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mercoledì 4 marzo 2009

Tema svolto gratis La scapigliatura

In Italia tra il 1860-70 nasce a Milano il movimento

della "Scapigliatura". Il nome che significa spostato, scapestrato, deriva da un romanzo del 1862, "La scapigliatura e il 6 Febbraio" di Cletto Arrighi. Di quest'opera riporto alcune frasi tra le più significative: "Questa casta, vero pandemonio del secolo; personificazione della follia che sta fuori dai manicomi; serbatoio del disordine, della imprevidenza, dello spirito di rivolta e di opposizione a tutti gli ordini stabiliti - io l'ho chiamata - la Scapigliatura [...] La Scapigliatura è composta da individui di ogni ceto, di ogni condizione, di ogni grado possibile della scala sociale. Proletariato, medio ceto e aristocrazia; foro, letteratura, arte e commercio; celibato e matrimonio, ciascuno vi porta il suo contingente, ciascuno vi conta qualche membro d'ambo i sessi; ed essa li accoglie tutti in un complesso amoroso, e li lega in una specie di mistica consorteria, forse per quella forza simpatica nell'ordine dell'universo attrae fra di loro le sostanze consimili. La speranza è la religione degli scapigliati, che i contemporanei italiani si ostinano a chiamare i boemi, con orribile gallicismo; la fierezza è la loro divisa; la povertà il loro carattere essenziale. Ma non la povertà del pitocco, che stende la mano all'elemosina, bensì la povertà di un duca a cui tocca di licenziare una dozzina di servitori, vendere molte coppie di cavalli e ridurre a quattro le portate della sua tavola, perché, fatti i conti coll'intendente, ha trovato di non avere più a questo mondo [...] che cinquantamila lire di rendita". Ciò che caratterizza questo movimento è la fine degli entusiasmi risorgimentali, il rifiuto della tradizione borghese e del romanticismo patriottico e sentimentale che aveva caratterizzato la cultura italiana della prima metà del secolo e la ricerca del nuovo.

Tema svolto gratis La guerra in Kosovo

La guerra che doveva durare due notti prosegue ormai da più di un mese

e potrebbe durarne molti di più. È chiaro che Milosevic rifiuta qualsiasi formula di negoziato preveda una forza internazionale in Kosovo, tantopiù se organizzata intorno ad un nucleo Nato. Per quanto si possa ancora sperare che la diplomazia russa aggiri i no di Belgrado e inventi una pace praticabile, questa non è una partita che possa concludersi con un pareggio. Milosevic promette che la Nato "morirà in Kosovo" e il nucleo trainante della Nato vuole che in Kosovo muoia lui. Credere nella possibilità di un compromesso tra queste due volontà di vittoria (o di sopravvivenza), potrà anche aiutare i governi di Roma e Bonn a tenere insieme le rispettive maggioranze, ma non ci sottrarrà alla scelta che vorremmo evitare: se continuare una guerra finora inconcludente oppure accettare una pace serba alle condizioni di Belgrado. Nel campo occidentale permangono ambiguità e confusione. Da una parte si dice: "vogliamo risolvere la crisi del Kosovo". Ma Clinton, il Dipartimento di Stato, Londra, ormai da settimane aggiungono: "Milosevic deve farsi da parte. Questo progetto non è stato improvvisato per giustificare una continuazione del conflitto". Già due anni fa l'ex ambasciatore americano Morton Abramowitz esplicitava così la nuova linea del Dipartimento di Stato: "Per stabilizzare definitivamente l'ex Jugoslavia è indispensabile togliere di mezzo i regimi autoritari di Zagabria e di Belgrado". Resta Milosevic: il Kosovo è diventato l'occasione o il pretesto per toglierlo di mezzo. Se per il tradizionalismo serbo il Kosovo è la culla della patria, per Milosevic ha un valore anche maggiore: è l'origine simbolica del suo potere personale. Proprio a cavallo del risentimento anti-albanese, 12 anni fa s'impossessò del partito comunista serbo e celebrò la virata nazionalista con una grandiosa manifestazione in Kosovo. Consegnare adesso alla Nato il palcoscenico da cui aveva promesso la "Grande Serbia", equivale ad un suicidio politico. Egli ne è così consapevole che fino allo scorso ottobre rifiutava perfino l'idea di un negoziato sul Kosovo.Ma forse la più grande vergogna della situazione balcanica risiede nel fatto che alcuni cinici politici, sia da noi sia in Occidente e in Jugoslavia, giocano adesso la carta del Kosovo non nell'interesse del popolo serbo o albanese, ma soltanto per il prestigio personale, il mantenimento del potere e per l'egemonia. Occorre notare che, salvo rari casi, molti assumono posizione a favore dei serbi o degli albanesi. Forse, la sola posizione corretta è quella pro serbi e pro albanesi allo stesso tempo, vale a dire una posizione a favore dell'uomo. Non si devono confondere i popoli con i loro estremisti e allo stesso modo non si deve demonizzare un popolo poiché qualcuno può fare altrettanto del nostro. Quindi, prudenza con i Balcani ma anche i Balcani devono essere prudenti con se stessi. Le ininterrotte processioni di profughi albanesi innocenti mostrate sugli schermi televisivi inclinano l'animo umano alla misericordia. Ma lo stesso sentimento suscitano le case in fiamme dei serbi. E' tragico che Russia e America vedano attraverso la televisione due guerre diverse: la guerra è una sola!La Nato continua, comunque, i suoi attacchi, ma finora il regime serbo ha retto, i generali hanno obbedito, e la guerra anzi ha prodotto l'opposto dei risultati dichiarati. Questo è lo stato delle cose, e non si può negare fondatezza alle obiezioni di chi in Italia sostiene che i raid siano stati (finora) controproducenti. Il problema è che il partito degli scettici avrebbe dovuto manifestarsi molto prima: in autunno, quando la Nato, su richiesta americana, propose la minaccia di bombardamenti al negoziato sul Kosovo. Quello era il momento di opporsi e di suggerire strade meno avventurose. Ora è troppo tardi. Se adesso la Nato rinunciasse ai bombardamenti e accettasse il ricatto di Belgrado (rimpatrio dei deportati albanesi, ma alle nostre condizioni), Milosevic trionferebbe. Il presidente jugoslavo diventerebbe la prova di una possibile rivincita sui valori che le democrazie occidentali rappresentano. Il partito umanitario può obiettare che questa è un'ipotesi astratta rispetto all'unica certezza: il prezzo imposto alle popolazioni dal perdurare della guerra. Ma non è difficile intuire che sofferenze ben maggiori attenderebbero gli albanesi, i montenegrini, i macedoni, i bosniaci e gli stessi serbi nel caso gli occidentali accettino un qualunque compromesso Milosevic possa realisticamente vendere per una vittoria. Né il Kosovo né alcune tra le nazioni confinanti con la Serbia sarebbero al sicuro. Se dunque la guerra è stata finora fallimentare, una pace ad ogni costo sarebbe assai peggio. La questione del Kosovo resta, quindi, tuttora inrisolta e di difficile soluzione. Di certo dovrebbe essere chiaro che la soluzione non è in quei generali che rischiano di cadere nella trappola di Milosevic, una guerra con truppe di terra il cui esito è prevedibile: una mostruosa spartizione etnica del Kosovo, dopo una sconfitta militare serba che Milosevic trasformerebbe agevolmente nella propria vittoria politica (gli basterebbe la morte di cento soldati occidentali per gridare: ho fermato l'invasore). Le opinioni pubbliche europee andrebbero poste di fronte alla realtà: questa probabilmente non sarà una guerra di settimane, e produrrà altro dolore e solo il futuro potrà darci una risposta a quello che, all'alba del giubileo del 2000, sembra essere un conflitto inspiegabile.

Tema svolto gratis L'italia Unita

Dal governo Cavour al primo governo di centro-sinistra

(21/4/'96) sono stati molti i problemi che hanno caratterizzato le politiche della nazione: dalla questione meridionale, alla cassa del mezzogiorno, dalla burocratizzazione della capitale al possibile federalismo fiscale tanto discusso dalle forze politiche di oggi. Uno dei temi che forse ha ancora un notevole eco sulla nostra penisola è quello meridionale che nasce come problema soprattutto di tipo economico ma che presentava già dall'unificazione profondi risvolti culturali e sociali. La questione meridionale diviene tale quando lo stato unitario ne è divenuto responsabile, cioè dopo l'unificazione della penisola, poiché precedentemente non presentandosi come problema "nazionale", ossia capace di condizionare negativamente l'intero sviluppo della società italiana non destava l'interesse né della famiglia Borbonica, né tanto meno quello dei Savoia. Il meridione non aveva, alla metà del XIX secolo, problemi particolari se non quelli tipici di una realtà agraria impostata su un modello arcaico: ciclicamente veniva sconvolto da epidemie e carestie, la quasi totalità della popolazione era analfabeta (circa il 90%) la mortalità era molto elevata, l'economia era ristretta e le condizioni di lavoro dei contadini erano paragonabili a quelle delle bestie. "La questione meridionale è una questione pratica, essendo la sua soluzione connessa non a provvedimenti particolari o settoriali, ma ad un'azione di governo che qualifichi in senso meridionalistico l'intero patrimonio di risorse umane e materiali disponibili nel paese" (Enrico Berlinguer). Storicamente essa non si identifica con un fenomeno di depressione socioeconomica unitario ed omogeneo, bensì con una serie di processi involutivi legati tra loro, ma di varie origini e contenuti che toccano tutti gli aspetti della vita politica e sociale; così per tutto il corso dell'età moderna e per buona parte di quella contemporanea la questione meridionale è stata essenzialmente una questione agraria, non solo per il ruolo determinante che la struttura agraria esercita nell'organizzazione dell'Europa e dell'Italia del tempo, ma anche per il peso che essa ha avuto nello sviluppo dell'intera vita comunitaria del mezzogiorno. Ciò che mancava alla popolazione meridionale era la coscienza di essere sfruttata; la miseria e l'arretratezza del sud Italia era quello di quell'Europa non toccata dalle nuove strutture economiche: pur nella povertà il contadino non sentiva il peso del regno borbonico che non obbligava ad imposte particolarmente gravose. La borghesia meridionale non aveva per altro un'incidenza rilevabile in un'economia fondata sull'autoconsumo familiare e in cui l'accumulazione dei capitali era lontana dalla mentalità di coloro che l'avrebbero potuta perseguire. Il modo in cui fu attuata l'unità d'Italia non aiutò certo la condizione del meridione: infatti il prevalere della linea liberal-conservatrice di Cavour e la volontà di grandi uomini come Garibaldi la connotarono di un carattere del tutto politico piena di trattati e "passaggi di mano", senza dare spazio all'autodeterminazione del popolo italiano come Mazzini e Cattaneo auspicavano. Così senza radicali cambiamenti il sud aveva mutato padrone passando dai Borboni ai Piemontesi. L'unificazione amministrativa non tenne conto delle richieste di autonomia locale da ciò si determinò che il sud conobbe il personale amministrativo piemontese ed il nord il fenomeno del brigantaggio. Con l'unità amministrativa e legislativa vennero poste le strutture portanti del nostro stato. Ancora oggi il meridione subisce passivamente le conseguenze della sua e della nostra storia passata e sfortunatamente del mal governo degli ultimi 50 anni: è ancora molto diffuso nel sud, sebbene in altre forme, l'analfabetismo (analfabetismo tecnico); la disoccupazione in questi anni è giunta (a causa anche della crisi nazionale) al 20%; è assai difficile ottenere nel sud capitali in prestito dalle banche da impiegare in nuove attività perché "[...] è troppo rischioso l'investimento" (Direttore del Banco di Sicilia su "L'Espresso"); in alcune zone della grandi città (Z.E.N. di Palermo) la microcriminalità è molto diffusa e l'evasione fiscale - segno di un'assenza dello stato - è più altra che nelle altere zone d'Italia. Altra grande questione che caratterizzò l'Italia post-unitaria fu la questione romana.vDopo l'enciclica di Pio IX dove egli si riconosceva prigioniero dello stato italiano, Cavour (tra il 1850 e il 1860) inaugurò una rigida politica legislativa di tipo anticlericale, con leggi "laiche" che prevedevano la perdita di molti dei privilegi ecclesiastici, l'incameramento dei beni della Chiesa da parte dello stato sabaudo, l'introduzione del matrimonio civile e la gestione statale delle scuole. Tutto ciò nel tentativo di "laicizzare" lo stato italiano e di "purificare" il cattolicesimo dai suoi aspetti temporali attendendo che, spontaneamente Pio IX accettasse questa situazione. Il pontefice, al contrario, riteneva che il potere temporale fosse una garanzia della stessa autorità spirituale e, con lui, i cattolici intransigenti. Questi avevano come scopo la difesa della causa papale e non si riconoscevano in uno stato "usurpatore" dei beni della chiesa e fondato su principi contrari alla fede. Saranno gli intransigenti che, con l'avvento di Leone XIII e la maturazione di una visione sociale della chiesa espressa nella Rerum novarum, daranno un contributo allo sviluppo democratico dell'Italia, criticando la visione elitaria dello stato liberale e la sua scarsa sensibilità nei riguardi della società. Nel 1871 Roma diviene capitale del Regno d'Italia e lo stato italiano determinava la nuova situazione del pontefice con la "Legge delle Guarentigie". Solo dopo il 1921 quando Mussolini firmò i Patti Lateranensi lo stato italiano riallacciò rapporti amichevoli con quello pontificio; nel 1984 Bettino Craxi rinnovò questo "concordato" definendo meglio questioni molti importanti come quella dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole statali. Ancora oggi la presenza dello Stato Pontificio all'interno della nazione influenza notevolmente e il mondo culturale (dalla scuola alle lotte sociali) e il mondo politico. Una nazione come la nostra storicamente e culturalmente cattolica fa fatica a stare al passo con alcune questioni sociali (aborto, eutanasia, droghe leggere, educazione sessuale nelle scuole, etc.) che vivono in Europa e nel mondo e che spesso creano grandi disaccordi.

