. Inizia in tal modo, per il protagonista, un rapido percorso d’abbandono, di straniamento dal suo essere precedente. Il suo primo passo è la solitudine, il volontario allontanamento dagli uomini, giacché il rapporto con gli altri presuppone l’appartenenza a precisi ruoli, ora abbandonati in nome di una libertà che al momento gli appare la più ampia e desiderabile possibile, ma che ben presto, nel giro di due anni, comprenderà essere, in realtà, una prigione di vuoto e di nulla, giacché l’uomo non può vivere solo nella società, senza fissare ruoli precisi.
Nel saggio “l’Umorismo” Pirandello vede la vita come un fiume tumultuoso in cui gli uomini si ostinano a fissare delle forme: il problema deriva dal fatto che nel momento in cui si fissa l’immagine in forma, si muore. Il paradosso è estremo: non si può vivere nel mondo degli uomini senza una forma precisa, un ruolo preciso nella vita ma si muore nel momento che se n’assume una definitiva (forma che spesso i personaggi pirandelliani non riconoscono come propria): ci si guarda dal di fuori, si vede la propria forma e non ci si riconosce, ci si rifiuta. La forma ha la capacità di uccidere la vita. La vita umana è quindi una gran contraddizione, in quanto è movimento; l’immobilità è la negazione della vita, e la vita è impossibile senza l’assunzione di una forma che porta all’immobilità.
Ma ora Mattia è diventato Adriano Meis, e pensa al suo passato come a quello di un’altra persona, vive la vita agiata del viaggiatore, del turista, lontano dalle cure degli uomini, la trasformazione è quasi completa: l’unica cosa che lo ricollega ancora all’”altro” è l’occhio strabico di “Lui”. Questo particolare, associato ad altri meno importanti, crea un’ansia in Meis, che, non particolarmente contento del suo nuovo aspetto, attribuisce la colpa dei suoi difetti all’”altro”. Gli altri uomini, chiusi nelle loro forme, prendono Meis per uno straniero, e ciò è vero, giacché Meis è estraneo alla vita, non è più niente; la libertà estrema lo ha portato al vuoto totale, egli vive per sé e di sé (cosa terribile).
Anche qui si anticipa il tema della futura ultima vita a Miragno, in cui egli vive guardando vivere gli altri, ed è registrato nello stato civile di quel paese come morto.
Si trova qui uno dei fondamentali temi della narrativa pirandelliana: la disgregazione dell’essere, della personalità; disgregazione che sfocia nella visione non univoca della realtà. Ogni persona vede la realtà a modo suo, la percepisce in maniera diversa da quella degli altri (altro tema importantissimo della visione pirandelliana), analizzato con il metodo dell’umorismo (l’umorismo intrinseco nella lettura del Foglietto, il giornale di Miragno, su cui è stampato il necrologio di Pascal è ferocemente umoristico). Questo percorso, iniziato, purtroppo, per Pirandello dall’analisi delle condizioni della pazzia della moglie, trova un’estrinsecazione letteraria ancor più accentuata e completa in “Uno, nessuno e centomila”, dove la disgregazione della realtà, dell’essere, la visione multiunivoca, giungono sino all’estremo grado: quello della vera, pur se lucida, pazzia, dell’annullamento dell’essere in nome dell’impossibilità di una ricomposizione del vero, ed anche in “Così è se vi pare”, in qui non c’è soluzione alla decodifica della realtà.
Adriano Meis, la nuova identità di Mattia Pascal, è fuggito dalla forma, dal flusso della vita, ma la mancanza di rapporti umani è la negazione della forma. La contraddizione emergerà ne momento in cui si fermerà a Roma, assumendosi un ruolo, ma innescando un meccanismo che lo porterà immancabilmente alla nuova negazione di se, all’ulteriore disgregazione del suo Io, fino a portarlo alla “morte” di Meis, ed alla rinascita di Pascal, ma non del vecchio Pascal (la ricomposizione della realtà è impossibile), bensì di un nuovo Pascal, ora escluso dalla vita, spettatore, non attore, della vita dei suoi amici e conoscenti, proiezione vivente del se stesso morto, in attesa della morte reale, l’unica possibilità estrema di ricomposizione.