Tema svolto gratis Dario Fo

"Nella nostra epoca l'industria della coscienza ha convertito per tempo la virtualità mitica

dei comici in un fattore di moltiplicazione speculare delle apparenze sociali ed è difficile scollare per questo il ritratto di Fo dalla materia divistica con cui è cresciuto; ma il suo recupero delle forme preborghesi di spettacolo, il suo caratteristico impegno di ricerca nel disoccultare insieme e contemporaneamente le illusioni ideologiche della società e le vuotezze della finzione a teatro si sono venuti determinando programmaticamente nell'opposizione a questo uso della scena e delle sue storie."
Ecco come viene, per così dire, definito Fo in un saggio di Claudio Meldolesi del 1978. Personalmente ritengo che una prosa così elaborata non ci possa neanche lontanamente avvicinare al teatro di Fo, a quella sua genuinità governata da una calcolata ostinazione politica, popolare e popolaresca che si apre al pubblico senza tortuosità di percorsi. Proveremo quindi a definire Dario Fo, il "comico in rivolta" in maniera più semplice, senza perderci nel significato di paroloni senza senso e pesanti, iniziando con l'esaminare la sua vita, la sua carriera e le sue opere maggiori.
Dario Fo nasce a San Giano, in provincia di Varese, nel 1926. Suo padre è un ferroviere e sua madre una contadina: è una famiglia proletaria, di tradizioni democratiche e antifasciste. Dai suoi compaesani, per la maggior parte contrabbandieri e pescatori di frodo, tutti individui dotati di una fantasia senza limiti, Fo impara a vedere e a leggere le cose in un certo modo.


Dario Fo da piccolo

A Milano giovanissimo, frequenta l'Accademia di Brera. Si iscrive al Politecnico, che frequenta fino a sette esami dalla laurea. È questo un periodo di enorme entusiasmo per Fo, il quale inizia a scoprire i rapporti umani che gli si aprono e che gli crescono intorno.
Studiando architettura, si interessa alle chiese romaniche e rimane stupito dal fatto che la maggior parte di esse è opera di scalpellini semplici, ignoranti ed analfabeti. In questo stesso periodo inizia ad improvvisare storie che lui stesso recita: sono storie il cui obiettivo è rappresentato dal mettere a nudo le banalità e le idiozie della cultura scolastica. Tutto ciò ruota su alcuni cardini: l'infrazione alla norma ed al conformismo, la provocazione del potere, il gusto della sorpresa, ecc.
Nel 1952 conosce Franco Parenti che lo introduce alla RAI, dove inizia una vera e propria attività di produzione: recita per radio le trasmissioni del "Poer nano" (al bell'Abele, aristocratico ed educato si contrappone il goffo fratello Caino che con le sue grosse manone sciupa ogni cosa, fino a quando non si stufa ed, esasperato, ammazza l'Abele con una legnata). "Storie assurde, ma con dentro dei temi ben precisi: l'ironia sui luoghi comuni e la liturgia della gente per bene, l'orrore per il mondo dei ricchi, l'amarezza e la ribellione per la propria condizione e il senso del bisogno e della paura."
I testi del "Poer nano" vengono rappresentati al Teatro Odeon di Milano: è il primo contatto di Fo con il teatro ufficiale (conclude quindi la collaborazione con la radio, che limitava fortemente le sue capacità espressive). In seguito entra in collaborazione con autori come Giustino Durano e lo stesso Franco Parenti.
Dalla collaborazione con Parenti e Durano nasce nel '53 "Il dito nell'occhio" (chiara e decisa affermazione della satira politica e sociale): in questo spettacolo vengono colpiti sui loro piedistalli gli "eroi" a cui viene contrapposto il buon senso, lo sghignazzo e si ride sui valori di cartapesta della storiografia ufficiale.
Il testo del '54 "Sani da legare", dove l'arma della satira viene portata nella vita quotidiana dell'Italia della "legge truffa", viene massacrato dalla censura di Scelba.
Finisce l'epoca della collaborazione "a tre" e Fo avvia un periodo di esperienze nel campo del cinema.
Scrive con altri e recita nel film "Lo svitato", regia di Lizzani. Con Age Scarpelli, Pietrangeli, Pinelli lavora a varie sceneggiature.
Nel 1959 Dario Fo e Franca Rame decidono di organizzarsi in "compagnia"; dal '59 al '67 recita nelle "commedie": "Gli Arcangeli non giocano a flipper" (1959-60), "Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri" (1960-61), "Chi ruba un piede è fortunato in amore" (1962-62), "Isabella, tre caravelle e un cacciaballe" (1963-64), "La signora è da buttare" (1967-68). È questo il cosiddetto periodo "borghese" dell'attività di Fo, "borghese" perché agisce all'interno del teatro borghese, davanti ad un pubblico sostanzialmente borghese. Il teatro di Fo è sempre più politico, inizia a delinearsi l'esigenza di ricollegarsi fino in fondo alla cultura popolare, sempre meno lontana.
Con la nascita del primo governo di centrosinistra Fo viene chiamato a lavorare in televisione: gli viene inizialmente affidata la direzione di una rivista musicale "Chi l'ha visto?", subito dopo gli viene affidata "Canzonissima". Nelle sue trasmissioni Fo mette sotto accusa il clero, gli industriali, la mafia, parla dei problemi di vita delle masse popolari; la satira rimane sempre l'arma principale di comunicazione.
Sono pochi mesi di apertura della RAI, apertura che si chiude in occasione di uno sketch sulle speculazioni degli impresari edili, proprio mentre è in corso nel paese una dura lotta dei lavoratori di quel settore. La censura televisiva fa a pezzi il copione della trasmissione. Dario Fo e Franca Rame denunciano la repressione dell'ente pubblico nei loro confronti.
In un intervista del 1967, dice: "Non è un caso che io mi sia rifatto a una nostra tradizione, ai gesti della commedia dell'arte e alle musiche antiche popolari, in quanto ritengo che a teatro, tanto più si va sperimentando verso il nuovo, tanto più occorre affondare nel passato… ed a me interessa soprattutto un passato che sia attaccato alle radici del popolo... sulla base del concetto del "nuovo della tradizione" al quale sono legato".
La sua sensibilità al nuovo lo porta da artista "amico del popolo" ad artista al servizio del movimento rivoluzionario proletario, "giullare" del popolo, in mezzo al popolo, nei quartieri, nelle fabbriche occupate, nelle piazze, nei mercati coperti, nelle scuole.
Al termine della stagione teatrale la "compagnia Fo - Rame" si scioglie, e viene costituita la "Associazione Nuova Scena", che afferma nel proprio statuto, di porsi "al servizio delle forze rivoluzionarie non per riformare lo stato borghese con politica opportunista, ma per favorire la crescita di un reale processo rivoluzionario che porti al potere la classe operaia".
Nel '68 Fo scrive e mette in scena "Grande pantomima con bandiere e pupazzi piccoli, grandi e medi", sulla continuità dello stato del fascismo alla "repubblica democratica", sulla lotta di classe tra il drago del proletariato e il pupazzone della borghesia. Chiarissimo il collegamento con il teatro popolare nell'uso delle maschere, dei burattini e delle marionette.


Dario Fo in Cina

Alla stagione teatrale 1969-70 appartengono "Mistero Buffo", "Legami pure che tanto spacco tutto lo stesso", "L'operaio conosce 300 parole, il padrone 1.000, per questo lui è il padrone".
In "Mistero Buffo" sviluppa ed approfondisce la ricerca di Dario Fo sulle origini della cultura popolare: per più di tre ore si susseguono testi medioevali, recitati in dialetto ("padano") di sapore arcaico, da un "giullare" del popolo che riesce a coinvolgere il "pubblico" in uno spettacolo corale di straordinaria efficacia, di satira violenta degli antenati dei padroni di oggi. È il più popolare spettacolo di Fo, che viene richiesto nelle situazioni di lotta più diverse. In "Mistero Buffo" si pone concretamente l'insostituibile ed irrinunciabile necessità di scoprire "da dove veniamo" per "scoprire andare": conoscere la dinamica dello scontro di classe nel suo sviluppo storico, non in una dimensione statica di astratta constatazione sociologica.
Nel 1970 Fo ed altri compagni si costituiscono in "Collettivo Teatrale la Comune".
All'indomani del "suicidio" del ferroviere Pinelli, Fo mette in scena lo spettacolo "Morte accidentale di un anarchico" (che prende spunto da un episodio accaduto in America di un anarchico scaraventato a forza dalle finestre della questura centrale di New York).
Solo grazie all'enorme consenso di massa che lo spettacolo conquista in pochi mesi riesce a salvarlo dalla repressione della polizia e della magistratura, impotenti di fronte ad uno spettacolo che dice tutto senza fare nomi o cognomi, stabilendo un immediato e diretto rapporto con l'intelligenza critica del pubblico.
"Noi facciamo del teatro popolare. Il teatro popolare ha sempre usato del grottesco, della farsa - la farsa è un'invenzione del popolo - per sviluppare i suoi discorsi più drammatici. Perché la risata rimane veramente nel fondo dell'animo con un sedimento feroce che non si stacca più. Perché la risata fa evitare uno dei pericoli maggiori, che è la catarsi… Partendo dall'VIII secolo in poi, si ritrovano sempre storie drammatiche raccontate in forma grottesca. Questo in tutta la tradizione. Se poi andiamo con i Greci, ancora di più. Con i Romani lo stesso… Noi non vogliamo liberare dall'indignazione la gente che viene. Noi vogliamo che la rabbia resti dentro e non si liberi, che diventi operante con lucidità nel momento della lotta". Nella stagione 1971-72, Dario Fo e Franca Rame scrivono e mettono in scena: "Morte e resurrezione di un pupazzo" (riedizione de "Grande pantomima ecc. ecc." del '68: lo spettacolo è mordente, violento, duro; la satira non permette respiro), "Fedayn" e "Ordine per DI0.000.000.000!".


Dario Fo truccato da Franca Rame

Il periodo tra il '70 ed il '72 rappresenta un momento di crisi. Occorre far evolvere il collettivo verso forme di rappresentazione nuove superando il concetto di teatro itinerante. Del periodo è lo spettacolo "Pum! Pum! Chi è? La polizia!". Dura la repressione dello Stato. La magistratura ipotizza contatti di Dario Fo e di Franca Rame con le Brigate Rosse. A Milano nel quartiere periferico di Quarto Oggiaro, teatro di forti tensioni sociali, viene affittato un cinema per rappresentare gli spettacoli della "Comune". Per la prima volta si tenta di stringere un legame forte tra il teatro e la strada. È in questa situazione di aperto scontro tra la "Comune" ed il potere che, nel '73, Franca Rame viene sequestrata, a due passi dalla sede della DC, da un commando fascista per essere percossa e violentata. Stanchezza, amarezza, la fatica accumulata in anni ed anni di scontri, rotture spesso violente sullo stesso terreno della sinistra extraparlamentare (si era da poco allontanato dalla "Comune") portano Fo ad un breve, ma sofferto, periodo di crisi. A Sassari per la rappresentazione di "Guerra di popolo in Cile" (ispirato al colpo di stato del '73) la Questura fa irruzione con la forza nel cinema affittato. Lo spettacolo viene sospeso. Il giorno seguente dovrebbe essere rappresentato "Mistero Buffo", ma la polizia arriva in forze prima ancora dell'inizio dello spettacolo. Fo si oppone all'ingresso dei poliziotti. Viene arrestato, ma la sua prigionia dura solo 19 ore: viene liberato a furor di popolo. Nel '74 la "Comune" porta in Francia il "Mistero Buffo". Dopo 15 anni di esilio, Fo torna alla RAI nel 1977. Continua comunque a scrivere opere quali: "Fabulazzo osceno" ('82), "Coppia aperta" ('83), "La fine del mondo 2" ('85), "Il Papa e la strega" ('89), "Zitti! Stiamo precipitando" ('90), "Dario Fo recita Ruzzante" ('93). Le opere di Fo vengono poi rappresenta te in giro per il mondo: in Argentina, in Australia, in Austria, in Belgio, in Brasile, in Bulgaria, in Canada, in Cina, in Danimarca, nello Zimbabwe, in Venezuela, negli USA, in Uruguay, in Svezia, in Svizzera, in Olanda, in Messico, in Inghilterra, in Israele, in Scozia, in Romania, in Cile, in Francia, in Germania, in Giappone, in Norvegia, in Irlanda, in Islanda, in Spagna, in Sud Africa, ecc. ecc...


Dario Fo recita alla FIAT

Nel 1997 Dario Fo è stato insignito del premio Nobel per la Letteratura: Fo non vince il Nobel per le sue 40 e più commedie, ma per la sua lingua incomprensibile ed altamente comunicativa, Grammelott, Gramelot o Grammelot che riportar si voglia. Fo è l'uomo di cultura italiano più famoso all'estero perché il suo linguaggio è universale, perché parla con il corpo, perché parla di ciò che ci accomuna ai nostri simili, perché ci riporta alle radici rituali, festose e carnevalesche del teatro.

Tema gratis Il Novecento

Nel 1900 si realizza il concetto di società di massa, avviene così la nascita delle classi al posto delle caste con una conseguente consapevolezza della vita sociale.
Le varie classi interagiscono fra loro e non vi è più una distinzione netta e rigida come con le caste. Questi processi hanno facilitato la nascita degli stati moderni.
La scuola di Stato divenne "patrimonio di tutti e non privilegio di pochi"; eterogeneità dei componenti (appartenenza a diverse classi sociali: figli di avvocati, contadini, commercianti, operai...). Fu caratterizzato da:

* Elevamento dell'obbligo scolastico (processi di alfabetizzazione).
* Nuove tipologie di lavoro.
* Processi di laicizzazione e di secolarizzazione della chiesa (papa Leone XIII); chiesa meno dogmatica ma più laica.
* Emancipazione femminile: istituzione del suffragio universale.
* Nuovo concetto di nazione: nuovo nazionalismo.
* In filosofia la crisi del Positivismo coincide con la nascita del Decadentismo.

Il Positivismo aveva portato alla nascita di tre correnti letterali:

* Realismo (tratta di fenomeni storici);
* Verismo (tratta di fenomeni sociali), movimento regionale soprattutto in Sicilia: Verga, Capuana
* Naturalismo (tratta di fenomeni sociali) argomenti più universali: E. Zola

Principali filosofi decadenti: Freud (padre della psicoanalisi), Nietzsche (teoria del Superuomo), Bergson (Spiritualismo), Max Weber (sociologia, scienze sociali).

lunedì 2 marzo 2009

Tema svolto gratis La violenza sugli ebrei

Documentario: I sopravvissuti raccontano

Auschwitz, Polonia. È il 27 aprile del 1940, le autorità naziste trasformano delle vecchie caserme in un campo di concentramento per detenuti politici. Tra il 1941 e il 1942 il complesso di Auschwitz viene scelto come luogo di sterminio per gli Ebrei di tutta l'Europa. L'attività di messa a morte è spostata dal campo di Auschwitz a Birkenau, a tre Km di distanza.
In prossimità del bosco di betulle due costruzioni sono trasformate in camere a gas; successivamente vengono costruiti 4 forni crematori con camere a gas annesse per rendere più rapido lo sterminio. All'arrivo degli Ebrei i nazisti facevano una scelta: l'80% viene mandato agli impianti di messa a morte, gli altri entrano in campo come manodopera schiava.
Testimonianza di Pietro Terracina

«Eravamo scesi dai vagoni e la prima cosa istintiva che abbiamo fatto è stata quella di cercare i nostri parenti che avevano viaggiato negli altri vagoni. Stavo con mio padre e mio nonno e vedemmo subito i miei fratelli e insieme a loro andammo a cercare mia madre e mia sorella, ad un tratto le vedemmo, si tenevano per mano e le andammo incontro. Mia madre ci abbracciò e ci mise le mani sul capo per darci la benedizione e lì aveva capito che era arrivata la fine. Mi ha detto: "non ci vedremo più". I tedeschi urlavano, ci bastonavano e mia madre aveva paura, non per lei ma per noi. Non l'ho più vista».
Testimonianza di Liliana Segre

«Poi divisero implacabilmente gli uomini dalle donne, lasciai per sempre la mano di mio papà ma prima non sapevo che era per sempre, se no chi sa come sarei stata, invece in quel momento io speravo che poco dopo sarei stata di nuovo con lui al massimo sarebbe stato come a Como come a Varese: separati in prigione ma poi riuniti per un'altra meta e così ci salutammo insieme a delle donne in fila e lui a cinquanta o cento metri lontano da me anche lui si mise in fila con gli uomini, ci guardavamo da lontano mi ricordo e io con l'ultimo fiato cercando di non piangere gli facevo dei piccoli sorrisi gli facevo dei ciao da lontano perché io ero sempre molto preoccupata per lui, che così sofferente così disperato di avermi messo al mondo così, così preoccupato logicamente per me com'era, e allora gli facevo ancora dei piccoli salutini da lontano poi ad un certo punto non l'ho visto più. Non l'ho rivisto mai più.
Venne la notte. La notte guardai fuori da una finestrina e vidi per la prima volta il fuoco sulla ciminiera era una visione molto brutta, era una visione in cui nella notte nera la neve bianca brillava perché il fuoco lì in fondo era sinistro, era terribile. Io ormai sapevo che cos'era quel fuoco allora quella fu una notte veramente tremenda.»
Testimonianza di Alberto Ed

«Dopo una settimana di lavoro non mi rendevo conto di che cos'era quel fuoco, non il fumo, il fuoco che usciva da quei camini. Ho trovato uno che parlava francese e gli ho chiesto: "Che cos'è quel fuoco?". Mi ha risposto: "Lo sai che vuole dire? Quando sei arrivato?".
"Una settimana fa".
"E con chi sei arrivato?".
"Con mia madre, mia sorella i miei parenti...".
"Guarda stanno lì".
"Ma perché?".
"Perché lì cremano, t'ammazzano e poi ti cremano".
"Ma chi?".
"Le persone, noi, gli Ebrei". »

Tema svolto gratis L'Italia nel XIV secolo

La rivoluzione sociale che si era svolta nel XII e XIII secolo e che aveva visto l’ascesa del dio denaro nella scala dei valori e di conseguenza dei ricchi a scapito della nobiltà feudale. Proprio questo denaro che aveva cambiato