Meis dunque arriva a Roma (Cap 10 “Acquasantiera e portacenere”).
In questo capitolo Pirandello, per bocca di uno dei personaggi, dà un quadro estremamente acuto e desolante della condizione di degrado di Roma, “costruita come un’acquasantiera dai papi (a modo loro, s’intende), è trasformata dai nuovi italiani in un portacenere: una città morta, che, chiusa nel sogno della sua grandezza passata, non può adattarsi a vivere come una semplice metropoli moderna”.
Qui Meis, compie dunque lo sbaglio di volersi fermare, di voler ricostruire qualche debole legame con la realtà, con gli esseri umani, costruirsi una “forma”; ma la sorte forgia per lui un legame troppo forte: l’amore. S’innamora, infatti, d’Adriana, la sua ospite. Adriana: forse il vero amore di Mattia, è timida, gentile, educata, riservata, tenera come il pane ma allo stesso tempo dura come la roccia regge da sola le sorti di un'intera famiglia, e si oppone accanitamente alle sue nozze forzate: lo stesso Mattia la chiama la "mammina di casa". E’ un personaggio quindi, del tutto positivo, anche se, purtroppo, destinato ad una sorte infelice, di sofferenza, che deve, e sa, affrontare senza l’aiuto ed il sostegno di alcuno, ma unicamente con la propria forza e la propria fede. Adriana riesce a sopportare nel silenzio il suo dolore, e nel silenzio vive la sua storia d’amore con Meis. La loro relazione sarà, infatti, fatta di sguardi, dolci allusioni, comprensione e solidarietà, è una relazione perfetta “tra anime”. Adriana troverà nel suo compagno un alleato ed un difensore contro le bassezze del cognato, Papiano, un alleato che però non potrà sostenerla a lungo e che presto fuggirà un’impossibile storia d’amore con lei per non renderla ancora più infelice.
Inizia così un’opera di “restaurazione” di legami, positivi e negativi, con il particolare genere umano dell’entourage di Adriana, di cui il padre, Anselmo Paleari è il personaggio più singolare dell'intera vicenda, cui Pirandello affida tuttavia un ruolo importantissimo. La sua presenza all’interno del romanzo non è molto influente per quanto riguarda lo svolgersi dei fatti della narrazione, (egli vi contribuisce solo con “l’avvenimento” della seduta spiritica), ma per quanto riguarda la riflessione filosofica del romanzo stesso. Per mezzo di lui, infatti, parla spesso Pirandello per porre considerazioni, insinuare dubbi, ed esporre teorie sulla vita e sull’uomo, al suo protagonista ed al lettore. Il Paleari, convinto seguace di Epicuro, è all’apparenza un personaggio quasi comico, con il suo ciabattare per la casa, i suoi continui strampalati discorsi sulla morte e certe noiose conversazioni che impone a Meis, ma con le sue parole egli espone molte delle considerazioni filosofiche dell’autore stesso, come la teoria del “lanternino” come sentimento della vita, o le osservazioni che egli fa relativamente allo “strappo nel cielo di carta” del teatro delle marionette ed altre ancora.
Le fasi dell’innamoramento, (peraltro corrisposto), tra Adriana e Meis, sono descritte nel capitolo 11: Meis decide inoltre di eliminare l’ultima vestigia di Pascal, così si fa operare all’occhio. La trasformazione deve esser totale, completa, la disgregazione raggiungere lo zenit. L’amore di Adriana lo porta a sperare di poter finalmente, dopo due anni di non vita, crearsi una nuova vera vita con lei, ma altri personaggi con cui ha dovuto creare nuovi legami, lo portano a capire che la sua condizione di “fantasma”, è incompatibile con questo sublime progetto.
Nel capitolo 12 ”L’occhio e Papiano” Meis si rivela come l’antieroe, fedele trasposizione dell’inetto Mattia, ma non tanto per sua pusillanimità o inettitudine morale, cosa che poteva riguardare il vecchio se stesso, ma per l’impossibilità, data dalla sua condizione di forma effimera, di potersi far valere nella società delle forme reali. Terenzio Papiano, il suocero del suo padrone di casa, genero vedovo di Adriana, a cui aspira per motivi di denaro(non restituire la dote della prima moglie, sorella defunta di Adriana) è il “cattivo” sui generis di questo tratto di vicenda, Papiano, malvagio e disonesto individuo inoltre presunto amante della signorina Silvia Caporale, ospitata in casa Paleari anche per le sue presunte doti medianiche, cosa a cui era interessato il padrone di casa, e lo stesso Papiano, che n tal modo, mediante le millantate doti di Silvia e l’aiuto del fratello epilettico che nel buoi di sedute spiritiche in casa Paleari impersonava una spirito, manteneva una sorta di controllo sul singolare vecchio, non vede di buon occhio la presenza di Meis nella casa, subodorandone la strana situazione ed individuandolo ben presto come un pericoloso rivale nell’amore di Adriana ed intralciatore dei suoi piani. Papiano è il personaggio tipo, la marionetta fine al suo mondo immutabile, colui che ha il ruolo prefissato, che non modifica mai, il suo rivale che, oltre alla competizione per l’amore di Adriana, ruberà anche una parte della fortuna di Meis (esattamente quanto avrebbe dovuto aver in dote con il matrimonio della sorella di Adriana).
Capitolo 14 “Il lanternino”
Questo capitolo è importante per capire la filosofia di Pirandello: è una discussione fra Anselmo Paleari, portavoce di Pirandello, e Meis.
Paleari invita Adriano ad uno spettacolo di marionette automatiche, l’”Elettra” e chiede a Meis cosa pensa succederebbe se nel cielo di carta del teatrino comparisse un buco. La risposta è che “Oreste rimarrebbe sconcertato da quel buco nel cielo…diverrebbe Amleto”. Il teatrino è simbolo evidente della nostra condizione esistenziale di uomini insignificanti, che si muovono nella vita come in un teatro, inconsapevoli della propria reale condizione, perché convinti della propria dignità, della propria centralità e della non vanità del proprio agire. Lo strappo nel cielo di carta rappresenta il nostro comprendere di non essere al centro dell’universo, e la consapevolezza della propria piccolezza insignificante nell’economia della storia e dell’universo. Se il cielo si strappasse Oreste rimarrebbe incapace di agire, e diverrebbe Amleto: all’uomo alimentato da grandi valori si sostituirebbe l’uomo contemporaneo pensoso, diviso, contraddittorio ed incapace di decisioni e azioni quale è Amleto.
La coscienza, il sentirsi vivere è visto come un fattore di dolore ed infelicità. E’, infatti, Il sentimento della vita che dà infelicità, è il “lanternino della vita” acceso che ci rende consapevoli del buio del male che ci circonda. “la Lanterninosofia”
“A noi uomini, nascendo, è toccato un tristo privilegio: quello di sentirci vivere, con la bella illusione che ne risulta: di prendere cioè come realtà fuori di noi questo nostro interno sentimento della vita mutabile e vario, secondo i tempi, i casi e la fortuna”. E questo sentimento della vita per il signor Anselmo era appunto come un lanternino che ciascuno di noi porta con sé acceso; un lanternino che ci fa vedere sperduti sulla terra, e ci fa vedere il male e il bene; un lanternino che proietta tutt’intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce, di là dal quale è l’ombra nera…”.