profondamente questa città fu poi alla base della crisi economica del XIV secolo, che fece da sfondo alla decadenza dei due poteri universali: il papato e l’impero.
La peste del 1348 decimò infatti, la popolazione dell’intera Europa, che si ridusse di in terzo. Tale epidemia aveva avuto una così grande diffusione perché la maggiore richiesta di alimenti di “lusso” dovuta all’affermarsi dei nuovi ricchi, aveva portato alla diminuzione dei campi destinati alla coltura dei cereali, per cui le masse si trovarono ad essere poco o male alimentate, e quindi deboli di fronte al morbo.
La diminuzione della popolazione portò ad una conseguente diminuzione della domanda di produzione agricola, da cui poi dipendeva la vitalità dell’artigianato urbano, che si basava sulle richieste della popolazione di campagna. I commerci, a seguito di tale crollo della produzione, divenne sempre meno vitale e le grandi banche, motori dell’ascesa della borghesie e della nascita dei comuni, fallirono. I terreni agricoli che non servivano più data la minore richiesta, vennero abbandonati.
I signori feudali, venendo meno i loro guadagni, decisero di aumentare il carico fiscale sui contadini, i quali, già esasperati e ridotti alla penuria in condizione normali, sfogarono la loro rabbia in movimenti di protesta, che consistettero in incendi, assassinii, scorrerie, ecc. che quasi regolarmente venivano represse nel sangue. Ad esempio, nei primi anni del 1300,ci fu una rivolta nel Trentino e in Lombardia guidata da Fra’ Dolcino, che predicava la povertà evangelica e si scagliava contro il clero che aveva secolarizzato i suoi costumi. Nel 1307 questa rivolta venne soffocata nel sangue da una crociata promossa da signori feudali e laici e il frate venne ucciso.
Nel 1358 ci fu la rivolta contadina della jaquerie (da Jacques Bonhomme, così venivano chiamati i contadini dai nobili), guidata da Charlse Guillaume, il quale diede un carattere unitario ai tumulti rendendoli uniformi allo scopo di ottenere una rivendicazione sociale unitaria. Catturato, i contadini rimasti senza guida vennero massacrati.
Nonostante questi sanguinosi tumulti possano sembrare negativi, alla fine questi movimenti riuscirono in qualche modo a cambiare qualcosa, perché migliorarono le condizioni dei contadini. Infatti, la diminuzione della manodopera portò ad un aumento dei salari, i signori furono costretti a stipulare contratti più favorevoli ai contadini per incentivare la ripresa economica, e inoltre i signori trovarono più conveniente affittare la terra piuttosto che coltivarla direttamente, perché era divenuta più costosa la manodopera. Così molti contadini, godendo di migliori condizioni economiche, potettero riscattare i terreni e diventare essi stessi proprietari.
Decadenza del papato e Bonifacio VIII
Il XIII secolo aveva messo in evidenza l’inadeguatezza dei due poteri universali, papato e impero, a mantenere l’ordine che loro stessi avevano istituito, il XIV secolo aveva invece svelato il loro anacronismo, dando via libera definitivamente ai moderni stati territoriali e alla laicizzazione del potere.
La carica di papa da troppo tempo era diventata più una carica temporale che spirituale, infatti il pontefice allo stesso tempo era capo di uno stato e anche alla testa della comunità cristiana. Per questo motivo l’elezione del pontefice era diventata appannaggio delle famiglie aristocratiche romane, che imponevano a seconda della loro potenza l’elezione del proprio rappresentante. L’esigenza di rinnovamento spirituale all’interno della Chiesa portò all’elezione dell’eremita abruzzese Pietro da Morrone, che venne consacrato nel 1294 a L’Aquila col nome di Celestino V. Trasferitosi a Napoli un mese dopo sotto le pressioni di Carlo II d’Angiò, non appena si rese conto di essere un fantoccio nelle mani dei potenti, nel dicembre 1294 depose la tiara, diventando l’unico papa della storia a pronunciare il gran rifiuto. Al suo posto venne eletto Benedetto Caetani, che venne consacrato con il nome di Bonifacio VIII. Gli elettori, questa volta, vennero convinti dalle sue qualità “politiche”, dalla sua personalità forte e decisa che sembrava essere adatta a proseguire la politica espansionistica dei suoi predecessori.
Per prima cosa il neo papa si sbarazzò dei colonna, che nel 1297 assediò e sconfisse nella loro fortezza di Palestrina, e li escluse dalle indulgenze plenarie del Giubileo del 1300, che fu proprio un’invenzione di Bonifacio, che gli fu molto utile per attirare pellegrini a Roma, che fu sottoposta a lavori di ristrutturazione, e ribadire la potenza del papato, facendo allo stesso tempo guadagnare molto denaro alle casse pontificie, che potevano beneficiare di così ingenti ricavi economici. Il motivo religioso dell’indulgenza plenaria passava sicuramente in secondo piano nella mente del pontefice. La sua politica estera lo dimostra. Per prima cosa cercò di estendere la sua influenza su Firenze e sulla Sicilia.
La Sicilia era sempre stata considerata dal papato come un feudo, anche fin da quando in Normanni l’avevano governata, ma quando salì al trono Federico II, la sua politica e poi quella del figlio Manfredi, palesemente avverse alla Chiesa, impedirono al papato di esercitare questa influenza sull’isola. Perché si restaurasse la posizione privilegiata sulla Sicilia, la Chiesa doveva sostenere Carlo II d’Angiò, che cercava di riprendersi il trono del regno insidiato dagli Aragonesi, venuti in aiuto dei siciliani, ma la Guerra dei Vespri, iniziata nel 1282 e conclusasi nel 1302 con la vittoria di questi ultimi, pose fine al dominio angioino e quindi ai sogni di ingerenza del papa.
Gli altri interessi espansionistici del papa erano rivolti al comune di Firenze, in cui, nonostante i guelfi si trovassero in posizione di maggioranza, dopo la vittoria guelfa nella battaglia di Benevento nel 1266, contro l’esercito ghibellino di Manfredi, figlio di Federico II, essi però non lasciavano spazio all’ingerenza del pontefice. Infatti era avvenuta una divisione all’interno degli stessi guelfi, infatti c’era una partito, dei cosiddetti guelfi bianchi, formato dai ricchi appartenenti al popolo grasso, che non voleva sottomettersi al volere papale e anzi sosteneva la teoria dei due soli (potere temporale distinto da quello spirituale); l’altra fazione, dei guelfi neri, era composta dal popolo minuto e non era contrari all’ingerenza del papa su Firenze. I guelfi bianchi, però, erano al comando, perché a Firenze il Capitano del popolo e il Podestà era affiancato da sei Priori, magistrati a carica bimensile. Gli “Ordinamenti di Giustizia” di Giano della Bella, nel 1293, permettevano l’accesso al priorato solo agli iscritti alle corporazioni, a tutto vantaggio delle arti maggiori e mediane, e a danno del popolo minuto e plebe, oltre che dei nobili.
Ne scaturirono scontri tra bianchi e neri, quest’ultimi appoggiati dal papa Bonifacio VIII, e alla fine prevalsero anche grazie all’appoggio di Carlo di Valois, fratello di Filippo il Bello, che arrivato a Firenze sotto le pressioni del papa (era giunto in Italia per aiutare Carlo II d’Angiò), e invece di svolgere il ruolo di paciere, come si era presentato, favorì i guelfi neri, che tuttavia nel giro di pochi anni persero questo potere a favore del popolo grasso. Anche qui il papa aveva perso.
Schiaffo di Anagni e cattività avignonese.
La fine delle ambizioni di potere temporale della Chiesa avvenne ad opera di Filippo IV il Bello re di Francia, rappresentante di uno stato, la Francia, che era a tutti gli effetti uno stato di tipo territoriale moderno e non più l’impero di qualche secolo prima. Filippo fu il primo a tentare con convinzione un politica accentratrice in piena indipendenza dal papato e a cercare di creare una Chiesa francese dipendente dal punto di vista economico e politico dal papato, anche se strettamente dipendente da Roma dal punto di vista religioso.
Filippo nel 1296 impose pesanti tasse al clero, che ne era stato sempre esente. Allora Bonifacio VIII, con la Bolla Clericis Laicos, impose ai laici, pena la scomunica, di non imporre tasse ai clerici, e a quest’ultimi di non pagarle. Filippo, di tutta risposta, vietò l’esportazione di denaro francese e vietò anche agli stranieri di soggiornare e commerciare con la Francia. Ciò danneggiava sia i banchieri del centro Italia, che sollevarono un coro di proteste, e sia la Santa Sede, che si vedeva così privata dei proventi delle sue proprietà francesi, il papa, allora, ritirò la bolla per rendere possibile nuovamente l’afflusso nelle casse pontificie delle decime francesi e quindi di nuovi fondi per portare avanti le costose lotte intraprese dal papa.
Nel 1301 ci fu un nuovo episodio clamoroso, Filippo il Bello, infatti, arrestò un vescovo francese, reo di non aver pagato le tasse. Il pontefice convocò un concilio a Roma durante il quale Filippo IV si sarebbe dovuto presentare per scusarsi. Ma il re francese, nel 1302, convocò per la prima volta gli Stati Generali (un’assemblea di rappresentanti di clero, nobiltà e popolo) e deliberò l’indipendenza del potere politico da quello spirituale, vietando inoltre ai vescovi francesi di partecipare al concilio. Nel novembre dello stesso anno, il papa emanò la bolla Una Sanctam nella quale dichiarava eretico chiunque affermasse l’indipendenza del potere politico da quello spirituale.
Filippo, allora, nel settembre 1303 inviò un piccolo esercito con a capo Sciarra Colonna e Guglielmo di Nogaret, che sorprese e sequestrò il papa ad Anagni. I francesi furono costretti a retrocedere dalla popolazione, ma Bonifacio, provato da tale affronto (è pura leggenda lo schiaffo che Sciarra Colonna con il guanto, da qui il nome dello “schiaffo di Anagni”) morì nell’ottobre dello stesso anno. Il suo successore, Benedetto XI, morì nel 1304, e il pontefice eletto subito dopo, Clemente V, l’arcivescovo di Bordeaux, nel 1309, nonostante le suppliche di numerosi prelati, stabilì la sua sede ad Avignone, e il suo successore, Giovanni XXII, la accettò. Così rimase fino al 1377, questo periodo di sottomissione del papato alla Francia, viene definito cattività avignonese, con evidente riferimento alla cattività babilonese degli ebrei.
Fermenti di rinnovamento religioso
Nel XIV e nel XV secolo la crisi economica e l’epidemia pestilenziale che l’aveva determinata, insieme a tutti i cambiamenti che si erano verificati, avevano messo in evidenza che il mondo era dominato dall’inconoscibile, dalla suprema sapienza di Dio, che, come diceva S. Paolo, era impescrutabile.
Sostenitore convinto di questa teoria fu Guglielmo da Ockham (XIII secolo), che diceva che i concetti universali (verità, perfezione, divinità, ecc.) erano delle costruzioni del pensiero, che non avevano nessi con la realtà, quindi credeva solo l’intuizione sensibile, cioè quella derivante dall’esperienza concreta e dai sensi. Per questo motivo non bastava pensare alla divinità per dire che Dio esiste, perciò i concetti universali non potevano dare una spiegazione razionale dell’esistenza di Dio, solo la fede poteva fare ciò; quindi egli poneva una netta distinzione tra fede e ragione.
Questa filosofia aprì poi la strada alla scienza moderna, che era quindi libera di ricercare concretamente senza essere fermata dalla religione. Contemporaneamente si diffuse la distinzione tra potere spirituale e temporale.
Marsilio da Padova (XIII secolo) sosteneva che l’autorità del sovrano trae origine dal popolo, e che l’autorità civile e soltanto essa aveva attinenza con tutte le questioni temporali, dunque in questo campo era superiore a quella spirituale. Per Marsilio, inoltre, la Chiesa si basava sulla totalità dei fedeli, che in un concilio trovava la sua rappresentazione, perciò la comunità cristiana nei concili era superiore al papa stesso.
All’interno di questa società, che pur essendo cristiana si dibatteva sulla religione, si sviluppava un sentimento clericale, in particolare antipapale, e nacquero così delle istanze di ritorno alla povertà evangelica e quindi ad un maggiore spiritualismo del clero. Inoltre la possibilità di riscuotere tasse da parte della Chiesa nei vari paesi aveva fatto discutere. Questi temi vennero sostenuti dai pensatori Wycliffe e Hus.
Wycliffe (XIII sec.) avversava il papato di Roma, troppo attaccato al potere temporale e alle ricchezze. Sosteneva inoltre che il clero era una sovrastruttura perché si poneva come intermediario inutile tra Dio e l’uomo, infatti l’unico luogo di incontro con Cristo era la coscienza dell’uomo e la parola di Dio tramandata dalla Bibbia. Wycliffe prese posizione anche contro le tasse imposte dalla Chiesa. La sua dottrina si diffuse in tutta l’Inghilterra grazie ai lollardi, preti poveri che la predicarono.
Seguace di Wycliffe, Jan Hus predicò il ritorno ad una Chiesa priva del potere temporale e di ogni ricchezza materiale che si occupasse solo della vita spirituale seguendo il Vangelo. Le sue idee vennero condannate nel Concilio di Costanza nel 1415, che ne sancì la morte sul rogo. Ma le fiamme invece che sopprimere le sue convinzioni le ampliarono e divennero anche motivo di una guerra. I boemi, infatti, si schierarono dalla sua parte, a favore delle sue idee e contro i principi tedeschi sostenitori dell’ordine stabilito, perciò nel 1420 scoppiò la cosidetta guerra hussita che termino nel 1936 con il riconoscimento dell’autonomia boema.

Tema svolto gratis Fascismo

La parola “fascismo” nasce con il regime instaurato da Mussolini nel 1922 e deriva da “fascio”, un tempo simbolo di un passato glorioso, della forza e dell’unione.

La denominazione di fascista qualifica ogni forma di dittatura o di autoritarismo, ai quali conferisce, se possibile, un senso peggiorativo; ma l’estensione del termine è storicamente errata poiché non tutti i sistemi dittatoriali sono riconducibili al modello fascista che ha avuto un percorso e caratteri propri.
Il fascismo rappresenta una sorta di anomalia morale nell’evoluzione della società occidentale: un’astuta minoranza convince le masse a rinunciare alla libertà e a raccogliersi in un nuovo ordine sociale capace di affrontare e superare le difficoltà del momento. Per alcuni esso rappresenta una parentesi nel corso della storia, senza richiamare in causa le responsabilità delle classi dirigenti nella formazione dei regimi mussoliniano e hitleriano.
Al fascismo non interessava darsi una sua dottrina, ma, tuttavia, è possibile rintracciare alcuni tratti caratteristici che conferiscono al fascismo i suoi contorni ideologici.
Innanzi tutto, il fascismo cercava di risvegliare sentimenti primari come l’entusiasmo delle folle, la collera dei vinti, l’indignazione delle vittime, la paura, il disprezzo, il rifiuto della diversità; voleva che tutto il popolo vibrasse di un medesimo slancio.
Rifiutando la ragione, il pensiero e la parola, il fascismo si diede come motore l’azione. Agli sconfitti e alle vittime delle crisi promise fatti concreti, gli esercizi fisici, la sana vita all’aria aperta, l’avventura, il pericolo e infine la guerra, che rivelava l‘uomo a se stesso.
Il fascismo si fondava, inoltre, su una concezione non ugualitaria dell’uomo. Accettava come un fatto naturale l’esistenza delle élite, senza porsi alcun interrogativo sulle loro origini e sulle giustificazioni della loro funzione storica; del resto era inevitabile, necessario e benefico che alcuni uomini fossero venuti al mondo per comandare, altri per obbedire.
La massa, ignorante per natura, accecata dalla soddisfazione dei soli bisogni materiali, incapace di individuare quali siano i suoi veri interessi, doveva piegarsi alle scelte operate dai superiori, pena la sconfitta dello Stato:
Altro carattere essenziale è il totalitarismo. Il fascismo era totalitario e faceva dello Stato l’assoluto che domina e soverchia l’individuo. Era un totalitarismo prima di tutto politico, ovviamente, che nel ribadire l’onnipotenza e l’unità dello stato, rinnegava la separazione fra potere legislativo, esecutivo e giudiziario, e dunque, ancora una volta, condannava la democrazia e le libertà; rigettava tutto quanto potesse indebolire, contestare, dividere lo Stato, come il sistema parlamentare, la pluralità dei partiti, dei sindacati, le organizzazioni sociali e volontaristiche, che altro non erano che testimonianze di impotenza, lascito di un passato ormai tramontato, oggetto di discussioni inutili e di inutili dissensi. Lo Stato aveva bisogno, al contrario di un solo partito, organizzato su un modello più o meno militare che necessitava di disciplina, di uniformi, di insegne, di gente che sfilasse a passo cadenzato sotto le bandiere.
Attraverso la stampa, la radio, il cinema e manifesti e pubblicità d’ogni genere, la propaganda di regime era onnipresente.
Per il fascismo l’individuo non contava nulla, essendo totalmente subordinato alla collettività ai cui interessi poteva essere chiamato a sacrificarsi; la singola esistenza acquistava un senso solo attraverso la partecipazione ad un gruppo. Ancora una volta il fascismo si rivelava nemico acerrimo della democrazia, che esaltava la dignità della persona umana e ne garantiva tutti i diritti. Lo stato totalitario intervenne infine nella vita privata, familiare, religiosa, sanzionando chi vedeva come deviante, indesiderabile, inutile come i celibi che non procreano per il bene della nazione, gli omosessuali, perturbatori della morale, i malati mentali che costano caro all’erario, gli appartenenti ad alcuni gruppi etnico-religiosi evidentemente nocivi.
Lo Stato onnipotente si incarnava in un capo carismatico e infallibile, provvidenziale guida della nazione e titolare dell’autorità assoluta. Il Duce aveva nelle sue mani tutti i meccanismi del potere e strinse con il popolo un rapporto quasi personale, si potrebbe dire di tipo mistico e religioso; le sue apparizioni, in occasione delle grandiose cerimonie suscitavano una sorta di estasi mistica o di fanatismo collettivo. Venerato fino a tale punto, il dittatore sembrava credere per davvero alla propria soprannaturale missione per il bene della nazione.
Artefice dell’instaurazione di una dittatura totalitaria, il fascismo teneva tuttavia a darsi un aspetto democratico e progressista; ad esempio, nonostante la costante critica del suffragio universale e del parlamentarismo, almeno in apparenza non rinunciò del tutto alle elezioni ed al sistema rappresentativo. Il Parlamento italiano sopravvisse ma non contava più nulla; le elezioni erano sorvegliate con estrema attenzione e, ad evitare sorprese, si svolgevano su liste uniche.
Il regime si giustificava inoltre proclamando di difendere i veri interessi della nazione con l’instaurazione di una società più giusta, facendo anche ricorso ad un vocabolario rivoluzionario e socialista.
Razzismo ed antisemitismo non trovarono spazio nel fascismo italiano degli inizi: vi erano ebrei perfino all’interno del partito nazionale fascista. Solo con molto ritardo, Mussolini, per opportunismo politico e per compiacere all’alleato nazista, introdusse in Italia una legislazione antisemita.
Con il 1925 si avviò così la costruzione del “regime” fascista, i cui momenti essenziali furono lo scioglimento di tutti i partiti e organizzazioni non fascisti, le “leggi fascistissime”, l’istituzione del Tribunale speciale, la “costituzionalizzazione” del Gran consiglio del fascismo, l’introduzione del sistema elettorale a collegio unico nazionale e a lista unica, i provvedimenti in materia sindacale e corporativa e la conclusione dei Patti Lateranensi con la Santa Sede.
Fu attraverso questi provvedimenti che Mussolini riuscì a stabilizzare il compromesso con la classe dirigente tradizionale, pensando di poterlo modificare a proprio vantaggio allorché lo stato fascista fosse riuscito a creare una propria classe dirigente attraverso l’educazione e la formazione politica delle nuove generazioni.
Il partito fascista poté contare, nella sua ascesa, sul consenso di varie classi sociali, nonché sulla tacita approvazione del governo e in particolare del re. All’inizio il movimento fascista si caratterizzò per la violenza esercitata soprattutto su dirigenti e semplici militanti socialisti, e sui contadini che scioperavano, al grido di “ordine e disciplina” (gli squadroni partivano con un intento di devastazione e a volte erano chiamati proprio dai proprietari delle terre). Questo ebbe un duplice effetto: da un lato il terrore non solo psicologico a chi aveva idee di sinistra, dall’altro il muto appoggio da chi aveva interesse a ridurre l’importanza di questo partito, quindi da parte della classe dirigente e degli apparati statali. Lo stesso Giolitti pensava che avrebbe potuto lasciar fare i fascisti, per poi portarli dalla sua parte e il re, in occasione della marcia su Roma, nell’ottobre del 22, invece di richiamare all’ordine Mussolini, gli diede l’incarico di formare un nuovo governo.
Gli altri partiti non seppero opporre una resistenza attiva: alle elezioni del ’24 non si coalizzarono, poi, permisero a Mussolini di continuare a spadroneggiare.
Per quanto riguarda il consenso popolare, si possono fare diverse ipotesi: le immagini spettacolari della folla che acclama Mussolini dalle piazze fanno pensare che l’ammirazione fosse effettiva. D’altra parte sembra assurdo che si possa dare il proprio consenso a un partito che era nato sotto il segno della violenza e che aveva trasformato l’Italia in un regime, con la relativa inibizione di qualsiasi idea, progetto, comportamento che non fosse in linea con gli ideali fascisti.
Concretamente, Mussolini fece alcune innovazioni per il miglioramento della vita di alcune persone, ad esempio la politica di incentivazione demografica, ma comunque questi interventi favorivano soprattutto la piccola borghesia.
Fu importante la stipula dei Patti Lateranensi, con cui il Papa riconosceva lo Stato Italiano e permetteva ai cattolici la partecipazione alla vita politica (in cambio di riconoscimenti territoriali ed economici), permesso che era stato negato con l’Unità d’Italia.
Ma la grande impressione del fascismo sul popolo italiano avvenne soprattutto attraverso la propaganda: per la prima volta il capo del governo si mostrava in pubblico per farsi apprezzare e acclamare, in modo che la gente si sentisse, allo stesso tempo, coinvolta e “guidata”, non sottomessa; La radio e il cinema si stavano sviluppando e diffondendo proprio in quel periodo, e Mussolini li utilizzava per veri e propri spot propagandistici. Sempre per quello che riguarda i mezzi di comunicazione, i giornali venivano attentamente controllati, e, nel caso, censurati.
È anche vero che parte del consenso fu passivo, cioè alcune persone si limitarono ad aderire esteriormente al fascismo, pur non condividendone gli ideali, per il quieto vivere, perché la violenza contro gli antifascisti non si era interrotta.
Soprattutto, il fascismo si preoccupò di fare presa sulle masse politicamente “neutre”, e perciò influenzabili.
Spesso, infatti, capita che la maggior parte delle persone non si schieri politicamente, e per questo viene considerata dai partiti stessi, come stupida o apatica. È proprio a questa massa che danno importanza i regimi, non per fare crescere in essa una coscienza politica e sociale, ma per avere un consenso numerico maggiore degli altri partiti, magari meno sentito, ma comunque ostile a prendere una posizione decisa e pronto a schierarsi in favore di chi colpisce la sua attenzione in maniera fittizia, anche attraverso la propaganda.

Tema svolto gratis Il socialismo

L'idea di socialismo nasce dalla mente di due brillanti pensatori europei, Karl Marx e Frederich Engels, che si impegnarono ad esprimere il loro rivoluzionario pensiero nel Manifesto del Partito comunista, pubblicato a Londra nel 1848.

Marx ed Engels si erano resi conto dell'enorme rivoluzione economico-sociale che aveva promosso il XIX secolo con il capitalismo. Il capitalismo è un modello di politica economica che porta al massimo sfruttamento di un prodotto, fonte di guadagno, ma, nello stesso tempo, genera la formazione di una nuova classe necessaria al lavoro del prodotto, la classe proletaria. Con questa nuova classe, chiamata il becchino del capitalismo, si avvia una rivoluzione sociale che porta all'inevitabile crollo del sistema di produzione capitalistico aprendo la strada all'azione rivoluzionaria proletaria.
Manifesto

1. La società contemporanea è dominata da sistemi di produzione imposti dalla borghesia, responsabile dell'abbattimento dei privilegi feudali, ma anche della nascita di una società in cui il potere è concentrato nelle mani di un'unica classe, la borghesia stessa.
2. Il capitalismo porta allo sfruttamento del prodotto, seguito dalla concorrenza mondiale che genera il monopolio che, a sua volta, provocherà guerre catastrofiche. Tutto ciò evidenzia la grande contraddizione del capitalismo: grande produzione in grado di soddisfare la domanda con la conseguenza dell'abbassamento dei prezzi e quindi la possibilità di consumo da parte di tutti; accentramento del potere economico-politico nelle mani dei proprietari dei mezzi di produzione.
3. Il capitalismo non si limita a generare il proletariato, ma tende ad accrescere la massa ed il suo sfruttamento. Lo sfruttamento consiste nell'appropriazione di una parte del valore dei prodotti, che equivale a una parte non pagata del lavoro necessario per produrli (plusvalore).
4. Necessaria rivoluzione del proletariato che deve inizialmente promuovere una società socialista in cui avviene una socializzazione dei mezzi di produzione con la conseguente spartizione degli incassi in base al lavoro prodotto. In questo periodo il proletariato dovrà trasformarsi da classe economica sfruttata, in classe politica dominante attraverso una dittatura. Soltanto in seguito si passerà alla nascita di una società comunista in cui avverrà l'annullamento di classe, ogni uomo sarà uguale ad un altro evitando così lo sfruttamento.

L'internazionale

Nel 1864 venne fondata a Londra l'Associazione internazionale dei lavoratori, detta poi Prima Internazionale. L'Internazionale costituiva un organismo di collegamento e di coordinamento sindacale più che politico, molto composito e dai programmi mal definiti. Il compito di formulare una piattaforma comune venne affidata a Marx che dettò i fondamentali principi:

1. l'emancipazione della classe operaia doveva essere operata dalla stessa classe operaia;
2. la conquista del potere politico era divenuto il compito principale della classe operaia.

La Prima Internazionale ebbe però vita breve, fu sciolta nel 1876, in seguito ai grandi contrasti interni che si erano formati fra diverse fazioni, tra cui, socialisti moderati (i seguaci di Lasalle), marxisti, anarchici (Proudhoun, Bakunin) e mazziniani. Solo nel 1889 venne riorganizzata l'associazione, con il nome di Seconda Internazionale, diretta da un ufficio con sede permanente a Bruxelles.
La diffusione in Europa
Socialismo in Francia

Nel 1871 viene istituita la Comune di Parigi, esperimento rivoluzionari contro il governo di Thiers e l'espansione tedesca nel territorio nazionale. La Comune propone l'abolizione della polizia e dell'esercito permanente, interessando anche una riforma dei salari degli ufficiali pubblici troppo retribuiti. Questo stato di tipo giacobino non poteva essere ammesso dalla maggioranza conservatrice e monarchica che sorreggeva Thiers. Fu condotta quindi una repressione da parte dell'esercito, appoggiato dalle milizie tedesco, che porta nel braccio della morte più di 14000 persone. Dopo la Comune il Partito dei lavoratori socialisti aderì ad un programma redatto dallo stesso Marx, ma dovette fare i conti con i propri dissensi interni. Si formarono due ali, quella di tipo possibilista e quella che fece nascere il Partito operaio francese. La carenza di un partito socialista forte fece sì che il movimento sindacale procedesse per conto proprio sviluppando la concezione dello sciopero generale che divenne il programma della nuova Confederazione generale del lavoro (CGT). La CGT era una vera forza politica più vicina all'anarchismo che al socialismo. Solo nel 1905 i diversi rami del socialismo francese, pur mantenendo intatte le loro differenze ideologiche, si accordarono per dar vita al Partito socialista unificato. Uno scrittore francese, Sorel, indicò nello sciopero generale rivoluzionario il nuovo mito che avrebbe permesso la trasformazione radicale del sistema sociale vigente, non giudicato da Sorel ingiusto, quanto mediocre e corrotto. Sorel accusava la democrazia "borghese" in termini simili a quelli del socialismo, nascondendo un vago rimpianto per la funzione storica delle aristocrazie, e ritenendo la violenza come la vera "levatrice della storia".
Socialismo in Germania

Dopo la morte di Lasalle che fu l'unico in grado di formare un movimento socialista di ampiezza nazionale (Associazione generale dei lavoratori tedeschi), i membri interni si divisero in due gruppi, uno di questi era il Partito socialdemocratico dei lavoratori. Una piattaforma programmatica piuttosto moderata, che puntava molto sulla lotta parlamentare e non escludeva la collaborazione con altri partiti borghesi, permise alla socialdemocrazia una costante ascesa elettorale, non arrestata neppure dalle misure antisocialiste messe in atto da Bismarck. Eduard Breinstein, membro del partito, propugnò una revisione del marxismo, considerato ormai superato, che criticava l'idea della dittatura del proletariato che contrastava i valori di libertà insiti nell'idea di socialismo. Si tratta, secondo Bernstein, di conquistare lo Stato e il controllo della società attraverso il controllo della società con l'organizzazione sindacale ed il voto politico.
Socialismo in Inghilterra

L'obiettivo del socialismo inglese fu, anziché la conquista rivoluzionaria del potere, la riforma della società attraverso le vie costituzionali. Solo dopo una crisi economica del 1879, il pensiero di Marx riuscì ad entrare nell'isola, in quanto prima era considerato superato ed antiproduttivo dalla società più industrializzata del mondo. L'azione di un nuovo sindacalismo pose le basi per la fondazione nel 1893 del Partito laburista indipendente (ILP), con un programma moderato di riforme tutt'altro che marxiste, ma tale da provocare una prima frattura tra i sindacati raccolti nelle Trade Unions e il Partito liberale (Whings). L'ILP riuscì in seguito a collegarsi con altre forze politiche e sindacali presentando si con grande successo alle elezioni dei primi anni del novecento. Nacque così il Partito laburista (Labour Party). Ad esso detto il maggior contributo dottrinale una delle associazioni aderenti, la Società Fabiana (da Fabio Massimo, il temporeggiatore della seconda guerra punica), sorta per opera di un gruppo di intellettuali, tra cui, Shaw e Webb. I fabiani erano dei socialisti riformisti, influenzati dalle teorie economiche del liberalismo radicale. Essi credevano in un passaggio graduale della società capitalista a quella socialista e consideravano lo Stato un ente neutrale che poteva e doveva essere conquistato dai lavoratori attraverso la lotta parlamentare e non con la rivoluzione.
Socialismo in Italia

In Italia ci fu inizialmente, soprattutto, un'influenza anarchica (con principali sedi a Massa e Carrara) sotto la guida di forti personalità rivoluzionarie, come Cafiero e Malatesta. L'anarchismo respingeva l'idea di un organizzazione politica di classe e operava, invece, nel tentativo di suscitare azioni spontanee di ribellione popolare, provocando moti e scontri cruenti (Bologna, Imola). Il fallimento dei tentativi anarchici indusse un ex capo anarchico, Andrea Costa, a presentarsi alle elezioni schierandosi a favore di un partito socialista. Iniziò così l'ascesa del socialismo in Italia che vide la nascita nel 1882 del Partito operaio, fondato da alcuni amici di Costa. Seguì l'esempio anche un altro grande esponente dell'anarchia, Filippo Turati, e il tutto culminò con la nascita del Partito socialista Italiano nel 1893. Il programma di Turati fu di tipo gradualista, che dava molto peso alla conquista di strumenti democratici per una trasformazione della società dall'interno, piuttosto che per via rivoluzionaria. A differenza del socialismo tedesco e francese, quello italiano riscontrò grandi consensi anche tra le campagne, con numerose adesioni di braccianti agricoli, a causa della bassa industrializzazione del paese.
Socialismo in Russia

Anche in Russia l'anarchia riscontrò inizialmente più successo del socialismo, fino a quando un aumento del costo della vita colpì l'enorme nazione. L'avvento del pensiero marxista si deve a Plechanov che diede la spinta per la formazione di diversi gruppi di spunto socialista. Solo nel 1898 venne fondato clandestinamente il Partito socialdemocratico russo. Il capo era Vladimir Ilic Ulianov, detto Lenin.