In queste righe Pirandello spiega il suo pensiero sull’inconsistenza dell’io con un’immagine, quella del lanternino: il nostro io è appunto inconsistente, così come la realtà oggettiva, che prende senso solo in relazione al nostro lanternino, essendone la necessaria proiezione. Oltre al lanternino esistono poi, secondo il Paleari-Pirandello, dei lanternoni molto più grossi, che prendono vita dal sentimento comune di tutti gli uomini. I lanternoni sono i termini astratti, come la verità, la virtù, la bellezza e l’amore, e quindi sono ciò da cui derivano naturalmente tutte le ideologie ed i sistemi di valori cui la gente crede. Questi lanternoni però, talvolta si spengono, e si cade così in un periodo di crisi, in cui gli uomini, non essendo illuminati da alcun lanternone che indichi loro la strada, sono smarriti e confusi. Secondi il Paleari poi, il momento che stanno vivendo è proprio uno di quei momenti di crisi in cui mancano i lanternoni, “gran buio e gran confusione” .
Alla fine di questo capitolo vi è l’importante passo del bacio con Adriana, che sconvolge Meis, che gli fa sperare, infine in una ricomposizione finale della sua vita, in un futuro di felicità.
Cap. 15 “Io e l’altro” Meis scopre il furto perpetrato a suo danno da Papiano. Questo episodio, trasforma l’eroe Meis, colui che si era prefissato il raggiungimento di una vita normale, il completamento di un nuovo ruolo reale e l’emancipazione di Adriana e della sua famiglia dall’influenza di Papiano, in un antieroe inetto, in “Amleto” l’eroe del dubbio, dell’incapacità della vendetta, incapace del recupero e della ricomposizione della realtà e dell’ordine. Anche una disputa atta a venir risolta con un duello, per cui Meis non trova padrini, stanti i documenti da esibire per rispettare il complicato codice “cavalleresco” indispensabile a tale ufficio, rende Meis tragicamente consapevole di non essere in grado di assumere un vero ruolo perché semplicemente non esiste: non è mai veramente nato, vissuto, non è registrato in nessun stato anagrafico di nessun paese, non può far valere alcun tipo di diritto: chiunque può sbeffeggiarlo, derubarlo, calpestarlo come la sua ombra, e lui non può opporsi, Di conseguenza non può assumere ruoli, non può sposare Adriana, non può vivere. Il “gioco dell’ombra e dell’uomo”, simbolismo emblematico e straziante con cui si chiude il cap. 15, si risolve nel cap.16, in cui il protagonista “suicida” Meis (dopo aver pensato ad un suicidio reale), e nel momento stesso del finto suicidio torna ad essere Mattia Pascal redivivo, intenzionato a tornare a Miragno e a vendicarsi dei congiunti.. Come per la prima trasformazione vi era stata una subitanea disgregazione dell’essere, uno sdoppiamento per cui Meis vedeva l’altro se stesso come un'altra persona, anche in questo momento Mattia, riappropriatosi del suo nome e delle sue reali origini vede il suo alter ego come l’altro; la frammentazione della personalità è completa: Mattia, Meis ed il nuovo Pascal, di nuovo se stesso ma diverso da prima in quanto vivo ma ufficialmente morto.
Cap 17 “Reincarnazione”. Mattia torna a casa. prende il primo treno per Pisa, dove trascorre un paio di giorni: per fortuna i giornali di Roma non danno gran peso al suo suicidio, fornendo vaghe notizie in proposito. Quindi si reca dal fratello Berto ad Oneglia; questi, che incredulo per la sua ricomparsa come tutta la famiglia, lo riaccoglie comunque a braccia aperte e lo mette a parte del fatto che Romilda si è risposata con Pomino: contro il parere del fratello e del cognato, decide di recarsi a Miragno la sera stessa, con la prospettiva di riprendersi la moglie.