Tema svolto gratis La seconda guerra mondiale

Cause:
1. Aggressività e decisione di Hitler

2. Mussolini che ha consentito l’annessione dell’Austria e ha dato appoggio a Hitler
3. Stalin che non comprende la vera natura del nazismo e che non ostacola l'occupazione della Polonia
4. Le democrazie occidentali che sottovalutano Hitler (soprattutto l'Inghilterra)

1 settembre 1939 Hitler invade la Polonia e Francia e Gran Bretagna dichiarano guerra alla Germania.
Inizia la II guerra mondiale.
1939-1940: guerra lampo

La strategia militare tedesca era basata sulla guerra lampo, un’offensiva massiccia e travolgente, condotto con l’impiego dell’aviazione e dei mezzi corazzati. Era comunque l’unica strategia che dava possibilità di successo perché la Germania non aveva i mezzi per condurre una guerra di logoramento.
Quando Hitler entra in Polonia, anche i sovietici invadono il paese sull’altro fronte, quindi viene ripartita fra le due potenze.
Francesi e inglesi restano in posizione di stallo.
1940 - Germania occupa Danimarca e Norvegia, per accerchiare Gran Bretagna e avere il controllo sul mare del Nord.
1940 - Hitler occupa Belgio e Olanda per attaccare la Francia.
Francesi e Inglesi si trovano accerchiati
1940 - Mussolini entra in guerra a fianco di Hitler per guerra lampo.
1940 - Attacco immediato alla Francia: Parigi viene occupata, e l’armistizio prevede il controllo tedesco su quasi tutto il paese, tranne nel centro-sud, dove si forma il governo collaborazionista di Vichy. L’unico a sostenere la resistenza è Charles de Gaulle, che invia messaggi da radio Londra (era a Londra in esilio).
1940 - Hitler tenta l’occupazione della Gran Bretagna (operazione “Leone marino”), ma per la prima volta la Germania incontra una resistenza tenace. Hitler utilizza quindi la guerra sui mari e in cielo, con bombardamenti massicci e devastanti a scopo di terrorizzare i civili e indurre il governo a cedere. La battaglia d’Inghilterra non fu un successo per Hitler, che dovette abbandonare la Gran Bretagna.
Italia: Mussolini era consapevole di non essere all’altezza di un simile conflitto, sia in campo economico sia militare.
Il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra con la strategia di condurre una guerra parallela alla Germania (nessuna operazione in comune). Attacca la Grecia, ma fallisce per impreparazione militare. Anche l’attacco all’Africa mediterranea dimostra l’impossibilità di autonomia dalla Germania.
L’Italia si scontra più volte con gli inglesi a Malta e perde la Cirenaica. Finisce così l’impero italiano in Africa.
1941: guerra "mondiale"

1. La Germania invade l’URSS (“operazione Barbarossa”), pensa a un rapido annientamento della potenza nemica, ma con l’inverno russo la guerra lampo si trasforma in guerra di logoramento.
2. Giappone attacca improvvisamente la flotta statunitense di Pearl Harbour, per ottenere il controllo sul Pacifico.
(poco prima, i presidenti Churchill e Roosevelt sottoscrissero la Carta atlantica, che stabiliva alcuni principi da seguire una volta arrestata la tirannia nazista: libertà di commercio, diritto all’autodeterminazione dei popoli, rifiuto della forza nelle controversie)
3. Stati Uniti e Gran Bretagna dichiarano guerra al Giappone.

1942-1945: la resistenza e le liberazioni
La strategia tedesca di guerra lampo era fallita e la Germania doveva ora sostenere su diversi fronti una guerra di logoramento. L’Italia aveva dimostrato la sua impreparazione militare ed economica. E poi, quale potenza sarebbe riuscita a contrastare gli USA?
Nei paesi occupati dai nazisti si diffondono movimenti di resistenza, molto diversi in ogni stato per la composizione e l’efficacia, ma con in comune l’idea di combattere contro i nazisti, e spesso vi era anche un programma di trasformazione politica dopo la liberazione.
Durante il ’42 le sorti del conflitto volsero a favore degli anglo-americani e dei sovietici, alleati nella lotta per la “resa senza condizioni” della Germania.
Il fallimento della conquista in Russia a Stalingrado e la ritirata italo-tedesca furono le avvisaglie dell’indebolimento dell’Asse.
1943 - Gran Consiglio del Fascismo vota la sfiducia a Mussolini e il nuovo governo di Badoglio firma l’armistizio con gli anglo-americani. Mussolini, liberato dai tedeschi, fonda la Repubblica Sociale Italiana di Salò, di fatto sottomessa alle Germania.
1944 - apertura in Europa di un secondo fronte: esercito alleato sbarca in Normandia.
1944 - De Gaulle libera Parigi dai nazisti.
aprile 1944 - Armata Rossa entra in Germania e il sistema di dominazione nazista si sfascia. Dopo di ciò la Germania tenta ancora di riorganizzare l’esercito, ma inutilmente.
1945 – Mussolini viene fucilato e Hitler si suicida. La Germania firma la resa senza condizioni.
6 agosto 1945 – per chiudere immediatamente la guerra, il presidente americano Truman bombarda con armi atomiche il Giappone, colpendo Hiroshima e Nagasaki. Il Giappone firma la resa senza condizioni.

Tema svolto gratis Le grandi scoperte geografiche

L'età del Rinascimento prodotto dei cambiamenti nella cultura europea, rendendo la visione del mondo

antropocentrica, che a loro volta avevano determinato non solo una rinascita delle materie umanistiche, delle scienze matematiche e della tecnica, ma anche un cambiamento fondamentale della mentalità: l'uomo era ormai investito di fiducia, era esaltata la sua creatività, e ciò si traduce in progresso, in apertura degli orizzonti e ampliamento delle conoscenze.

Questo nuovo fervore, unito al miglioramento del settore nautico, grazie all'introduzione dell'astrolabio, al miglioramento della bussola, al miglioramento delle chiglie delle navi, e ad una sempre maggiore precisione delle carte nautiche, consentiva di aumentare sempre di più le distanze percorribili.

Il segno evidente del cambiamento della mentalità Europea è quello del sempre maggiore interesse per l'oriente, testimoniato da alcuni viaggi i cui partecipanti hanno descritto con trattati o libri; ricordiamo, ad esempio, il francescano Giovanni Pian del Carmine, che intorno alla metà del Duecento viaggiò per tutta l'Asia e rimase ospite anche del Gran Khan, ritornato poi in Italia scrisse un libro intitolato "Storia dei Mongoli" nel quale descrive le abitudini di queste popolazioni con cui venne a contatto. Anche due mercanti veneziani, Matteo e Niccolò Polo, e il figlio di quest'ultimo, Marco, si avventurarono in Asia nel 1271 e lì entrarono a far parte dell'entourage dell'imperatore Kubilay Khan, che affidò loro incarichi di grande fiducia. Marco Polo, poi, parlò di tutte le esperienze da lui vissute durante questo lungo viaggio nel libro "Il Milione", che divenne attorno al XVI secolo un best- seller dell'epoca, a testimonianza del grande cambiamento avvenuto nella mentalità comune dell'uomo europeo.
La circumnavigazione dell'Africa

Tutte queste esplorazioni erano avvenute battendo percorsi più o meno noti, sempre via terra, ma mai avventurandosi per rotte marittime ignote. Il primo tentativo, in questo senso, venne compiuto dai fratelli genovesi Ugolino e Guido Vivaldi, che tentarono di circumnavigare l'Africa per giungere alle Indie, senza però mai ritornare. Però furono i primi a riproporre questa rotta, già tentata nell'antichità. Successivamente l'interesse per questa rotta aumentò sempre di più per tre motivi fondamentali:

1. Il desiderio di togliere ai Veneziani il monopolio dei commerci con i paesi orientali, in particolare per quanto riguardava le spezie, che giungevano a Costantinopoli, porta di accesso all'Europa, con cui Venezia aveva rapporti commerciali di favore dopo aver battuto la concorrenza di Genova.
2. La sempre maggiore richiesta dei beni di lusso provenienti dall'Oriente.
3. La conquista da parte dei Turchi di Costantinopoli nel 1453, della zona del Bosforo, e della penisola balcanica meridionale, quindi l'impossibilità del passaggio delle merci via terra dall'Asia all'Europa attraversando lo stretto del Bosforo. Le spezie, in particolare, erano prodotte solo in Asia, per cui era necessario ovviare subito a questo problema perché esse erano ormai diventate di fondamentale importanza per le abitudini alimentari degli europei.

Fu proprio a partire dalla seconda metà del ‘400, cioè dalla conquista dei Turchi di quei territori nominati in precedenza, che l'interesse per la circumnavigazione dell'Africa per giungere alle Indie divenne sempre più concreto. Inoltre l'invenzione della caravella (una nave con lunghezza variabile dai 22 ai 24 metri, che poteva andare sia di poppa (cioè con vento a favore) che di bolina (cioè risalendo il vento contrario) ad una grande velocità, dovuta ad una particolare conformazione della chiglia (cioè della parte immersa della barca), molto stretta e che opponeva minore resistenza all'acqua) fu di fondamentale importanza perché permise ai navigatori di disporre di un mezzo capace di coprire distanze impensabili anche solo un secolo prima.

Così il re del Portogallo Enrico I, detto non a caso Il Navigatore, compresa l'importanza della via marittima delle Indie, finanziò due spedizioni che avevano come scopo proprio quello di arrivare in Oriente circumnavigano l'Africa. Il primo a tentare tale impresa fu Bartolomeo Diaz nel 1488, ma si fermò al Capo di Buona Speranza, punta estrema dell'Africa, battezzato per questo Capo di Cattiva Speranza. Successivamente Vasco de Gama, portoghese anche lui, nel 1498 riuscì a doppiare il Capo di Cattiva Speranza, che venne ribattezzato per questo di Buona Speranza, e a giungere in India.

Il perfezionamento di questa rotta permise al Portogallo di impiantare delle basi commerciali lungo la costa africana e indiana, che gli permettevano il controllo totale di questa rotta commerciale, anche se essi non divennero mai delle colonie vere e proprie a causa dell'ostilità delle popolazioni locali.
Cristoforo Colombo scopre l'America

Il genovese Cristoforo Colombo, al contrario delle convinzioni dominanti dell'epoca, riteneva di poter arrivare alle Indie navigando verso occidente, convinto che la terra fosse sferica. Sostenuto anche dai calcoli del matematico fiorentino Paolo dal Pozzo Toscanelli, che stimavano il raggio della terra essere molto inferiore di quanto fosse in realtà, Colombo propose il suo progetto al re di Portogallo, convinto che la distanza da percorrere fosse solo di tremila miglia, al contrario delle diecimila occorrenti in realtà. Dopo il rifiuto portoghese, propose il suo progetto ai sovrani spagnoli, incoraggiato anche dall'amicizia con la regina Isabella di Castiglia, che rimase profondamente impressionata dalla sicurezza e dalla religiosità di questo uomo, che riteneva che l'oro e l'argento che avrebbe ricavato dalle terre scoperte sarebbe stato utile per allestire una crociata per liberare la Terra Santa definitivamente.

Colombo dovette aspettare però dieci anni prima di ottenere una risposta, cioè fino al 1492, anno in cui gli Spagnoli fecero capitolare lo stato arabo dell'Ahlambra, riunendo tutto il regno di Spagna. Solo allora i sovrani iberici si decisero a fornire al genovese due caravelle e una nave ammiraglia e soprattutto i fondi per allestire tali navi e l'equipaggio.

Il 3 Agosto 1492 Colombo salpò con la Niña, la Pinta e la Santa Maria verso le Indie. La traversata durò circa due mesi, molti di più di quanti ne avesse previsti il navigatore italiano, visto che i calcoli di Toscanelli lo avevano indotto a pensare che la distanza da coprire fosse molto minore. La sua fortuna fu però quella di partire da Palos e non dalle Azzorre, isole atlantiche già esplorate e abitate, perché in questo modo si ritrovò a navigare con gli alisei, venti equatoriali, in poppa e quindi impiegò meno tempo a completare la traversata. Il 12 ottobre 1492, quando ormai l'equipaggio aveva perso la speranza, le navi avvistarono terra. Colombo era sbarcato su una piccola isola dell'arcipelago delle Antille che lui steso battezzò San Salvador, scoprì poi Haiti e Cuba, ma rimanendo sempre della convinzione di aver scoperto la parte più orientale dell'Asia e non un nuovo continente. Dal 1493 al 1502 compì altre spedizioni, già la seconda con 17 navi in cui erano imbarcati nobili spagnoli, artigiani, contadini, preti, ecc.

Vista questa scoperta, Spagna e Portogallo firmarono il Trattato di Tordesillas in cui si stabiliva che tutti i territori alla destra della raya, cioè di una linea immaginaria tracciata lungo l'Oceano Atlantico, erano colonizzabili dai Portoghesi, che perciò si assicurarono la possibilità di continuare il loro monopolio sulla rotta attorno all'Africa; al contrario, alla sinistra di questa linea, quindi in America, i territori potevano essere colonizzati dagli spagnoli. Si delinearono in questo modo i primi due imperi coloniali: quello spagnolo nell'America centro meridionale e quello portoghese, già presente in Asia e in Africa ma limitato in Brasile nell'America.

Tornando a Colombo, nel 1504, anno del suo definitivo ritorno in Spagna, venne arrestato per futili motivi (suo fratello, in sua vece, aveva fatto impiccare un contadino ribelle nel ducato a lui donato come ricompensa pattuita per le scoperte effettuate) perché si era fatto molti nemici e la sua protettrice, la regina Isabella, era morta. Morì nel 1506, dimenticato da tutti, ma la sua scoperta fu di tale importanza che la data della sua impresa è stata adottata convenzionalmente come l'inizio dell'età moderna, perché i risvolti per la scienza, la tecnica, la cultura e l'economia furono fondamentali per il loro progresso.
Altre esplorazioni dopo la scoperta di Colombo

L'italiano Amerigo Vespucci circumnavigò tra il 1499 e il 1502 l'America in due successivi viaggi e redasse una cartina molto dettagliata, per questo il nuovo continente venne chiamato America o Terra di Amerigo. La conferma che le terre scoperte rappresentassero un continente venne da Vasco Nunez de Balboa, il quale attraversò lo stretto di Panama via terra e si ritrovò davanti un altro sterminato oceano, che da lui fu battezzato Pacifico perché appariva molto calmo.

Nel 1519 il portoghese Ferdinando Magellano tentò il giro del mondo via mare, che però non venne concluso da lui stesso ma dai superstiti della spedizione, tra cui l'italiano Pigafetta, autore di un celebre diario di questa missione: Magellano, infatti, era morto durante una sosta di scalo nelle Filippine ucciso durante una rivolta indigena.

Nel 1500 i portoghesi cominciano ad insediarsi nel Brasile, che poteva essere colonizzato perché si trovava alla destra della raya.
Scoperta o conquista?

La scoperta dell'America da parte di Colombo può essere definita tale oppure è da considerarsi una conquista. Scoperta geografica, innanzitutto, significa cercare, trovare e tornare indietro per riferire. Al contrario conquista significa prendere possesso dei territori scoperti. L'impresa di Colombo può essere difesa come una scoperta scientifica, vista la sua straordinaria importanza, ma l'azione dei conquistadores, può essere solo considerata una conquista spietata, viste le enormi conseguenze che ebbe.

Non sappiamo se lo stesso Colombo avesse in mente solo di scoprire territori o li volesse conquistare, fatto sta che uno dei suoi argomenti più convincenti per trovare un finanziamento in Spagna fu quello delle possibili rendite in oro e argento che potevano fornire alla Spagna i fondi necessari per organizzare una crociata. Lui stesso, inoltre, domandò e ottenne delle bene precise condizioni per la sua impresa, una delle quali era appunto che a lui sarebbe spettato un 10% dell'oro e l'argento estratto nelle terre a lui scoperte e che sarebbe stato viceré delle stesse. Insomma, per essere viceré di un qualsiasi territorio bisogna prima averlo conquistato… Ma molto probabilmente neanche lui si aspettava la violenza che si sarebbe consumata di li a poco ad opera dei conqistadores.
I conquistadores

Dalla Spagna molte persone di ogni classe sociale giunsero in America attratti dal mito di una facile ricchezza e a causa di un aumento demografico in Spagna non sostenuto da un'eguale disponibilità di risorse. Preti, contadini, artigiani ma soprattutto nobili in cerca di quel feudo che non avevano trovato in Europa (i figli cadetti non ricevevano l'eredità della famiglia). Essi arrivavano con in mano l'autorizzazione del re dell'assegnazione di un encomienda o di un repartimiento. Il possessore di un encomienda poteva sfruttare una terra assegnata come il vecchio feudo europeo, poteva quindi imporre tasse o esigere corvées. Chi aveva un repartimiento poteva invece costringere gli abitanti di zone non comprese in una encomienda ai lavori forzati.

Di fatto queste autorizzazioni regie non furono altro che una legalizzazione delle efferatezze commesse dai conquistadores, che erano appunto questi avventurieri, in genere nobili, venuti a conquistare le terre scoperte per renderle appunto encomiende. Vanivano armati di tutto punto pronti a sostenere delle vere e proprie guerre.

Sicuramente uno dei più feroci fu Hernan Cortes, che nel 1519, il soli quattro anni, riuscì a distruggere il regno azteco, che aveva conosciuto una grossa fase di splendore e di espansione attorno al XIV secolo. Tra il 1524 e il 1526 Fancisco Montejo sottomise i Maya, popolazione di grande cultura ma ormai in decadenza. Francisco Pizzarro sottomise tra il 1531 e il 1536 l'impero degli Incas, anch'esso molto evoluto dal punto di vista tecnologico e scientifico.

Una volta distrutte politicamente queste civiltà, i conquistadores le distrussero anche fisicamente costringendole a condizioni di vita a dir poco disumane. Animati dal loro cieco eurocentrismo, essi non considerarono quelle persone come uomini ma come selvaggi perché la loro cultura appariva ai loro occhi inferiore a quella europea di cui erano portatori: per questo vennero imposte agli indios condizioni di vita peggiori anche di quelle delle bestie da some. Essi erano costretti a lavorare numerose ore al giorno, senza potersi riposare, ridotti in uno stato di schiavitù e sotto alimentati. Inoltre le malattie banali che gli europei avevano portato con sé divennero fatali per il loro sistema immunitario, abituato a ben altre tipologie di virus e batteri (in compenso, gli europei hanno riportato in patria la sifilide, che allora e fino a quasi tutto il Novecento risultò incurabile). Debolezza del sistema immunitario, stress fisico provocarono, assieme alle uccisioni volontarie dei conquistadores un vero e proprio sterminio degli indios: aztechi si ridussero da 25 milioni a poco più di un milione, gli abitanti di Haiti da un milione a sessantamila: Davanti a queste cifre c'è da rimanere impressionati, eppure la Chiesa non si scandalizzò più di tanto, visto che essa stessa partecipò all'evangelizzazione forzata di questi indios, che venivano costretti a battezzarsi. Solo nel 1552 ci fu un prima reazione con il frate domenicano Bartolomé de Las Casas, che denunciò tale sterminio e anzi propose, non pensando alle conseguenze, di andare a prendere in Africa gli schiavi necessari per il lavoro in America, visto che gli autoctoni erano per così dire "debolucci".

I reali di Spagna, resisi conto della situazione, promulgarono nel 1542 le Nuove Leggi, con le quali limitava la libertà concessa agli encomienderos dando agli indigeni diritti simili ai cittadini di Spagna, istituendo anche dei tribunali per giudicare eventuali altri abusi. Seppur meritorie, queste leggi non furono ispirate da carità cristiana o civile, ma semplicemente dall'esigenza di imporre l'autorità della corona su queste terre che altrimenti sarebbero scappate di mano. Infatti, le condizioni degli indigeni non migliorano più di tanto, come testimonia de Las Casas.
Le civiltà pre-colombiane: Maya, Aztechi e Incas

La più antica di tutte le civiltà precolombiane fu quella dei Maya, insediatasi nella penisola dello Yucatan, che non costituì mai un impero, ma fu sempre divisa in città-stato comandate da un re-sacerdote. Le città erano dei veri e propri centri religiosi, abitati dai soli sacerdoti e a cui affluivano gli abitanti delle campagne per le cerimonie, i mercati e l'amministrazione della giustizia. La cultura dei Maya era molto sviluppata nel campo astronomico, scientifico e matematico (studi effettati ipotizzano che questa popolazione abbia introdotto l'uso dello zero 700 anni prima che gli Arabi ne carpissero il funzionamento dagli Indiani). La storia di questa popolazione si può dividere in due fasi: Antico impero (III- X sec. d.C.), che terminò con l'acuirsi di una lenta crisi dovuta, si crede, ad un aumento demografico non compensato dall'aumento di produzione agricola, e Nuovo Impero, in cui avvenne una sorta di rinascita di questa civiltà, vanificata poi da guerre civili e da catastrofi naturali nel ‘400.

Gli Aztechi erano originari dell'America Settentrionale, ma si erano insediati nel Messico centrale a partire dal XIII secolo, e dopo molte resistenze da parte delle popolazioni locali, che li avevano ridotti a vivere nelle sole alture, riuscirono ad estendere il proprio dominio su tutto il Messico centrale con Montezuma II (1440). La società era divisa in clan, che possedevano un quartiere della città, proprie terre e case. Il consiglio degli anziani amministrava tali risorse, e le assegnavano a chi decidevano loro, inoltre esso stabiliva anche i vari momenti della vita del clan, a partire da quelli religiosi, di cui determinava i riti. Anche dal punto di vista politico il clan era l'unità fondamentale: era riconosciuto re colui che era eletto da un consiglio formato dai singoli membri di ogni clan. Ma con l'espansione questo popolo perse la sua organizzazione e finì per acquistare una forma di governo oligarchica, in cui il comando era in mano ad alcuni famiglie che erano diventate più potenti delle altre.

La religione atzeca contemplava un dio "duale", cioè principio fecondatore e madre universale genitrice allo stesso tempo che avrebbe dato vita ad altre divinità, così bellicose che avevano creato e distrutto l'universo quattro volte. Era però necessario ricomporre i vari odi, e quindi questi dei diedero origine ad un quinto universo, la cosiddetta "quinta era", che rappresentava quella attuale. Ma questo universo era immerso nelle tenebre, e solo il sacrificio di due di questi dei permise al fuoco di originare il sole e la luna. Ma i due astri erano immobili, perciò gli altri dei si sacrificarono per dare loro la vita, cioè il movimento. Nel timore che tale soffio vitale di esaurisse gli Aztechi ricorrevano a sacrifici umani volti ad alimentare tale vitalità.

Gli Incas erano una popolazione che si era insediata sul versante andino occidentale nello stesso periodo degli Aztechi, dando origine ad un vero e proprio impero, in cui il potere politico era in mano al solo sovrano, con conseguente limitazione della libertà individuale. Il re era proprietario di un terzo del territorio, l'altro terzo era del clero, e il restante veniva distribuito alle famiglie in questo modo: un lotto per ogni figlio maschio, mezzo per ogni figlia femmina. Ogni transazione commerciale, ogni nascita e morte erano registrate, ma non sapendo scrivere, essi usavano per tali registrazioni delle cordicelle con dei nodi.

Il paese era solcato due strade principali, una lungo le Ande (non è facile costruire su una catena montuosa irregolare e elevata) e una lungo la costa, comunicanti fra loro mediante strade secondarie. Questo sistema di comunicazione favoriva da una parte il governo assolutistico del re, dall'altra i commerci, consistenti soprattutto in prodotti artigianali ed agricoli, in particolare del gauno, un concime ricavato dagli escrementi di uccelli marini diffusissimi nella costa.
Colonizzazione inglese, francese e olandese.