Tornato, incontra la vedova Pescatore, Pomino e Romilda che hanno avuto una figlia. La presenza della piccola storna Mattia dai suoi propositi di vendetta e di riappropriazione del suo ruolo in toto; si contenterà di far sapere che è vivo, riprendendo il suo posto alla biblioteca, vedendo vivere gli altri ed andando di tanto in tanto a far visita alla “sua “ tomba. Come Adriano Meis, la vita per lui doveva scorrere senza che lui potesse accostarvisi, come il “fu Mattia Pascal” la vita non è più per lui. È fuori dal tempo, non è più nulla, solo il fantasma di due uomini, che vede scorrere la vita altrui in attesa della morte
SUPPORTI AUDIOVISIVI
L’uomo dal fiore in bocca (versione con V. Gassman) – Il protagonista parla di angosce, ansia, sofferenza (di lui non si specificano le generalità né l’appartenenza ad una determinata classe sociale, né il lavoro ecc.) L’ultima frase dimostra il suo attaccamento alla vita, ora che è cosi vicino alla morte: mai ha guardato il mondo così con attenzione, ha bisogno di riempire ogni momento, Parla dell’ansia dell’uomo senza età né luogo, l’ansia del tempo, del quanto resta ancora da vivere.
La patente – (versione con A. De Curtis) – L’uomo non può mai essere se stesso, è condizionato da come lo considerano gli altri.
Enrico IV – (Teatro Alighieri Ra marzo ’99) Chi è realmente il pazzo? Cos’è la pazzia?
IL TEATRO PIRANDELLIANO
L’esperienza di teatro, come commediografo e regista, di Pirandello, risulta estremamente innovativa in quanto porta ad una vera rivoluzione del concetto di rappresentazione teatrale..L’autore riversa le sue tematiche nelle rappresentazioni. In teatro rompe con le forme tradizionali: riduce al minimo la scenografia ed i costumi, in quanto gli attori devono essere vestiti in modo semplice per attirare l’attenzione del pubblico sul testo. Pirandello rompe la barriera tra la vita reale, il proscenio degli spettatori, e la finzione, il palcoscenico, operazione questa totalmente innovativa, ardita e disorientante; così, spesso, gli attori entrano dalla platea, seduti tra gli spettatori ed iniziano a recitare, oppure interagiscono con gli spettatori (in realtà attori). Pirandello vuole così dare agli spettatori l’idea che siano essi stessi gli attori (teatro nel teatro, metateatro); lo spettatore deve chiedersi se recita esso stesso, magari tutti i giorni, a sua insaputa. Così Pirandello rovescia l’idea: il teatro è realtà e la finzione è ciò che c’è attorno. gli attori si mascherano, il pubblico per atteggiarsi, non si maschera neppure.
In “Sei personaggi n cerca d’autore”, addirittura arrivano sulla scena, durante una prova in teatro, sei “personaggi”, seppur reali ed in carne ed ossa, ma non persone reali, personaggi nati dalla fantasia di un autore che non ha saputo, o voluto dar loro vita compiuta nella finzione scenica, e che cercano un autore che voglia dar loro vita sul palcoscenico, almeno per la durata del loro dramma, in quanto il personaggio vive solo se esiste la storia da rappresentare (in palcoscenico vi sono infatti attori, persone reali, non personaggi, uomini per cui è impossibile entrare effettivamente nella forma artistica,in quanto dotati delle variabili umane dell’impossibilità di fissare una forma). La vita quindi non ha bisogno di essere rappresentata, si rappresenta da sé, mentre la verosimiglianza cerca in tutti i modi di imitare la vita.
Pirandello da allora farà scuola: Ibsen, Ionesco ed altri avranno lui come riferimento (si va verso il teatro dell’assurdo).
CRITICHE ED INTERPRETAZIONI
Il primo rilevante tentativo di un’interpretazione dell’opera pirandelliana è da vedere nel saggio del Tilgher (1922), il quale ha posto l’accento sulla filosofia implicita nell’arte del Pirandello, insistendo sul fondamentale dualismo tra la vita e la forma, che ne costituirebbe la base e il problema centrale. Il Tilgher affermò poi che il pensiero del Pirandello "…non rimane astratto e puramente teorico, ma si fonde con la passione, e l’impregna di sé e a sua volta si colora alla sua fiamma (…)".
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Baiox
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