In questo periodo anche Inglesi, Francesi e Olandesi gettarono le basi per il loro grandissimi imperi coloniali. Essi, però, lasciarono in mano a delle organizzazioni private lo sfruttamento di quelle terre. Un esempio fu quello dell'Inghilterra, che dall'inizio del Seicento aveva affidato la colonizzazione della zona dell'Oceano Indiano e del Pacifico alla Compagnia delle Indie orientali, mentre la Compagnia delle Indie occidentali doveva occuparsi della zona atlantica.

Anche Olanda e Francia, visto il successo della strategia inglese, si affrettarono a mettere a punto compagnie mercantili di simile fattura, anche se la Francia commise l'errore di statalizzare troppo la sue compagnie, eliminando quell'elemento di vitalità e di concretezza estrema che solo una compagnia totalmente in mano ai privati poteva avere (maggiori commerci equivalevano a maggior guadagno).

Queste organizzazioni ebbero una grande fortuna perché ottennero condizioni favorevoli dalla madrepatria in cambio dell'esclusiva dei commerci fra madrepatria e colonie. Ciò permise in breve tempo alle compagnie mercantili di espandersi e di diventare delle imprese economiche di rilevanza importante, perché con il loro indotto non solo incrementavano i commerci ma anche la ricchezza della madrepatria. In particolare in Inghilterra, i capitali accumulati permisero poi la rivoluzione industriale, visto che vennero investiti nel settore secondario.
Conseguenze delle scoperte geografiche

Le scoperte geografiche in breve tempo cambiarono radicalmente l'Europa e la sua economia, apportando conseguenze rivoluzionarie per la nostra storia. Dal punto di vista economico si ebbe:

1. Lo spostamento dei traffici commerciali dal Mediterraneo all'Atlantico, con conseguente danno per quei paesi che invece erano stati protagonisti del mare nostrum, in particolare dell'Italia.
2. L'arricchimento degli stati bagnati dall'Atlantico, fino ad allora tagliati fuori dai traffici commerciali provenienti dall'oriente attraverso il Mediterraneo.
3. Lo sviluppo delle compagnie mercantili, che permisero l'accumulo di capitali che sarebbero stati riutilizzati per l'industrializzazione del ‘700.
4. L'afflusso di oro e argento dalle miniere americane causò il crollo dei prezzi, perché aumentò il flusso del denaro circolante.
5. Il cambiamento della produzione agricola, con l'aumento della disponibilità di prodotti già presenti nel vecchio continente (come canna da zucchero, vite, lino, canapa, caffè), trapiantati in America, da cui vennero importate coltivazioni come quella del mais, del pomodoro, del tabacco e della patata. Quest'ultima si diffuse molto nel Nord- Est europeo, vista la rendita quattro volte superiore al frumento e soprattutto anche resisteva al gelo.

Dal punto di vista politico si ebbe:

1. La formazione di vasti imperi coloniali (spagnolo, portoghese, inglese e francese).
2. L'inizio di conflitti armati per il possesso delle colonie.

Invece, dal punto di vista sociale si ebbero:

1. La tendenza all'immigrazione verso i nuovi territori.
2. La sempre maggiore importanza delle della borghesia, in contrasto con la vecchia aristocrazia, sempre più legata alla sola rendita delle terre coltivate.
3. L'estinzione totale o parziale delle popolazioni dell'America meridionale di cui abbiamo parlato in precedenza.
4. Il "fiorire" del commercio degli schiavi dall'Africa.

Dal punto di vista tecnico e scientifico le scoperte geografiche ampliarono le conoscenze, proprie perché si potettero verificare delle situazioni diverse da quelle europee. La necessità di dover coprire distanze navali maggiori determinò un'applicazione tecnica non indifferente dei progressi scientifici raggiunti. Proprio per questo la data della scoperta dell'America viene presa come spartiacque tra Medioevo ed Età moderna.

L'Italia rimane a questo punto tagliata fuori da ogni commercio e da ogni esplorazione, perché non ha sufficienti risorse economiche da profondere in tali imprese e per la sfavorevole posizione geografica. Questo è l'inizio della fine per la nostra penisola, perché comincia a perdere anche importanza dal punto di vista culturale e artistico. Infatti le scoperte geografiche hanno anche l'effetto di ampliare gli orizzonti culturali, svecchiando così un patrimonio di tradizioni che fino ad allora aveva impedito lo sviluppo di una scienza veramente moderna.

Tema svolto gratis La russia

La Russia del XVII secolo appare ai nostri occhi come uno stato ancora profondamente legato ad un regime di tipo feudale:

circa il 90% della popolazione, infatti, era costituito da contadini che erano legati alla terra come in servi della gleba del medioevo, erano quindi parte integrante di un terreno, e insieme ad esso venivano ceduti o acquistati. A possedere i grandi latifondi erano i nobili, cioè una piccola parte della popolazione. Non esisteva alcuna attività legata al settore secondario o al terziario, fatta eccezione per i piccoli commerci fatti da Ebrei e Tedeschi. Mancava quindi il ceto borghese che aveva permesso la rinascita economica dell'Europa e quindi aveva permesso un primo passo verso la fine del medioevo.
Inoltre la monarchia russa era ben lontana da quella europea e si rifaceva ancora all'obsoleto principio del cesaropapismo, tant'è vero che la parola zar, ha origine da Czar, "Cesare". Un'autorità, quella dello zar, così radicata nella mentalità dei russi, che quando ci fu la rivoluzione d'ottobre il popolo chiese quale fosse il nuovo zar, dove zar era sinonimo di autorità. E ancora oggi questo paese stenta a vivere appieno la sua democrazia.
Sicuramente gli zar russi non contribuirono a migliorare la situazione di isolamento culturale e arretramento della Russia, visto che tutte le volte che qualcuno cercava di cambiare qualcosa con la rivolta, unico mezzo disponibile, questa manifestazione veniva repressa con la forza. Ivan IV (1574 - 1616), il primo principe moscovita che si fregiò del titolo di zar, passò alla storia come "Il Terribile" proprio per la strage dei boiari, cioè dei nobili proprietari di grandi latifondi, nel timore che potessero insidiare il suo potere assoluto. Con la stessa ferocia vennero represse in seguito le rivolte contadine e cosacche tra il 1667 e il 1671, e tra il 1773 e il 75, a conferma del fatto che in Russia non si poteva sovvertire l'autorità precostituita.
Lo zar Pietro (1689 - 1725), passato alla storia come "Il Grande", ebbe il merito di comprendere tale situazione di arretratezza economica ed isolamento culturale, insomma si rese conto che la Russia non stava camminando come gli altri popoli europei, ma era rimasta isolata in tutti i sensi. Pertanto si convinse della bontà di una politica europeizzante, ed è per questo che grazie a lui la Russia è divenuta a tutti gli effetti uno stato europeo. Questo zar viaggiò molto in Europa, rimanendone affascinato tanto da circondarsi da tecnici stranieri una volta tornato in patria. Egli esaminò le caratteristiche delle monarchie del Vecchio Continente e ne estrapolò tre caratteristiche principali, che cercò di riprodurre in patria: monarchia forte, esercito avanzato, economia sviluppata in tutti i settori.
Dapprima cercò di rafforzare il più possibile il suo potere, quindi sciolse la duma, ovvero il consiglio dei proprietari terrieri, e istituì un Senato formato da nove membri da lui scelti. Organizzò una burocrazia ramificata e numerosa, sul modello svedese e prussiano; cercò di controllare o al più eliminare i suoi oppositori politici attraverso una polizia segreta da lui stesso istituita. Ridusse poi all'obbedienza anche la chiesa ortodossa, poiché aveva compreso che la religione era un elemento unificante e quindi utile allo zar se gli fosse stata sottomessa. Inoltre garantì alle casse zariste entrate fiscali costanti, necessarie a perseguire la sua politica statalista, attraverso la riforma del sistema fiscale, che garantiva un copioso gettito di entrate attraverso svariate e quasi ridicole tasse, come per esempio quella sulla barba lunga.
Forte di numerosi viaggi in Europa, cercò di riprodurre quel modello economico dando impulso alla costruzione di industrie di stato, fonderie in particolare, e favorendo i commerci, anche grazie alla costruzione di porti. Intraprese anche una politica culturale per cercare di ridurre l'ignoranza del popolo russo, istituendo scuole di ogni tipo. Favorì inoltre la ricerca scientifica, con la fondazione di un'Accademia delle Scienze, e fu molto attento alle innovazioni tecnologiche che provenivano dall'estero. Ma la Russia ha due anime, una slava e una più europea. Non a caso è stato scelto come simbolo della bandiera del CSI l'aquila a due teste. Perché questo paese ha vissuto momenti in cui l'anima europea ha prevalso, vedi Pietro il Grande, altri in cui quella slava ha preso il sopravvento, cioè ha portato all'isolamento, perché ha determinato una sorta di autarchia culturale ed economica. È un dibattito sempre aperto, visto che non mancarono oppositori alla politica di Pietro il Grande, che non piaceva di certo ai conservatori. Si verificò quindi la rivolta degli strelizzi, 1698, che culminò con una pesante epurazione che permise allo zar di sancire definitivamente il suo potere, spostando, ormai senza alcuna opposizione, la capitale dello stato da Mosca a Pietroburgo, la città che aveva fatto a costruire sul modello di quelle europee avvalendosi degli architetti stranieri.
Pietro il Grande non rinunciò neanche ad una politica estera aggressiva: i porti servirono anche per sviluppare una marina molto forte, parimenti all'esercito. Ciò gli permise di procurare alla Russia stabili confini coincidenti con quelli naturali, con sbocchi al mare. Per questo motivo combatté contro i Turchi per la conquista di Azov sul Mar Nero e strappò con una lunga guerra (Guerra del Nord, 1700 - 1721) la zona delle attuali repubbliche baltiche alla Svezia, garantendosi l'accesso al golfo di Finlandia.
La nascita della Prussia

La Prussia nacque dal nulla e divenne dopo qualche secolo una potenza di grandissimo livello, arrivando ad unificare la Germania e a costituire un grande impero coloniale. Artefice di tale escalation fu la famiglia degli Hohenzollern, che acquistò dall'imperatore il ducato di Brandeburgo nel 1415. La Prussia, invece, era da due secoli sotto il comando dei cavalieri teutonici, il cui Gran Maestro, Alberto di Hohenzollern, riuscì nel 1525 a trasformarla in un ducato ereditario per la propria famiglia sotto la sovranità polacca. Ma il ducato degli Hohenzollern non era indipendente, infatti doveva essere fedele sia all'imperatore che al re polacco, visto che i due loro possedimenti erano separati e si trovavano in Germania (ducato di Brandeburgo) e in Polonia (Prussia). Inoltre lo Stato che si era costituito non era ancora tale, visto che non aveva una consistenza politica e territoriale.
Le basi per il consolidamento dello Stato prussiano furono gettate da Federico Guglielmo (1640 - 1668), noto anche come il "grande elettore". Egli ampliò i territori statali con nuove annessioni, diede nuovi impulsi all'economia, accolse ventimila ugonotti in fuga dalla Francia dopo l'editto di Nantes, che portarono numerose competenze specifiche che aiutarono il rilancio dell'economia (ricordiamo che la maggior parte degli ugonotti erano borghesi e soprattutto che ugonotto era sinonimo di calvinista, e il calvinismo incoraggiava l'uomo a lavorare, a guadagnare). Soprattutto il sovrano costituì un esercito molto ben attrezzato e numeroso. È nel DNA di questa famiglia privilegiare le forze armate, costituire un esercito molto forte per permettere una politica estera molto aggressiva. E anche in questa mentalità dobbiamo ricercare i motivi della grande ascesa dei prussiani, che arrivarono nel 1870 a ridicolizzare una super potenza come quella di Napoleone III (con tanti ringraziamenti di noi italiani, che grazie alla disfatta dei francesi potemmo prenderci Roma senza dover subire la reazione dei transalpini). Non a caso i vari re prussiani passeranno alla storia con sopranomi bellicosi: il sergente, il generale, e così via.
Il primo ad inaugurare la serie fu Federico Guglielmo I (1713 - 1740), appunto il "Re Sergente", che sfruttò gli ugonotti per colonizzare i territori allora spopolati. Inoltre rafforzò lo stato indirizzando lo sviluppo delle istituzioni verso una tendenza assolutistica, senza dimenticare che istituì un efficiente sistema fiscale, che è alla base delle riforme (senza i soldi non si può costituire una forte burocrazia, senza di essa lo stato è debole e il potere del sovrano è debole e talvolta non arriva dappertutto; oppure non si può costituire un esercito forte poiché comporta alti costi di gestione; ecc.). Ma le sue maggiori attenzioni furono rivolte alla costituzione di un esercito ben addestrato e numeroso, risultato che raggiunse grazie alla coscrizione obbligatoria. Per tale motivo ebbe il soprannome sopra citato.